mercoledì 27 luglio 2011

Un buon non-compleanno.

E' stato un lungo compleanno.
Un compleanno che è durato una settimana intera e i cui strascichi io ancora mi porto dietro, anche oggi che il clima di fine luglio s'è messo in pioggia e io ripenso a come annaspavamo nell'afa l'anno scorso chiusi in camera con il nostro condizionatore accattato di seconda mano di 40 anni fa in funzione perché "la pupa se no soffre il caldo".
Una lunga settimana di mare e di montagna, di visite e di doni. Tutto troppo.
La pupa ha avuto ben tre torte di compleanno, infiniti canti di Tanti auguri con allegata candelina, ma non ha capito che suo compito era quello di spegnerla soffiandoci su, così che han dovuto provvedere di volta in volta mamma, nonna o chi di passaggio.



Ha ricevuto la visita dell'Amichetta di mamma, che è arrivata come un anno fa arrivò, carica di doni ed energia.


Ha cenato con i grandi, resistendo alle emozioni delle novità, dei tanti giochi nuovi, degli amici chiassosi di Mamma e Baba invitatisi in estemporanea, dei festeggiamenti e dei regali rateizzati, per non sovraccaricare un piccolo sistema nervoso già eccitatissimo.


 



Ha preso il telefono e ha chiamato Nonna: "Pronto, Nenne? Ma quando vieni a trovarmi?"


E Nenne è arrivata, a sorpresa, mentre noi eravamo ai giardini, semideserti in un sabato pomeriggio di luglio inoltrato...



Portando una candelina a forma di ranocchia...


 Nonna soffia...

  ... e brava Pupa!

Abbiamo celebrato quindi, nuovamente in compagnia delle nonna e degli zii inattesi, la conclusione del suo primo anno solare di vita nel corso di improvvisato pic-nic di compleanno.







 
E poi ancora a sperimentare le potenzialità dei regali ricevuti.



Spostandoli di qua e di là.





Regali che sembravano non finire mai....



No, è che abbiamo tanti amici... no, è che la pupa li conquista tutti.. o forse a tutti piace tornare un po' bambini e poter finalmente sfogare i propri desideri repressi di oggettistica ludica per l'infanzia.
E così, dulcis in fundo, la pupa ha gradito ricevere il generoso omaggio dei nostri vecchi amici di bisboccia alla sua formazione musicale...


Perchè di libri non se ne poteva veramente più!


Che poi dicono che la voglio far diventare secchiona come la mamma, e sai che vantaggio, di questi tempi!

Quella che è appena passata è stata una settimana impegnativa, molto impegnativa, e non oso pensare, se il primo è andato così, come potranno mai essere i successivi!

martedì 26 luglio 2011

Gatti in spalla e buone vacanze!

Con oggi Roba da gatti chiude i battenti e vi augura buone vacanze, a chi parte e a chi resta.

Un'idea per l'estate: i gatti da asporto!
  1. Cicerone: gatto-borsone Q8.
 Per chi viaggia comodo e essenziale. Cicerone si adatta a vacanze spartane e arrangiate, camping a scrocco, con levatacce all'alba per levare la tenda prima dei controlli mattutini, retate nei ristoranti all'ora di chiusura per spazzolare gli avanzi nei piatti prima che passino i camerieri a sparecchiare, viaggi in treno chiusi in un cesso maleodorante e frequenti cambi di vettura per dribblare il controllore, bagaglio a mano.

2. Bono detto Er Gatto, testimonial ufficiale zaini Invicta (anche in versione alemanna Herr Gatto).

Er Gatto, ovvero: IL gatto per eccellenza, adatto a tutte le stagioni.
Gatto a spalla, schienale ergonomico.
Per chi si prepara a tornare sui banchi di scuola, Er Gatto è un'alternativa accettabile a "Ho dimenticato il libro in vacanza" e "Me lo ha mangiato il gatto".
Potreste dire: "Il libro si è trasformato inspiegabilmente in un gatto" oppure "Che sbadato! Anzicché prendere il libro con i compiti delle vacanze, stamattina nella fretta ho preso Er gatto".
Credo che potrebbe funzionare.

Ci vediamo a settembre!

Rubrica del martedì: Roba da gatti (ultimo appuntamento della stagione).
Rubrica gemellata con: Cats on tuesday, roba da gatti around the world.


Per partecipare inserisci il tuo link entro la mezzanotte del prossimo martedì.

lunedì 25 luglio 2011

Prima... E poi...

Dunque, riepilogando:

Prima....


Poi...

E poi...



Poi ancora....


E poi...



E poi?...

Giuro che questa è l'ultima volta che rompo le scatole a tutti con questa storia della pupa che ha un anno!
Cuore di mamma: burro e zucchero.
Però ci voleva un breve ripasso fulmineo.
Questo sarebbe stato il post di lunedì scorso, ma con Hasuna non eravamo riusciti a farci una foto in tre.
E quindi ecco come si evolve nel volgere di poco più di un ciclo solare, la ben poco sacra famiglia.
Profana, profanissima famiglia!

PS.
Appurato che la bandana arancione è il fil rouge di tutte le mie apparizioni fotografiche da qualche anno a questa parte, sono stata molto accorta nel togliermela dalla testa nelle ultime esibizioni. Però forse un po' mi pento: dopo tutto fa anche lei parte della famiglia! Perdonami bandana!

sabato 23 luglio 2011

Pensieri di donna, un po' così

Io non so come una blogger "normale" gestisca la sua pubblicistica: so che la mia cartella "bozze" necessita un'operazione drastica di pulizia: cestinare o dare un senso ad abbozzi di pensieri non conclusi.
Dovrei dare una forma un po' più determinata agli argomenti che affronto, che se no poi rimangono lì per settimane e perdono di senso e attualità, e però non è facile stare dietro alla vita e al blog.
Il blog che nasce come memoriale, almeno nel mio caso, e che poi finisce per essere sempre più autoreferenziale, anche se non vorresti, perché, non c'è niente da fare, qui dentro è un mondo a parte, dove incontri, ti confronti, e prendi spunto, conosci anche persone, perché no, credete non sia possibile?
Sì, magari non potresti dire con esattezze che viso abbiano, e neppure, in molti casi, come si chiamino, con che voce parlino, con quale poi cantino, di che colore i loro capelli e via dicendo, per strada non le riconosceresti, sicuro, io no, che non sono fisionomista di natura, non riconoscerei per strada nemmeno il fruttivendolo, se lo vedo fuori posto, senza il suo banco della frutta e verdura davanti... eppure, dicevo, queste persone senza volto, con nomi strani e inventati, che parlano di sé e delle loro vite sconosciute chissà dove collocate, ti sembra a volte ti riescano ad ascoltare e a capire meglio di chi ti conosce da anni, meglio di chi vedi ogni giorno per strada, al bar, o di chi non vedi da anni.
Questo è un posto a sé, altrettanto reale e vivo, fatto di persone, che offre stimoli e aiuta a schiarire i pensieri. Qui la vita di fuori ci entra, sì, ma filtrata dalla scrittura e dal pensiero, decantata, analizzata, ed elaborata. Scrivere qui aiuta a ripensare con maggior distacco al vissuto di ogni giorno, o a quello del passato, a dargli un senso a volte, e anche a sentire che in qualche modo lo domini e lo amministri, lo hai in tuo potere.
Leggere gli altri ti evoca alla mente episodi sepolti sotto la polvere mnemonica degli anni, episodi magari anche di scarsa rilevanza, frivoli o dolorosi, divertenti o penosi, e ti fa venire voglia di ritirarli fuori e dire: "Ma guarda un po': anch'io!".
E poi a volte ti fa guardare le cose fuori di qua con altri occhi, ti fa riflettere mentre le vivi, ripensando a osservazioni e opinioni scambiate qui, che se no tu non ti ci fermeresti mai a pensare, ché siamo tutti un poco schiavi del nostro modo di pensare, abituati al fatto che sia così, dopo tutti quegli anni passati a costruirci con fatica un'identità, fatta di opinioni e posizioni, che alla fine non le metteresti neanche più in discussione, le dai come acquisite.
E invece no.
Si sente il bisogno di una propria evoluzione
sganciata dalle regole comuni
da questa falsa personalità.
E chiedo perdono, se cito sempre gli stessi autori, ma che volete, ognuno ha i suoi guru.
Detto questo, tenterò di arrivare al punto.

