venerdì 8 luglio 2011

Un piccolo passo...

Mangiare.
Ovvero: mangiare da sola.
Scegliere dal piatto il pezzetto di pietanza che in quel momento ti ispira di più...
 ... portarlo alla bocca avendo cura di centrare il bersaglio, mica facile!
 ... poter guardare la mamma dicendole con gli occhi: "Hai visto che ci riesco anche se tu non mi imbocchi?"
 Impugnare il cucchiaio come una cazzuola...

 ... e fare proprio come hai visto fare a loro tante di quelle volte, che alla fine anche uno scemo avrebbe capito!
Non capisco perché aspettare tanto: io era da più di un mese che ero pronta!

Ma soprattutto: niente più minestrine, pappine liquide, frullati di verdure e tacchino, ore e ore a far bollire il brodo, quando fuori fanno 40°C all'ombra e la casa è già un forno di per sé. Poi tutta la trafila per farla raffreddare con lei che strilla che ha fame, poi strilla perché "Ahi ahi!", ma pupa, che dici, non è ahi-ahi: è appena tiepida! Ma lei continua imperterrita, mastica e sputa, come nella canzone di De André, prende il piatto termico con ventosa che non fa assolutamente presa e tenta di scaraventarlo di sotto in un impeto d'ira. E finirà anche oggi per mangiare le solite cose: creckers, mozzarelline, stracchino, banane, quello-che-c'è-nel-piatto di-mamma...
A che pro continuare questa penosa pantomima?
Era una sofferenza per entrambe (ma soprattutto per me!).
Mamma ha detto basta.
Sì, lo so che i pomodori non vanno ASSOLUTAMENTE dati prima dell'anno (perché se no che succede? Boh, nessuno me l'ha mai spiegato). Lo so che alcuni alimenti sono terribilmente allergenici, ma se finora non le han dato allergia...
Insomma, come al solito finisco per chiedermi se non sono una madre assolutamente inaffidabile e irresponsabile (ricordate? Colei alla quale non lascereste MAI vostro figlio!), oppure se non sia più giusto tenere le indicazioni (tra l'altro mai conformi le une alle altre) che ti danno pediatra e manuali, solo come vaghi riferimenti passibili di interpretazione, destreggiandoti come meglio ti riesce tra quelle e le richieste di tuo figlio.
Mi sarebbe molto più facile, come scrissi in un commento ironicamente qualche tempo fa, addurre a  questa "anarchia del cibo" il pretesto della presa di posizione, che fa molto più figo, e poi, se sotto ci sta un metodo pensato, e ancora meglio se c'è pure chi ci ha scritto un libro a riguardo, qualsiasi scelta appare più giustificabile.
Dunque, a questo proposito, avevo citato, ammettendo di non averlo mai letto, il libro "Io mi svezzo da solo", di tal Lucio Piermarini, che ora va diffondendo l'originalissimo, avanzatissimo pensiero che, riguardo allo svezzamento, la meglio è lasciar fare i figli un po' di testa loro (facciamo un po' come cazzo ci pare! Come nella casa delle libertà!). Caspita! Dopo averci infarcito il cervello di tabelle nutrizionali, tempi di inserimento degli alimenti, creme di cereali miste, averci costretto a imparare il significato del termine "farina di tapioca", ecco che si scopre che erano tutte boiate!
Ecco: questo il mio scettico primo pensiero a riguardo. Perché, non per vantarmi, ma la Suster ci poteva arrivare anche da sola, anzi, si può dire che era già passata alla pratica saltando a piè pari la teoria, e però lo faceva un po' di nascosto, con latente senso di colpa e omertà su questo misfatto nei confronti di chicchessia, perché non dovesse passare per l'ennesima volta come la madre degenere e pressapochista.
Si sa: io sono sempre stata quella che non riesce a seguire una ricetta dall'inizio alla fine, perché si accorge troppo tardi di mancare di uno o più ingredienti cruciali, di teglie del diametro giusto, o di non avere il tempo sufficiente a far riposare il composto per 36 ore in frigo, e quindi vario, mi arrangio, sostituisco maizena con fecola di patate (che differenza vuoi che faccia), le zucchine alle carote, il latte alla panna, oppure mi discosto volontariamente dalla ricetta originale, perché la tentazione è più forte di me di "sperimentare". Non sempre il risultato è eccellente, ma spesso sì, e questo mi inorgoglisce non sapete quanto.
Quindi, lasciatemi spiegare, non è che io sperimenti su mia figlia i miei soufflé di zucchina sui generis, era solo una metafora. Il fatto è che, similmente alle ricette culinarie, mi approccio alle prescrizioni del nostro scrupoloso pediatra, prendendole con beneficio d'inventario.
Lei da più di un mese ha manifestato la chiara e decisa volontà di spaziare nell'universo dei sapori, oltre le sue insipide pappine monocolore (cacchina diciamo), e questo desiderio è stato per circa un mese più o meno frustrato, anche se poi ci scappava il pomodorino sottratto dal frigo nella frazione di secondo in cui la mamma apriva lo sportello dell'elettrodomestico per riporvi il piattino della pappa intonso, e lei era già lì accanto, lesta ad allungare la mano. Che fare?
Io le ho dato la possibilità di provare.
Ma tornando al libro, grandissima risorsa per la mia autoapologia, che non so se si dica così, malgrado lo scetticismo iniziale, mi ci sono poi imbattuta gironzolando blog blog, precisamente qui, e mi son letta un po' meglio di cosa si trattava. Superfluo dire che, come tutti gli scetticoni, i San Tommasi, e via dicendo, una volta vinte le riserve di partenza, mi sono ritrovata nel novero dei più ardenti sostenitori e dite pure fanatici della teoria del signor chissachié Piermarini.
Magari date un'occhiata, mamme alle prese con lo svezzamento, per capire meglio ciò di cui sto parlando.
In ogni caso, poiché sono come sempre dispersiva, vi faccio un po' il punto della situazione dell'epopea alimentare secondo Suster.
  • Il trauma della prima pappa. Ditemi voi perché. Perché infliggerci e infliggere questa croce al quarto mese di vita del bambino, quando quello a mala pensa si riesce a tenere seduto dritto e sprofonda nel suo enorme seggiolone, miscelare farine dai nomi misteriosi col brodo accuratamente filtrato di eventuali residui di carote e patate e inquietanti polveri di tacchino sigillate in comode fialette monoporzione, impazzire cercando di venire a capo della giusta misura di densità, combattere con gli inevitabili grumi, tribolare con cucchiaio e bavaglini, esaurirsi a suon di urla disperate di lui/lei che reclamano con forza il legittimo biberon/tetta e invece gli viene propinata quella sbobba? Ha senso forzare il bambino che dimostra di non essere ancora proprio consenziente a un passo a cui magari tra un altro mesetto o due sarà lui a chiedere di fargli compiere, per poi rifilargli surrogati di cibo che certo natura non ha predisposto per esser tali? Se a questa età denti ancora non ce n'è un motivo ci sarà pure: ci avrà pensato l'evoluzione della specie, no?
  • Si prende il via. E tutti sono più felici, soprattutto la mamma, che coscienziosamente parte con la graduale introduzione di alimenti nuovi, finché... non ci prova con la cipolla e tutto va a puttane. Dico cipolle perché a me è capitato per colpa della cipolla. Un brodo con l'aggiunta di cipolla, porzionato e surgelato nei suoi bravi barattoli, ha dato il via ad un'ondata di rifiuto poi non più arginabile, malgrado l'eliminazione del tubero dai successivi brodi, il tentativo di variare dimensioni e qualità della pastina, l'ulteriore vano tentativo di correggere il nuovo sapore non proprio gradito con aggiunta di alimenti più appetibili. Niente: è partito lo sciopero della pappa. C'è da dire che questa povera pupa erano 6 e più mesi che ingurgitava ogni giorno, pranzo e cena, sempre la stessa roba onnicomprensiva. E l'educazione al gusto? E la manipolazione del cibo? E la scoperta delle diverse consistenze e qualità dei diversi prodotti? Quindi credo che la cipolla sia stato solo un pretesto per dar sfogo ad un'insoddisfazione papillo-gustativa latente di mia figlia.
  • Tenere il punto. Che fare? La brava mamma non si smuove dalle sue posizioni. O mangi questa minestra... letteralmente. La mamma tipo Suster cede. Sistematicamente. Ok, questo non lo vuoi, ma ti protendi spasmodicamente verso il pane che troneggia bello in mostra sulla tavola apparecchiata della cena? To', assaggia. E alla pupa piace. Vuoi assaggiare una melanzana dal piatto di mamma? Ecco. E alla pupa non piace, e non me ne chiederà ancora. Ovvio: qui occorre operare una logica limitazione; è chiaro che la bistecca di manzo alla griglia non la farò assaggiare alla pupa, la quale non ha ancora ricevuto gli strumenti adatti alla sua riduzione in poltiglia, ma perché no la scaloppina di pollo farina e limone? E' chiaro che non ne mangerà mezzo chilo, ma giusto qualche pezzettino. Che danni irreversibili potrebbe causare al suo piccolo organismo? Fatto sta che la pupa, notoriamente coriacea, finora non ne ha riportati.
  • Co-eating. Tranquille, mamme: non è l'ultimo brillante termine coniato e traslato dall'anglosassone, che fa sempre figo, per raccogliere al suo interno un'intera teoria pedagogica legata alla nutrizione. E' solo un altro esperimento susteriano, coniato su imitazione del co-sleeping, riassumibile in questo: mangiare insieme.

 Il piatto di mamma accanto al suo, lei che spizzica di qua e di là...

... che fa i suoi intrugli mischiando i vari cibi, che ogni tanto allunga la mano stringendo nel pugno il suo bel pezzo di melone stracchinato, intiepidito nel piccolo palmo e mezzo ciucciato e dice: "Mamma, aahm!". E io che devo fare secondo voi? Mi lascio imboccare, ovvio! Un melone così non l'avevo mai assaggiato prima, e che soddisfazione dare da mangiare a mamma!
 Studiare il cibo...
 ... e infine farcisi pure lo shampoo!
(Non ce ne sono tantissimi di ritrovati commerciali tipo "balsamo all'estratto di melone e papaia verde"?)

