domenica 11 settembre 2011

Questo libro.


Questa la copertina, con antenne televisive su fondo bianco...
Ma siccome non è possibile giudicare il libro dalla copertina, non sempre e non solo, però non conviene quasi mai...
Ma dicevamo: qual è il libro che in assoluto vi rappresenta di più? (Lo so, la risposta era un po' diversa, ma la riformulo qui in maniera più chiara: quello che, di getto, vi vien da considerare il vostro uno e solo?)
Ora che avete diligentemente risposto in tanti (chi più, chi meno; magari non ce l'avete un libro così e allora, giustamente mi avete risposto: che domanda del piffero! E avete ragione, ma così, si fa per parlare...), ora tocca a me.
 Il mio libro è Le città invisibili di Italo Calvino, come qualcuno avrà già intuito, perché la sottoscritta quando si fissa su un argomento te lo presenta in tutte le salse, a proposito e a sproposito.

Così, di getto.
Un libro che non è narrativa. Un libro che non è nemmeno saggistica.
Molti romanzi che ho letto mi hanno emozionato, coinvolto, appassionato.
Ma poi col passare del tempo il ricordo si allontana e l'emozione sbiadisce, per lasciar posto a quelle nuove.
Oppure continuiamo ad alimentarle per fedeltà a quella prima emozione iniziale, anche se in realtà è svaporata da tempo.
I saggi possono dare grandi soddisfazioni intellettuali, farti comprendere, conoscere, svelarti realtà fino ad allora ignorate, proporti ipotesi interessanti. Ma anche qui il tempo passa implacabile e cancella nozioni acquisite, confonde nomi, rende approssimativo e meno efficacie un pensiero che prima era brillante e ben strutturato.
Invece un libro che non tiene conto di inclinazioni personali, di propensione per un genere o un altro, che non si pone in un solco, che valica i confini. Di più, che sembra non parlare di nulla, o meglio: che non si capisce di cosa parla, accidenti!

Una scelta bizzarra magari, questo esile libretto irto di arzigogoli e rovelli, ma anche di vaneggiamenti, visioni, senza una storia vera e propria, senza una forma letteraria precisa.
E ora vi dico perché.
Perché?
Se è vero che i libri che scegliamo indicano in qualche modo che tipo di persone siamo (dimmi cosa leggi...) forse vuol dire che io sarò così: cervellotica, concettuale fino alla nausea, ma anche volatile, svincolata da una trama prestabilita, da un genere, da un inquadramento, incline al visionario, attratta inesorabilmente dall'onirico, in bilico tra il resoconto razionale e la favola?
Allora, perché?
Perché ci sono alcuni libri che ti entrano dentro, cambiano il tuo modo di vedere le cose, di pensare, sono capaci di plasmarti.
Balle, uno direbbe. Tutti discorsi a vanvera!
Invece no. Tu leggi e ti si propongono quesiti che non ti eri mai posta, ti si aprono squarci su mondi immaginari che non ti appartengono, ma che, una volta partecipati, diventano anche tuoi, gli dai una forma, nel pensiero.
Magari queste città immaginate non corrispondono all'immagine che aveva di loro lo scrittore, scrivendone, o il narratore Marco Polo, parlandone, o il gran Khan, che ascolta paziente questi resoconti pazzeschi, per quanto, "non è detto che Kubilai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo", ma comunque lo ascolta, e si figura nella testa la forma di quelle bizzarre città turrite, o bastionate, sotterranee o volatili e impalpabili come i sogni.