Vado al mercato con mia figlia, il sabato mattina: possibile che io non riesca mai a combinare niente di mattina? Tra sveglia, pappa, caffè, lavare e vestire me e lei, rassettare un poco casa con lei che mi si avvinghia al polpaccio urlando "Memme memme! (ora è in fase "e"), alternando un Valzer del "moscerrrino" a "I due liocorni", tentando di distrarla con la piscina gonfiabile mentre finisco di espletare alle mie abluzioni quotidiane, dovendola andare a ripescare zuppa e vestita, dalla piscinetta gonfiabile in cui ha appena compiuto una letterale "full immersion". In appena due ore riusciamo ad essere pronte e lei già è stanca per uscire, ma non demordo: passeggino e via, tanto per fare due passi eh? Niente shopping mercatistico che non ci serve niente, e non abbiamo i soldi, e la roba non sappiamo neppure dove metterla in casa.
E allora, mentre ci avviciniamo al piazzale del mercato e il via vai di gente si fa  via via più fitto, mi capita di incrociare "quella tizia" e di sorprendermi a pensare: "Io non ci andrei mai in giro vestita così".
Ah ah! Beccata! In flagranza di reato. Non eri tu che ti consideravi al di sopra di queste cose "da donna"? Eh, no , mia cara, non sei immune neppure tu, allora.
Che ne dici, magari "quella tizia" incrociandoti potrebbe pure aver pensato: "Mamma mia, guarda questa come si è vestita. Io non ci andrei MAI in giro vestita così".
E allora, chi se ne frega? A chi può fregare come ti vesti? Che ognuno esprima la sua personalità come meglio vuole e crede.
O non è pure questo considerarsi superiore a queste guerre tra donne, indice esso stesso del fatto che ne sei parte, che ne sei schiava?
Forse finché continuerò a volermi considerare "diversa", al di fuori da quei meccanismi, questa non sarà altro che la conferma al fatto che mi ci sento dentro, e allora cosa ci sarebbe di male? Non sono forse io una donna? Perché questo accanimento a voler sottolineare che "non sono come la maggior parte delle donne"? Che da piccola non guardavo quelle sfigate Candy Candy e Georgie ma al massimo Pollon e Carletto il principe dei mostri e non giocavo con le Barbie ma sbavavo dietro al castello dei Masters del mio amichetto Pierluigi? Che volevo un figlio maschio perché le femminucce, che palle, son tutte smorfiose e un po' stronzette? Che io quando uscivo con gli amici uscivo per divertirmi e fare un po' di casino e non mi mettevo mica in tiro, io, ché non dovevo rimorchiare nessuno, ché non avevo bisogno di sentirmi apprezzata dai maschi per alimentare la mia autostima. Che quando vado al mare non ci vado certo per la tintarella e chi se frega se ci ho un po' di panza e maniglie dell'amore (un po' o un po' tante). Perché io sono superiore. O almeno mi convinco di ciò.
Dunque sono schiava del pregiudizio.
Perché accettare passivamente quella coloritura negativa che si accompagna spesso all'essenza femminile? Sono io stessa vittima del mio pregiudizio, e quel che è peggio è che nella mia presunzione di esserne immune non lo vedo nemmeno.

Ok, incrocio altra gente: "Guarda che facce arcigne queste. Oh, ma distendetevi un po'! Rilassatevi mannaggia! Sorridete che c'è il sole in cielo e si sta da Dio stamani".
E poi penso: "Ma tu, vista da fuori come sei? Sei sempre gioviale e sorridente? Eh, no cara. Da fuori sei spinosa e scostante, e non so se e quante volte al giorno sorridi per strada ai passanti, che non si sa mai, potrebbero prenderti per un'adescatrice di uomini o, peggio, di bambini, o per una scema che ride senza motivo: -Cacchio avrà da ridere quella lì, con quella faccia da ebete."

Ecco un'altro drappello di gente: parata di passeggini con dentro bimbi intenti a masticare giochini di gomma o a indicare le stoffe colorate che pendono dai tendoni dei banchi, e suoni di lingue diverse dalle mie e volti sereni che ridono e parlano ad alta voce. Come siamo uguali nella diversità. Ovunque si ride e si scherza allo stesso modo, anche se si usano parole e gesti differenti. E i bambini nei passeggini fanno esattamente le stesse cose che fa mia figlia, anche se sembra che siano sempre un po' più tranquilli e non rompano le rotule come lei, ma magari invece no: saranno proprio come lei.
"Ma quanto chiaccherano queste, senti come strillano" fa una signora passando, riferita al drappello di donne con passeggini vocianti.
E allora mi chiedo, ancora: cos'è che ci mette così accanitamente le une contro le altre? Cos'è che ci fa continuamente osservare, giudicare, disapprovare "quella lì"?
Perché, donne, facciamo così?
No, perché credo che gli uomini in questo siano in generale più clementi con i propri simili, e se proprio devono proferire un giudizio lo fanno più volentieri, anche loro, su un'esponente del sesso opposto, lusinghiero o offensivo che sia.
E allora, se la smettessimo di confrontarci, screditarci, giudicarci, e per contro, sentirci giudicate? Perché magari nessuno ci giudica, ma se pure lo fa, chi se ne frega? Non stiamo bene noi con noi stesse? Non vi è mai capitato di strappare un sorriso di simpatia alle altre persone facendo qualcosa di insolito, magari qualcosa che lì per lì potrebbe risultare sconveniente o strano? Tipo parlare ad alta voce con vostra figlia nel passeggino e rispondervi pure da sole come una matta?
E' bello poter fare la differenza, senza stare a pensare come la cosa può essere recepita dagli altri.
Forse stiamo troppo sulla difensiva, noi donne. Forse noi mamme siamo ancora più sulla difensiva delle altre donne che non sono mamme. Forse ci sentiamo ancora più sotto il torchio del giudizio, eppure ci viene spontaneo e facile giudicare a nostra volta madri che non fanno come noi, anche senza malizia, si intende.
Io ho allattato, però fino a due anni mi sembra esagerato!
Io non ho allattato e non mi sento meno madre per questo!
Io allatto ancora mia figlia di tre anni, e rivendico il diritto di farlo per tutto il tempo che mi pare e piace!
Io non capisco quelle madri che lasciano i figli tutto il giorno all'asilo.
Io non concepisco quelle madri che si annullano per i figli.
Io non rinuncio alla mia identità di donna per essere madre.
Io non accetto chi mette il lavoro prima della famiglia.