E vi dirò, da quando ho adottato questa politica:
  • io mi esaurisco meno;
  • la pupa è meno isterica e più felice;
  • la pappa è un momento piacevole e rilassante, finanche divertente e di interscambio;
  • i brodi non surriscaldano più la casa, ma ci pensa il sole di luglio;
  • il freezer non è più intasato di barattoli pieni di passati di verdure surgelati;
  • io mangio meglio, perché mi tocca adeguare la mia dieta alle sue esigenze (niente soffrittini, ma solo pasta con le zucchine lesse, per esempio, sale con parsimonia);
  • lei staziona a lungo nel seggiolone mentre io sono libera di scorrazzare intorno e rigovernare senza che mi si attacchi al polpaccio urlante modello sanguisuga;
  • maggior libertà di movimento: mangiare fuori? Sì, perché no?
  • meno tempo per preparare pappa: cucino per me e per lei insieme;
  • niente tritaverdure azionato di notte dopo averla messa a letto, perché lei se no ha paura;
  • meno spreco di cibo e tempo-energie per cucinare roba destinata a finire nel water dopo due giorni di tentata somministrazione;
  • lei si autoregola: quando è sazia, semplicemente smette di mangiare, senza che io la forzi involontariamente infilandogli ancora due o tre cucchiai di pappa in gola giusto per finire il piatto;
  • credo che con questo caldo anche voi abbiate più piacere nel mangiare frutta fresca e mozzarella e pomodori, piuttosto che minestre di verdure: mi sembra legittimo che anche per lei sia così;
  • i denti sono fatti per masticare. Lei ne ha cinque e vuole usarli. State tranquilli che non è mai accaduto che si strozzasse con un pezzo di pasta o di albicocca.
Ecco: questa la mia apologia del giorno.
E ora, tanto per essere sinceri fino in fondo, vi faccio tre confessioni che riguardano unicamente la mamma:
  1. non so come sia accaduto, ma sono passata a bere caffè istantaneo! A proposito di cibi genuini. Oh, ma è così comodo da preparare....
  2. non ho ancora rinnovato la patente che mi è scaduta il 30 maggio. Poco male. Se non che riflettendo sulla mia età e sul tempo, mi è sorto un dubbio, sono andata a controllare ed ecco: è scaduta il 30 maggio sì, ma del 2010! (L'anno scorso di questi tempi avevo ben altro per la testa!) Ormai giorno più giorno meno, che differenza fa?
  3. Nel tentativo maldestro e più volte frustrato di sturare il bidet, ci ho buttato dentro fiumi di disgorgante, contribuendo non poco, temo, all'inquinamento idrico del pianeta. Aiuto!
E ora valutate voi se è il caso di ascoltare i consigli di una così!

mercoledì 6 luglio 2011

Piccoli passi.

Un piccolo passo per l'uomo, un grande passo per la pupa.
Ecco come volevo intitolare quest'oggi. Ma poi mi son detta: meglio lasciare le idiozie fuori dal titolo, che poi mi becco gli accidenti dei ricercatori su Google interessati a tutt'altro.

La pupa fa piccoli passi, e non sto parlando solo di passi mataforici.

Pupa, della tribù dei Piedineri.
Eh, per ora sono solo passi accompagnati dalle mani della mamma, ma sempre più spesso la vedi che tenta esperimenti di equilibrio.
Fa così: si bilancia bene sui piedi, si drizza sulle ginocchia, poi, come chi si appressa ad eseguire un numero da circo spettacolare, molla la presa con le mani dal punto di appoggio, drizza anche la testa e ti guarda, sguardo a metà tra la sfida e l'aspettativa di plauso.
E se il messaggio non è ben chiaro, ti invita pure a batterle le mani, battendole lei per prima, come il tizio che anima il pubblico nei programmi televisivi, anche se questo esercizio poi contribuisce non di rado a farle perdere l'equilibrio.
Lei comunque continua a gattonare.
Adora le scale: sono state il suo sport preferito durante la permanenza a casa della nonna.
E a proposito, casa di nonna è stato teatro di tuta una serie di piccoli passi, anche metaforici stavolta, verso l'acquisizione di una maggior autonomia. Così, all'improvviso, si dorme, si mangia, si viaggia, si gioca, si comunica in maniera nuova.
E a volte mi viene da pensare, quando la guardo compiere queste prodezze: "Ma tu, da dove accidenti sei uscita?
Perchè io non la conoscevo nemmeno, un anno fa, questa persona, e ora è qui, così familiare, così indispensabile al mio quotidiano, ché mi aggrappo a lei come all'unica cosa che sia in grado di dare un senso a queste mie giornate sfasate, senza obiettivi, senza dei ritmi fissi che le scandiscano...

Va be', ma parlavo di lei, che ha quasi un anno, e una personalità che a me ne basterebbe la metà per sentirmi forte, e ascolta e impara e ripete tutto, vigile, e mi insegue per casa trascinandosi dietro le scarpe (le mie!) che sono la sua passione (accidenti, da chi l'ha presa questa? Non da me, certo), e pretende che io me le metta. Scarpe indossate solo una volta in vita mia e poi archiviate nella loro originale scatole di cartone, lei le riesuma.
"Ecco, mamma, oggi mettiti queste".
E io lo faccio, solo per farla contenta.


 
 


Cosa non si fa per i figli.
E ancora mi viene da dirle: "Ma tu, da dove caspita sei uscita fuori?"


(Master, dando un'occhiata allo schermo del pc: "Ma la vuoi finire di fotografarti i piedi? Mi sembri psicopatica! Feticista, come si dice?"
"E' il dovere di cronaca, Master, il dovere di cronaca".)

Avevo iniziato con la seria intenzione di annotare i piccoli passi compiuti da pupa negli ultimi tempi, ma... Non mi regge la concentrazione, oggi. Non sono in vena, non mi sento ispirata. Languo a tapparelle chiuse, e aspetto lei che si svegli con il petto di tacchino a stufare al vapore nella pentola del couscous, per lei.
Porzionerò. Non il tacchino. I passetti della pupa. Passo passo. Giorno giorno. Abbiate pazienza. A volte mi sovviene la vanità del tutto. Perdo il senso di ciò che faccio e perdo il filo.
Ne esce roba tipo questa. Meglio chiuderla qui. Passo e chiudo.


martedì 5 luglio 2011

E Dio creò il gatto.

