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giovedì 26 giugno 2014
Incontri alieni.
Ieri pomeriggio ai giardini ho avuto un flash... (- Sicura che si scriva così? - Sì, certo. Flash, che si legge "flesc" - Non è che poi ci fai fare figuracce eh. - No, ma se insisti controllo. Ecco, vedi: "flesh" con la E significa "carne", ma io mica ci ho avuto una carne. Ho avuto un flash! - Ah, ok. Se lo dici tu sto zitta, guarda. -Ecco, brava, e fai bene.)
mercoledì 5 giugno 2013
Incontri ravvicinati del V tipo*.
* Incontri bilaterali posti in essere tramite iniziative umane coscienti, volontarie ed attive, o tramite la comunicazione cooperativa con intelligenze extraterrestri.
La prima volta che ebbi modo di entrare in contatto con loro fu quando Mimi si approssimava a iniziare il suo primo anno di nido.
Allora ne isolai alcuni esemplari la cui osservazione ritenni di enorme interesse scientifico e antropologico, ma data la difficoltà di interazione che provavo nei loro riguardi, non riuscii a tirarne fuori un campionario strutturato, né a cogliere i nessi relazionali che correvano tra i diversi esemplari, il come e il perché si riunissero e si disunissero in gruppi più o meno omogenei di individui, il come il dove e il quando riuscissero a intessere relazioni più intense del semplice buon giorno e arrivederci dal quale io non mi schiodavo, e per finire non riuscivo nemmeno a giungere a una conclusione sull'opportunità o meno di approfondire in questo senso la mia conoscenza-dimestichezza col loro mondo.
E' andata avanti così per un annetto.
Io li guardavo a distanza, ritenendoli degli strani esseri che, pur vivendo la loro esistenza in parallelo alla mia, in qualche modo lo facessero per altre vie, degli esseri con i quali ogni forma di comunicazione "superiore" o intesa emotiva era destinata a rimanere interdetta.
Intrattenevo qualche sporadica conversazione che piano piano mi lasciò intravedere spiragli insperati di intesa, e, forse, di normalità.
E' che forse ero partita troppo prevenuta.
Forse non ero ancora entrata abbastanza nel ruolo e tra di loro mi sentivo più un'intrusa, un'infiltrata, una clandestina, che un membro effettivo del gruppo.
Io NON ero per davvero un genitore.
Ero un quasi-genitore che ancora non si dava ragione di esserlo, e mi chiedevo ancora se fosse il caso di autodefinirmi così.
Ero una che aveva una figlia piccola, ecco.
E per forza di cose era costretta a frequentare, pur se di striscio e alla chetichella, luoghi in cui si trovavano dei GENITORI.
Conoscevo però per nome tutti i loro figli, tutti i 23 compagnucci di Mimi della classe "medi" più qualcuno dei piccoli e quasi tutti i grandi. Li salutavo chiamandoli per nome e proseguivamo spesso discorsi lasciati a metà nella confusione del "arriva-svesti-cambia-metti e togli le scarpe-saluta-vai via" come per esempio: "Oh, Pietro, ma oggi dove l'hai lasciato il dinosauro?" "Matilde come sei elegante oggi!" e ne ricevevo a volte occhiate storte da "I genitori", altre volte espressioni sorprese o sorrisi inaspettati. Se per caso li incontravo per strada, loro, i bambini, mi riconoscevano e mi salutavano anche: "Ciao, mamma di Yasmin!", ma in quanto agli altri, "I genitori", non avrei saputo dire il nome di uno solo. Né mi era mai venuto in mente di chiederlo. Mi sembrava quasi un tabù. I genitori non devono avere un nome: basta che siano la mamma o il babbo di Federica/Emma/Lorenzo. Che importa? Cioè: che mi frega?
Poi la svolta, inattesa.
L'estate, e con l'arrivo di lei, l'arrivo anche di una nuova consapevolezza: l'arrivo di una nuova vita. Dentro di me.
La città deserta e un agosto che ce l'ha messa tutta per stenderci a tappeto, tutti quanti, agonizzanti, implorando pietà pietà!
Lei era una de "I genitori", aveva una bimba in classe con la mia e un'altra di pochi mesi.
Frequentavamo il giardino pubblico, per sopravvivere alla calura, nel tardo pomeriggio.
Ci incrociavamo, ci salutavamo, ci sorridevamo. La guardavo con la coda nell'occhio, lei alzava lo sguardo, risorridevo e distoglievo il mio. Avrei voluto, non osavo però.
Lei mi sembrava sulle sue. Forse anche io lo sono sempre sembrata.
