lunedì 17 giugno 2013

La grande paura.

Eccoci qua. Le pupe son crollate.
Il pomeriggio al mare, pizza gelato, poi di corsa in città, stasera c'è la Luminara.
Malgrado lo sforzo immane siamo riuscirti a vedere solo i fuochi di mezzanotte, di sguincio, ché sul Lungarno c'era tanto di gente da svenire prima ancora di provare a penetrare la cortina umana a suon di ruote di passeggino sugli stinchi.
- Certo che portare bambini così piccoli in mezzo a una tale confusione ci vuole un bel coraggio...
Faccio finta di non sentire e tiro dritto.
Mimi crolla sulla via del ritorno, piangendo stanca per il mancato palloncino.
La piccola è crollata già dal mare.
La guardo dormire, le palpebre sottili che sembrano quasi trasparenti, i lineamenti perfetti.
Se sapesse, la signora che ha parlato, quello che mi porto dentro, oggi.
Potrebbe essere tutto come ieri ma non lo è.
In casa entriamo e si soffoca.
Apro le finestre: entrano rumore di traffico, sirene d'ambulanze e profumo di gelsomini.
Zanzare a go go.
Crollato anche il padre.
Tanto vale buttare giù un po' d'inquietudine.

In quel momento sembra che tutto di botto si fermi.
Invece no: sei tu che sei ferma, immobilizzata, paralizzata dal terrore.
Stringi lei al petto e dondoli frenetica, ma non ti esce una parola dalla gola, forse tremi, hai gli occhi sbarrati, senti il cuore che ti batte forte.
Lei piange, di un pianto che ti trapassa l'anima più e più volte, e vorresti piuttosto morire te che sentirlo.
E' un momento lunghissimo che tu continui a stare immobile, come chi stia tentando invano di fare un passo indietro. Come se il tempo si potesse riavvolgere e non si può.
Come se facciamo finta che non è successo niente. Una distrazione. Una stupida distrazione.
Ho sbagliato: la rifacciamo questa scena? Io non mi muovo finché non si torna indietro.
Ma invece nessuno ascolta.
Ho sbagliato ho sbagliato: vi prego un'altra chance!
Invece no.
Come vorresti non esser stata tanto superficiale e stupidamente distratta.
Ma è successo, e tu sei lì, nel momento del dopo, dell'immediato dopo, che non riesci a capire quanto sia durato, trapassata dal suo pianto, la gola serrata, bianca come un cencio.
E'stata colpa mia, cazzo, e ora?
E tuo malgrado continui a risentire quel tonfo, che già da solo basterebbe a farti perdere qualche anno di vita. A rivederla a terra, come un pupazzo rotto.
Sei in un istante cosciente di un sacco di cose, e maledici la tua trascorsa incoscienza, la tua idiota incoscienza.
E riconsideri in un lampo tutto il tempo, pochissimo, che avete avuto insieme finora, e come ti potresti essere giocata per sempre, una volta per tutte, tutto quello restante, da qui in poi, per un attimo di incoscienza, perché ti sei voltata a sciacquare l'asciugamano nel lavandino.
Ma era solo cacca, perdio! era solo un po' di cacca, non potevo aspettare?
Oh, vita mia, dimmi che va tutto bene, ti supplico, non piangere più, dimmi che funzioni ancora tutta come prima, dimmi che sono ancora in tempo per imparare dai miei errori.
La guardo e ha i lacrimoni agli occhi. Ha smesso di piangere perché è brava, e non piange mai a lungo, ma Cristo ne avrebbe il diritto! La guardo tonda tonda, che sembrerebbe di gommapiuma, ma sai che non lo è, che sotto tutta quella ciccia ci sono pure delle ossa ancora non del tutto formate. Che quella cresta di capelli non basta ad attutire il colpo, ché se li tocchi sono fini fini come piume di un pulcino, e lei è fragile e indifesa proprio come un pulcino.