Rosina Wachtmeister.
Quando il dio di tutte le cose, al termine del quinto giorno, ebbe finito di creare tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie, ed ebbe constatato che era cosa buona, e li ebbe benedetti, e li ebbe esortati ad essere fecondi e a moltiplicarsi riempiendo le acque dei mari e i cieli, si sentì un tantinello provato, e decise di rimandare all'indomani la creazione degli esseri viventi che avrebbero popolato la terra, compreso quel gran figlio di una buona donna dell'uomo, che già sapeva, essendo lui al corrente già del futuro come lo era del presente e del passato, gli avrebbe dato del buon filo da torcere.
E fu sera e fu mattina.
Il sesto giorno, di buon'ora, il dio di tutte le cose si svegliò e la prima cosa che disse fu: "La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie". Ché non si preoccupava di essere ripetitivo quando parlava, lui, non essendoci ancora nessuno ad ascoltarlo, e inoltre ben sapendo che il proprio verbo si faceva istantaneamente carne, e che quindi doveva stare ben attento a quel che diceva, avendo cura di specificare ogni volta i dettagli, onde evitare che le cose si concretizzassero in maniera non contemplata, e fugare ogni possibilità di equivoco.
E dopo aver constatato per l'ennesima volta che era cosa buona, ed essersi fregato le mani soddisfatto, quasi quasi si accingeva a fare l'uomo, a sua immagine e somiglianza, ché non ci aveva dormito quasi la notte, a pensare a come l'avrebbe fatto tribolare Adamo, e poi suo figli Caino, e non voleva nemmeno pensare a quante rogne gli avrebbero procurato, tra tanti e tanti secoli Giuda, san Tommaso, Maometto, Martin Lutero, Galileo, Marx, Darwin e Don Camillo, sempre lì a domandare, a domandarsi, a fare ipotesi, a scombinare le carte, a rivelare verità scomode, a voler stravolgere tutto l'ordine che lui ci aveva messo giorni e giorni a stabilire.
E quindi, un poco sfiduciato, e ancora non del tutto convinto che quel che stava per fare fosse davvero cosa buona, decise di concedersi una pausa, premurandosi di fare in modo che questa cosa non si sapesse: non l'avrebbe certo rivelata ai suoi biografi, quando avrebbe dettato le Scritture.
Si sedette un poco accaldato all'ombra di un bel melo in fiore, colse un grosso pomo, ché tanto nel paradiso terrestre tutti gli alberi erano perennemente in fiore e in frutto, e si fece un po' d'aria con qualche foglia di un vicino fico, mentre rimirava tutta quella bellezza che aveva appena creato.
Allora, tutto era pronto per iniziare il grande spettacolo della storia. La terra sembrava proprio piena al punto giusto: non mancava proprio niente?
Il dio di tutte le cose a quel punto non voleva commettere gaffe. Non è che poi gli saltava in mente che si era scordato qualcosa e gli toccava aggiungere a cose fatte, che poi ci faceva pure brutta figura, e non voleva dare all'uomo l'opportunità di esser colto in fallo.
Ma insomma, faceva caldo e lui non riusciva a concentrarsi bene, ché il sole era nuovo di pacca e funzionava da Dio! Ah ah! Ogni tanto al dio di tutte le cose capitava di ridere da solo delle sue battute, d'altronde, con chi avrebbe potuto farlo, se no?
Dunque riepiloghiamo: ci son due coccodrilli ed un orangutan (ma perché mai ne avrò creato uno solo? Mah, mi toccherà anche stavolta tirargli fuori una costola per creare l'esemplare femminile: ci casco sempre!), due piccoli serpenti, un'aquila reale (ci risiamo! Promemoria per me: tirare fuori una costola pure all'aquila per creare esemplare femmina), il ratto, il topo, l'elefante... pure i due liocorni ci sono (che spreco, quelli creperanno nel diluvio universale: lo sapevo io che non dovevo fidarmi di Noé!). Insomma, per farla breve, il dio di tutte le cose passò in rassegna l'intero regno animale appena creato: non gli sembrava mancasse nessuno all'appello, eppure provava una strana sensazione di incompletezza, e non si sentiva soddisfatto.
Mentre così meditava, si ritrovò tra le dita qualche pezzetto di argilla avanzato dalle precedenti creazioni, e prese a giocherellarci sovrappensiero.
Gli avanzava un poco di cielo di notte, perché tutte quelle stelle che ci aveva messo dentro ne avevano occupata una buona porzione, ed ora non sapeva più che farci, con quei coriandoli di cielo rimasti. Qualche fetta di luna, perché non aveva calcolato che quella non rimane piena che un solo giorno al mese, e quindi, ritaglia ritaglia ritaglia. Alcuni guizzi di fuoco, perché giudicò non fosse prudente lasciarne in giro troppo, e dopo aver stipato tutto quel magma sotto la crosta terrestre, davvero, non sapeva più dove metterlo. Diversi ritagli di pelliccia di alcuni animali. E poi un po' di nero, un po' di bianco, un po' di rossiccio, un po' di grigio, un po' di paglierino, un po' di argento per colorarle. Aveva distribuito in maniera buona e giusta qualità specifiche ad ogni creatura della terra, del cielo e dell'acqua, ma anche in questo caso, qualcosa qua e là gli era avanzato: furbizia, agilità, ferocia, mansuetudine, discrezione e gentilezza, socialità e indipendenza, orgoglio e ruffianaggine, lealtà e malizia, pigrizia e destrezza. Tante qualità così discordanti e contraddittorie che disperava di riuscire a metterle insieme in un solo essere.
E poi, a pensarci bene, la spazio sulla terra era praticamente esaurito, quasi al completo, con una densità abitativa soddisfacente, se consideriamo che si era appena agli inizi, e che molte giovani famiglie avrebbero presto desiderato degli eredi. Meglio non creare già da subito il problema del sovraffollamento. Ecco, per esempio gli sarebbe piaciuto creare qualcosa che somigliasse alla tigre, della quale si riteneva molto soddisfatto: ragazzi, che portamento! Che stile, che fauci! Che mantello! E però era ingombrante, questo lo sapeva bene. E poi, meglio non abbondare con questi grandi predatori, che mantenerli è impegnativo. Quindi basta: niente più leoni, orsi, giaguari, lupi, ghepardi. Se proprio doveva creare qualcosa, che fosse piccolo e facilmente porzionabile, ché la terra non era nemmeno riempita in maniera uniforme,  ma presentava tante piccole lacune qua e là.
E più ci pensava meno ne veniva a capo, perché adesso gli sembrava che anche il cielo fosse un po' poco popolato. E però di uccelli non ne poteva più! Non sapeva neanche più cosa inventarsi: ne aveva fatti di ogni foggia e dimensione. E quelli acquatici, e quelli migratori, e quelli rapaci, e quelli notturni, e quelli corridori (in verità non ne era molto contento, sperava quasi che si estinguessero presto), e persino al polo sud ce ne aveva messi. Aveva provato a infilarci pure un mammifero, ed era venuto fuori il pipistrello, ma anche in quel caso non era stato proprio soddisfatto del risultato: era schivo, si rinchiudeva nelle grotte di giorno e usciva solo all'imbrunire; svolazzava tutto storto, senza riuscire a tenere una traiettoria che fosse una. Era anche piuttosto inquietante, ma lasciamo stare.
Insomma, pensa che ti ripensa, il dio di tutte le cose non si rendeva conto, ma andava modellando una figura nella creta, perché tutto quello che pensava si imprimeva in automatico nella materia e le dava forma: non dimentichiamo che era il dio di tutte le cose, e a lui bastava il pensiero per creare.
Quando finalmente il dio di tutte le cose tornò in sé e gettò un'occhiata sulla statuina di creta che stava prendendo forma dai suoi pensieri, si dette una gran manata sulla fronte ed esclamò: "Ma certo! Come ho fatto a dimenticarmi il gatto?".
E fu così che nacque il gatto, che era piccolo e c'entrava da tutte le parti. E il gatto era agile e pigro, scostante e sornione, allegro e tenebroso, testardo e lunatico, implorante e altezzoso, solitario e amante della compagnia, autonomo e assillante, guardingo e sollazzone, tutto questo insieme, infilato in un piccolo spazio.
E siccome era fatto di tutti i ritagli di creato che erano avanzati, era impenetrabile come il buio, leggero e fuggevole come un soffio di vento, silenzioso ed enigmatico come la tenebra, e aveva il pelo lucente ed elettrico come un brillare di stelle nel cielo di notte, il passo impalpabile e velato come la nebbia che si posa senza produrre rumore, le pupille come spicchi di luna, che penetravano l'oscurità, e gli occhi come pietre e metalli preziosi, oro, smeraldo e lapislazzuli, che celavano arcani insondabili e rifrangevano la luce nella notte.
E sfoggiava un mantello di mille e mille colori, sfumature e fantasie, infatti poteva essere tigrato, screziato, picchettato, maculato, tartarugato, melange, smoke o colourpoint, che non lo so nemmeno io che cosa significhi, e non credo che lo sapesse all'epoca nemmeno il Creatore, il quale si era limitato a comporre in un puzzle tutti i ritagli residui, e quindi il pelo era a volte raso, altre volte fitto fitto, morbido come bambagia, lungo e folto quando utilizzò la criniera avanzata delle leonesse, che gli erano sembrate più carine senza; ma poi, ahimè, ci fu pure qualche gatto che ne rimase privo, nudo nudo, e il dio di tutte le cose un poco se ne dolse, ché il risultato era piuttosto misero e grottesco, ma è che aveva esaurito tutti i ritagli di pelliccia altrui. Che vuoi fa'?
Il gatto camminava sulla terra, ma la toccava appena con la punta delle zampe a spillo e sembrava spiccare il volo quando balzava d'improvviso in cima a una roccia, e sembrava avere uguale dimestichezza con l'aria che con il suolo, perché era fatto un po' di tutti gli elementi, e non vedeva ostacoli lungo il suo cammino, ma proseguiva incurante, balzando di palo in frasca; sapeva arrampicarsi rapido sul tronco degli alberi perché aveva artigli retrattili come la marea, e si appollaiava in cima, tra i rami alti, nascosto dal fogliame, perché spesso era schivo e mutevole, come le fasi lunari; altre volte invece guizzava veloce come lingue di fuoco, che anche quelle erano servite per forgiare la sua indole, e per questo il gatto non ama l'acqua, anche se si muove liquido come rivoli che scorrono via frusciando giù per una china, ma preferisce lisciare il manto di polvere di stelle e scintille, raspandolo da sé con la lingua, ruvida come la pomice, che al Creatore era avanzata in discreta quantità a causa di un problema di fuoriuscita di magmi che non era riuscito ad arginare nei primi tempi della creazione.
E per finire la voce. La voce del gatto era dolce e mielosa, come il nettare dei fiori, ma all'occorrenza sapeva diventare un urlo spaventoso da drizzare tutti i peli delle braccia, simile al fischiare della bufera tra gli spiragli delle spelonche. Quando poi il gatto era felice e soddisfatto, faceva vibrare le corde vocali emettendo un suono arrotondato con la gola, simile al borbottio dell'acqua quando sobbolle dal fondo delle sorgenti termali, ronfando di goduria come se la gode chi, appunto, sperimenti una di quelle rilassanti e salubri immersioni.

"Finito! Un bel guazzabuglio sei tu, gatto!"
Disse il dio di tutte le cose prima di alitarci dentro il suo soffio vitale.
Subito il gatto prese vita, si stiracchiò senza fretta, si lisciò i baffi, si guardò intorno, e infine si andò ad acciambellare proprio in grembo al Creatore.
Il dio di tutte le cose non se l'aspettava certo; piuttosto imbarazzato, decise però di aspettare che il gatto finisse la sua pennica prima di terminare la creazione dell'universo, perché gli mancava l'animo di scrollarselo di dosso, e, in fondo, l'uomo poteva di sicuro aspettare i comodi del gatto, che era venuto fuori proprio bello, se pure era stato fatto utilizzando materiali di recupero.
Il dio di tutte le cose rimase a lungo lì, col gatto che gli ronfava in grembo, a grattargli la testa dietro le orecchie, e non poté fare a meno di constatare che il gatto era cosa buona.

Antica leggenda persiana, tramandata da un saggio indiano, raccolta e trascritta da un monaco cinese, recuperata da un giovane scriba egizio, tradotta e interpretata da un umanista bizantino del XV secolo.
Oggi in esclusiva per voi su questo blog.

(Spero di non aver urtato la sensibilità religiosa di nessuno con questo Dio umanizzato che tutto conosce ma poi dimentica pezzi di onniscienza per strada, un po' come mago Merlino de La spada nella roccia. Suster ritiene che se il dio di tutte le cose non avesse voluto che l'uomo scherzasse su di Lui, forse non avrebbe creato la satira).

Esperimento letterario per la rubrica del martedì: Roba da gatti.


venerdì 1 luglio 2011

Filastrocche: radici e tradizione

Sono il risultato di un curioso miscuglio del caso e delle vite di altre persone, arrivate su questo mondo prima di me.
Mia madre era l'ottava di nove figli, settima femmina in ordine di apparizione, di una famiglia di modeste origini contadine dell'entroterra sardo. Giovane dalle brillanti speranze, lasciò il nido natio, grazioso paese adagiato tra i monti della Barbagia nuorese, per seguire le proprie aspirazioni di vita, studiare medicina a Roma e diventare medico psichiatra, trasferendosi quindi, come si dice ancora oggi laggiù, "in continente", ove mise su famiglia. E qui intervengo io.
Non mi sono mai sentita particolarmente radicata nel tessuto folklorico della mia città di nascita, potendo vantare d'altro canto una romanità risalente a non più di una generazione.
Per contro posso appropriarmi in parte delle mie radici materne, che in quanto isolane e montanare, si rivelano assai più salde e profonde, quasi viscerali, delle mie cittadine plurinnestate di contributi diversi.
Quindi io la lingua di mia madre non ho mai imparato a parlarla, ma la comprendo in parte, e conosco tutta una serie di filastrocche, residuo orale di quella cultura popolare contadina che lei si porta dentro e che ci ha trasmesso così, quasi per osmosi.

Dunque ecco quelle che vorrei oggi presentarvi:
Serrali serra
palas a terra
palas a muru
su serradore
a bibé bole
a mandi'are
a trorrare a serrare.
Traduzione:
Sega sega
spalle a terra
spalle al muro
il taglialegna
vuole bere
vuole mangiare
e tornare a segare.
E' scema? Sì, è scema. Ma ai bambini piace un sacco perché mentre viene recitata li si fa scapitombolare all'indietro, tenendoli seduti sulle ginocchia della mamma/nonna/zia/varie ed eventuali. Uno scapitombolo all'indietro ad ogni strofa recitata. Vedi un po' quanto poco basta per far divertire un bambino. Siamo noi grandi che ci facciamo tante seghe e siamo sempre annoiati. Siamo nel tunnel del divertimento.

