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lunedì 30 marzo 2015

Bimba.

E così, bimba, siamo arrivate a questo punto.
Al punto che se ti chiedo: "Quanti anni hai?" tu rispondi già: "Duie!" E fai cinque con la mano.
Al punto che dopo esserti spazzolata la tua coppetta di fragoline con la crema, proclami al mondo: "Ti'ìto!" e con gran solerzia raccogli cucchiaino, ciotolina, ti avvii al lavello e li riponi col garbo proprio dei "duie" anni al suo interno. E poi pretendi di lavarli.
Sì, certo che te lo lascio fare.
Del resto, come dirti no?
Come dirti no quando occhieggi alla lettiera dei gatti, e poi a me, e poi alla lettiera e mi chiedi: "Mamma, tatti cacca, no?" No, non hanno fatto la cacca, i gatti, è pulita. "Posso mamma, posso?" con la tua bellissima, sibilantissima Esse fischiante. Mi chiedi se puoi: come posso dirti di no?
Sì, magari a dirlo in giro alla gente si accappona la pelle, se sanno che ti lascio raspare liberamente con la paletta là dove cacano i gatti, ma tu te ne stai lì, tranquilla e composta, che smuovi la sabbietta e con garbo poi rimetti la paletta al suo posto, ti alzi e proclami: "Ti'ìto!"
Come resistere?

martedì 25 novembre 2014

25 marzo 2013.

La sera prima.

Il giorno in cui è nata Rania mi svegliai presto, alle 5 del mattino.
Mi svegliai con dolori all'addome, crampi sopportabili ma insistenti, che non mi lasciarono quasi alcun dubbio circa la loro natura.
C'è da dire che quella mattina scoccava per me e per la mia non-nata il termine di 40 settimane nette, non un giorno di più, non uno di meno, e forse forse qualcosa mi diceva che la cosa poteva anche accadere, quel giorno.

lunedì 24 marzo 2014

La mia Primavera.

Inaspettatamente, il freddo è tornato, a tradimento, e così le nuvole, la pioggia, il vento, l'uggia e un po' di malinconia.
Primavera ufficiale, e io, ormai, la associo a te.
A te che sei arrivata assieme a lei, un anno fa, ed è già passato un anno...


E già passato un anno, e io, come al solito, mi sento un po' inebetita, un po' commossa, un po' agitata all'idea, e non so spiegarmelo proprio del tutto, questo mio stato d'animo, ma un pochino ci ero preparata, perché ricordo che già una volta è stato così.

venerdì 14 febbraio 2014

Quando lei dorme.

Quando lei dorme la casa finalmente tace.
I gatti si stiracchiano in una macchia di sole sotto la finestra, il frigo ronza e niente più.

Quando lei dorme il pavimento è un campo di battaglia da cui raccogliere mori e feriti. Si ricompone un puzzle lasciato incautamente da una sorella maggiore che ora è a scuola, si infilano nello scaffale una decina di libri cartonati sparsi qua e là, si spazzano via brandelli minuscoli di scottex mezzi ciancicati, e anche i pippoli della pianta grassa in terrazza, prima che il padre scopra lo scempio scellerato.

Quando lei dorme una parte di te dice "No, lascia stare! Prendi piuttosto il libro che hai iniziato qualche giorno fa e vatti a sedere sul primo gradino, finché dura questo bel solicello, ché tanto la casa resta qui buona buona e aspetta che tu la riordini, solo per poi poter essere nuovamente rovesciata su se stessa", l'altra parte di te risponde: "Senz'altro, farò come tu saggiamente suggerisci, dò solo un colpo di scopa. E poi lasciami finire di sciacquare questi due piatti rimasti dal pranzo, e finché dura questo bel solicello, permettimi di stendere questi quattro pannetti che ho lasciato nel lavandino da lavare ieri sera." Lo sai che faresti bene ad ascoltarla, ma ogni volta ci ricaschi, perché quando lei dorme, non si sa come ti convinci che debba durare in eterno.

lunedì 13 gennaio 2014

L'una e l'altra (un'apparente dualità).