Mi era simpatica però, a pelle, e ne cercavo la vicinanza. Mi sembrava di pedinarla, ma per un certo periodo, dovunque andassi, capitava di incontrarla.
Alla fine, conversando del più e dell'immancabile meno, le confido il mio "segreto". Lo sai che... anche io starei aspettando la seconda...
E dovevo avere una pessima cera, ero stanca e avevo le nausee. Avevo caldo, stavo male.
Mimi intanto raccoglieva fiori nelle aiuole. Lei la vedo piacevolmente sorpresa e lusingata della mia confidenza. E' scattato qualcosa, sì.
Poi l'inverno. Io col pancione crescente, lei in maternità. Il primo caffè insieme, ed ero titubante come un'adolescente a un primo appuntamento. Sarò inopportuna? Sarò una piattola? Avrà accettato per cortesia?
Un periodo per me un po' difficile, di scelte, cambiamenti: le mie confidenze, le mie paure, le mie disperate ricerche di casa (la starò ammorbando? Le sembrerò idiota?).
Invece suoi consigli, la sua partecipazione, la sua comprensione.
Una domenica di dicembre accogliamo l'invito ad andare a uno spettacolo di burattini a teatro, in centro,con le bimbe, e poi: perché non venite a cena da noi? Abitiamo qua dietro.
Ecco, era fatta. Due coppie con figli coetanei, a chiaccherare piacevolmente.
Ed eccoci a scambiarci ricette per il pane, salse piccanti, vestitini da neonato e sdraiette per il bagno, marsupi e sformati abiti pre-maman, a mandarci messaggini per incontrarci ai giardini con le bimbe, messaggini sulla riuscita del pane, ed ecco i nostri uomini contattarsi e mettersi d'accordo per andare a pesca insieme, ed eccomi inclusa nella lista di quelli che andranno alla festa di compleanno.
Era tutto vero?
Avevamo davvero fatto amicizia con dei "genitori"?
Eravamo dunque pure noi assurti al rango di "genitori"?
Scoprii pian piano che quegli alieni che a lungo avevo guardato col telescopio da distanze siderali, non erano poi così inaccessibili.
Scoprii che a guardar meglio e avvicinandosi un tantino, ve n'erano di esemplari la cui compagnia trovavo addirittura piacevole, talvolta preferibile a quella dei miei "vecchi" amici senza prole, perché loro finalmente "capivano".
Scoprii anche che avevano dei nomi propri, oltre al titolo di Mamma-di o Papà-di.
Scoprii che potevo parlare con loro per lunghe mezz'ore fuori dal nido, dopo aver scaricato la pupa, senza che ciò comportasse un dovere sociale, ma per puro piacere.
Scoprii che molti erano simpatici (sì, persino lei: l'avresti mai detto?).
Scoprii che non era vero, come mi ero figurata, che le loro vite fossero troppo dissimili dalle mie per poterci intendere.
Per esempio scoprii che anche buona parte di loro viveva in affitto, che avevano lavori precari, o non ne avevano, che molti possedevano una casa sì, ma che era un bilocale di 40 mq e che pur portando a casa due stipendi non si trovavano in questa condizione di benessere da me supposta tale da render loro incomprensibile una mia difficoltà economica per esempio nel dare i soldi per la gita di fine anno.
Scoprii che potevo parlare tranquillamente di questo senza dovermi sentire una mosca bianca, o, peggio, essere compianta come una pezzente.
Scoprii anche che loro pure avevano i loro dubbi, i loro complessi genitoriali, che anche molti di loro, forse, avevano difficoltà a riconoscersi in un gruppo che dal loro punto di vista vedevano come compatto ed estraneo.
Scoprii che proprio nessuno stava lì a giudicarmi quando la mattina arrivavo trafelata sgommando in bici sotto la pioggia o il vento battenti con lei intirizzita sul suo seggiolino, e faticavo a convincere una pupa recalcitrante e urlante dei suoi terrible two a lasciarsi infilare le scarpine del nido.
Scoprii che lì in mezzo, a mia insaputa, godevo di grande simpatia, e finanche di un certo credito.
Pure se mi pulivo gli occhiali con lo stesso fazzoletto con cui avevo appena pulito il naso a mia figlia, e distribuivo biscotti di straforo senza chiedere il permesso, e a volte mi è capitato pure di soffiare il naso a qualche figlio altrui.
E che era divertente gareggiare ogni mattina con i soliti noti per evitarsi il podio dell'ultimo arrivato del giorno.