Ecco la seconda:
A duru a duruseddu
sas campanas de Csteddu
las sonana a su manzanu
su puddu callaritanu
e sa mmela thattharesa
su coro cantu mi pesa
su coro cantu mi tocca
cheriasa barracocca
'nde bindat in bidda mia
barracocca cheresia
a duru a duru siada
a duru a durusiada.

Traduzione:
Gira gira (trotta trotterello)
le campane di Cagliari
le suonano di mattina
il gallo cagliaritano
e la mela di Sassari
il cuore quanto mi pesa
il cuore quanto mi tocca
ciliege e albicocche
originarie del mio paese
albicocche e ciliegie
gira gira gira gira.

Questo Duru-duru è un canto molto diffuso in tutta l'isola e in quanto tale può presentare svariate versioni diverse. Io qui ne ho presentata una: quella che più di frequente ho sentito cantare a mia madre, ma navigando un poco per la rete ne ho scovate tantissime, nel tentativo vano di rintracciarne la presunta seconda strofa che non ricordo benissimo, ma che presentava una divertente schermaglia amorosa tra un giovane e una ragazza (il mio cuore sarà tuo quando Natale verrà in aprile, quando il sole splenderà a mezzanotte, quando il Cristiano sarà moro e il Moro Cristiano... ed altri simili non-sense).
Ed ecco inoltre cosa ho trovato in proposito su un sito dedicato all'argomento:
"Su Duru duru, é originariamente un canto monodico che le donne cantavano ai bambini facendoli ballare sulle proprie ginocchia. La parola duru deriva dall'arabo duru e significa gira".
Interessante: devo ricordare di chiedere conferma al Beduino di questa interpretazione etimologica, che mi sa un po' strana, sebbene non impossibile, vista la forte presenza moresca nella terra "dei quattro mori".
Forse vi sto annoiando ma io in queste cose folkloriche ci sguazzo. Mi piace molto indagare le ragioni profonde delle manifestazioni culturali, di un'identità, di quelle tradizioni orali che sanno di reminiscenze di un passato ancestrale.

Ringrazio quindi l'ideatrice della proposta per avermi permesso di compiere questa incursione-deviazione su questo terreno.


Per gentile invito di Fedricasole, "Diario di una magica avventura".

giovedì 30 giugno 2011

Io Madonna del latte? Poco credibile.

"Ma tu hai allattato?"
Ecco una delle domande più frequenti che, in quanto mamma e da quando mamma, mi sento rivolgere, senza capire bene che conclusioni il mio eventuale interlocutore crede di poter trarre da una mia risposta in senso negativo o affermativo.
Chissà per quale strano meccanismo della mente rispondere a questa domanda apparentemente semplice getta la mamma in uno stato d'animo curiosamente eccitato, in bilico tra la volontà di rassicurare l'intervistatore di turno, la necessità di giustificarsi chissà per quale insondabile colpa o negligenza, e l'orgoglio di poter rispondere che, sì, in effetti ho allattato.
E qui potrei tranquillamente fermarmi.
E invece vado avanti a spiegare a quello, che quasi sicuramente non ha la minima idea di ciò di cui io stia parlando, com'è che ho smesso al quarto mese anziché al sesto, o addirittura all'anno, come pare sia altamente consigliabile e preferibile, come io abbia provato a insistere quando ho constatato che le mie tette avevano dato tutto il possibile e che le risorse alimentari che ero disposta a elargire erano esaurite, come non mi possa dolere dell'interruzione non certo da me voluta né cercata, ma in fondo ben accolta, quando ho potuto realizzare quanto mi sentissi più riposata e in forze una volta eliminato l'appuntamento con la poppata quattro o cinque volte al dì.
E con questo non voglio dire che la cosa in sé non sia gratificante e appagante. Solo che, nel mio caso, davvero non ho sofferto di nostalgia nel perdere questa consuetudine, le cui gioie ho dimenticato ben presto, ben più presto di quanto non mi sarei mai immaginata.

Dicono quando sei incinta: "Eh, ti mancherà il pancione!" E io ci credevo, anzi: ne ero profondamente convinta, che mi sarebbe mancato. Ma tutta quella lunghissima e dolorosa trafila di 40 ore e più aspettando di eliminarlo, toglierebbe a chiunque il rimpianto di non poterselo più accarezzare con dolcezza, e sguardo sognante, perso nell'imminenza di un meraviglioso domani.
Non mi è mancato il pancione, e non mi è mancato l'allattamento, anzi, con grande mia soddisfazione ho accolto il nuovo paio di tette che Madre Natura mi ha lasciate decisamente ridimensionate rispetto a come me le ricordavo, magari un poco smosciatelle, sì vabbé, non si può volere tutto dalla vita.
E' che io come dispensatrice fisiologica di nutrimento non mi ci vedo molto. E invece ho sempre avuto questo generoso paio di bocce che mi facevano sentire piuttosto atta alla mungitura, sensazione che invece si rivelerà esser stata unicamente illusoria. E i vestiti non mi stavano mai bene, soprattutto quelli con la fascia sotto il seno, che invece a me stava sempre sopra, e le camicie non mi si chiudevano, e un viscido capo che ho avuto durante un mio periodo di lavoro in una libreria di Pisa, amava rivolgersi a me con l'odioso appellativo di Miss-puppe. Tutto questo non c'è più, da quando ci sei tu.

Ma si parlava di allattamento.
Cosa dirvi che non sia stato già detto centuplicanta volte da altre?
Di quei mesi ho ricordi fumosi e confusi, come confusi e fumosi si ricordano generalmente i sogni, indice del fatto che non ero propriamente in me.
Ricordo la stanchezza, cronica, perenne, non ordinaria. Ricordo che avrei voluto dormire sempre, se possibile, e invece dormivo sempre poco e male, e comunque mi sarei volentieri risparmiata la prospettiva di trascorrere la stragrande maggioranza dei miei pomeriggi a trottare per la città a passo da bersagliere con una pupa infilata nel marsupio, ché lei solo così dormiva per periodi abbastanza lunghi da permettere a me di ricaricarmi nevralgicamente dai suoi incessanti pianti e richieste di attenzione.
Ricordo la mia impacciataggine a dover tirar fuori 'sta tetta enorme nei più svariati contesti, ché io non son mai stata di quelle che "vive la naturalesse", e tanto meno mi sentivo a mio agio calata nel ruolo di colei che offre il proprio corpo alla funzionalità primordiale e primaria di dispensare nutrimento e vita.
Mi sentivo relegata in un universo che non mi apparteneva troppo, ecco.
Non che lo facessi controvoglia, ma... lo facevo come un dovere a cui non mi sottraevo.
I primi tempi forse la mia resistenza psicologica potrebbe aver inibito anche la mia produzione lattifera, dato che fino a qualche giorno dopo la dimissione dall'ospedale, di produzione non ve n'era stata.
E non so se sia stato un fattore naturale e fisiologico, quanto piuttosto l'errato approccio ospedaliero, che nei primi due giorni dopo il parto ha mantenuto una distanza fisica ed emotiva tra me e il frutto del grembo mio, impedendomi di familiarizzare troppo sia con lei che con il mio nuovo status, e invece di "lavorare" sulla questione latte me ne andavo gironzolando per l'ospedale in preda a un'euforia difficilmente spiegabile, se si considera quello che chiamano "crollo ormonale post partum", ad accogliere gioiosa amici e parenti. E poi, oh, è di nuovo ora della poppata, scusate, ma devo andare.

Lì nel reparto neonatologia dell'edificio, la figura tipo dell'infermiera (ostetrica?) addetta al nido era più o meno questa: un'acida giovane donna intorno ai trenta, fresca fresca di laurea, saputella e scostante, con l'invalsa abitudine di trattare come pezze da piedi le malcapitate maldestre frastornate neomadri che osavano mettere piede nel loro regno senza essersi prima adeguatamente preparate sulla materia allattamento.
Io ero una di quelle.
Non sono una che prende i problemi con un ampio margine di tempo per l'azione.
Durante la gravidanza ho partecipato ad un corso pre-parto informativo in cui però la parte relativa all'allattamento, come ci dissero, era stata eliminata dal programma, poiché si era rivelata essere piuttosto inutile. Quando ci spiegarono in cosa consisteva questa parte del corso, fui d'accordo con la definizione di inutile. Consisteva dunque nel tenere in braccio a turno un orso di peluche delle dimensioni approssimativamente simili a quelle di un neonato, e nel mimare con lui in braccio il gesto di portarlo al seno. Ora la cosa, solo a pensarci, mi appariva grottesca e farsesca.
E infatti credo tuttora che fosse una pratica piuttosto inutile, come potrebbe confermare qualsiasi donna che abbia avuto a che fare con un neonato da allattare al seno.
Non c'entra molto con un orsacchiotto di peluche.
Il bambino appena nato è tutto floscio e casca da tutte le parti. L'orso no.
Il bambino ti dà l'impressione che se lo prendi male si rompa, che ti cada, che stia scomodo. Con l'orso non ti poni certi problemi.
Infine il bambino appena nato sembra trovarsi perennemente in uno stato letargico, dal quale ti sembra quasi un delitto doverlo riscuotere per potergli somministrare quel nutrimento che lui non si sogna nemmeno di chiederti.
E infatti Suster trascorreva un buon due terzi del tempo a disposizione per la poppata a contemplare la sua meravigliosa pargola dalla nera zazzera di capelli e occhi da cinesina, costantemente chiusi dal sonno. Credeva infatti che anche quella contemplazione estasiata facesse in qualche modo parte del complesso processo di instaurazione del rapporto madre-figlia, e pazienza se poi la pupa non si attaccava. Ma svegliarla, come potevo?
Così che ero sempre l'ultima ad attardarmi nel nido e, quando le altre rinfoderavano soddisfatte le proprie tette nei capienti reggiseni a scomparti estraibili, io stavo ancora lì a combattere con le mie, e mi attardavo ben oltre l'orario predisposto alla poppata. Le bambinaie laureate scalpitavano. Quando si dice: rispettare i tempi e le naturali esigenze del bambino (e della mamma, aggiungerei, la quale ha tutto il diritto di essere imbranata, cribbio!).
Comunque ben presto venni aspramente redarguita dalla capo-nursery miss-sottuttoio con queste parole: " Ma ragazze, possibile che vi ci voglia un'ora per allattare? Eh, su, svegliatevi un po'!"
Che nel mio caso non era proprio un invito fuori luogo. In effetti ero un pochino imbambolata, e non vedevo l'ora di potermene andare a casa mia a fare le cose nell'intimità delle mie stanze e senza nessuno che mi facesse sentire un'idiota se non riuscivo ad attaccare la bambina. Credevo io.