Una funziona a carburazione lenta, dorme fino a tardi e si sveglia sempre di pessimo umore. Non vuole che si alzi subito la serranda, indugia a letto e a volte mugola che vorrebbe dormire ancora. Bisogna fare attenzione a come la si avvicina, altrimenti morde, e son dolori per le ore a seguire. Si procede cautamente, per tappe graduali, ed assecondando gli umori variabili e precari.
L'altra si sveglia all'alba, e appena sveglia è già a mille, inizia a vocalizzare e pigolare, cinguetta e gorgheggia, scalpita e freme per iniziare l'esplorazione del mondo intorno, distribuisce pernacchie e sputazzi, rimbalza e molleggia allegra su materassi e pance materne, annaspa tra le coperte finché non ti costringe ad alzarti, con lei. Ma non riesci mai ad arrabbiarti sul serio. Anche se non sono neppure le sei.

giovedì 21 novembre 2013

Lavoro di squadra.

Mimi innalza torri altissime. Rania le butta giù.
Mimi edifica fantasmagorici castelli pericolanti di architravi sospesi nel vuoto, sovraccarichi di cuspidi, ridondanti di guglie e trifore.
Rania li rade al suolo. E disperde i pezzi.
Mimi apparecchia luculliane colazioni sull'erba ipotetica del pavimento di piastrelle; dispone piatti, imbandisce tovaglie, distribuisce porzioni, allestisce coreografie di portate.
Rania agguanta e arraffa, porta tutto alla bocca, sbava e si sdraia nel bel mezzo del pic-nic, portando devastazione e carestia.
Mimi organizza raduni principeschi di personaggi di fiaba, inventa storie, mette in piedi dialoghi, promuove eventi, divulga proclami a tutte le fanciulle del regno.
Rania si presenta non invitata al ballo del re seminando il panico tra i presenti, rapisce Cenerentola e stende Biancaneve con un rovescio. Morti e feriti.

martedì 25 giugno 2013

Un giro di sole: quando tutto ha avuto inizio.


Un anno fa, quando tutto ha avuto inizio, più o meno, non pensavo a te, minimamente.
Tu oggi compi tre mesi: hai cosce con le pieghe, guance da Cicciobello, tantissimi capelli, un nasino alla francese e obliqui occhi grigi.
Hai tre mesi e dici "nghé" alla perfezione. Chiami se ti senti sola, ridi se ti sorridono, tieni su la capocciona tentennando un poco, seria, concentrata. Tu che aggrotti le ciglia, che sospiri nel sonno, che vorresti già stare seduta, che protesti piano, che convivi con la raucedine, che sopporti paziente, che non piangi se non ne hai un buon motivo, che ti addormenti accanto a me, che quando mi vedi scalci, che scruti il mondo con occhi profondi.



Dunque tutto è iniziato un anno fa: 9+3 fa un anno, non ci piove.
Te che non ti aspettavo, te che volevo ma non osavo. Te che ho temuto, te che ho aspettato.
Tu non hai chiesto il permesso, tu che mi hai colta impreparata e pavida.
Tu: sono sicura, me lo sento, stavolta è maschio.
Tu che, ancora, mi hai smentito.
Io che al sesto senso materno non ci credo più.
Io che avevo paura di non farcela.
Io che ho pianto nel letto tante notti insonni, pensando di non farcela.
Io che temevo di non riuscire ad amarti, che mi chiedevo come avrei fatto ad amarti.
Io che ti chiedevo di aspettare, di non farmi scherzi. E tu hai aspettato.
Io che ti chiedevo di essere puntuale, e tu lo sei stata.
Io che ti chiedevo di fare in fretta. E tu. Sei stata bravissima, efficientissima, puntualissima.
Ma quella capoccia lì, che ti ritrovi... 'Cidenti!



Tutto ebbe inizio, dunque, all'in circa un anno fa?
Un anno fa quando preparavo l'esame di arte.
Che la mia mente era altrove.
Che mi immergevo ancora una volta nei libri e ne uscivo distrutta.
Che mi chiedevo dove avrei trovato il mio posto.
Che vedevo crescere mia figlia e credevo di esserne ormai fuori.
Che pensavo di aver archiviato ciucci e pannolini, almeno per un po'.
Che un po' mi piangeva il cuore a vederla crescere sola, e forse allora ti ho pensata, un po'.
E' stato allora che ti sei materializzata?
In quale nicchia tra il rimpianto e il desiderio?