Lei si è ripresa, pare.
Io no.
Non è che mando avanti la solita menata dei sensi di colpa materni per sentirmi dire che sono una bravissima mamma anche se un po' rincoglionita.
E' che quando di colpo, in una stupida mattina, in uno stupido minuto insignificante, ti rendi conto che potresti aver perso tutto, ed essere per sempre infelice, la paura non te la levi di dosso tanto facilmente.
E si dice che la prospettiva di perdere chi ami debba renderti più consapevole della tua fortuna e della tua felicità.
Io invece me lo sento sul collo come una minaccia perenne: attenta che la tua attuale felicità è fragile e precaria, e in un soffio la perdi.
Come un palloncino che vola via.
Perché la felicità comporta una grande responsabilità. Non sia data a chi è distratto, o incosciente, o superficiale.
Questa paura oggi mi si è attaccata addosso, e ancora tremo dentro, malgrado l'aria di mare e il sole, e lei che poi ancora mi sorrideva, ma non ha più voluto esser lasciata sola.
Chissà cosa si prova a precipitare nel vuoto a due mesi e mezzo.

Diciamo che ho avuto culo.
Ma tremo per i tanti altrimenti ben meno indolori.


sabato 15 giugno 2013

Playground a Pisa: il nostro terreno di gioco.

Quando Mary mi ha gentilmente contattata invitandomi a fornirle informazioni sui "playground" di Pisa, per prima cosa sono andata a googolare la parola "playground" per capire che roba fosse (scherzo, eddai!), poi mi sono fomentata e mi son detta : "Daye! Famolo 'sto post!"
Poi ho impiegato tipo due mesi per raccogliere il materiale fotografico da inserirvi, nell'attesa piuttosto vana che il tempo "volgesse in caldo" e io potessi recarmi con le bimbe nei luoghi interessati a realizzare scatti adeguati.
Alla fine mi sono arresa e mi son detta: farò con quel che ho.
Perdonatemi dunque la miscellanea temporale di fotografie che spaziano da una Mimi di pochi mesi, allo scorso novembre: lei sarà la testimonial ufficiale dei luoghi che sto per illustrarvi.

Dopo averci pensato su sono giunta alla conclusione di circoscrivere questa mia analisi al solo centro storico della città, dato che, immagino, per chi vi arriva da visitatore, interesse
rà poco conoscere la miriade di piccoli parchetti che sorgono nella sua immediata periferia.

Una delle prima cose che notai arrivando a Pisa anni or sono, fu che, pur essendo una città molto verde, e pur possedendo essa un centro storico a misura d'uomo, tuttavia vi mancano giardini pubblici di rilevanti dimensioni. Non so cosa mi aspettassi, ma provenendo io da una città come Roma, ricca di ville e grandi parchi storici, la cosa mi saltò subito all'occhio.
Gli spazi verdi ci sono, ma sono il più delle volte inaccessibili, spesso nascosti da alte mura, rinchiusi entro chiostre e cortili interni di complessi edilizi di antica costruzione, il che rispecchia la natura privata dell'assetto urbanistico comunale della città storica.
Da mamma più tardi non ho potuto fare a meno di notare che, oltretutto, anche gli spazi aperti disponibili e praticabili al gioco dei bambini, le sue belle piazze lastricate e alberate, sono generalmente privi di un vero e proprio spazio preposto al gioco: quello a cui daremo la definizione di "playground".
Vi sono però due importanti eccezioni: una è il bellissimo Giardino Scotto, ospitato all'interno della Cittadella Nuova, storica roccaforte della città della quale ancora possiamo ammirare mura e bastioni.
L'altro è il parco urbano delle Piagge, di cui mi riservo di parlare prossimamente, se no non finiamo più.
Ma ora concentriamoci sull'altro, sul Giardino Scotto.
Ne ho già parlato su queste pagine, in più di un'occasione:
qui lo presentavo durante una delle mie primissime passeggiate invernali con neonata al seguito;
qui ne davo una mia interpretazione "poetica", suggestionata dall'idea che in un luogo pensato e costruito in relazione alla guerra oggi si potesse andare per cercare relax o divertimento;
qui infine ne coglievo il sapore dolce-amaro nelle tinte di un autunno caldo e luminoso.
Tanto per farvi un'idea della location.

Oggi però mi concentrerò essenzialmente sul nostro bel playground.