Ovviamente quel giorno arrivò e la scena che si verificò fu questa: io sola in casa, pupa urlante in braccio affamata e molto incacchiata. Di latte nemmeno l'ombra. Eravamo passati al supermercato a comprare il latte in polvere, ma nello stordimento generale, che a quanto pare aveva coinvolto anche il padre, c'eravamo dimenticati il biberon. Lui poi era andato a lavoro, e io mi ero accorta troppo tardi della dimenticanza, e allora spedisci mia madre a comperare l'indispensabile strumento, mentre io tentavo di imbonirmi la piccola.
Due amici arrivarono in quel frangente in visita e mi trovarono nel panico più totale. Scapparono via costernati dalle urla della dolce frugoletta per mai più tornare.

Attaccare la pupa al seno fu quanto di più doloroso le mie povere tette avessero mai sperimentato.
Il giorno dopo la dimissione dall'ospedale mi ritrovavo con due vulcani paonazzi laddove un tempo avevo due prominenti seni. Non saprei dirvi a che taglia di reggipetto io fossi arrivata poichè ormai giravo per casa coi vulcani al vento, avendo rinunciato a indossare qualsiasi indumento che mi potesse conferire un minimo di decenza, poiché qualsiasi contatto con la stoffa mi procurava grande dolore.
I vulcani erano paonazzi e gonfi all'inverosimile, ma dall'alto non stillava una goccia del prezioso liquido vitale.
La pupa intanto rivelava il suo reale carattere che finora aveva tenuto ben celato ai nostri occhi, forse nel timore che potessimo pensare di abbandonarla all'ospedale, e lasciare che fosse cresciuta dalle saccenti infermiere della nursery. Sbraitava e vieppiù si incaponiva e infieriva sui miei poveri incolpevoli vulcani doloranti con unghiette sufficientemente lunghe e affilate da procurarmi dolorosissimi graffi, al punto che mi vidi costretta a infilarle due calzini nelle mani per frenarne la furia distruttrice.
Fu allora che iniziai a dubitare di amare davvero mia figlia.
Tutto questo che vi ho descritto lo troverete nei manuali sotto la voce "ingorgo mammario". Care future mamme, vi auguro di non sperimentarlo mai.
Alla sera del secondo giorno toccai la pupa e mi sembrò che avesse la febbre. Sbagliavo: ero io ad avere la febbre, e stavo una merda. Sempre ingorgo mammario.
E qui vi faccio fare conoscenza con un altro simpatico strumento di tortura che si chiama "tiralatte".
Va infatti il padre nottetempo ad acquistarne uno in farmacia alla modica cifra di chevvelodicoaffare, meglio lasciar perdere, perché così aveva prescritto l'amica ginecologa di mia madre per telefono, per "sgorgare" i vulcani.
Il mio era un tiralatte a pompetta, che ora che ci penso potrei ritenere in parte responsabile della successiva tendinite carpale che mi porto dietro ormai da mesi.
Pompa pompa alla fine qualcosa esce: antiestetico liquido giallo opaco dalla consistenza simile a quella del burro fuso.
E fu così che finalmente allattai.
Tralascio i casini con gli orari, le paranoie, le indicazioni discordanti del pediatra, allatti troppo, allatti troppo poco, fai passare troppo tempo tra una poppata e l'altra, no ne fai passare troppo poco ecco perché 'sta bambina c'ha sempre le coliche.
Tralascio bilancia, pesate, nuove paranoie, ma sta bambina mangia o no? Ma l'aggiunta glie la devo dare? E svegliarsi mezz'ora prima per tirarmi il latte che ieri sera questa tetta non l'ho munta e ora mi sta per esplodere. Ma perché appena la prendo in braccio io inizia a piangere? Ecco, da me ci viene solo per mangiare, mi vede come una tetta gigante, io non ce la faccio più mi fa male la schiena, e addormentarmi con la cervice a novanta gradi reclinata su lei addormentata al seno che non ha fatto il ruttino e quindi mi ha intanto anche rigurgitato addosso.
Bellissime istantanee di vita che darei volentieri alle fiamme.

E quando finalmente credi di aver preso il ritmo, finito tutto: le erogazioni chiuse.
E allora ci provi per un po' con l'aggiunta artificiale, magari poi riprende, però mi raccomando falla attaccare se no non stimola il latte. E quella che ancora piange perchè non esce niente.
Ok, sono passati quattro mesi, che faccio? Diminuisco le poppate?
Stiracchia stiracchia, il latte è sempre meno. E allora sai che si fa?
Basta finiamola qui. Ma ora la bambina rimarrà traumatizzata, come farà senza la tetta di mamma, nutrita ad uno sterile (si fa per dire) arido biberon di latte in polvere ricostituito?
Ma la bambina nemmeno si accorge del passaggio di testimone.
Afferra soddisfatta il suo biberon e da quel momento vuole cambiar pure postura: non più adagiata sulle ginocchia di mamma; ora il latte si prende da seduta, e alla mamma si danno le spalle, così si può avere miglior visuale del mondo di fronte.
No, alla pupa non sembra esser mancato particolarmente il seno. E neanche a me l'allattamento. Niente traumi, tranquilli tutti.
Ecco: io come Madonna del latte continuo a non vedermici gran che. Archiviata momentaneamente e a tempo indefinito quella fase di mia vita, di cui non conservo quasi immagine visiva, nemmeno su carta fotografica.

Niente foto di me puppe all'aria mentre dispenso vita alla mia dolce frugoletta. O quasi!
Dico quasi perché una ce l'ho. E faccio questo sforzo di pubblicarla: la mia versione della Madonna del latte. Eccola:


Beh, chiarissimo, no? Direi che parla da sola. Scattata a tradimento. Io che ho una faccia tipo: "Minchia guardi?". E se ci fate caso, c'è pure Panzumen, che se la dorme beato, lì accanto.


Questo post partecipa al blogstorming


martedì 28 giugno 2011

Roba da gatti. Se lo ami lascialo andare


Sono vergognosamente in ritardo anche questa settimana, tanto da rischiare di rendere poco credibile questa rispettabilissima rubrica.
Se sapeste che giornata del piffero ho avuto, sono sicura, mi perdonereste.
Indovinate: chi è quel ragazzino coi calzoncini rossi e i capelli a casco semi-integrale abbarbicato al gatto nero come a una boa galleggiante uno che non sa nuotare?
Esatto: sempre la nostra Suster, alla tenera età di (qui siamo già cresciutelle rispetto al gatto Biscotto) circa sette anni.
L'altro è mio fratello Ergino, ma qui non ci interessiamo di lui, almeno per ora.
Si tratta del mio secondo gatto. Il gatto che con la sua triste dipartita in giovane età mi spezzò il cuore e mi mise per la prima volta di fronte alla realtà dura e crudele che la vita, ahinoi, non è eterna.
Che ve dovevo dì? Ah, sì: la gatta Fufola, accidenti a lei, è tornata sana e salva, per chi ancora fosse in pena per lei. La bastardella si è presentata fresca come una rosa una bella mattina di qualche giorno successivo all'aggressione notturna consumata ai danni della qui scrivente.
L'inconsolabile Master nel frattempo aveva già pianto irrecuperabili lacrime amare sulla presunta sua scomparsa definitiva, lacrime accompagnate da diversi " Lo sapevo, è colpa mia, non dovevo portarla qui".
Alle quali affermazioni Suster, da esperta gattara quale si ritiene, rispondeva più o meno su questo tono: "Ma no, vedrai che torna. E se pure non dovesse tornare (ma vedrai che torna) tu hai fatto bene a darle l'opportunità di vivere la sua vita come voleva lei".
Ora lo so che questa verità non a tutti può suonare del tutto giusta, ma ecco: io l'ho talmente interiorizzata da esserne profondamente convinta.
Qui mi riallaccio al gattino nero della foto.
Si chiamava, povero lui, Zuppa. In casa nostra, chissà com'era nata quest'usanza di dare ai gatti nomi alimentari. Fatto sta che questo era il nome, malgrado poi lo si scoprì maschietto. Era stato salvato, se ben ricordo, dal motore di un'auto parcheggiata in strada, che aveva pochi mesi, il gatto non l'auto, ché l'auto lo ignoro quanto tempo avesse, e poi adottato da noi, dopo un'assenza di diversi anni di componenti di specie felina all'interno del nucleo familiare.
In quanto maschietto sentì ben presto il desiderio di evadere dall'amorevole prigione che gli era stata di ricovero durante i tempi infami dei vagabondaggi dell'infanzia, e spinto dai naturali richiami di tutto un altro genere di amore, anche lui prese ad assentarsi per lunghi, per me interminabili, periodi, periodi durante i quali la bambina amante dei gatti, soffriva incredibilmente per la sorte del suo amato compagno di vita.
E quindi un giorno, dopo che lui era tornato da una delle sue avventurose assenze con un buco pululento sul fianco destro, che impiegò circa un mesetto a guarire del tutto, pur lasciando ancora per diverso tempo una chiazza spelacchiata in corrispondenza del buco rimarginato, la nostra giovane prende una decisione: basta; tu di casa non esci più.
Ecco il sistema più efficace per garantire l'incolumità e avere la certezza del benessere e della protezione da pericoli di ogni sorta all'oggetto del proprio amore. Ecco come evitare patemi d'animo del tipo torna non torna, stavolta non torna me lo sento, chissà se gli è successo qualcosa di brutto, chissà in che mani è finito, e invece magari torna chissà, ma poi mangia, se la dorme un po' e già vuole di nuovo andare via.
Pensavo che fosse più facile così.
Invece no. Invece mi ritrovai a piangere accovacciata davanti l'uscio di casa a supplicare il mio gatto di smetterla di raschiare la porta e di lamentarsi in quel modo perché mi si strappava il cuore a vederlo così disperato, imprigionato, guardarmi implorante aspettando che gli donassi ancora una volta la tanto agognata libertà, che io, per troppo amore gli negavo.
Una scena patetica davvero, a ripensarci. Ma io ero così: che farci?
Eh eh: salvare capra e cavoli non si può mica. Nemmeno botte piena e moglie ubriaca, si dice, a meno che uno non abbia in casa due botti, o una moglie cui basta un sorso di vino per inciuccarsi. Ma insomma: avete capito, no?
E così ricordo l'intervento di mio padre che mi disse, press'a poco che, insomma: che volevo fare?
Volevo che stesse bene e che stesse con me? Allora dovevo tenerlo chiuso in casa e accettare che lui soffrisse la prigionia, almeno finchè non si fosse abituato.
Volevo lasciare che si godesse la libertà che tanto implorava e che apparteneva alla sua essenza felina?
Allora dovevo accettare la possibilità che forse un giorno potesse anche non tornare, o tornare zoppo, sciancato, malato, moribondo.
E difatti un brutto giorno tornò malato, o avvelenato non saprei dire. E pure se non avevamo in famiglia l'abitudine di spendere vagonate di soldi appresso ai veterinari, all'epoca, ce lo portammo, ma la cosa non fu di aiuto alcuno e il mio gatto ben presto se ne andò... cioè: crepò, e scusate la mancanza di delicatezza nella scelta del verbo, ma fu quello che fece, e io piansi ancora amarissime lacrime e a lungo non mi capacitai che quella creatura che avevo visto viva e capace di aspirazioni tanto simili alle mie, capace di ricambiare i miei sentimenti e di instaurare un rapporto specifico con altri esseri, ad un certo punto avesse cessato di esistere e di far parte della mia vita.
Ma io avevo scelto la seconda opzione: amare e lasciare libero.
E così continuo ancora oggi a credere in questo principio, che l'amore non vada d'accordo con il possesso, che la nostra felicità di avere vicino chi amiamo a volte può non coincidere con la sua felicità, che lasciare libero l'oggetto del nostro amore di realizzare le proprie volontà e aspirazioni a volte può causare dolore e portare conseguenze nefaste, ma anche che non sempre è giusto proteggere l'altro da ogni possibile male, che non sempre è possibile, che non sempre è amore, e che il massimo forse dell'espressione di amore è lasciare all'altro anche la possibilità di venirci sottratto.
Non so se ho sragionato, poichè qui stiamo parlando di un gatto.
Ma credetemi una volta di più se vi dico che osservando e osservando i miei gatti, e riflettendo, ho imparato anche alcune cose riguardo l'essere umano.