Scoprii che qualcuno, come poi mi confessò, mi aveva guardato con ammirazione in più di un'occasione ("Ma come fai ad essere sempre così tranquilla?" Chi, io?).
E mi scoprii a dare informazioni e dritte su questo o quel prodotto, sul portare i bimbi al Museo di Storia Naturale o all'acquario, su complicate trafile burocratiche di cui avevo imparato i trucchi, sulle complesse procedure di iscrizione alla scuola dell'infanzia.
Insomma scoprii che in fondo, non ero mica male come "genitore"!
E mi sono sorpresa a dire: "Dai, speriamo che ce li mettono nella stessa sezione alla materna!"
Quando non l'avresti mai detto.
Oddio... ci ho messo ben due anni, ma alla fine ce l'ho fatta.
Proprio ora che tutto sta per finire...
E mo' mi tocca ricominciare da capo!
E a proposito di genitori... questo mio post cadeva a fagiolo per il tema del mese proposto da GenitoriCrescono per il Blogstorming.
E così, visto che oramai ci ho preso gusto:
La prima volta che ebbi modo di entrare in contatto con loro fu quando Mimi si approssimava a iniziare il suo primo anno di nido.
Allora ne isolai alcuni esemplari la cui osservazione ritenni di enorme interesse scientifico e antropologico, ma data la difficoltà di interazione che provavo nei loro riguardi, non riuscii a tirarne fuori un campionario strutturato, né a cogliere i nessi relazionali che correvano tra i diversi esemplari, il come e il perché si riunissero e si disunissero in gruppi più o meno omogenei di individui, il come il dove e il quando riuscissero a intessere relazioni più intense del semplice buon giorno e arrivederci dal quale io non mi schiodavo, e per finire non riuscivo nemmeno a giungere a una conclusione sull'opportunità o meno di approfondire in questo senso la mia conoscenza-dimestichezza col loro mondo.
E' andata avanti così per un annetto.
Io li guardavo a distanza, ritenendoli degli strani esseri che, pur vivendo la loro esistenza in parallelo alla mia, in qualche modo lo facessero per altre vie, degli esseri con i quali ogni forma di comunicazione "superiore" o intesa emotiva era destinata a rimanere interdetta.
Intrattenevo qualche sporadica conversazione che piano piano mi lasciò intravedere spiragli insperati di intesa, e, forse, di normalità.
E' che forse ero partita troppo prevenuta.
Forse non ero ancora entrata abbastanza nel ruolo e tra di loro mi sentivo più un'intrusa, un'infiltrata, una clandestina, che un membro effettivo del gruppo.
Io NON ero per davvero un genitore.
Ero un quasi-genitore che ancora non si dava ragione di esserlo, e mi chiedevo ancora se fosse il caso di autodefinirmi così.
Ero una che aveva una figlia piccola, ecco.
E per forza di cose era costretta a frequentare, pur se di striscio e alla chetichella, luoghi in cui si trovavano dei GENITORI.
Conoscevo però per nome tutti i loro figli, tutti i 23 compagnucci di Mimi della classe "medi" più qualcuno dei piccoli e quasi tutti i grandi. Li salutavo chiamandoli per nome e proseguivamo spesso discorsi lasciati a metà nella confusione del "arriva-svesti-cambia-metti e togli le scarpe-saluta-vai via" come per esempio: "Oh, Pietro, ma oggi dove l'hai lasciato il dinosauro?" "Matilde come sei elegante oggi!" e ne ricevevo a volte occhiate storte da "I genitori", altre volte espressioni sorprese o sorrisi inaspettati. Se per caso li incontravo per strada, loro, i bambini, mi riconoscevano e mi salutavano anche: "Ciao, mamma di Yasmin!", ma in quanto agli altri, "I genitori", non avrei saputo dire il nome di uno solo. Né mi era mai venuto in mente di chiederlo. Mi sembrava quasi un tabù. I genitori non devono avere un nome: basta che siano la mamma o il babbo di Federica/Emma/Lorenzo. Che importa? Cioè: che mi frega?
Poi la svolta, inattesa.
L'estate, e con l'arrivo di lei, l'arrivo anche di una nuova consapevolezza: l'arrivo di una nuova vita. Dentro di me.
La città deserta e un agosto che ce l'ha messa tutta per stenderci a tappeto, tutti quanti, agonizzanti, implorando pietà pietà!
Lei era una de "I genitori", aveva una bimba in classe con la mia e un'altra di pochi mesi.
Frequentavamo il giardino pubblico, per sopravvivere alla calura, nel tardo pomeriggio.