Che fino a qualche anno fa si presentava così:

Photos of Giardino Scotto - Attraction Images
(Immagine presa da qui)

Un anonimo quanto comune insieme di giochini in legno tali e quali a quelli che ricordo aver allietato la mia infanzia (non che sia un secolo fa, però...).
Ma poi qualche anno fa il giardino è stato restaurato, e in questa occasione è stata rimessa a nuovo anche l'area destinata a Playground che ha subito un processo, diciamo così, di ammodernamento, se pure a mio parere l'intenzione estetica legata alla rappresentanza del luogo è stata privilegiata a discapito della fruibilità dei giochi da parte dei bambini.
Poi spiegherò il perché ma andiamo con ordine.

Ubicazione.

Il playground è situato in prossimità di uno dei due accessi del Giardino Scotto, ovvero quello che dà sul Lungarno, nelle vicinanze del ponte della Fortezza, piuttosto spostato verso est rispetto al nucleo centrale della città storica (qui la mappa), ma comunque, raggiungibilissimo anche a piedi per chi si trovi a visitare Pisa e voglia concedersi una pausa di relax, uno svago ai propri bambini, e inoltre visitare un luogo di grande interesse storico-culturale e bellezza urbanistica.

Accesso e praticabilità del playground.

Trovandosi il playground all'interno del suddetto giardino storico, esso è accessibile e praticabile solo entro gli orari di apertura del giardino stesso, che durante le ore notturne chiude ai visitatori. Questo fatto, se da un lato garantisce (ma nemmeno del tutto) il mantenimento dell'integrità dei giochi, che così si salvano da eventuali vandalizzazioni ad opera di visitatori notturni, dall'altro preclude di molto la godibilità delle aree, soprattutto nei mesi invernali, quando, in accordo con le ore di luce, il giardino chiude alle cinque del pomeriggio.
Tante volte sono arrivata ai giardini intorno alle quattro e mezzo, dopo aver preso Mimi dal nido, e ci è capitato che ci buttassero fuori dopo nemmeno un quarto d'ora. Ma va bene: basta saperlo.
Gli orari sono infatti i seguenti:

da novembre a gennaio 8.00-17.00,
febbraio-marzo 8.00-17.30,
aprile  e ottobre 8.00-19.00,
maggio e settembre 8.00-20.00,
da giugno ad agosto 8.00-20.30.
(Chiuso 1° gennaio, Pasqua, 1° Maggio, 25 Dicembre)

Chiarissimo no? E ora ricordateveli tutti!
Per il resto il fatto che sia inserito entro un'area verde più grande, e comunque protetta, lo rende un luogo di facile gestione per un genitore che vi porti anche più figli di diverse età, poiché, pur non essendo il playground recintato, i viali del giardino sono interdetti al traffico di veicoli (anche a quello ciclabile). I bambini insomma possono sciamare all'interno dell'area gioco in relativa sicurezza, evitando patemi d'animo al genitore affaccendato magari con l'ultimo nato.

Assetto del nuovo playgronud.



Il nuovo playground è articolato in due aree principali, intramezzate da una piccola aiuola con una fontana in pietra, quasi sempre asciutta e popolata da stormi di numerosi piccioni cittadini.
Le aree del playground sono delimitate da tappeti in gomma antitrauma dai disegni vivaci, cosa che rende questa area particolarmente adatta ai bambini più piccoli in fase di gattonamento o pre-gattonamento, o in fase di primi passi, a patto di preservarli dalle esuberanze dei bimbi più grandi, dal momento che, pur essendovi due distinte aree dedicate ad utenze di differenti fasce di età, non c'è una vera e propria zona off-limits protetta deputata ai soli neonati.
Mimi per esempio intorno ai 18 mesi è stata investita da un ciclista in erba che spingeva a gran velocità la sua mini-bici priva di pedali, ma non per questo l'impatto è stato meno traumatico.
Credo che l'architetto ideatore di questi giochi non dovesse avere grande dimestichezza con bambini piccoli, altrimenti non si spiegherebbe come minimo la scelta di piazzare proprio nel bel mezzo del parco giochi l'aggraziata struttura esagona delle altalene "gaudiane" (così le chiamo io), cosa che giornalmente fa sfiorare l'infarto di almeno una decina di genitori di figli under 2 che si avventurano incauti tra i dondolii spericolati di altalenisti ben più grandi.