Chi non è pronto a fare sacrifici sarebbe meglio che non faccia figli.

Io non capisco chi sceglie di fare un figlio e poi si lamenta perchè è stanca.
Io sono madre e rivendico il diritto di essere stanca.
"Le altre" non possono capire cosa vuol dire avere un figlio.
Guarda queste, fanno un figlio l'anno e non possono nemmeno mantenerlo.
Mettere al mondo un figlio senza sicurezza economica è da irresponsabili.
Mettere il benessere economico prima dei figli è da egoisti.
La gente ormai prima dei quaranta non fa figli.
Un figlio a vent'anni? Io non lo farei mai!

Io dico: che ognuno viva la sua vita e i suoi passaggi più significativi come meglio si adatta alla sua indole e al suo modo di essere.
Io dico che forse dovremmo sforzarci di giudicare meno e provare a immedesimarci di più in una vita diversa dalla nostra.
Farci accettare dagli altri per come la viviamo, mostrandoci senza timore di essere additati e biasimati è aiutare anche gli altri ad ampliare il proprio sguardo e uscire dai propri schemi mentali.
Che poi non è detto che la strada che abbiamo scelto noi sia la migliore in assoluto. E se invece non lo fosse? E se invece ci sbagliassimo?
E se quella signora arcigna oggi si è svegliata male perché ha un fratello all'ospedale e le è morto il cane ieri? E magari è una pasta di donna.
Che questo sia un promemoria prima di tutto per me.
Come al solito pensieri un po' alla rinfusa, non so se si è capito bene.
E comunque, nel web mondo, ho preso spunto da qui.
Io rimango sempre un poco fuori dal circuito, poco informata e sempre in ritardo: non partecipo, ma traggo ispirazione. Anche perché non riesco a tenere il filo. Ve ne sarete accorte.
Loro invece sì. Di quelle persone di cui vi parlavo prima, quelle mai viste e conosciute ma che mi piace ascoltar pensare, quelle blogger che sono anche loro donne e che mi suggeriscono sempre interessanti occasioni di riflessione, rimando agli articoli che mi hanno evocato questa.
Prendetevela con loro dunque.

Mamma è in pausa caffé: un grazie per le donne.
Cuor di carciofo: donne per donne. Provo a dire la mia.

giovedì 21 luglio 2011

Canzoni per bambini: La balena.


Allora, siccome con questa canzone ho frantumato los cojones a tutti coloro che hanno avuto la sfortuna di frequentare me e mia figlia negli ultimi giorni, ho pensato bene di condividere con voialtri del web questo piacevole intermezzo video-musicale.
Trattasi di canzone riesumata da me durante il periodo di soggiorno pupesco presso casa della nonna: andare a scovare le musicassette Bimbo Mix Parade è affini ha generato mostri che nemmeno il sonno della ragione sarebbe capace di evocare.
Il risultato è stato una pupa completamente in fissa, che punta gli indici al cielo ballonzolando sul sedere ogni volta che si imbatte in una qualsivoglia riproduzione grafico-plastica di un esemplare di cetaceo, anche vagamente abbozzato o caricaturale: è il suo segnale in codice per attaccare con la colonna sonora.
L'ingegno multiforme della mamma è in seguito riuscito a scovare on line questo bellissimo video, e allora è stata davvero la fine. Il ballo del qua qua è stato definitavemnete scalzato dalla pole position, e ora la sola vista del pc, per lei, significa una sola cosa: "La balena".
Ecco dunque per voi il testo della canzone.
La balena
(sigla della trasmissione "Domenica In", interprete: Orietta Berti)

Com’è grande, com’è grossa la balena!
Porta undici trichechi sulla schiena,
ha un sorriso di sei metri, la balena
ed una cosa buffa in più:
la doccia che dal basso sale su!

Verso il polo dove vive la balena
per sei mesi il sole spunta a malapena
non esiste un trampolino, un’altalena
e bene o male esiste chi
non è felice di restare lì!
Un piccolo esquimese di stare in un igloo
e avere freddo non ne poteva più
con il pollice per aria
un ghiacciaio cavalcò
e un passaggio a chi passava domandò.

E la balena si fermò
ed a salire lo invitò
e quando al largo si trovò
“Dove ti porto?” domandò
“Voglio andare non so dove,
dove trovo non so che,
ma bisogno di pellicce non ce n’è”.

E la balena lo guardò
e senza dir ne’ sì ne’ no
dal polo nord si allontanò
e verso il caldo navigò.

La balena è un transatlantico
che non si ferma mai
senza elica o timone e marinai.
Col suo piccolo esquimese sulla schiena
è partita in un baleno la balena
è arrivata in Portogallo per la cena
e avanti tutta, a testa in giù
in rotta per il caldo, per il sud.

E se è vero, com’è vero certamente,
che c’è stato qualche caso precedente,
stare dentro è molto meno divertente
uno non vede mai dov’è
e allora dimmi tu che gusto c’è.

Ma a dorso di balena
vedi dove vai,
si fanno incontri che non speravi mai.
Per gabbiani, pellicani, cormorani e per le gru
è una grande portaerei tutta blu.

E la balena va e va
fin dove freddo non ne fa
guarda di qua, guarda di là
è un mare di curiosità.
Dallo Zorro delle Azzorre
per un pelo si salvò
e Canarie e canarini salutò.
E la balena continuò
e sempre avanti navigò
così alla fine si trovò
un’altra volta al polo nord.

Ma io so che non a caso si trovarono lassù
perché casa dolce casa è anche un igloo.
Applaudito dalle foche
ride il piccolo e fa ciao
abbronzato sembra un eskimo al cacao.