Tu che sei l'evidenza dell'imponderabile, del desiderio represso, della gioia che ti sorprende, a tradimento.
Tu che non mi hai mai avuta tutta per te ma ti accontenti.
Proprio te oggi guardavo, nell'immagine riflessa dallo specchio, di me, che ti tenevo, la testa reclinata sulla tua, e ci ho viste come nel celeberrimo dipinto di Klimt, tu proprio tu, io qualche capello fa.
(Tu che mi hai fatta tagliare i capelli.)
E mi viene da chiedermi come sia possibile non averti amata da sempre, tu che mi sei entrata dentro da subito, o quasi.
Perché i secondogeniti, mi sa, campano un poco di rendita, di quell'amore sofferto che la prima volta hai dovuto costruire a fatica, mattone dopo mattone, spaventandoti a volte nel non riconoscerti più in quella che eri, e che la seconda volta è già lì, pronto per rinnovarsi in un nuovo rapporto.

Un giro di sole: nel tempo di un moto completo di rivoluzione ti sei materializzata nell'immagine che è per me ennesima potenza dell'amore materno. Tu, la bambina del quadro. Io, la mamma innamorata.
In quel giro di sole che è risultato di gravità e centrifuga, attrazione e repulsione, amore e paura, poi, finalmente, ritorno, vita.


mercoledì 24 aprile 2013

Ritmi.


Prendiamo i nostri ritmi.
Questo è quello che rispondo a chi mi chiede come va, come sta andando.
Il fatto è che non mi capacito che stia andando fin troppo bene.
E non mi fido.
E allora aggiungo: "Non vorrei parlare troppo presto, ma...", "Ora non vorrei tirarmela ma...".
Ma sta andando bene.
Malgrado la varicella, e il tiramoccio, e le due settimane a casa dal nido, e la pioggia, che ora lascia il posto ad un tempo squisitamente primaverile.
Oggi l'aria è tiepida e ho messo Rania a dormire sul terrazzo.
Ho scoperto che dorme meglio fuori che dentro, forse cullata dal rumore di background del vento, delle foglie, degli uccelli, e del traffico in lontananza.
La metto lì e me la scordo.
Poi ogni tanto la sento che squittisce o pigola, vado a vedere e la trovo che sta sognando.
I suoi ritmi sono lunghi e regolari.
Mimi è tornata al nido questo lunedì.
In due settimane ci siamo sparate un'overdose di film della Disney.
Io assidua al mio compito di addetta alla puppa, ne approfittavo per addormentare "l'altra".
Lei dimentica del mondo circostante imparava battute a memoria e diventava di volta in volta Lady Marian o la mamma dei gattini...
Ora è Peter Pan.
Per quanto ritenessi la versione Disney della storia oltremodo noiosa e vetusta, ho comunque acquistato il DVD durante un fulmineo blitz alle Poste-shop per adempimento di pagamenti vari, perché lo sapevo che tanto al mio ritorno mi avrebbe chiesto: "Mamma, coda mi hai portato?"
Da allora non abbiamo visto altro che Peter Pan.
Mi chiama "Mia fatina!", che è anche piuttosto esilarante già di per sé, senza bisogno di confrontare le nostre stazze per rendersi conto che la mia non è debitamente proporzionale a quella dell'eterea Trilly...
Ma comunque la mattina la porto all'Isola-che-non-c'è, dopo aver lasciato la fatina piccola al babbo-di-Wendi-che-si-allabbia-semple.
Saliamo sul galeone dei pirati e Peter dà il comando: "Polvere di fata!"
E così voliamo al nido.
E lei dà un bacio alla sua fatina e si avvia, poi si volta e dice: "Vieni tu a prendermi, mia fatina?"
E io dico: "Sì, Peter. Vengo io".
Perciò ora scusatemi: ho un appuntamento all'Isola-che-non-c'è.



mercoledì 17 aprile 2013

Presentazioni.