I giochi.

Ma passiamo all'offerta ludico-ricreativa, che si articola come segue:
Primo nucleo: giostra e sfera rotante.



Nell'immediata vicinanza dell'ingresso principale troviamo la prima area di gioco. Qui le attrazioni sono essenzialmente due, come già esposto: la giostra e la sfera rotante.

Giostra:


Un'elegante struttura metallica che rievoca atmosfere di padiglioni principeschi a sostituzione del classico girello (funziona a trazione umana, piede a terra, ma ha un prolungato moto di inerzia, quindi possiamo dire una buona autonomia).

Qui la velocità di rotazione si fa più tollerabile, rispetto appunto ai girelli tradizionali, anche per utenti che abbiano superato i 12 anni di età, e si evitano di massima le svomitazzate epiche di cui mantengo ancora memoria nei ricordi dei miei anni di asilo.

In generale è una passatempo piacevole per collettività miste (genitori e nonni inclusi).





Sfera rotante:


La sfera rotante invece è rigorosamente monoposto e si utilizza così:


Al termine potrete comodamente ritirare vostro figlio ubriaco che come minimo per una quindicina di minuti eviterà di darvi troppo da fare perché troppo impegnato a recuperare il perduto orientamento spaziale.











Secondo nucleo: area grandi e piccoli.


Se ce la fate a superare indenni la pompa dell'acqua, senza che vostro figlio decida di volersi fare una bella doccia fredda fuori stagione, arrivate al secondo nucleo di giochi del nostro playground, articolato a sua volta in due aree che approssimativamente possono individuare due diverse utenze di età: la prima è indirizzata ad utenti almeno dai tre anni in su, dispone di strumenti di gioco molto complessi, a mio dire. La seconda al contrario offre strumenti di intrattenimento per utenti molto piccoli.
Mi chiedo perché mai non si sia pensato a vie di mezzo: nell'interregno che va dai 18 mesi a tutto il terzo anno di età (e forse anche oltre).

Ma proseguiamo col consueto ordine fin qui adottato.

Area gioco grandi
Dispone di attrazione invero particolari (oltre che spettacolari e gradevoli alla vista), ma a mio umile parere, non sempre adeguate alle esigenze ludiche dei bambini, almeno non  prima degli 8-9 anni. In ogni caso non mi sarebbe sembrato superfluo se, accanto a giochi così particolari si fosse trovato il posto per un tradizionalissimo scivolo, che non è dire troppo e soddisfa un ampio intervallo di età.
Ma ecco quanto abbiamo:

Il tappeto elastico:


Qui presentatovi da Mimi, attrae grandi e piccini, che spesso dai grandi finiscono travolti, nella foga di balzi da canguro da un trampolino all'altro. Tuttavia è un buon compromesso adatto a tutte le età. La mattina, quando i bimbi più grandi sono a scuola, offre diletto anche ai piccolissimi visitatori, che però non sempre sono in grado di utilizzarlo a dovere. La mia ha iniziato a saper compiere veri salti dopo il compimento del secondo anno di età.
Quasi sempre sovraffollato comunque dà spesso adito a vere e proprie faide territoriali.
Richiede quindi grandi abilità diplomatiche da parte del genitore accompagnante.

Esempio di Mimi grande (saltans).
Esempio di Mimi piccola (non-saltans).

La pertica:


Non so voi ma io non sarei stata capace di arrampicarmi in cima a quest'attrezzo in nessuna delle mie età passate, e non conto di recuperare la mancanza in nessuna delle mie prossime future.
Ma poniamo che le nuove generazioni siano di gran lunga più atleticamente preparate di quanto non lo fossi io. Ho visto invero bimbetti sgambettare fino quasi ad arrivare a premere l'ambito pulsante della sfera in cima, per quanto io non abbia mai assistito al suo raggiungimento e non sia quindi nella condizione di dire cosa succede se ciò avviene (si apre la sfera ed escono coriandoli e stelle filanti e un clown che suona un fischietto a bocca? mah!). Però il punto è che da madre neppure troppo ansiosa, quest'affare mi incute un certo terrore venerando, perché non dev'essere proprio indolore precipitare da lassù. Ribadisco: io avrei preferito lo scivolo. Ma comunque.