Ci incrociavamo, ci salutavamo, ci sorridevamo. La guardavo con la coda nell'occhio, lei alzava lo sguardo, risorridevo e distoglievo il mio. Avrei voluto, non osavo però.
Lei mi sembrava sulle sue. Forse anche io lo sono sempre sembrata.
Mi era simpatica però, a pelle, e ne cercavo la vicinanza. Mi sembrava di pedinarla, ma per un certo periodo, dovunque andassi, capitava di incontrarla.
Alla fine, conversando del più e dell'immancabile meno, le confido il mio "segreto". Lo sai che... anche io starei aspettando la seconda...
E dovevo avere una pessima cera, ero stanca e avevo le nausee. Avevo caldo, stavo male.
Mimi intanto raccoglieva fiori nelle aiuole. Lei la vedo piacevolmente sorpresa e lusingata della mia confidenza. E' scattato qualcosa, sì.
Poi l'inverno. Io col pancione crescente, lei in maternità. Il primo caffè insieme, ed ero titubante come un'adolescente a un primo appuntamento. Sarò inopportuna? Sarò una piattola? Avrà accettato per cortesia?
Un periodo per me un po' difficile, di scelte, cambiamenti: le mie confidenze, le mie paure, le mie disperate ricerche di casa (la starò ammorbando? Le sembrerò idiota?).
Invece suoi consigli, la sua partecipazione, la sua comprensione.
Una domenica di dicembre accogliamo l'invito ad andare a uno spettacolo di burattini a teatro, in centro,con le bimbe, e poi: perché non venite a cena da noi? Abitiamo qua dietro.
Ecco, era fatta. Due coppie con figli coetanei, a chiaccherare piacevolmente.
Ed eccoci a scambiarci ricette per il pane, salse piccanti, vestitini da neonato e sdraiette per il bagno, marsupi e sformati abiti pre-maman, a mandarci messaggini per incontrarci ai giardini con le bimbe, messaggini sulla riuscita del pane, ed ecco i nostri uomini contattarsi e mettersi d'accordo per andare a pesca insieme, ed eccomi inclusa nella lista di quelli che andranno alla festa di compleanno.
Era tutto vero?
Avevamo davvero fatto amicizia con dei "genitori"?
Eravamo dunque pure noi assurti al rango di "genitori"?
Scoprii pian piano che quegli alieni che a lungo avevo guardato col telescopio da distanze siderali, non erano poi così inaccessibili.
Scoprii che a guardar meglio e avvicinandosi un tantino, ve n'erano di esemplari la cui compagnia trovavo addirittura piacevole, talvolta preferibile a quella dei miei "vecchi" amici senza prole, perché loro finalmente "capivano".
Scoprii anche che avevano dei nomi propri, oltre al titolo di Mamma-di o Papà-di.
Scoprii che potevo parlare con loro per lunghe mezz'ore fuori dal nido, dopo aver scaricato la pupa, senza che ciò comportasse un dovere sociale, ma per puro piacere.
Scoprii che molti erano simpatici (sì, persino lei: l'avresti mai detto?).
Scoprii che non era vero, come mi ero figurata, che le loro vite fossero troppo dissimili dalle mie per poterci intendere.
Per esempio scoprii che anche buona parte di loro viveva in affitto, che avevano lavori precari, o non ne avevano, che molti possedevano una casa sì, ma che era un bilocale di 40 mq e che pur portando a casa due stipendi non si trovavano in questa condizione di benessere da me supposta tale da render loro incomprensibile una mia difficoltà economica per esempio nel dare i soldi per la gita di fine anno.
Scoprii che potevo parlare tranquillamente di questo senza dovermi sentire una mosca bianca, o, peggio, essere compianta come una pezzente.
Scoprii anche che loro pure avevano i loro dubbi, i loro complessi genitoriali, che anche molti di loro, forse, avevano difficoltà a riconoscersi in un gruppo che dal loro punto di vista vedevano come compatto ed estraneo.
Scoprii che proprio nessuno stava lì a giudicarmi quando la mattina arrivavo trafelata sgommando in bici sotto la pioggia o il vento battenti con lei intirizzita sul suo seggiolino, e faticavo a convincere una pupa recalcitrante e urlante dei suoi terrible two a lasciarsi infilare le scarpine del nido.
Scoprii che lì in mezzo, a mia insaputa, godevo di grande simpatia, e finanche di un certo credito.
Pure se mi pulivo gli occhiali con lo stesso fazzoletto con cui avevo appena pulito il naso a mia figlia, e distribuivo biscotti di straforo senza chiedere il permesso, e a volte mi è capitato pure di soffiare il naso a qualche figlio altrui.