Come al solito sono una gran cafona.
Mi capita sempre, eh! Che quando sono in compagni di qualcuno, tipo di un amico, e incontro qualcun altro, tipo un altro amico, e i due non si conoscono, mi fermo magari a parlare mezz'ora, e solo dopo aver chiaccherato amabilmente tra loro, ignorando i reciproci nomi e ruoli, i due alla fine si rassegnano: "Io comunque sono Tizio..." "Piacere, io sono..." Perchè io puntualmente non li presento.
Non lo faccio con cattiveria, né per gelosia, né per altro sentimento malevolo, sia chiaro, ma solo per rincoglionimento.
E cafonaggine aggiungo.
Ci credete?
Beh, chi vuole crederci lo faccia.
Tutto ciò per dire che l'ho fatto anche stavolta: ho saltato le presentazioni, e sono passata subito alla fase successiva, quella dei miei post sfasati in cui elenco a casaccio persone ed eventi dando per scontato che uno li debba conoscere.
Diciamo che l'ho fatto per esigenze di tempo, e mancanza di concentrazione necessaria a scrivere un post decente di presentazione, e mancanza di coordinazione bioritmica delle mie due pargole, che mi hanno reso assai difficile il proposito di dedicarmi seriamente a queste pagine...
Ma la faccio finita, ché se no non concludo nulla neppure ora, e ci provo, a fare una presentazione come si deve, anche se mi sento molto fuori allenamento, e se non dormo sodo una notte di fila da un po', e anche se nel frattempo tendo l'orecchio ai rantoli di lei che provengono dalla carrozzina accostata qui a fianco, quella che fu di Mimi, e che ora circola di nuovo per casa, inchiodandosi contro stipiti di porte e incastrandosi tra il tavolino di legno dove Mimi realizza le sue opere d'arte e il cumulo di scarpe di Hasuna, incarnando i desideri più irrealizzati dei gatti, che puntualmente ci riprovano, a farne il loro giaciglio, ma vengono malamente dissuasi e frustrati in questa loro inconfessata aspirazione.

L'abitante della carrozzina.
Colei che ha fatto saltare tutti gli equilibri umani e relazionali di questa casa, probabilmente spingendoci a migliorarli, e comunque rendendo necessario un ridefinirli.
Colei che ha reso urgente un ennesimo resetting delle nostre vite, e anche un parziale refreshing abitativo, ancora in fieri per la verità, portando ancora una volta sull'orlo del baratro esistenziale la mia autocoscienza, costringendomi a cercarmi in una nuova identità, perché in quella vecchia non riesco più a riconoscermi, e quella che sono ancora non so... e tu che pensavi che ormai il grande salto l'avessi fatto quando sei diventata mamma la prima volta. E invece eccoti qua ancora che stenti a raccogliere tutti i fili, spiazzata dalle tue emozioni, disorientata da una vita che non c'inzerta più con quella vecchia, con i ritmi che avevi preso, con i tempi e le cose che facevi per riempirli, con i tuoi propositi a breve e a lunga scadenza.
Tergiversi, intanto, e ancora non hai iniziato a parlare di lei, ma solo di te, e ancora una volta sei scivolata dalla prima alla seconda persona, nel riferirti a te stessa, indizio evidente del tuo attuale smarrimento d'identità...