Sbuffa e parte la balena dove vada non si sa
forse è stanca
e a dormire se ne va.
Insomma, vi chiederete, questa che cavolo vuole, perché pubblica sul blog il testo di una vecchia sigla televisiva corredata da video con cartone animato?
No, è che... pensavo che... credevo... potesse... tornare utile a qualcuno ecco.
A qualche mamma, magari, una categoria a caso.
Non so: magari sarete di quelle che "televisione cartoni animati e computer mai e poi mai prima dell'età scolare!"
Siccome io non ci vedo nulla di male, ogni tanto le faccio vedere qualche video su internet, e pure qualche cartone animato per piccolissimi su Al Jazeera, così prende dimestichezza con l'arabo.
Poi, prese di posizione a parte, il video è davvero grazioso, e a lei piace da matti.
Almeno finché non si stanca, che anche i bambini si stancano alla fine.
La canzone poi è deliziosa, e, tanto per dire una banalità, canzoni così non ne fanno più, e se lo dico io, che dovendola cantare dalle dieci alle trenta volte a dì avrei tutte le buone ragioni per detestarla...
Quindi ecco il testo, per le più coraggiose che vogliono cimentarsi nella rocambolesca impresa di impararla, malgrado sia decisamente lunghetta... io ce l'ho fatta! (potere della reiterazione a oltranza).

E ora vi invito, chi volesse, a condividere anche voi una canzone per l'infanzia, con o senza video, va bene lo stesso!
Su che ho bisogno di rinnovare il mio repertorio canoro!

Ah, dimenticavo: il video del ballo del qua qua è qui:


martedì 19 luglio 2011

Roba da gatti. Forniture per ufficio

Articolo catalogo 7753. Gatto portatile da scrivania per ufficio/studio.

Gatto Ufficio Panzumen. Cat 2011 art. 7753
Nuova linea di design, componibile a seconda delle esigenze.
Posizionabile sulla destra o sulla sinistra del pc, pensato per i mancini.
Scegliete le finiture che preferite, e soprattutto l’organizzazione interna più congeniale a voi, per averlo sempre a portata di mano, anche in spazi ridotti.
Antistress, antifurto, antistatico, antistaminico: a prova di allergia.
Aiuta la concentrazione e solleva l'umore.
Decorativo, riqualifica il vostro interno ufficio, garanzia di successo sociale e sexy.
Reperibile in due versioni: estiva (slim) e invernale, con supplemento di pelo, taglia extra-large.
Autopulente, necessita pochissima manutenzione, autoalimentato senza cavi.
Risparmio energetico: utilizza fonti di energia alternativa e pulita. Rende scarti facilmente smaltibili.
Generatore autonomo di rumore bianco all'occasione.
Disponibile anche in versione plaid e scaldasonno.
Prezzo d'occasione alle prime 100 chiamate.

Larghezza: 10/20 cm. (margine di differenza stagionale stimato approssimato per difetto)
Lunghezza: 65 cm. (estendibile, coda esclusa)
Altezza: 40 cm. (da seduto)

Acquista on line su Pisa & Love.

Rubrica del martedì: Roba da gatti.
Rubrica gemellata con: Cats on tuesday, roba da gatti around the world.


Per partecipare inserisci il tuo link entro la mezzanotte del prossimo martedì.
Ricordiamo che Roba da gatti sarà attivo ancora fino alla fine di luglio prima della pausa estiva.
Grazie.


lunedì 18 luglio 2011

Ricomincio da uno.

A ripensarci tutto questo percorso è incredibile.

Di quel giorno di un anno fa ho già raccontato più o meno tutto. E alla fine fa poca differenza come ciò sia avvenuto.

E' che, ricordando le parole di una lettera a me indirizzata parecchi anni or sono, la nascita, come la morte, rimane qualcosa di effettuale, ma misterioso, qualcosa che se ti fermi a pensare davvero a quel che significa, ci sarebbe da impazzirci dietro.
Dal nulla all'individuo. Dal non essere all'essere. Da nessuno a qualcuno. Dall'oblio alla coscienza.
Dallo zero all'uno.

E ora?
Ora si va avanti.
Partendo da uno.

domenica 17 luglio 2011

Make a wish. Combattere la nostalgia canaglia.

Quando cose di scarsissima rilevanza hanno il potere di illanguidirti le giornate di un luglio che volge in meglio, complice una brezza piacevolmente fresca e asciutta diligentemente preannunciata da tg e meteo, beh, allora sei inguaiata, perché non ne esci.
Stai lì a rivisitare momenti e immagini della tua notte più lunga e di tutto quello che è seguito, fino ad arrivare qua. Ricordi che riguardano me sola, dentro una stanza e tutto il mondo fuori na na na na na. O forse lei, sola dentro una panza?
E il beduino che non c'è, in missione a Roma, lasciandomi qui a svolgere in solitaria i compiti del week end con pupa, anche questo mi immalinconisce un po', pure se, finalmente, che bello, me ne sto un poco per i caz miei. Immalinconita.
E allora urge correre ai ripari.
Piccoli obiettivi, realizzabili con una manciata di impegno e forza di volontà.
Un desiderio la cui realizzazione dipende unicamente da me.
Ecco: vorrei fare qualcosa di bello per il primo compleanno di mia figlia.
Vorrei che lei si senta festeggiata.

Iniziamo con poco:

 
Colgo l'occasione per pubblicare questa brutta foto, così posso finalmente cestinarla.
Volevo pubblicarla qualche tempo fa, perché è una delle poche torte che saprei riprodurre a occhio e memoria, senza consultare manuali di cucina e appunti, perché è facile, e si chiama nel mio gergo "torta di Concetta", perché la ricetta me l'ha data Concetta per l'appunto, ma è una banalissima torta di mele, e allora magari è pure inutile riportarla qui, la scontatissima ricetta.

Domani ci mettiamo su una candelina  a forma di numero 1 e cantiamo tanti auguri i italiano e poi in arabo: Kulla am wa anti bichair, che metricamente non ci sta un piffero, ma pazienza.
E viene pure da Roma la mia amichetta d'oro, cosa volere di più?
E poi pupa scarterà i regali.
Che regali? Boh! Qualcosa le vorrai regalare a tua figlia per il suo primo compleanno, no?
Madre degenere che altro non sei! Lo so cosa stai pensando: ma se neanche sa che è il suo compleann...
E non appellarti a una facile etica anticonsumista, che va bene pure un calendario vecchio a lei per farsi prendere dall'entusiasmo, basta che glie lo impachetti ben bene. Eh, ma non ti provare a regalarle per davvero un calendario vecchio! Stai attenta a te.
Lunedi molli la pupa alla Master e vai a cercarle un regalo come si deve!
Come! E allora tutti i libretti che le ho comprato sabato scorso? E il set di secchiello e paletta per la spiaggia? E i gommoni/salvagenti/piscine gonfiabili come se piovesse che ha ricevuto dalle mie amiche/zie negli ultimi tempi?
No, ma quelli ormai... Non vale: deve esserci  almeno un pacchetto da scartare  quel giorno, dopo la torta.
Crea il rituale del compleanno.
Ecco cosa vorrei: creare a mia figlia il rituale del compleanno.
E il prossimo desiderio lo esprimerò per lei, mentre spegnerà la sua prima candelina, che forse lei non capirà se glie lo sussurro all'orecchio, di esprimere un desiderio mentre soffia. Lei no, che di desideri non ne ha ancora, le basta ridere quando suo padre la porta sulle spalle e le fa fare il cavallo pazzo, inseguendo la mamma per casa. Ed è felice.