Questo post fa parte dell'arcinota rubrica web Roba da gatti, e lo dedico a Owl, che lo sa lei il perché.
E chi volesse partecipare può, come sempre, aggiungre il suo link qui sotto.
Facciamo che potete scrivere il vostro post nel corso di tutta la settimana, entro il prossimo martedì, che così è più facile e meno stressante partecipare alla rubrica.
Comunque se vi dovesse interessare proprio tanto l'argomento "piccoli felini domestici", potete sempre andare a dare una sbirciata nella roba da gatti internazionale: Cats on tuesday.


domenica 26 giugno 2011

Un dipinto per me, per voi.

Ora sono in fissa con questa cosa di "share one day": l'iniziativa è del blog "Mens sana"; Suster a casa di nonna dopo un po' non ha più molto da fare, e i pomeriggi incandescenti diffidano chiunque dal mettere anche solo la punta dell'alluce fuori casa. La pupa dal canto suo è irascibile e nervosa, sarà il caldo, sarà lo scombussolìo di questi giorni, il lettino in terra, la reazione al vaccino ancora non smaltita, chissà chissà.
Qui nella capitale si suda e non si trasuda, si affoga nel proprio stesso sudore, e allora, ammazziamoci di blog, finché c'è tempo, ora che tanti di voi partono per le vacanze e persino la rete si fa un po' più deserta e silenziosa.

Ci ho pensato a lungo, senza venire a capo di una risoluzione. Infine, ci ho pensato troppo, e il tempo è passato, anche l'occasione.
La proposta era: condividere un dipinto "che ci piace, che ci ispira, che ci colpisce ci ricorda qualcosa".
Io e l'arte abbiamo un rapporto conflittuale: la inseguo sempre, ma lei mi sfugge. Scegliere uno e un solo rappresentante per darle voce in mia vece mi ha messo in crisi.
Ma in fondo avrei potuto scorrere il mio blog, fino in fondo, per avere un suggerimento.
Ecco qui, oggi vorrei condividere con voi:

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610.

Perché, dite?
Giusto.
Perché in questa Susanna corpulenta che offre allo sguardo dello spettatore la sua florida fisicità e al tempo si schernisce avvitandosi su se stessa con sofferente pudore per la propria nudità mi ci rivedo, mi ci son riconosciuta. Mi fa pure un po' di vergogna mostrarvela così, nuda, perciò, per favore, immaginatela in bikini, se potete.
Perché in un'epoca di perfetto predominio maschile ha il sapore di un grido di rivolta e di sdegno, di una dichiarazione di orgoglio ferito, di intimità violata, di ingiustizia subita, di dignità calpestata, di un torto mai risarcito, di volontà di esprimere il proprio disprezzo per le presuntuose pretese maschili sulla propria persona.
Perché leggo tutto ciò nello scatto nervoso di lei, che volge il viso dall'altra parte, sottraendosi alla vista dei due viscidi guardoni nascondendosi con ambedue le braccia, quasi a volerli, con quel gesto, allontanare, farli sparire dal suo cospetto.
Perché conosco la storia della pittrice, per averla studiata e approfondita, per aver tentato di indagarne le motivazioni profonde, e perché non ho potuto che ammirare un'artista di tal portata, che riuscì ad imporsi in un ambiente allora prettamente al maschile, riuscendo ad ottenere per la sua arte riconoscimenti altissimi.
Perché mi ha conquistato la sua arte, così "maschia" malgrado la forte connotazione femminile, malgrado la scelta dei soggetti quasi sempre muliebri, così cruda, così tragica e grandiosa, così sofferta.
Perché la sua personalità la si rilegge nei suoi personaggi, in queste donne fisiche, concrete, di una sensualità prorompente e piena, tanto lontane dallo stereotipo filiforme della femmina contemporanea, leggera e impalpabile.
Perché ci leggo il dramma della solitudine femminile nella sfida a un mondo che non ne contempla i diritti, i voleri, che non ne rispetta la dignità, che ne calpesta le aspirazioni, che non la considera all'altezza.
E lei invece è giunta fino a noi, intatta, grandissima e forte, di una bellezza indomabile.

Che i produttori di Hollywood la smettano però di ricamarci sopra smielate e inconsistenti storielle d'amore! Per pietà!

Così oggi condivido questo dipinto, in ritardo sui tempi di lancio, come sempre io.
Quindi, anche se l'iniziativa originale è un po' datata, rilancio la proposta: vi va di condividere anche voi un dipinto per voi speciale?

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sabato 25 giugno 2011

Viaggi sognati, programmati, sfumati...

Dove mi piacerebbe andare?
Risposta difficile. Risposta più che scontata: ovunque.
Suster nella sua vita non ha girato molto, e non ne è orgogliosa, non ne è felice, ma nemmeno se ne fa un cruccio troppo grande.
Le occasioni che si sono offerte le ha colte. E' che non ce ne sono state troppe, finora.
Quando non lavoravo, non avevo mai i soldi. Quando ho cominciato a lavorare avevo finalmente i soldi, ma non avevo più tempo per utilizzarli. E' il dilemma cruciale dell'umanità, credo. O almeno di quella fetta di umanità che deve e sa arrangiarsi come può.
Suster non ha girato troppo il mondo però ha almeno due motivi per essere fiera di sé: il primo è che l'Italia almeno, se non il mondo intero, l'ha girata sì, che l'ha girata. E per questo sarà eternamente grata ai suoi avventurosi genitori. Sì, anche per le estenuanti giornate nei musei, che hanno contribuito a fomentare la sua passione per l'arte e per la storia.
Il secondo motivo di orgoglio è che Suster può vantare almeno un viaggio inter-continentale, e che viaggio! Per questo sono invece debitrice al mio lui. Ma ve ne parlerò in sede apposita.

Ora vi parlo invece dei posti in cui mi piacerebbe andare, prima o poi.

Immagine tratta dal web, ovviamente.

Ecco qua. Il primo è questo.
Da quando abbiamo iniziato la nostra love-story, io e il beduino, progettavamo di prenderci questo "anno sabbatico" per girare in lungo e in largo l'America del sud, andando a trovare i numerosi amici che entrambi abbiamo laggiù, sparsi un po' per tutto il continente, dal Cile all'Argentina al Messico.
E' rimasto un sogno, per ora, ma ve lo dico: che io non mi chiami più Suster se un giorno non ci andrò, in Messico. Oh, sì: un giorno andremo in Messico; se pure non dovessi mai riuscire a girarmi tutto il continente latino-americano in moto come il Che, che almeno io riesca a farmi un bell'iter messicano. A costo di girarcelo a piedi e in autostop con gli zaini e la tenda, fare l'elemosina per strada e lavare i piatti nei ristoranti turistici per autofinanziarci.

Foto di repertorio susteriano.

L'ultimo viaggio che avevamo in programma di fare insieme tutti e tre noi, invece era per una meta un pochino più vicina, ma è sfumato per ragioni non nostre.
Doveva essere in febbraio: così avevamo stabilito già da circa un annetto, se non fosse che: in dicembre il beduino ci raggiunge con il treno a Roma, dove io e la pupa trascorrevamo le vacanze di Natale a casa di mia madre. Di ritorno, sul treno, gli fregano la borsa, con dentro i documenti, tra cui il passaporto (qui il resoconto dell'incidente). Pratiche infinite per richiederne una copia all'ambasciata libica,  due mesi di attesa, e infine è pronto, il 17 febbraio.
Quel giorno scoppia la rivolta in Libia, e da lì la guerra che si protrae ormai da più di quattro mesi.
Avete capito dove dovevamo andare noi?
Dovevamo partire il 15 febbraio. Dovevamo andare in Libia. Ma il caso ha deciso che noi non partissimo mai.

E ora un sogno squinternato, immotivato, privato, mio e basta.
Ve lo rivelo: sapete cosa mi piacerebbe visitare prima di lasciare questo mondo?

Immagine tratta dal web.

Dicono che si veda persino dallo spazio. Possibile che io non la debba vedere mai, pur trovandomi assai più vicina, qui sulla Terra?
Mi piacerebbe poter dire di averne percorso almeno un pezzettino.
Chissà poi come nascono certe fissazioni.

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giovedì 23 giugno 2011

A casa di nonna.

Suster e pupa sono a casa della nonna. Materna, ossia mia madre.
Ecco cosa annotare sulla casa della nonna: casa della nonna sta prendendo incontestabilmente l'aspetto di una tipica "casa della nonna", abbandonando piano piano il suo ruolo che per anni è stato quello di "casa mia".
Casa di nonna è sempre pulita come non lo è mai stato quando la frequentavamo noi cinque, da giovanissimi. Il pavimento ha l'aspetto di un pavimento che viene calpestato pochissimo, le finestre hanno tendine di pizzo lavorate all'uncinetto da esperte e anziane mani sarde fraterne (sorerne non si dice, ve'?) e poi spedite oltremare a rifinir finestre ornate di vasi di gerani e petunie. Proprio finestre da nonna.