Anche i libri son così, in fondo. Me l'avete fatto notare anche voi: non sempre becchi quello giusto nel giusto momento della tua vita. Difficilmente lo stesso libro racconterà le stesse cose a due persone diverse, fossero anche due amici inseparabili, due fratelli, o due innamorati. Quasi mai, parlando a distanza di anni dello stesso libro con un amico, ricorderete le stesse cose. Quasi mai assocerete lo stesso libro alla stesso stato emotivo.
Basterebbe dare uno sguardo alle recensioni dei lettori on line. C'è chi osanna un libro come un capolavoro assoluto, chi lo liquida in due parole come insulso; chi poi lo apprezza con riserve, considerandolo troppo pesante o impegnativo; chi invece ne parla con indulgente affetto, riconoscendone le pecche, ma dichiarando di averlo amato profondamente; chi infine dirà di non essere riuscito a finirlo perché l'ha trovato oltremodo angosciante.
Ovvìa, direbbero qui, com'è possibile questo? Pur sempre della stessa sequenza di segni grafici si tratta.
"Chi comanda al racconto non è la voce: è l'orecchio."
E' in questa selva di significati e significanti che ci destreggiamo, cercando di tirarne fuori qualcosa di più: quello che ti rimane, quello che suscita in te, ciò recepisce il soggetto. Ricordi, emozioni, sensazioni, immagini, desideri.
Tanti anni fa leggo un romanzo di cui mi innamoro, e me ne porto dietro un ricordo edulcorato da un periodo della mia vita che ricordo come sereno e spensierato, l'immagine di me che leggevo sdraiata su un'amaca in un lussureggiante giardino di una casa di villeggiatura, un trullo a picco sul mare.
Rileggerlo oggi, neanche a parlarne: non è più cosa.
Quante volte invece amici e conoscenti ci consigliano letture con promesse di grandi meraviglie, e invece noi ci troviamo ad arrancare pagina dopo pagina su un volume che ci rimane sul gargarozzo?

Anche queste città sono libri, libri da decifrare, che racchiudono esperienze, vite, storia, uomini viventi e non, abitanti presenti e futuri, genti di passaggio, studenti Erasmus, lavoratori pendolari, parenti in visita, migranti in cerca di fortuna, chi arriverà e chi progetta di partire.
Sono storie, ma sono anche disegni, architetture, volumi, materia plasmata, forme contrapposte, sovrapposte, secoli che si stratificano uno sull'altro, più o meno superstiti al passaggio del tempo.
E' un equilibrio continuo tra l'unità e la molteplicità, tra il caos e l'ordine, tra la fluidità delle forme, e il sottile progetto che è sotteso al loro stare insieme.
Anche questo libro, a dispetto della sua forma sfuggente a qualsiasi catalogazione tradizionale, nasconde in realtà una trama geometrica al suo interno, un ritmo, un disegno che dia un senso all'enumerazione di queste, che sono suggestioni di città, impressioni isolate, estratti di vissuto.
E però i significati li sfiori e subito ti sfuggono, ché vorresti leggerle e rileggerle, le tue città, quelle che ti hanno parlato, che ti hanno fatto pensare: "Eccola, è questa la mia città invisibile", e ogni volta che ci ritorni sopra ti pare diversa.

Viverla è come pensarla, solo che vivendola ci sei dentro, e pensandola invece è lei a essere dentro al tuo pensiero, ad essere contenuta in te. Anche per i libri, no? Mentre li leggi, è come entrarci, è come farne parte. Poi, quando li hai finiti, te li porti dentro, hanno lasciato una traccia nella tua memoria, condizioneranno in qualche misura i tuoi discorsi futuri, le tue scelte, letterarie, se non altro, i tuoi giudizi, le tue conoscenze, forse i tuoi atti.
Ti hanno cambiato, ma più passa il tempo, più l'immagine che ne porti nella memoria si discosta da quello che era il modello originale, si contamina con altre letture, o con esperienze, con cose sentite raccontare, si confonde, ci sono cose che vengono omesse e altre che non c'erano, altre che erano appena accennate e che ricordi invece come momenti salienti e ben descritti, magari solo perché da una parola messa lì erano scaturite in te riflessioni molto più ampie. Chissà.

Anche quando ritorno in un posto dopo tanto tempo devo fare i conti col divario tra ciò che vedo e ciò che ricordavo. Il divario tra la città visibile e quella invisibile. O meglio: tra l'una visibile e le infinite invisibili.


"Dunque è davvero un viaggio nella memoria il tuo?"
Dice Kubilai Kan, non capendo che qualsiasi viaggio vive assai più a lungo nella memoria di chi l'ha vissuto che nell'immediatezza.
Ci sono le città immaginate come possibili, ma che non sono mai state realizzate, perché poi solo una è stata la forma presa nella realtà, determinata dal susseguirsi degli eventi, come la trama di un libro, che si dipana davanti ai tuoi occhi mentre scorri le pagine, immaginando possibili epiloghi (peccato per il finale, sarebbe stato meglio un lieto fine. Oppure: troppo scontato, troppo inverosimile, troppo trascinato). Città effettiva e città supposte: "l'una racchiude ciò che è accettato come necessario mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più".
E anche: "I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi."