Poi se riesco pure a concretizzare quella mezza idea che mi ronza per la testa della festicciola-scampagnata in luogo fresco domenica prossima, racimolando un manipolo di amici scampati all'esodo vacanziero, meglio ancora.
Ma andiamo per gradi, che devo ancora fare la torta, e non oso pensare al caldo che farà in casa dopo che avrò acceso il forno...

Mamma mia quanto la sto facendo lunga con questa storia. Non sono mai stata così in fissa per l'avvicinarsi del mio, di compleanno, nemmeno da piccola, giuro!

Desiderio espresso su invito di Owl, la mia amica blogger dal cuor di carciofo.

sabato 16 luglio 2011

I rintocchi dell'estate.


Tutti i più importanti cambiamenti della mia vita sono avvenuti in estate.
In estate il tempo langue e sembra sia fiaccato anche lui dalla gran calura, come gli orologi flosci di Dalì, carcasse meccaniche in decomposizione, aggredite da sciami di formiche. E invece va avanti, procede un po' impigrito, che tu non te ne accorgi finché: DONG! Non senti il suo rintocco. Ed è già finita.

In estate è nato mio fratello, e ho smesso di essere e di sentirmi la più piccola. Ho iniziato a vedermi come qualcuno che può e deve prendersi cura di qualcun altro. E prendersi cura di qualcun altro spesso può rivelarsi una grande risorsa per se stessi. Ti aiuta a sentirti importante.
E io contavo i miei anni basandomi sull'età di lui, perché festeggiava i suoi compleanni sempre mentre eravamo in vacanza, un anno in un posto, l'anno successivo in un altro, ogni volta una casa diversa, ricordi e fotografie che scandivano il volgere di un nuovo anno lavorativo, ed era più facile ripercorrerli poi con la memoria, dunque: quando eravamo a Tortoreto e tu avevi compiuto cinque anni, io dovevo farne nove...

In estate ho perso mio padre. Guarda un po', se doveva andare a coincidere con il giorno in cui è nato mio fratello. Quella volta ho smesso di essere anche un po' figlia. Ho smesso di avere paura di perdere qualcuno, perché era successo davvero, e quando le tue paure più grandi diventano realtà, non hanno più motivo di esistere. Ho smesso di sentirmi fragile e bisognosa di una mano forte a sorreggermi perché quella mano non era più lì a sorreggermi. Terapia d'urto. Ho smesso anche di conteggiare gli anni sull'età di mio fratello, perché abbiamo smesso di fare le vacanze tutti insieme; per lo meno, non ogni anno, ed era diverso.

In estate ho finalmente trovato il coraggio di dire a una persona che volevo stare con lui. Ho smesso di sentirmi inadeguata, e ho scoperto che si poteva fare, quella cosa di lasciarsi andare, di ammettere di fronte a qualcun altro che provi qualcosa per lui, di speciale. Ho accettato la mia vulnerabilità. Ho messo in discussione la mia necessità di difendere la faccia, più che il cuore. Ho dato uno scrollone alla mia persona e mi sono inebriata di felicità. E poi giù e poi su. Ho scoperto che poteva succedere anche a me, che anche io potevo far parte di quel gioco di parti, e anche ho scoperto che anche io facevo innamorare le persone (gli uomini!) di me, e non l'avrei mai detto. Se solo mi fossi mostrata più accessibile, meno inespugnabile...
Hasuna perde in continuazione il conto degli anni, fa confusione con gli episodi, sconvolge le cronologie, e io mi arrabbio sempre. Mi rendo conto ora che lui quella necessità di tenere il filo, di contare mentalmente i rintocchi dell'orologio del campanile, non ce l'ha. Mi chiedo anche che razza di memoria ci si possa costruire così.

In estate è nata mia figlia. E io sono diventata madre. Allora ho capito che non si può più tornare indietro. Quando si passa da uno stato a un altro la cosa è irreversibile, qualsiasi cosa accada dopo. Solo, quella che eri prima, da qualche parte dentro te la trascini ancora, tuo malgrado o forse per tuo accanimento, ma l'hai inesorabilmente, irrimediabilmente, messa da parte, per far spazio al nuovo, che per forza, quando arriva è un po' un macello, e lo spazio manca sia fuori che dentro, ma una volta che si sistema, e prende il suo posto, rimuoverlo sarà impossibile. E il vecchio che c'è in te, si farà ancora un po' più da parte, in un angolino, refrattario a levarsi di mezzo.
E' forse questa la persistenza della memoria di cui parlava l'artista?

Così l'estate batte i suoi rintocchi nella mia vita, quando il tempo è maturo e sembra chiudersi un ciclo, come una volta l'anno scolastico, con tutti i suoi rituali di chiusura che si tirava dietro, e il caldo, e l'impaziente euforia delle vacanze, lunga pausa oziosa come le sue assolate giornate pigre, in città, tra tv e sole in giardino, aspettando agosto per partire finalmente, e quando infine arrivava, sembrava già che l'estate fosse finita, malgrado mancasse più d'un mese ancora.
Siamo sempre così, ci maceriamo tra attesa spasmodica, e rimpianto nostalgico, e dimentichiamo l'ora, l'adesso, che non si vede bene, perché ha confini labili ma c'è.

E allora scusate il titolo ad effetto, che potrebbe benissimo essere quello dell'ennesimo best seller di stampo sentimentale drammatico in prossima uscita, da acquistare come lettura da spiaggia, tanto si sa che non vale gran che, ma se n'è parlato tanto, che alla fine mi è venuta la curiosità, e ti aspettavi talmente una cagata, che alla fine invece lo trovi carino, anzi, devo ricredermi: niente male, peccato il titolo da pellicola holliwoodiana di stampo sentimentale-drammatico...

E' che guardando la pupa soffiare sulle sue pennette al formaggino per farle raffreddare prima di metterle in bocca, ho pensato: "Tu guarda! Ha imparato a soffiare", e che tra poco così potrà spegnere da sola la sua unica candelina.

E allora forse ora conteggerò il tempo sui suoi anni.
Sarà lei il nuovo punto di riferimento su cui costruire i miei ricordi?


E lo so che sembra alquanto patetico che a una venga da piangere per una cosa simile, davvero, non so spiegarmelo.
E' anche piuttosto superficiale soffermarsi troppo sul senso di una scadenza che quando vai a stringere, vuol dir poco e niente, ché l'uomo il tempo l'ha suddiviso in unità più piccole per poterlo misurare, e ogni punto fermo nel suo incessante scorrere non è che una convenzione.
Ma sarà che in queste convenzioni noi ormai ci tracciamo e rintracciamo le coordinate della nostra vita, o che l'effettiva conclusione di questo primo anno mi preannuncia quasi le successive, in un susseguirsi inarrestabile di cose che dimenticherò.
Insomma, mi chiedo cosa accidenti ci sia da commuoversi.

venerdì 15 luglio 2011

Venerdì del libro. Raccontastorie e C'era una volta.