E che era divertente gareggiare ogni mattina con i soliti noti per evitarsi il podio dell'ultimo arrivato del giorno.
Scoprii che qualcuno, come poi mi confessò, mi aveva guardato con ammirazione in più di un'occasione ("Ma come fai ad essere sempre così tranquilla?" Chi, io?).
E mi scoprii a dare informazioni e dritte su questo o quel prodotto, sul portare i bimbi al Museo di Storia Naturale o all'acquario, su complicate trafile burocratiche di cui avevo imparato i trucchi, sulle complesse procedure di iscrizione alla scuola dell'infanzia.
Insomma scoprii che in fondo, non ero mica male come "genitore"!
E mi sono sorpresa a dire: "Dai, speriamo che ce li mettono nella stessa sezione alla materna!"
Quando non l'avresti mai detto.
Oddio... ci ho messo ben due anni, ma alla fine ce l'ho fatta.
Proprio ora che tutto sta per finire...
E mo' mi tocca ricominciare da capo!
E a proposito di genitori... questo mio post cadeva a fagiolo per il tema del mese proposto da GenitoriCrescono per il Blogstorming.
E così, visto che oramai ci ho preso gusto:
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domenica 5 maggio 2013
Isabella Allamandri: un incontro.
Rania: Il dono.
L'incontro.
E' successo così.
E' successo così.
Galeotto fu il Punto Doula, e il blog Una doula per amica.
E un pochino, lo ammetto, anche la mia mania per i giveaway...
Insomma, è un po' come al casinò: vinci una volta ed è come la prima dose di eroina. Diventi dipendente.
Da quando ho aperto questo blog in questa maniera ho già vinto: un libro sulle mamme scritto da una mamma-blogger (e diciamo che non se ne può davvero più, se mi consentite); lo sfondo per il mio blog (che è questo qui che vedete: del resto siccome non saprei fare di meglio, non credo che lo cambierò tanto presto); una bambola pigotta piuttosto orrida, direi (ma va bene, credo sia stata realizzata dagli ospiti di una casa famiglia per pazienti psichiatrici, e poi c'era di mezzo un'iniziativa di beneficenza, quindi...); un pacco di pannolini compostabili taglia 2 (deferito a mia cognata, perché io non avevo messo in programma un nuovo pupo tanto presto... ahem...).
Dunque: perché non tentare ancora?
Dunque: perché non tentare ancora?
Il premio poi in questo caso era davvero allettante (ad ogni modo, sicuramente più della pigotta, poi ribattezzata da Mimi Cappuccetto Verde): Vinci un servizio fotografico! così titolava il post di lancio.
E io naturalmente mi sono lanciata.
Del resto cascava a fagiolo, visto che il premio era riservato alle donne in attesa residenti nel territorio di Pisa, che avrebbero sfornato intorno a marzo 2013, dunque: pareva fatto apposta per la sottoscritta.
E siccome poi, come recita un popolare spot, a tutti noi piace vincere facile (o almeno a me), la cosa più figa di tutto ciò è che abbiamo partecipato solo in due (diciamo che le condizioni per la partecipazione prevedevano un'utenza piuttosto selezionata!), e se la cosa potrebbe, volendo, essere tradotta in un flop dell'iniziativa, si è tradotta invece in vittoria patteggiata per me, visto che la fotografa in questione è stata così carina da volerci premiare entrambe, per non far torto a nessuna (e risparmiandoci così l'imbarazzo della competizione, visto che ho avuto modo di conoscere di persona l'altra partecipante).
Ma bando ai preamboli, insomma: fu così che ho conosciuto Isabella Allamandri.
Approccio.
In principio ero entusiasta: figata! Un servizio fotografico con una fotografa VERA! Io non mi sono mai fatta fare un servizio fotografico in trent'anni, e mia figlia lo avrà appena nata!
Poi ero titubante: titubo in genere di base, a prescindere dal tipo di attività che mi accingo a intraprendere insieme a un neonato, perché ho imparato a mie spese che qualsiasi attività in compagnia di un neonato può diventare un calvario, se lui/lei vuole che ciò sia.
Insomma, l'entusiasmo iniziale si infranse presto di fronte ai miei timori e alle mie ansie da ri-neo-madre.
Ho titubato a lungo e me la sono quasi pensata di rinunciare in partenza al premio.
Poi ospedale, dimissioni, cordoni ombelicali, Pasqua, Pasquetta, e quando finalmente mi decido a contattare Isabella, Rania si avvicinava già pericolosamente al compimento del suo decimo giorno di vita, termine critico, come seppi poi, per una fotografa! Perché dopo tale scadenza, i neonati iniziano a rompere le pall... a essere più consapevoli e partecipi, per usare le parole della fotografa, e meno malleabili e passivi alla messa in posa.