Potrei continuare senza trovare il punto, vaneggiare e vaneggiare.
La verità è che questo libro parla di se stesso, parla di quella dimensione impalpabile che è l'immagine interiore del mondo, dentro la quale noi tutti ci muoviamo, facciamo riferimento, quella di cui parliamo, generando infinite altre immagini di altrettanti altri mondi interiori nell'immaginario di chi ascolta.
Ora per esempio, che vi racconto questo libro, chissà che curiosa idea ve ne sarete fatti.
Ma non è quello, il libro che vi ho raccontato, non quello con le antenne in copertina: è quello che mi è rimasto in testa, che ogni giorno si arricchisce di pensieri e visioni, e a cui cerco di trovare immagini che gli corrispondano.
Non avete capito niente? Meglio: almeno non potrete dire, se mai vi fosse venuta la voglia di procurarvelo e di leggerlo, che le aspettative non corrispondevano alla sostanza, che i miei osanna erano esagerati e che il libro è decisamente sopravvalutato.
Non pretendo che chi lo legga vi trovi quel che vi ho trovato io.
 La città per chi passa senza entrarci è una, e un'altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui si arriva per la prima volta, e un'altra quella che si lascia per non tornare...
Cristina Madini, Cupole.

venerdì 9 settembre 2011

Quale libro?


Qualche tempo fa, su Anobii, social network di appassionati di libri che la Suster bazzica spesso e volentieri, mi contatta tal Michele, che mi avvicina in quanto legge che sto a Pisa e vuole coinvolgermi in una serie di iniziative in programma sul territorio, a cui la Suster già fin d'ora vi dice che non andrà, anche se declina con garbo e circospezione, accompagnando il "non credo" con un possibilista "in caso", che però non vengono recepiti dall'interlocutore come diniego, poiché il nostro tornerà ben presto all'attacco con nuove mail.
Nel corso di questo scambio di battute, a una certa il nostro Michele, che presentasi come scrittore dilettante di romanzi thriller, mi pone questa "domanda cattivissima: dovessi consigliarmi un solo libro fra tutti quelli che hai letto, quale sceglieresti? Ah, uno solo ne puoi scegliere... altrimenti che domanda cattivissima sarebbe?"


Al che la Suster risponde: "Se dovessi consigliare un libro e uno solo, quel libro sarebbe..."

E a questo punto mi interrompo però. La domanda cattivissima mi è piaciuta, e chiedo a Michele e ottengo i diritti di copyright per girarla eventualmente ai miei contatti.
Non si tratta di stilare una top ten, di enumerare i libri preferiti, di compilare elenchi.
Si tratta di isolare uno e un solo libro, l'unico, il rappresentate della categoria, IL libro per eccellenza, che a bruciapelo non esitereste a proporre a un ipotetico curioso che vi chiedesse "quale libro", senza altro aggiungere, né in merito al genere, né alla tipologia.
E' come raccontare un pezzo di sé, secondo me.
Credo che dica molto di una persona, la scelta di quel titolo.