Altalene gaudiane (altalene grandi):


Come già detto bellissime ed eleganti, ma assai infelice la scelta di piazzarle proprio nel bel mezzo del playground, laddove scorrazzano brade torme di persone sotto il metro di altezza.
E vabé sono sempre la solita criticona. La struttura però è davvero bella e non vi dico che meraviglia quando le altalene sono tutte in movimento in contemporanea: davvero spettacolare, e ottimo il fatto che ce ne siano tante a disposizione.

Area piccoli
O forse dovrei dire piccolissimi. Qui ci sono un paio di strutture stramboidi diversamente assemblate oltre a una classicissima altalena a seggiolino chiuso.

Casetta con tubo:



Una semplice casetta per giocare, ma dotata di tubo.


Attenzione: le dimensioni sono davvero ridotte, e infatti in genere ci vedo giocare bimbi sotto i due anni (Mimi nella foto ha 10 mesi). I più grandicelli in genere ci si arrampicano sopra tipo scimmie, quelli dell'età di Mimi (intorno ai tre anni) già la usano poco.

Scivolo mini:

 

No ma è davvero mini.
Al punto che non fai a tempo a prender velocità che è già finito. Non credo superi il mezzo metro da terra. Roba che manco arrivi a vincere l'attrito iniziale.
Ottimo per i bimbi che iniziano a muovere i primi passi in autonomia.
Però crescendo si stufano presto.

 

Altalene piccole:


Cosa obiettare alle altalene. Le altalene sono un evergreen. L'unica pecca è che ce ne sono solo due, e questo significa lunghe file di attesa che spesso portano ad un brevissimo tempo di permanenza.

Giudizio mio.

Insomma, alla fin di tutto, un'area gioco abbastanza particolare, ampia e sicura, pulita e con una buona manutenzione dei giochi (i giochi rotti vengono puntualmente sostituiti piuttosto che lasciati decadere), dotata di panchine salva-nonni e ben raggiungibile dal centro città; gode inoltre del fatto di essere situata in un contesto verde di grande fruibilità e piacevolezza.
Infatti generalmente noi trascorriamo più tempo andandocene a zonzo per il giardino che rimanendo nell'area gioco vera e propria.
Ma è che ho una figlia strana, che si entusiasma quando vede un fiore o un piccione, e non disdegna di camminare piuttosto che fare la fila all'altalena o a cazzotti sul trampolino elastico.
Eccovi comunque qualche scorcio del resto del giardino, perché una volta esaurite le potenzialità del playground rimane pur sempre un luogo molto godibile in cui passeggiare.




Con questo post partecipo all'iniziativa di Playground around the corner:

Leggi il post che presenta il progetto

domenica 9 giugno 2013

Papaveri.

Un viaggio di cinque ore in macchina con due pupe di cui una di soli due mesi è sempre un po' un massacro.
Ma poi arrivi che sono quasi le undici di sera e scopri che il piazzale davanti casa è pieno zeppo di papaveri, e allora pensi: domani quando lei li vedrà impazzirà.
Perché lei per ora è crollata addormentata nel seggiolino, con il collo a 90°, dopo esser stata vigile quasi per l'intero tragitto.


I papaveri sono fiori generosi: si regalano al passante anche negli scorci altrimenti squallidi di marciapiedi di periferia, accendono l'asfalto di sfarfallanti rossi, ed è come se ti dicessero: lo vedi? La civiltà non l'avrà mai del tutto vinta su Madre Natura. Tutto il petrolio del mondo non basterà ad asfaltare l'intera sua superficie. Noi siamo tra tutti i fiori i più umili, i più effimeri, i meno pregiati, ma bastiamo a regalare gioia alle mani di una bambina che ci cerca sui bordi dei marciapiedi.