Casa di nonna, sebbene sia sempre piuttosto a posto, è straripante di ogni sorta di oggetti abbastanza superflui accatastati nel corso di più di una vita, che qui si sono concentrate accavallandosi per diversi anni, accumulando ricordi di vacanze passate assieme, lavoretti infantili per Natale e Pasqua  (Natali e Pasque per diverse generazioni di figli, ma più o meno sempre gli stessi lavoretti), e foto di bambini di tutte le età, infine di bambini cresciuti che non abitano più qui, e che hanno a loro volta bambini, o che vivono lontani e tornano una volta o due l'anno, o che vivono qui, ma ci passano pochissime ore al giorno, e anche quando ci sono non li senti e li vedi poco, perché sono in camera a studiare o a lavorare al computer.
Niente più calci al pallone in casa che vanno a rovesciare suppellettili ornamentali dal valore più affettivo che monetario; niente più briciole di biscotti sui cuscini del divano (anche se ogni tanto sì), niente più urla selvagge alla Tarzan provenienti da sopra, sotto, fuori, dentro; niente più bagni allagati, capanne di cuscini, impronte di scarpe sui muri, calzini sudici agli angoli delle stanze, pennarelli senza tappo con la punta secca, gatti liberi di razzolare su tavoli e fornelli, foglie martoriate del filodendro, intrugli col cibo, gavettoni esplosi in casa, scie di piedi luridi, pozze d'acqua e vestiti fradici sparsi in giro, creazioni artistiche realizzate con banane e creckers, merendine nascoste nello sgabello del bagno, sbattimento di porte e finestre, giocattoli malridotti lasciati ovunque, zaini buttati sotto gli sgabelli o sempre in mezzo ai piedi di chi cammina, asciugamani appallottolati nel bidet dopo esser stati usati una volta.
Ok, niente nostalgia, ma tante, troppe foto alle pareti stanno a ricordare quanta gente ha intrecciato in questa casa tanti anni della propria vita. Le assenze si sono colmate, o meglio, si sono cauterizzate. E al posto lasciato vacante, sempre qualcosa di nuovo: cuscini, vasi, un poco di tecnologia, senza esagerare.
Qualcosa è cambiato, ma gli sgabelli sono sempre quelli lì, da 20 anni o forse anche 30, quelli di legno a incastro, orgoglio del padre di famiglia. E il tavolo, che con le sue cornici concentriche di essenze differenti aggiunte in successione negli anni, sta a testimoniare la crescita della famiglia, che necessitava sempre di ampliare la disponibilità di posti a tavola. E la credenza del bisnonno, con i 40 e più volumi della Treccani. E lo stile naif dell'arredamento di mia madre.

La casa di nonna ha un piccolo giardino traboccante vegetazione e fiori, infestato da zanzare e formiche, un piccolo seminterrato adibito a spazio personale della nonna, dalle pareti completamente occupate da librerie stracolme di libri. Che lei ha letto. Dal primo all'ultimo. E poi lettere, infilate in portacarte e scatole colorate, album fotografici, ritagli di stoffa, materiali da lavoro di ogni tipo, un piccolo organo elettrico scordato rimediato da chissà dove, un assortimento improbabile di sedie provenienti da differenti e scompagnati disimpegni di appartamenti sgomberati, lasciati da amici, parenti o altro.

La casa della nonna trabocca vita passata, e accusa anche un poco il tempo, malgrado i soli 20 anni di vita. La caldaia fa le bizze e nessuno ha voglia o tempo per occuparsene. Gli infissi alle finestre necessiterebbero di essere cambiati, rosi dalle tarme e dalle intemperie (Ah, un tempo le case si facevano per durare! Direi qui se solo avessi almeno il doppio della mia età).
A casa di nonna il frigo è sempre pieno di troppa roba avanzata da finire, del giorno prima e di quello prima ancora. Ah, e poi della cena di quello ancora prima. E la nonna continua a sfornare comunque pizze e rustici, anche se ormai non deve cucinare più per 7 persone ma per 3 o 4 al massimo, e continua a fare la spesa all'ingrosso, comprando pacchi su pacchi di biscottame e casse di latte a coppie di 12. E continua a comprare shampoo e dentifricio della peggior qualità, per risparmiare, anche se potrebbe comprare solo due tubetti anziché 5 e optare per quelli un po' meno orridi come sapore e consistenza... ma vabbé.

A casa di nonna ci sono stanze in cui non dorme più nessuno, dove le serrande non vengono aperte quasi mai. E ci sono stanze con ampie scrivanie a cui non si siede più nessuno, e scaffali pieni di giochi con cui (bisogna che lo dica?) più nessuno gioca da anni, e libri che ormai non interessa leggere più a nessuno, perché già sono stati letti, e qualcuno lo si conosce pure a memoria, e sono quelli più devastati, con le pagine incollate con lo scotch e tutti scarabocchiati.

Questa è ormai una casa di nonna.
E pazienza se la caldaia non funziona e bisogna lavare la pupa nel lavandino a pezzi, mentre lei esclama allarmata "Ahi-ahi" a sentirsi arrivare sul corpo getti d'acqua alternativamente bollenti e gelati.

E pazienza anche se non siamo riusciti a montare il terribile lettino di ferro generosamente offerto da mia zia, che però si è scordata di dirci che era rotto da un lato, e che mancavano le viti e i bulloni, e che quindi montarlo non sarebbe stato mai possibile, motivo per cui la pupa l'abbiamo messa a dormire per terra, sul suo materassino home-made dall'amorevole nonna, in quella che fu "camera di mamma adolescente" e che mi piace pensare possa diventare in un futuro neanche troppo lontano la camera di lei quando verrà a trovare la nonna, dove conserverà i diari segreti nei cassetti della scrivania che un tempo ospitò dizionari di greco antico e studi matti e disperatissimi, ed erediterà le mie ingenue collezioni di gatti e pecore, e attaccherà i suoi poster, e inventerà i suoi giochi.

Per la pupa questi odori, questi bizzarri assortimenti, queste luci e queste penombre pomeridiane, quando si abbassano le persiane per non lasciar entrare la luce forte e, con lei, il caldo estivo, rimarranno eternamente associati al concetto di "casa di nonna", e questo mi piace.

Con lei che scorrazza gattoni sul vialetto del giardino, tra zanzare e formiche, me ne sto seduta culo a terra sulla ghiaia, a vederla raccogliere sassolini che fa il gesto di portare alla bocca, ma che poi, ricordandosi di non doverlo fare, agita nella mano, nella mano che fa "no", andando veloce da destra a sinistra, facendolo finire infine nel vasetto dei sassi, alternativa alla cavità orale offerta con successo dalla mamma.
Soddisfatta dei nostri piccoli successi, le sto dietro mentre si allena, su e giù per la rampa di scale (quattro) che portano all'uscio di casa. Giù e poi di nuovo su. Avanti e indietro, accovacciata e poi in piedi, tenendosi alla mamma e poi da sola, alla ringhiera.
Mi piace sentirla chiamare "Nenne!" e veder arrivare mia madre felicissima di sentirsi così apostrofare, con una fantasiosa variazione sul tema nonna.
Mi piace vederla gattonare entusiasta lanciando acuti mugolii di gioia che le fanno da colonna sonora mentre, ciaf-ciaf, la sento allontanarsi da me nel modo più rumoroso possibile per andare a scovare la nonna in cucina, indaffarata con le sue pizze e i suoi rustici, perennemente in attività, e poi sentirle ridere da dietro la parete una volta che la nonna è stata "sorpresa" da una nipotina dal passo più che felpato che le è arrivata "senza preavviso alcuno" da dietro.
Mi piace vederla entusiasmarsi per il grosso gatto disegnato sulla parete delle scale da una me tredicenne, puntare il dito raggiante e dire "Ga!"; così come mi diverte vederla impegnatissima ad individuare e comunicarci l'esistenza dell'infinità di bestie assortite che affollano la casa sotto le forme più strane: ciotole con sembianza di papere, galline portaoggetti, giraffe ornamentali senza alcuna velleità utilitaristica, presine a forma di ranocchie e via dicendo, tutti oggetti a cui il nostro occhio assuefatto non presta più ormai la minima rilevanza, ma che non sfuggono al suo, attentissimo a cogliere il benché minimo particolare di ogni angolo, di ogni stanza, di ogni palmo di pavimento.

Mi piace pensare a lei qui, negli anni a venire, a immaginare un passato che non le appartiene ma che fa parte delle sue radici, a scoprire racconti familiari che ormai saranno diventati quasi leggende, a ispezionare fotografie sbiadite cercando i tratti di volti noti e facendo congetture su quelli non noti.
Le case hanno questo potere, di rappresentare la continuità, l'unità, la storia. Raccolgono tracce, conservano cimeli, perpetuano i ricordi.
E questo è vero soprattutto per le case delle nonne.

FOTODOCUMENTARIO NOTTURNO DI CASA DELLA NONNA:

Decorazione murale della zona "scale".
Esempio di arredamento naif nonnesco.

Ulteriore esempio di arredamento naif nonnesco.

L'antro della nonna con veduta a volo d'uccello.

Lettino sòla rifilato da mia zia.

Esempio di tipico assortimento mobiliare nonnesco.

Antro della nonna: organo e libreria.

La povera pupa nel suo "letto" di fortuna.

Segnalo questo post di Madamadoré, che mi ha ispirato queste riflessioni.

mercoledì 22 giugno 2011

Dialoghi

Io non sono più abituata al dialogo, ecco.
Rimango spiazzata, disorientata, stordita e, diciamolo, scornata.
Da parecchi mesi a questa parte la mia forma di comunicazione ideale era diventata il monologo.
I miei monologhi giornalieri erano di questo tenore:
- Allora, dai, siamo pronte? Si va? Dove andiamo di bello oggi, Pupetta? Ai giardini, dici? Mmh, non lo so; mi sa che è troppo caldo, aspettiamo un po' che cali il sole, no? Magari facciamo un giretto in bici prima; ti va se mamma passa un attimo alle poste che deve spedire un paio di cose? Così paghiamo la bolletta che è scaduta da tre settimane e vediamo il saldo del conto, va bene? Che poi che lo tengo a fare, solo per pagare le spese di gestione, ché nemmeno mi danno più gli interessi. Poi magari passiamo anche in libreria a vedere se troviamo qualche libretto nuovo, ché quelli tuoi ormai hanno stufato anche te. ma dopo ci andiamo, ai giardini, eh. Vediamo se incontriamo Alice che è un po' che non la vediamo, ti va?