Ecco, per esempio, Hasuna mi risponderebbe: "Io non ho letto mai un libro in mia vita", ed io mi farei già un'idea della persona. Probabilmente penserei: "Bravo ignorantone, e vanne pure fiero".
Ma siccome lo conosco, so che lui non ha un'intelligenza speculativa, ma pratica, e non tollera intermediari di alcun tipo tra se stesso e il mondo. Ama conoscere e apprendere per esperienza diretta e sensoriale, e considera una tortura il doversi concentrare su una pagina scritta per più di due minuti di fila.
L'ho chiesto ad una persona che ho conosciuto sempre tramite Anobii, una lettrice sopraffina, acuta e intuitiva (lei), che entra nei libri con tutta l'anima, e ne svela gli umori sottili, tirandone fuori recensioni che sono quasi poesia. La sua risposta è stata: Le notti bianche di Dostoevskij. Il risultato è che l'ho ordinato du Amazon ed ora sto aspettando da tempo che l'ordine, frammentato e tormentato, giunga infine a destinazione.
L'ho chiesto ad un altro lettore (lui), stesore di recensioni segaci e accattivanti, perché gli uomini sono in genere, nelle questioni intellettuali, meno inclini al coinvolgimento emotivo empatico e più pratici, a volte cavillosi, diretti, si beano del paradosso e del libero esercizio della parola.
E lui mi ha risposto così: "ESTINZIONE come unico e solo libro da portare sull'isola. Tutto il resto è noia, maledetta noia". Drastico. Tuttavia non poteva non incuriosirmi una tal risposta: ordinato su Amazon.
E ora vorrei proprio sapere che bisogno c'era di mettere in mano ad una come me uno strumento pericoloso come questo delle librerie on line, ché infili tutto in un carrello con una non-chalance che non avresti se te lo sentissi appesantire sotto la mole dei volumi cartacei che continui a buttarci dentro, ché effettui il pagamento con una leggerezza che non avresti se ti rendessi davvero conto che sono soldi, quelli che ti stanno scalando dalla prepagata, e non un'innocua serie di numerini.
E poi aspetti, e aspetti... E aspetti, diamine! Finche un bel giorno i miei libri arriveranno e allora...
a prendere polvere sullo scaffale, finchè non avrò il tempo per prenderli in mano, e leggermeli uno per uno e farmi un'idea finalmente delle persone che me li hanno consigliati.
Insomma: da allora ne è passata di acqua sotto i ponti... si dice così, non guardatemi male.
Io avevo il post su "quale libro" in tasca, ma ne avevo sempre altri per le mani e la testa.
Poi ho avuto l'input, da un'altra blogger (anche lei conosciuta su Anobii), che mi ha sfilato la domanda da sotto il naso:

Vai alla pagina del Giveaway

E allora mi son detta: è giunto il momento.
Ecco perché, prendendo spunto dalla necessità di segnalarvi il suo giveaway, mi accodo a lei, e vi chiedo: quale libro? Quale, per il mio prossimo ordine on-line? Qual è il vostro "uno e uno solo"?
Vi va di dirmelo?

mercoledì 7 settembre 2011

Le mie città invisibili: Pitigliano.

Le città sottili.


Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benché posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte,

 



e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l'un l'altro,





collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d'acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru.







Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda,

 


e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo,


 

cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno.
 



 Ma quel che è certo è che chi abita Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello.






Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici.



Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri


 

 e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.










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martedì 6 settembre 2011

I gatti delle vacanze.

E va bene, lo ammetto: con la testa sto ancora ferma alle mie vacanze.
E, come se non vi avessi già fatto una capoccia tanta (ma aspettate e vedrete, non ho mica finito!), invado la rubrica del martedì, che da oggi torna alla ribalta, a grandissima e insistente richiesta, sui vostri schermi. Yuppiii!
(Standing ovation)
Ok, basta così, mettetevi pure comodi. Grazie per gli applausi. Grazie a tutti per essere qui.
Va be', la smetto.
Durante i nostri innumerevoli spostamenti per il globo terracqueo, luoghi insondati dall'umana specie si sono aperti a noi e ai nostri occhi, svelandoci l'esistenza di una fauna felina locale mai immaginata né immaginabile.

Ecco a voi:
Il Felis domesticus soranensis.

Ve n'è di due tipi fondamentali:
  • il felis soranensis naturalis.


Piccolo felino domestico di carattere schivo e guardingo, conduce una vita piuttosto rustica e appartata, giovandosi generalmente della vicinanza di aggregati umani riuniti in comunità collinari fricchettoneggianti, votate a uno stile di vita volutamente essenziale, almeno nelle intenzioni, dedite per lo più al commercio di generi di seconda e terza necessità, ma anche di quarta e quinta, per lo più destinati al sollazzo di ricchi vacanzieri d'oltralpe. Approfondiremo meglio la questione nella scheda seguente.
Per ora possiamo dire che il gatto soranensis naturalis si adatta facilmente alle situazioni e alle condizioni demografiche territoriali, non teme il turismo di massa, ma evita aristocraticamente i contatti con questa fetta di umanità, predilige i vicoli e i tetti, e dimostra un'incredibile capacità mimetica con l'ambiente tufaceo che lo ospita.
  • il felis soranensis artificialis.