La prima volta che l'hai vista hai pensato: "Ammazza, che capoccia! E ci credo che mi so' fatta un mazzo tanto per farla passare da lì sotto!" Più o meno, ma la prima frase l'ho proprio pensata para para: "Ammazza che capoccia!"
La prima cosa che ho visto è stata la sua capoccia, bella tonda e liscia di capelli neri, ben spartiti a ciocchette sulla fronte, paonazza per lo sforzo o forse per la contrarietà di esser stata così brutalmente sfrattata dalla sua conca di comfort e oblio, bruscamente espulsa in un mondo fatto di stimoli per lo più fastidiosi, e mani che ti prendono, e luci che ti abbagliano, e voci che ti confondono...
Poi me la sono presa con calma e ho provato a conoscerla meglio.
Ho scoperto che non era semplicemente un doppione di sua sorella, l'incarnazione inquietante di un mio deja-vù esperienzale, un temporaneo lapsus della memoria.
Lei era una persona nuova, con sue attitudini e peculiarità caratteriali già parzialmente definite, evidenti all'occhio di una mamma, sia pure la più rinco, quale io mi ritengo, almeno quanto evidenti sono le differenze che ho riscontrato nella sua fisionomia, che a un primo sguardo mi richiama tanto quella di Mimi neonata.
Le orecchie tonde anzicchè a punta, da elfetto, come le aveva Mimi, le ciglia sottili e quasi invisibili, le guance e la pappagorgia da bambolotto pacioccone, contro la precisione miniaturistica dei lineamenti fini di Mimi, che sembravano dipinti dal pennello sottile di un artigiano sul volto impeccabile di una bambolina di porcellana...

Lei spalanca strani occhi grigi e senza ciglia e ti scruta seria, ché sembra ti interroghi, o forse solo che cerchi di capire il senso del tuo stare là, e del suo stare qua, o forse solo che ti dica: "Eccomi, conosciamoci. Tu sei mamma, giusto? Io sono quella della pancia, quella per la quale hai già perso tante notti insonni, che ti ammaccava le costole, che ti costringeva lo stomaco trasformando in bruciori e reflusso ogni tuo pasto, e finanche il tuo più esiguo spuntino. Sono quella che sentivi gli ultimi tempi traslocare da un lato all'altro del tuo utero con grandi stravolgimenti di addome. Sono quella. Mi riconosci? Io ti riconosco."
Perché quando lei ti guarda ti senti riconosciuta, e quasi sgamata.
E rimani a chiederti cosa mai starà pensando dietro quella fronte aggrottata, quando poi alla fine socchiude gli occhi e la vedi che medita, medita, talvolta appoggiando la mano al mento, ché lei, signori, è una gran pensatrice, oltremodo riflessiva, una filosofa, forse, chissà. Medita e gesticola, che pare stia provando tra sé un'orazione, atteggiando il volto a una serie ininterrotta di espressioni mimiche di rara intensità.

Lei per lo più è tranquilla, e raramente si lascia andare a scenate isteriche o ad immotivati explois vocali. Non sbraita, pigola. Protesta al limite, se è contrariata da qualcosa, soprattutto se le sue rimostranze vengono a lungo ignorate.
Per esempio detesta stare nuda. Ma è paziente, e aspetta di venir spogliata, cambiata e lavata all'occorrenza. Collabora perché ha capito che è un fastidio a breve termine. Perde la pazienza solo se la cosa si prolunga più del dovuto.
Si gestisce abbastanza in autonomia in fatto di mangiare e dormire. Ha imparato presto e bene  l'utilizzo e il funzionamento della tetta, è paziente e si impegna a fondo quando non si ritiene soddisfatta del rancio, senza inutili proteste e rimostranze, allora, si concentra e ci dà giù di suzione con una costanza e un'energia ammirevoli.
Dura cosa la lotta per la vita: procurarsi il cibo è un lavoro che sfianca, e non parliamo della digestione... e dell'evacuazione! Eppure lei dimostra anche qui un non comune stoicismo nell'affrontare le rognose coliche neonatali. Un po' di lamenti, qualche ué-ué, ma poi la vedi al pezzo, concentrata, determinata, focalizzata sul problema, aggrotta le sopracciglia e... parte lo scorreggione. E poi relax.

Non ha preferenze in fatto di musica, ma non le piace il silenzio. Per ora dimostra di apprezzare molto melodie soffuse, flauti irlandesi, arpe new age e tollera fin troppo le strida e gli schiamazzi della sorella maggiore, che non ha alcun riguardo per i suoi stati di sonno o di veglia. A quanto pare ama la compagnia, e non disdegna le occasioni di vita sociale.

Pare proprio non abbia difetti... se solo dormisse un poco di più la notte!

Signori e signore, ecco a voi: Rania.