Malgrado ciò Isabella mi ha molto rassicurato circa i miei dubbi di intraprendere una lunga sessione fotografica con una bambina così piccola; del resto, lei con i neonati è abituata a lavorarci, e sa assecondare i loro tempi, creare le atmosfere giuste, evitando di forzarli e stressarli se si dimostrano recalcitranti o nervosi.
E insomma, eccoci là, nello studio della fotografa, io e il beduino, col nostro carico di vestitini di ricambio "ché non si sa mai", con la nostra pupa di 11 giorni pronta per la sessione, e l'altra di due anni e mezzo da andare a recuperare al nido di lì a un paio d'ore.
E malgrado i miei timori iniziali, è stata un'esperienza davvero positiva e piacevole.
Isabella è una persona molto alla mano, con la quale ci si sente subito a proprio agio.
Non ero mai stata su un set fotografico, e quello che mi aspettavo era qualcosa di assolutamente diverso da ciò che ho trovato. Pensavo a qualcosa di molto "tecnico", impersonale e asettico, mentre l'ambiente che ci ha accolti era quanto più confortevole e "di casa": un divano da un lato, un'ampia, morbida poltrona dall'altro, un generale disordine organizzato di accessori svariati e dei più deliziosi complementi di vestiario per modelli piccoli e piccolissimi, potremmo pur dire minuscoli; apparecchi tecnologici e strumenti più propriamente "del settore" non toglievano quell'aria familiare generale, accentuata dalle numerose stampe di bimbi e neonati esposte qua e là.
Il servizio.
L'intera seduta fotografica è durata un tre-quattro ore, con le debite interruzioni per le poppate della piccola, per il cambio di posa, per l'arrivo della sorellina, che ha un po' scombussolato e reso più laborioso il tutto, ma malgrado ciò Isabella si è dimostrata sempre paziente e comprensiva.
Le mie pupe hanno opposto una certa resistenza alla realizzazione degli scatti, Rania rifiutandosi categoricamente di dormire, anzi, per dirla come l'ha detta lei, di "abbandonarsi al sonno", Mimi sfoderando la sua peggiore aria adorabilmente impertinente (sorvoliamo pure sull'"adorabilmente") e facendo puntualmente il contrario di quel che le si chiedeva di fare.
Ma insomma: qualcosa di bello è pur venuto fuori.
Oserei sbilanciarmi anche di più sul buon esito della nostra sessione fotografica, se l'autrice non si fosse pronunciata con una punta di rammarico sul fatto di non esser riuscita a lavorare come avrebbe voluto, sempre per via del fatto che la piccola non voleva saperne di stare in posa... devo dire che avrei preferito non venire a conoscenza del fatto che esistono neonati capaci di abbandonarsi completamente al sonno tanto da non svegliarsi e non reagire in alcun modo nemmeno quando li si manipola, componendoli come fossero una natura mezza-morta, o meglio: una natura in coma... ma va be', ognuno ha la prole che gli è toccata: si vede che in famiglia siamo tutti piuttosto tesi e poco inclini al rilassamento totale.
E pensare che dal mio punto di vista sembrava che Rania almeno fosse una bimba molto tranquilla... In ogni caso niente scenate isteriche in corso d'opera, per lo meno.
L'atmosfera del set era comunque, come dicevo, estremamente confortevole e rilassante, al punto che, cullata dal rumore bianco che avrebbe dovuto sortire quell'effetto sulla neonata, sono stata più volte sul punto di collassare, o meglio: abbandonarmi al sonno io sul set al posto della neonata in questione.
Il lavoro di Isa.
Mi è piaciuto molto veder lavorare Isabella sul set: la sua capacità di improvvisare e adattare elementi alla situazione, di "comporre" quadri viventi da congelare poi nello scatto. Mi è piaciuto (ma questo credo di averlo già detto) il generale senso di calore e familiarità che sprigionava dall'ambiente, e la sua delicatezza esperta nel maneggiare la piccola modella.
Sono rimasta colpita dall'attenzione quasi maniacale per i dettagli e dalla pazienza con cui è necessario attendere, e attendere... e attendere (!) che lei si lasciasse "comporre", che nessuna manina o piedino sbucassero da sotto la piega di un drappo, non un dito fuori posto, non un nastro, perché la posa riuscisse alla perfezione.