"C'era una volta un re che aveva una grande passione per i calzini."

Ci scommetto: questa non l'avete mai sentita.
E se invece qualcuno di voi che mi leggete già la conoscesse, vuol dire che ha capito.
No, non è mia. E' una delle storie incluse nell'antologia di fiabe, favole e filastrocche antiche e moderne, raccolte nella collana "Raccontastorie", e poi in quella dei "C'era una volta" (iniziativa condotta in Italia dallo Studio Editoriale Srl, del Gruppo Walk Over), che uscivano ogni quindici giorni in edicola in fascicoli rilegati durante gli anni Ottanta, come dire, gli anni della mia infanzia (il mio primo decennio di vita).
Queste storie hanno dunque rappresentato per me, e per i miei fratelli, un appuntamento periodico di eccezionale impatto nella nostra quotidianità, che a scadenze regolari, popolava le nostre menti di personaggi e colori, suoni e racconti fatati.
E a guardarlo oggi dalla prospettiva rialzata dell'età del giudizio e con la distanza storica di un paio di decenni, decenni popolati più o meno da immondizie televisive editoriali e pubblicitarie e produzioni cinematografiche smaccatamente studiate per una successiva mercificazione, non posso che apprezzare lo sforzo culturale ed esecutivo che era dietro a questa iniziativa editoriale, nell'epoca in cui l'audiocassetta abbinata all'immagine stampata era il top del top, e il compact-disk ancora un'invenzione avveneristica.


E' successo così che un giorno, mi tornasse in mente questa storiella divertente, del re che amava i calzini, avendo io notato una particolare predisposizione di mia figlia per questo specifico indumento. O meglio: poiché la sottoscritta possiede tutta una serie di paia di calzini assai poco seri, e abitati da una vasta gamma di specie animali (dai pinguini ai maialini ai topini), la pupa dimostrava con grande entusiasmo di apprezzare l'assortimento di calze materne, finché un giorno non mi sorprese con un morso a quattro denti a tradimento sull'alluce, morso dettato dall'incontenibile eccitazione in lei suscitata dalla vista delle apette che le sorridevano ronzanti dalla stoffa dei miei calzini.


Mi è dunque tornato in mente il re che amava i calzini e ho contattato prontamente mio fratello Totto, memoria ancestrale dell'effimero del nostro passato, con questa urgente richiesta:
"Il re che amava i calzini" o "I calzini del re"... come si chiamava quella fiaba? Te la ricordi?
E lui, certo che se la ricordava, come ti sbagli?
E allora col titolo in mano, sono infine riuscita a rintracciare in rete il pdf, con la ferma intenzione di stamparlo. Rinunciai, visto il costo esoso delle cartucce della stampante, e visto anche che all'epoca non riuscivo più a utilizzarla perché avevo cambiato pc e perso il driver del programma per reinstallarla nel nuovo.
Però ho trovato l'intera raccolta, fascicolo per fascicolo, scansionata e pidieffata:
su questo fantastico sito: Oasi delle anime, (che oltre tutto raccoglie anche tutte le sigle dei cartoni animati di quegli stessi anni e un sacco di altro materiale per nostalgici, che voi stessi potete andare a spulciare).
E se fossi ricca, me li stamperei subito tutti e me li farei rilegare in un volume da poter sfogliare con la pupa quando sarà un po' più grande.
Nel frattempo mi accontenterò dei nostri vecchi ingialliti fascicoli conservati a casa della nonna...

Tutto chiaro?
Spero di aver fatto una segnalazione gradita a tutti i conoscitori e amatori, ma anche ai non conoscitori e possibili amatori.
Come al solito non riesco a partecipare alla rubrica con un contributo serio e meno minchione del mio solito, come al solito non riesco a evitare di inserire una foto dei miei piedi in un post che parla di tutt'altro.
Pur tuttavia, malgrado l'atipicità della segnalazione e della forma, lasciate che inserisca infine il link all'iniziativa del giorno: i Venerdì del libro di Home made Mamma.

giovedì 14 luglio 2011

Piccoli passi: giocare.

Forse, senza stare troppo a concettualizzare.
E' guardandola giocare che la vedo compiere i passi più grandi.

Imparare a riconoscere e a distinguere.

E saper trovare e scegliere nel mucchio
quello che le chiedo.
e dare alle cose un nuovo ordine.

E aver finalmente dato un verso anche al gatto!
A proposito...
... voi lo sapete come fa il gatto?
NAAIN! (E' un gatto tedesco).

E vederla scoprire che esiste una relazione tra le sue azioni e il mondo circostante.
Ora che ha imparato a premere i bottoni da sola.

Poter finalmente restare in disparte a guardare.
 Lei che inventa funzioni nuove agli oggetti.





E scopre l'effetto ridicolo dei suoi gesti.

Tranquilli: alla fine ne è venuta fuori.

Un po' provata, per la verità!

Oh estate bollente e afosa, grazie e grazie ancora, per le ore preziose nella piscina gonfiabile in terrazza!

Firmato
Una madre che non sapeva più che pesci pigliare.

martedì 12 luglio 2011

Roba da gatti. Monumentale.

Eh, lo so, sono ancora in ritardo con la roba da gatti...
La verità è che una rubrica settimanale,  pur su un argomento così vario e stimolante (non mi crederete, ma ho ancora diverse frecce al mio arco) inizia ad essere una roba un po' troppo pretenziosa per l'attività cerebrale della scrivente, che col caldo e l'afa della città stretta tra mare e monti, si sente mentalmente impaludata e i pomeriggi più che rifugiarsi nell'aria condizionata della camera con la pupa mentre lei dorme non riesce a fare.
Ma tanto lo so che anche voi vi siete già rotti le scatole dei miei gatti, e quindi ad agosto ho deciso di mandare la rubrica in vacanza, e a settembre se sarà il caso se ne riparlerà.

Ma bando alle ciance...

Tutti in piedi per l'inno nazionale!


Fieri di essere gatti!

Testa alta, petto in fuori!


Verso l'infinito e oltre...