Riprendendo il discorso cui accennavamo sopra, il felis soranensis artificialis è strettamente legato all'esistenza di queste piccole comunità umane fricchettoneggianti di cui si parlava. Adempie ad una funzione basilare di sostentamento e autofinanziamento, e rappresenta la massima estrinsecazione delle tensioni e delle attitudini artistiche di questi gruppi umani.
Naturalmente, per quanto avere in casa uno di questi gatti di cartapesta allettasse in particolar modo la sottoscritta nella fattispecie, il felis soranensis artificialis trovasi decisamente fuori dalla portata del portafoglio della curatrice di questo blog.
Consigliato a: stravaganti vecchiette anglosassoni gattofile pecuniamunite e desiderose di riempire le capienti scaffalature della loro deliziosa countryhouse di interessanti interpretazioni artigianali della loro bestia preferita.
La manifestazione di arte contemporanea che tienesi annualmente nella città di Sorano ospita per la verità, tra le altre cose degne di nota un vero arsenale di gatti in cartapesta sufficienti a far venire la bava alla bocca alla Suster, che rimanda i folli propositi di appropriazione di quel futile campionario a dopo che sarà diventata una facoltosa gattara svalvolata (ah, ambizioni di gioventù!)

Roba da gatti, rubrica del martedì.
Chi volesse contribuire può farlo, segnalandomi di seguito il suo link.





domenica 4 settembre 2011

Risvegli.