E ammetto che io la mia pazienza l'avrei persa già da un pezzo... ecco forse perché quelle che faccio io, di foto, escono 9 volte su 10 con un occhio chiuso e uno da pesce lesso, o nel mentre di uno sbadiglio, o di un movimento improvviso della mano davanti alla faccia... Insomma: per una posa perfetta occorre tanta pazienza, e precisione.
Me ne sono resa conto poi, guardando i risultati dei provini: una manina o un piedino contratti in effetti bastano da soli a dare il senso di una bambina che non è rilassata, e a rendere meno piacevole lo scatto. E siccome, come detto, Rania di starsene buona e ferma non ne voleva sapere, si è trattato quasi di una guerra di logoramento di nervi.
Un chicca della giornata: la pupa in questione ha pensato bene di deporre cacca e pipì nell'incavo delle cosce di sua madre, che, terminata la sessione di posa col babbo beduino, se l'era adagiata amorevolmente in grembo nuda... niente di piacevole, vi assicuro, puzzare di pupù-santa per il resto del pomeriggio. Ma si sopravvive.
Gli scatti.
E malgrado i miei timori iniziali, è stata un'esperienza davvero positiva e piacevole.
Isabella è una persona molto alla mano, con la quale ci si sente subito a proprio agio.
Non ero mai stata su un set fotografico, e quello che mi aspettavo era qualcosa di assolutamente diverso da ciò che ho trovato. Pensavo a qualcosa di molto "tecnico", impersonale e asettico, mentre l'ambiente che ci ha accolti era quanto più confortevole e "di casa": un divano da un lato, un'ampia, morbida poltrona dall'altro, un generale disordine organizzato di accessori svariati e dei più deliziosi complementi di vestiario per modelli piccoli e piccolissimi, potremmo pur dire minuscoli; apparecchi tecnologici e strumenti più propriamente "del settore" non toglievano quell'aria familiare generale, accentuata dalle numerose stampe di bimbi e neonati esposte qua e là.
Il servizio.
L'intera seduta fotografica è durata un tre-quattro ore, con le debite interruzioni per le poppate della piccola, per il cambio di posa, per l'arrivo della sorellina, che ha un po' scombussolato e reso più laborioso il tutto, ma malgrado ciò Isabella si è dimostrata sempre paziente e comprensiva.
Le mie pupe hanno opposto una certa resistenza alla realizzazione degli scatti, Rania rifiutandosi categoricamente di dormire, anzi, per dirla come l'ha detta lei, di "abbandonarsi al sonno", Mimi sfoderando la sua peggiore aria adorabilmente impertinente (sorvoliamo pure sull'"adorabilmente") e facendo puntualmente il contrario di quel che le si chiedeva di fare.
Ma insomma: qualcosa di bello è pur venuto fuori.
Oserei sbilanciarmi anche di più sul buon esito della nostra sessione fotografica, se l'autrice non si fosse pronunciata con una punta di rammarico sul fatto di non esser riuscita a lavorare come avrebbe voluto, sempre per via del fatto che la piccola non voleva saperne di stare in posa... devo dire che avrei preferito non venire a conoscenza del fatto che esistono neonati capaci di abbandonarsi completamente al sonno tanto da non svegliarsi e non reagire in alcun modo nemmeno quando li si manipola, componendoli come fossero una natura mezza-morta, o meglio: una natura in coma... ma va be', ognuno ha la prole che gli è toccata: si vede che in famiglia siamo tutti piuttosto tesi e poco inclini al rilassamento totale.
E pensare che dal mio punto di vista sembrava che Rania almeno fosse una bimba molto tranquilla... In ogni caso niente scenate isteriche in corso d'opera, per lo meno.
L'atmosfera del set era comunque, come dicevo, estremamente confortevole e rilassante, al punto che, cullata dal rumore bianco che avrebbe dovuto sortire quell'effetto sulla neonata, sono stata più volte sul punto di collassare, o meglio: abbandonarmi al sonno io sul set al posto della neonata in questione.
Il lavoro di Isa.
Mi è piaciuto molto veder lavorare Isabella sul set: la sua capacità di improvvisare e adattare elementi alla situazione, di "comporre" quadri viventi da congelare poi nello scatto. Mi è piaciuto (ma questo credo di averlo già detto) il generale senso di calore e familiarità che sprigionava dall'ambiente, e la sua delicatezza esperta nel maneggiare la piccola modella.
Sono rimasta colpita dall'attenzione quasi maniacale per i dettagli e dalla pazienza con cui è necessario attendere, e attendere... e attendere (!) che lei si lasciasse "comporre", che nessuna manina o piedino sbucassero da sotto la piega di un drappo, non un dito fuori posto, non un nastro, perché la posa riuscisse alla perfezione.