Ecco, ditemi voi se si può vivere così.
Se questa non si chiama personalità dissociata.
Fortuna che ci ha pensato lei a fermarmi, sulla strada che conduce, subdola, alla schizofrenia.

Ecco come il dialogo è tornato prepotentemente e inaspettatamente nella mia vita:

Situazione 1: sul fasciatoio, la mamma è intenta al cambio pannolozzo e dà una sbirciata all'arcata gengivale superiore della pargola.
- Uh, amore! Ma allora è spuntato finalmente il dentino! E guarda, si vede già anche l'altro, e pure il canino!
- Bau bau!


Situazione 2: bagnetto.
- Baba!
- No, mamma!
- Babaaa!
- Io sono mamma, amore.
- BA-BA!
- Ma-mma!
- Baaaaaba!
- Non so cosa tu stia cercando di dire, ma se ti riferisci a me, il mio nome è "mamma".
(pausa di riflessione)
- ... Baba?

Situazione 3: passeggiata.
- Allora stellina, dove andiamo oggi? Andiamo ai giardini?
- ...
- Sì, dai, che così passo pure da Samantha a portarle i vestitini per la bimba. Ti va? Eh, amore? Andiamo a trovare Giulietta?
- ...
- O vuoi andare da babbo? (domanda retorica che presuppone risposta negativa).
- BABA! BABA! BABA! BABA! Baaaaaaaaaaaaaabaaaaaaaaaaaaaaaa!*
Ok, il messaggio è chiaro.

Dovrò riabituarmi alla possibilità di replica. E stare molto attenta a quello che dico, d'ora in poi!

*immaginarsi questa risposta accompagnata da danza a tempo di samba, ondeggiamenti pelvici e indici puntati verso il cielo.

martedì 21 giugno 2011

Roba da gatti. Missing Fufola.

Fufola è scomparsa. A me la responsabilità di questo, tanto per fare una citazione infelice.
E' andata così:
- Suster, Fufola è in calore. Posso portare Panza a casa di Se' per farli trombare?
- Mmh... e perché Panza e non Zorro, scusa?
- Perché Panza mi sembra più bisognoso.
- Ma vedi che ha un soffio al cuore! E se poi i gattini nascono tutti difettosi? E se poi viene stroncato da un infarto durante l'atto?
- Allora porto Zorro?
- Mmh... e va bene: porta Panza. Ma... è che lui è così fifone! Secondo me si stranisce: non conosce la casa, non conosce le persone. Vedrai che non combina niente. Ma scusa perché non porti lei qui? Così se la sbrigano tra di loro, e fai scegliere lei. A te piacerebbe se ti facessero accoppiare con uno che non hai mai visto né conosciuto, se te lo portassero in casa al solo scopo di copula, senza neanche avere possibilità di alternativa?
- Beh, dipende... se fossi una gatta, se mi portassero Panza sarei contenta! E' che qui ho paura che scappi, e poi non conosce la zona e non torna più.
- Seeeeee! Ma dai! E' una gatta! E poi ce l'hai già portata un sacco di volte quando era piccola. Vedrai che qui starà benissimo! Va be', fai come vuoi, che se poi succede qualcosa non mi voglio sentire responsabile.

Ecco, appunto.

La scema di gatta è andata via. E non vi dico i pianti della Master!
Neanche a dirlo, non v'è stato accoppiamento alcuno. Il mio gattume è troppo rimbecillito e non ci sa fa' col gentil sesso.
Lei è rimasta appiattata sotto al letto per un giorno, soffiando al malcapitato di turno tra i due che si trovava a passare di là. Poi ha iniziato a gironzolare per casa e sembrava acclimatata, noi abbiamo allentato la guardia ed ecco qua.

Dopo due giorni Suster esce sul far della mezzanotte per... ecco, se ora ve lo dico passo per la maniaca ossessiva di turno. Ebbene: uscivo per andare a buttare la spazzatura nella raccolta differenziata (a mezzanotte?! Sì perché in previsione del fatto che poi l'indomani, ossia oggi, io e pupa saremmo partite, e rimaste lontane da casa per circa una settimana, volevo evitare di ritrovarmi la spazzatura tale e quale al mio ritorno, in giacenza sul terrazzo tra sciami di formiche e moscerini, con la sua brava pozza di liquame ormai solidificata sulle piastrelle, che per lavarla ci devi andare di acido muriatico, spazzolone e tanto acido lattico nelle braccia. Volevo altresì evitare che nell'organico finissero cicche di sigarette clandestine, nella plastica-vetro-lattine si intrufolassero indesiderate bucce di banana e pacchetti di sigarette vuoti, che nella carta e cartone si accumulassero scottex unti, malgrado le continue delucidazioni da me dispensate sulla modalità di differenziazione. Ma lasciamo stare le mie paranoie ambientaliste e maniacali, che questa parentesi è già fin troppo lunga, e io non sto a guardare le manie altrui, non vedo perché devo giustificare le mie! Ma chi ti ha detto niente, a Suster! Ok, la smetto).
Dunque me ne tornavo verso casa, che ci avevo ancora da preparare il bagaglio per me e la pupa e non so che altri preparativi improrogabili, quando noto un drappello di giuovani assiepati a lato strada-dissestata, ossia quella in cui abitano i nostri eroi.
- Cosa c'è?
Si informa, a costo di passare per l'acida inquilina sospettosa nei confronti di eventuali visitatori malintenzionati.
- Un riccio.
Rispondono.
- Ah, scusate se mi sono intromessa, ma abbiamo perso un gatto.
- Un gatto come?
- Piccolina, rossa bianca e nera.
- Ma è lì, sotto quella macchina.
Fanno i giuovani.

Che culo! Vedi buttare la spazzatura nottetempo serve a qualcosa.
E lì è cominciata l'epopea di cattura della gatta psicopatica di Master.
- Fufolaaaa. Fufolinaaa. Qui Fufi!
Ma Fufi non si muove di un millimetro: sembra sotto shock, è perfettamente immobile, accovacciata sotto l'auto, esattamente al centro dell'area da essa occupata, occhio vitreo e sguardo perso nel vuoto.
Oddio, mi è svalvolata la gatta. Penso.
Mi stendo praticamente panza sotto e tento di arrivare fino a lei. Niente da fare.
Vado a prendere la busta del cibo e tento di attirarla con le lusinghe della gola.
Non funziona. La gatta è apatica e non dà segno di reazione alcuna.
Faccio per ritirare la mano, e nel farlo sfioro una foglia secca in terra che fruscia.
Quella scatta con la zampa come una molla, mi artiglia la mano.
Figlia di una cagna!
Ok, ho trovato lo stimolo: la faccio giocare un poco ancora con la foglia e poi, al momento buono, appena si sporge un pochino di più con la zampetta... zac! Come cacciatrice di gatti, modestamente, ho un certo glorioso passato (sì: di verdure!).
Comunque ce l'ho: l'ho presa, e ora mi sto avviando verso casa con lei sotto il braccio, la busta dei croccantini nell'altra mano.
Com'era il proverbio?
Non dire gatto finché...
La figlia di una cagna, giunti a metà strada, sul vialetto di ghiaia, scatta come se l'avesse punta la tarantola, mi artiglia ovunque: pancia, mani, braccia, gola.
Ma li morté!
Suster non molla, se pure barcolla. Alla fine atterra l'avversaria, la blocca al suolo con la mano, mentre quella lancia urla come se la stessero scuoiando, che si affaccia pure Lia, la mia vicina del piano terra, alla finestra, che mica era la gatta ad essere stata aggredita, ero io, che mi stava dilaniando carni e tessuti epidermici azzannandomi con ferocia, e io pensavo: se la mollo ora col cavolo che si fa ripigliare.
- Cosa fai? Ciao. Come stai? Tutto bene?
Mi chiede intanto Lia, che ha deciso di uscire di casa a controllare che tutto fosse a posto, e vedendomi lì a terra a combattere con la belva assatanata non trova di meglio da dirmi della sua frase standard sfoderata 24 volte al giorno ad ogni nostro incontro vialetto-finestra del piano terra, e a volte anche più di una volta nel corso dello stesso incontro. Lia è così: preme play e parte il "come-stai-cosa-fai-tutto-bene".
- Lia, per favore, puoi andare su a casa nostra e farti dare da Hasuna il trasportino della gatta?
Riesco a proferire mentre quella mi scuoia la mano tra agghiaccianti urla demoniache, e io tento disperatamente di mantenere la presa come Hulk Hogan mentre l'arbitro conta fino a dieci.
Ma la presa non tiene il tempo necessario a permettere alla corpulenta Lia di salire le tre rampe di scale, rintracciare l'oggetto, e tornarsene da basso con esso.
Una distrazione mia e la Fufola è persa per sempre. O almeno per stanotte.
La vedo schizzare via come una lepre pazza e sparire nell'oscurità delle fratte che delimitano i margini del giardino.
La mia mano, il mio braccio, e parte della mia panza (l'emisfero destro, per la precisione) sembra siano stati presi in prestito da un cartografo per tracciarvi sopra la rappresentazione del sistema idrografico groenlandese.
La gatta è ancora dispersa.
Ho una teoria in proposito: la vedremo tornare presto a cose fatte, e il padre non sarà né Panza né Zorro, ma Mister Vattelappesca.
Cara Fufola, te la sei tanto presa perché avevi capito che ti avrei chiusa in casa impedendoti di realizzare lo scopo che ti eri prefissa? C'era bisogno di fare tutto questo casino? Abbiamo svegliato mezzo quartiere, e sarò passata per una sadica seviziatrice di gatti indifesi. Quindi sbrigati a trovare un degno inseminatore, e facciamola finita.
(Diciamo che mi stai pure un po' sulle palle perché ti permetti di schifare i miei gatti quali possibili partner riproduttori. Non sai cosa ti perdi!)

Questo post contribuisce alla rubrica del martedì "Roba da gatti".
Scusate il ritardo di quest'oggi, ma ci si è messo di mezzo un trasferimento di sede con pupa a seguito.
Chi volesse, comunque partecipare segnalandomi il suo post, lo può fare qui.
Per trovare altra roba da gatti su scala internazionale puoi visitare anche Cats on tuesday.

Questa settimana, roba da gatti di:
1. Mamma e Mimma  
2. Emily  
3. Ladoratrice