Svegliarsi come riemergere da un abisso vischioso, ma confortevole, da cui ti lasciavi avvolgere, e invece dover tornare alla realtà, di due occhi gonfi e una testa ciondolante, di membra pesanti, e di una vocina squillante che ti chiama ripetutamente da due metri e mezzo di distanza, un visetto paffuto che spunta al di sopra della griglia di legno che delimita lo spazio di un lettino, il rumore secco di un oggetto di plastica che viene scagliato a terra, plastica e caucciù, un oggetto piccolo e rotondo, umidiccio che rotola chissà dove sotto qualche mobile della camera, e tu che ti sollevi dal tuo materasso buttato in terra modello "futon" e avverti una contrattura generale di tutti i tuoi muscoli dorsali e un generico dolore alle ossa lombari, le braccia indolenzite per i metri di marcia del giorno prima con lei appollaiata sul fianco, poi giù poi su poi giù di nuovo; e ora la tiri ancora su, oltre il suo baby-parapetto ligneo, per quanto, brancolante e barcollante, non ti senta proprio salda nel tuo equilibrio statico, e te la trascini appresso sul futon, sperando che voglia concederti ancora una proroga di qualche decina di minuti.
Invece lei no che non ha più sonno, e da un pezzo. In effetti di pazienza ne ha avuta fin troppa, che nel tuo dormiveglia sofferto la sentivi pigolare "Nain" e "Ga", e affettuosi gridolini abbracciati ai peluches che le si affollano ai piedi nel suo lettino zoologico di bambole di pezza, orsi gatti e cani, che ora giacciono ammassati in un ingrato mucchio desolato, una volta espletata la loro funzione affettiva del risveglio. E quindi tu ti rimetti giù, dopo averla prelevata, riaffondi la testa nel cuscino, ma lei è già in piedi e lo sai, vero, dove si sta dirigendo? Va e torna, trasportando con evidente impegno il primo di una lunga serie di libretti cartonati, che a viaggi successivi si andranno impilando accanto a te, a bordo futon. E tu sei costretta, ti tocca: prendi il primo, rispondendo al suo "Gaaa-gghe!", che starebbe per "grazie", e che in pratica significa "Grazie mamma, se ora me lo leggi", e inizi a sfogliarlo al contrario in maniera che le immagini siano nel verso in cui le guarda lei, accompagnando questo esercizio con rantoli che sarebbero nelle tue intenzioni i versi melodici di una canzoncina per bambini, ma la voce proprio non ne vuol sapere di uscirti limpida, a quest'ora (a proposito, che ora si è fatta? Quanto manca all'alba? Chiedi alla piccola sveglia quadrata in cima alla scrivania, che trovasi a circa un metro al di sopra della tua testa, dato che tu sei ancora adagiata sul tuo materasso-futon; e scopri che sono quasi le 6 e mezza e pensi "Vabbè, poteva andare peggio"). Quindi avanti: Popoff, Viva la mamma, Valzer del moscerino... Beppone russava nel grande giardino... Zzzzz...
"Mammmaaaa!"
"Eh! Cos'è? Sono sveglia! Beppone russava..." e miao miao miao, Panzumen leva 'sto culo dalla mia faccia, MIAO MIAO MIAO, manco stessero digiunando da un mese, e vabbè.
E insomma, alla fine di questa tortura non ne puoi più e ti alzi. Scacci via dagli occhi le ultime ragnatele di sonno impigliate tra le ciglia e ti fai coraggio, ti avvii verso la cucina a prepararti la santa caffettiera del mattino, per far tacere quel fastidioso ronzio in testa. Scodelli ai due lagnosi gatti la loro nauseabonda sbobba e servi a lei il suo piccolo biberon di latte e succo di mirtillo... sì, lo so, anche io inorridisco al pensiero, ma dopo innumerevoli tentativi questo è l'unico modo in cui riesco a farle bere il latte al mattino, dunque contenta lei, contenta la mamma, contenti tutti. Lei intanto che io mi riprendo e riprendo coscienza di me, pretende che parta con la lettura de "La casa dei gatti piccini picciò". Eh, no: questo è davvero troppo. Che ne dici se ora vai a giocare con i tuoi animali acquatici?
La terrazza viene aperta e un'ondata di caldo scirocco e vapore acqueo sembra travolgerci; sotto un cielo lattiginoso un'aria immobile e densa si attacca alla pelle e appesantisce il respiro. No, chiudiamo la terrazza.
Ma lei già si è gettata fuori, esclamando felice: "Ma! Ma! Ma!" Che sta per "aniMAli"
E vabbè. Gli animali vengono tutti allineati sul davanzale basso della terrazza, poi riposti in un secchiello, trasportati in casa ed estratti uno per uno e offerti alla mamma che continua a sorseggiare il suo caffè.
Ora che si fa? Si passa in bagno e mentre la mamma tenta di rinfrescare e detergere le sue accaldate membra, la bambina adempie a un attento e minuzioso lavoro di estrazione di barattoli di creme, di shampoo e olii, flaconi e flaconcini, boccette e bottigliette dal mobiletto basso posto sotto al lavandino, e li dispone con occhio accorto sul bordo della vasca, poi, avendo terminato lo spazio a disposizione, estrae da sotto a suddetto mobiletto la bilancia pesapersone mal tarata, e posiziona anche su quella superficie la sua personalissima composizione di natura morta alla Morandi (Giorgio, non Gianni).
E via così: poi è la volta delle scatole di scarpe, delle mollette, delle matite colorate, dei pastelli a cera... dentro, fuori, "gagghe" (grazie mamma, prendilo tu), dei barattoli di legumi che diventano fantasiose architetture minimaliste. E la mamma dietro a raccogliere, ricomporre, riordinare, una volta finito il gioco e passati ad altro, a tentar di tamponare gli effetti di quella inarrestabile entropia casalinga, che intanto è passata già alle patate, disposte tutte in fila a formare un meraviglioso trenino di tuberi; alle cipolle, che è fantastico sfogliare della loro dorata copertura esterna e poi frantumarla in tante minuscole scagliette crepitanti che fioccano e planano come coriandoli sul pavimento; alle foto incorniciate alle pareti, che si pretende vangan tutte deposte dalla sede originaria e presentate al suo cospetto, perché lei possa passare in rassegna i vari personaggi ivi ritratti e assicurarsi che nomi e persone siano sempre al loro posto, mamma, baba, nenne, zio Ergino...
Quando infine la pupa dimostra segni di cedimento e insofferenza, inizia a stropicciarsi gli occhi e ad emettere sonori sbadigli, significa che l'ora è propizia per il suo sonnellino mattutino.
La pupa ora ronfa come Beppone nel grande giardino, e  la mamma ne potrebbe anche approfittare per ributtarsi pure lei sul futon e recuperare quel suo sonno con tanta sofferenza interrotto. In fondo è domenica...
Ma la mamma si è già ingollata la sua mezza moca di caffè nero bollente. Non è cosa.
Il risveglio si è ormai compiuto. Inutile cincischiare ancora: sarà meglio raccogliere le patate.