E ammetto che io la mia pazienza l'avrei persa già da un pezzo... ecco forse perché quelle che faccio io, di foto, escono 9 volte su 10 con un occhio chiuso e uno da pesce lesso, o nel mentre di uno sbadiglio, o di un movimento improvviso della mano davanti alla faccia... Insomma: per una posa perfetta occorre tanta pazienza, e precisione.
Me ne sono resa conto poi, guardando i risultati dei provini: una manina o un piedino contratti in effetti bastano da soli a dare il senso di una bambina che non è rilassata, e a rendere meno piacevole lo scatto. E siccome, come detto, Rania di starsene buona e ferma non ne voleva sapere, si è trattato quasi di una guerra di logoramento di nervi.
Un chicca della giornata: la pupa in questione ha pensato bene di deporre cacca e pipì nell'incavo delle cosce di sua madre, che, terminata la sessione di posa col babbo beduino, se l'era adagiata amorevolmente in grembo nuda... niente di piacevole, vi assicuro, puzzare di pupù-santa per il resto del pomeriggio. Ma si sopravvive.
Gli scatti.
Ma alla fine dei discorsi, comunque, gli scatti che sono venuti fuori da questo mezzo pomeriggio di lavoro, con la luce e le condizioni atmosferiche che ci remavano contro e le pupe ostili, sono stati a mio modesto parere splendidi, e certo non posso arrogare tutto il merito di ciò all'avvenenza dei soggetti, per quanto la mia essenza materna ne gongoli a guardarseli e a mostrarli in giro.
Giudicate voi.
Giudicate voi.
Questa foto di Rania in braccio al babbo-fantasma le cui mani emergono dal buio, è da me stata ribattezzata profanamente "Pesce fresco!" (mi perdoni l'autrice); qui sotto invece uno scatto che amo perché vi si vedono brillare gli occhi azzurro profondo di colei il cui nome significa non a caso "guardona" (poeticamente "dal profondo sguardo", o letterale "colei che osserva con attenzione"... fate un po' voi!)
Ed ecco la smorfiosa Mimi!
Beh... per la verità il servizio fotografico originariamente era destinato alla piccola... però mi sarebbe piaciuto infilarci dentro qualche foto di lei che teneva in braccio la sorellina, e per questo fondamentalmente me la sono fatta consegnare dal padre che era andato a raccattarla all'uscita del nido. Manco a dirlo: la foto insieme non è stata possibile causa mancanza di collaborazione dei due soggetti.
Però Mimi è riuscita in poche mosse a rubare la scena alla sorella. Impertinente e dispettosa si rifiutava categoricamente di assecondare le richieste della fotografa.
A vederla da fuori pensavo non ne sarebbe venuto fuori niente, invece è proprio in quello sguardo a metà tra lo strafottente e il candore innocente l'aspetto catturante di queste foto. In quello e nella coroncina di rose, che ne fa una deliziosa elfetta dei boschi sognante e ammiccante.
Grande Isabella che mi ha saputo mostrare Mimi sotto una luce che io finora non avevo mai colto.
L'abilità dei bravi fotografi sta secondo me nel saper interpretare i loro soggetti, e di saperlo fare cogliendo in loro aspetti caratteristici, e in parte anche reinventandoli.
Quello che mi piace quando guardo le foto di Isabella, in effetti è proprio questo: l'acume e la delicatezza nel ritrarre i bambini, il rispetto per le loro particolarità, la sua capacità di cogliere e valorizzare la bellezza non standardizzata dell'infanzia anche in un sorriso sghembo, in un capello fuori posto, in una smorfia impertinente, in un'espressione distratta o in uno sguardo perso, che lascia intuire un pensiero che corre altrove, la voglia di giocare davanti all'obiettivo o un visetto imbronciato.
Se vi piacciono questi scatti potete vederne altri sul sito ufficiale di Isabella Allamandri, o anche visitando la sua pagina Facebook.
Per chi fosse interessato Isabella opera sul territorio di Pisa e dintorni. Le condizioni e i prezzi dei servizi e dei pacchetti sono indicati sul sito nella sezione "listino".
Questo post NON ha intento promozionale ma solo di dare visibilità (nel mio piccolo) all'attività di una professionista di cui apprezzo il lavoro, e NON è stato realizzato dietro compenso pecuniario, né dietro richiesta espressa dell'interessata.
No, ci tenevo a dirlo. E poi ci tenevo a ringraziarla per il suo impegno e la sua disponibilità.
Grazie!
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