Rubrica del martedì: Roba da gatti.
Per partecipare inserisci il tuo link entro la mezzanotte del prossimo martedì.
Grazie per la pazienza!



lunedì 11 luglio 2011

Da non dimenticare

Visto l'inatteso successo ottenuto dalle mie disquisizioni pseudo-filosofiche sul vero significato della vita, mi auto-innalzo a ruolo di Maestra Moltosaggia Zen, e vi allieterò anche oggi con una storia a metà tra il trash e il fantozziano, dalla quale storia, tratta dalla vita vera, pur tuttavia, il saggio sa quali e quante verità trarre.
Dunque, inizia così: ci trovavamo, io e il beduino, e pupa al seguito, su assai poco amena spiaggia balneare in quel di Marina di Vecchiano, chi la conosce lo sa, che non è poi questo gran mare, perché l'acqua è torbida, la spiaggia piuttosto sempre-zozza, dato il decisamente basso livello di senso del bene comune insito forse nella maggior parte dei suoi abituali frequentatori, gli spiaggisti della domenica.
Anche noi tre ci trovavamo quella domenica di ieri, nel numero di codesti visitatori, pur recandoci sul lido più sul far della sera che in tardo pomeriggio, come nostra intenzione iniziale, poiché nel pomeriggio i restanti due terzi di mio nucleo familiare attuale se la dormivano della grossa, cullati dal ronzio del condizionatore d'epoca accattato pur esso l'anno avanti al mercatino della roba usata in conto vendita, ma questa è un'altra storia.
Solo Suster non aveva, nell'afoso pomeriggio domenicale, beneficiato di tale piacevole elettrodomestico, ma era rimasta a languire in terrazza aspettando che il caldo scemasse, gocciolando ostinatamente sudore sulle pagine della sua narrativa del momento, perchè "tanto tra poco si svegliano, non vale la pena che mi metto a dormire anch'io".
E invece fino alle sei, stecchiti entrambi.
Quindi si arriva in spiaggia che saran già state le sette suonate, eppure il sole era alto ancora, e picchiava. Quindi padre e figlia si immergono nell'acqua torbida e prendono a giocare amenamente insieme, mentre la mamma sulla spiaggia, impugnato il setaccio in plastica verde del set da sabbia acquistato per la pupa, si mette alacremente a ripulire il loro circoscritto angolo di spiaggia dallo sterminato numero di cicche di sigarette gentilmente lasciate lì dai visitatori precedenti, ché arrivando a quell'ora tarda, cosa pretendi, di trovare pure pulito? Ovvio che no: la spiaggia è un brulicare di fazzoletti sventolanti semi-insabbiati, che non oso pensare quali arcani terribili celassero al loro interno, torsoli di mela anneriti, pacchetti di sigarette vacanti, lattine vuote accuratamente schiacciate, ciabatte consunte abbandonate ingratamente e pezzi di palette rotti, che pareva un emporio.
Quasi a sberleffo della sorte Suster durante questo suo esercizio liberatorio della superficie gattonabile, viene accostata da vicino di asciugamano che la apostrofa chiedendole se per favore ha da accendere; incerta se non si trattasse di uno sberleffo al suo affannoso setacciare, ha poi concesso con riluttanza la fiamma del proprio accendino, o meglio, dell'accendino di Hasuna, allo sconosciuto, perché potesse col suo contributo incrementare il numero di mozziconi presenti in spiaggia.
Ma comunque, mentre era così assorta in questa meritevole attività da greenpeacer, si accorge di esser chiamata dal proprio compagno, che trovasi ancora a mollo con la piccola. Si accosta al bagnasciuga e... cosa vedono i suoi occhi sconvolti! Una cacca umana, cullata dallo sciabordio delle onde, rotola su e giù per la battigia, con movimento agile e aggraziato, suscitando il suo immediato moto di repulsione.
- Brendilo con quel coso che avevi in manooo!
Le urla intanto il beduino sempre tra i flutti.
Ah, la pupa ha rilasciato, pensa lei, e si accinge all'oneroso compito della madre devota, raccattando l'escremento con estrema cura servendosi del suddetto setaccio.
Però uno scrupolo le viene di accertarsi della real provenienza dell'oggetto.
- Hasunaaa! E'... della pupaaa?
Chiede circospetta alzando la voce quel che basta perché la senta lui, ma non i vicini di asciugamano che potrebbero disapprovare la defecazione della bambina in mare.
Ma quale non è il suo sgomento quando si sente rispondere dall'altro lato:
- Noooo!
Coosa? E perché dovrei togliere la cacca di un perfetto sconosciuto?
- E di chi è alloraaa?
- Boooo!
Ok, la cacca era già nel setaccio. Bisognava solo attraversare duecento metri di spiaggia per riporla nell'apposito cassonetto.
Ma perché dovevo farlo io?
Mentre così mi barcamenavo tra il mio dovere di perfetta spiaggista e il forte impulso di liberarmi al più presto di quel corpo a me estraneo, mi sono ricordata una frase detta da mio padre molti anni addietro.
O per la precisione: lui l'aveva scritta, in risposta ad un botta e risposta a suon di messaggi in bacheca nel vecchio condominio dove abitavamo. Qualche giorno fa commentando in un post di un'altra blogger avevo menzionato quel telegrafico scambio di battute, e quindi mi tornava in mente facilmente ora.
Andò così.
"Il proprietario del cane che ha sporcato il tappeto dell'ingresso, è pregato di pulire".
Questo il primo messaggio della catena condominiale. Lo ricordo bene perché l'episodio entrò poi a far parte della leggenda della nostra famiglia.
Il secondo l'ho approssimativamente ricostruito così:
"Vista l'allusione mi sento dovere di rispondere che il mio cane non ha lasciato escrementi all'interno del condominio".
A questo punto si inserisce la frase celebre di lui:

"Si fa prima a pulire una cacca che a indagare su chi l'abbia fatta".

E lui, da gran signore, la cacca condominiale quella volta, l'aveva pulita, anche perché mi par di ricordare che eravamo in parte responsabili della sua esistenza, proveniendo essa da un gatto del quartiere che era solito frequentare il palazzo perché ammiratore indefesso della nostra gatta, e noi bambini incoraggiavamo quelle visite con aggiunte alimentari.

Comunque, tornando a me sulla spiaggia, alle prese con quell'escremento umano di ignota origine, che il mare aveva portato fino a me perché gli assegnassi dimora più degna, il cammino dal bagnasciuga al cassonetto mi sembrò ben più lungo e accidentato di quanto in realtà non fosse, appesantita dello scomodo fardello a così pochi, fastidiosamente pochi, centimetri dall'estremità di uno dei miei arti superiori.
Eppure pensai a quanto più tempo ci avrei senz'altro messo se, invece, mi fossi fermata a indagare su chi fosse stato il suo proprietario, per poterlo poi condannare alla giusta pena di togliere di mezzo il corpo del reato.
Questa di mio padre è una delle citazioni che preferisco, però finora non avevo mai pensato alla possibilità di poterla riutilizzare così a proposito.
Mi viene quindi da formulare una nuova incrollabile verità:

Nella vita, di cacche da pulire, ce ne saranno sempre, e non importa di chi siano.

Questa però è mia, e se ve la rivendete, vi prego di citarmi.

domenica 10 luglio 2011

Se avessi i soldi!


Giorni di stanchezze individuali e specifiche, settimane di insofferenze reciproche e non-comunicazione, infine mesi di semi-indifferenza e vite parallele o solo momentaneamente tangenziali, istanti troppo brevi per essere significativi, come due spettri confinati in due dimensioni vicine eppure non interferenti, sprofondati ognuno nelle sue occupazioni anche nei residui momenti di relax, ovvero, la sera, dopo cena.
Lui con la testa nella tv, e il cuore sempre lontano, tra le bombe e le notizie che non arrivano o arrivano troppo tardi; io concentrata sul quotidiano, sugli irrilevanti, privati eventi del mio piccolo universo, alieno dalla realtà geopolitica, forse un rifiuto, una volontà di affermare che in fondo anche questa mia è vita, che non si può vivere l'assenza più della presenza, la lontananza più della vicinanza. Che ci siamo anche noi due, io e lei, e siamo qui, e aspettiamo.
Stanca, più che insensibile, isolata dall'incomprensione altrui, dal sentirmi ripetere che "Eh, però anche tu devi capire..." da chi probabilmente non ha capito nemmeno la metà; e io che la vivo ogni giorno attraverso lui e sulla mia pelle, di certo lo capisco meglio di chiunque altro che una guerra che si trascina ormai da mesi interminabili riesce a sfibrare e a logorare persino chi non ci si trova dentro fisicamente, ché la sua testa si è trasferita lì in modo permanente, con sporadici ritorni sulla terra, e questo a lungo andare ci allontana, ci allontana... e che a volte mi sento così stanca di sentirmela addosso che quasi quasi me ne andrei, come quando girai da sola l'Andalucìa, solo io e la mia tracolla, "Una ragazza? Da sola? Ma è rischioso!" "Tua nonna è rischiosa!" ho risposto alla mia povera, mentalmente limitata collega. Che mi sento imprigionata e senza via di fuga, e avrei proprio voglia e bisogno di vedere orizzonti illimitati avanti a me. Ma ora non potrei, no. C'è lei, che ha bisogno di me, e anche lui. E' questa è una delle poche certezze che io abbia acquisito finora. Quella di essere necessaria.
Arroccata sulle mie posizioni sbagliate, a tratti più morbida, a tratti più scostante, rassegnata al mio ruolo di massaia, ritrovo in me soffocati livori e attese di riscatto e affermazione personale, quando avrò sistemato qualche faccenda, aspetta un po' e vedrai, e non so neanche più con chi ce l'ho, se con lui o con me stessa. Più probabile la seconda. Ma intanto è più comodo avere qualcuno a tiro di schioppo.

Finché poi arrivano giorni che ti lasci andare di nuovo alla leggerezza, a lasciarti prendere di sorpresa dal lato assurdamente comico di certe situazioni, e ti scopri a ridere di te, di noi, di una vita imperfetta, ma in fondo la nostra, che se ti lasci andare più spesso, senza rimuginare troppo su gesti e frasi stizzite, sicuramente vivresti meglio, e chi ce lo fa fare di arroccarci così sulle nostre posizioni. tanto vale lasciarsi vivere e prenderla come viene.

Lo vedo armeggiare scocciatissimo con il contenitore delle posate, incastrato sul ripiano del lavello tra una piramide di piatti lasciati a sgocciolare in verticale e il residuo bellico dei nostri bicchieri scampati al rovinoso crollo del ripiano pensile di mesi e mesi fa, tutti sbreccati e incrinati, chi più chi meno, artisticamente compositi, pezzi unici di set ormai non più tali. Ricomprarli no, non ci è ancora venuto in mente, anche se abbiamo ricevuto qualche gentile donazione da amici caritatevoli, ad infoltire la schiera  di pezzi scompagnati delle più varie forme e dimensioni.
- Borca troia, cazzo!
- Ottimo, Hasuna: continua così e tua figlia un bel giorno si sveglierà e ti dirà: "Vaffanculo babbo!" al posto di buongiorno.
- Dai non rombere pure te: dove cazzo è finita la forchetta sottile?

Spiegazione di dovere: Hasuna, come tutti noi, ha alcune fissazioni tutte sue riguardo alle stoviglie. La sua forchetta personale è l'unica ad avere i denti stretti, come piace a lui, tutte le altre potrebbero tranquillamente essere usate come cucchiai: hanno denti larghi come paletti di uno steccato. Lui le odia; piuttosto che usarle si riduce a mangiare qualsiasi cosa col suo cucchiaino dal lungo manico.
Naturalmente la forchetta in questione è quella che non si trova mai, che finisce sempre in frigo dentro a una zuppiera di pasta fredda, o cade dietro il lavello, tra il carrello dei canovacci e la spazzatura, o viene prescelta dalla sorte per essere utilizzata come antenna di fortuna della tv o come utensile atto ad aprire un contenitore incastrato e poi rimane abbandonata in giro per casa.

- Forchette di merda! Te lo giuro: quando sarò ricco le butto tutte e le ricompro come dico io! Non vedo l'ora!

Non so se è stato il non-sense dell'affermazione, o la certezza dichiarata circa l'eventualità di essere un giorno "ricco" (eventualità del resto che non costituisce per il beduino oggetto di aspirazione alcuna, tenendo lui il denaro e il benessere in generale in scarsissima considerazione), o il paradossale pensiero che per acquistare un set di posate nuove occorra attendere l'improbabile svolta economica capace di proiettarti in un futuro laminato d'oro, fatto sta che questo è stato il momento dello sciogliersi di tutta la tensione accumulata in risa immotivate e liberatorie.
Perché tutto sommato basta poco per sentirsi ricchi, se tutto ciò che desideriamo è avere sempre a portata di mano la forchetta giusta, quella che corrisponde proprio alla tua idea di forchetta.

Fatto sta che il beduino non ha aspettato di diventare ricco. Una sera lo vedo rincasare con un'aria beata e soddisfatta, proclamando con entusiastica enfasi:
- Indovina cosa ti ho portato?
Come se si trattasse di una cosa che io attendevo da tempo.
E vi assicuro che l'ultima cosa a cui avrei pensato era che da quel sacchetto di plastica tirasse fuori sei, e dico sei, splendide, lucide forchette a denti strettissimi!
Mi è venuto ancora da ridere, ma mantenendomi su un tono semi-serio gli ho chiesto:
- Allora queste altre le buttiamo, Hasuna?
Lui borbotta, remissivo:
- No, lasciale: possono sembre servire se abbiamo osbiti a cena...

Mi viene spontaneo a questo punto chiedermi: qual'è la prima cosa che comprerei, se dovessi a un tratto diventare ricca? Forse un cuscino nuovo; il mio è piatto piatto e sembra quasi non ci sia, e ogni volta che gli cambio la federa inorridisco a vedere gli aloni giallo-marroncini espandersi sulla sua trama come fuochi d'artificio in cielo.
E' molto rassicurante pensare che non servirà aspettare che la ricchezza piova su di me per prendermi le mie rivincite dalla vita, e che in fondo è possibile fare a meno anche di ciò che rimane a portata economica del nostro sguarnito portafoglio, che se un giorno ci venisse tolto anche quel poco che abbiamo, non sarebbe certo la fine del mondo.