Noi veniam fuori dalle fessure tra il cemento e il marmo, ci accontentiamo di poco, da quel duro terreno tiriamo fuori il nostro nutrimento. Tanto domani, al più doman l'altro, già non ci saremo più.

 

E ci prestiamo a quei giochi un po' crudeli che affrettano la fine di nostra già così breve e precaria esistenza.

Per donarle l'emozione di una sorpresa, nelle sfumature rosate dei nostri boccioli.


Così dicono, i papaveri, mi par di sentirli, mentre lei li sfoglia, attenta.


Lo sai che i papaveri...

 

... son alti alti alti!





E tu sei piccolina.



E vide degli alti papaveri al sole brillar


e lì s'incantò.

mercoledì 5 giugno 2013

Incontri ravvicinati del V tipo*.

* Incontri bilaterali posti in essere tramite iniziative umane coscienti, volontarie ed attive, o tramite la comunicazione cooperativa con intelligenze extraterrestri.




La prima volta che ebbi modo di entrare in contatto con loro fu quando Mimi si approssimava a iniziare il suo primo anno di nido.
Allora ne isolai alcuni esemplari la cui osservazione ritenni di enorme interesse scientifico e antropologico, ma data la difficoltà di interazione che provavo nei loro riguardi, non riuscii a tirarne fuori un campionario strutturato, né a cogliere i nessi relazionali che correvano tra i diversi esemplari, il come e il perché si riunissero e si disunissero in gruppi più o meno omogenei di individui, il come il dove e il quando riuscissero a intessere relazioni più intense del semplice buon giorno e arrivederci dal quale io non mi schiodavo, e per finire non riuscivo nemmeno a giungere a una conclusione sull'opportunità o meno di approfondire in questo senso la mia conoscenza-dimestichezza col loro mondo.

E' andata avanti così per un annetto.
Io li guardavo a distanza, ritenendoli degli strani esseri che, pur vivendo la loro esistenza in parallelo alla mia, in qualche modo lo facessero per altre vie, degli esseri con i quali ogni forma di comunicazione "superiore" o intesa emotiva era destinata a rimanere interdetta.
Intrattenevo qualche sporadica conversazione che piano piano mi lasciò intravedere spiragli insperati di intesa, e, forse, di normalità.
E' che forse ero partita troppo prevenuta.
Forse non ero ancora entrata abbastanza nel ruolo e tra di loro mi sentivo più un'intrusa, un'infiltrata, una clandestina, che un membro effettivo del gruppo.
Io NON ero per davvero un genitore.
Ero un quasi-genitore che ancora non si dava ragione di esserlo, e mi chiedevo ancora se fosse il caso di autodefinirmi così.
Ero una che aveva una figlia piccola, ecco.
E per forza di cose era costretta a frequentare, pur se di striscio e alla chetichella, luoghi in cui si trovavano dei GENITORI.

Conoscevo però per nome tutti i loro figli, tutti i 23 compagnucci di Mimi della classe "medi" più qualcuno dei piccoli e quasi tutti i grandi. Li salutavo chiamandoli per nome e proseguivamo spesso discorsi lasciati a metà nella confusione del "arriva-svesti-cambia-metti e togli le scarpe-saluta-vai via" come per esempio: "Oh, Pietro, ma oggi dove l'hai lasciato il dinosauro?" "Matilde come sei elegante oggi!" e ne ricevevo a volte occhiate storte da "I genitori", altre volte espressioni sorprese o sorrisi inaspettati. Se per caso li incontravo per strada, loro, i bambini, mi riconoscevano e mi salutavano anche: "Ciao, mamma di Yasmin!", ma in quanto agli altri, "I genitori", non avrei saputo dire il nome di uno solo. Né mi era mai venuto in mente di chiederlo. Mi sembrava quasi un tabù. I genitori non devono avere un nome: basta che siano la mamma o il babbo di Federica/Emma/Lorenzo. Che importa? Cioè: che mi frega?

Poi la svolta, inattesa.
L'estate, e con l'arrivo di lei, l'arrivo anche di una nuova consapevolezza: l'arrivo di una nuova vita. Dentro di me.
La città deserta e un agosto che ce l'ha messa tutta per stenderci a tappeto, tutti quanti, agonizzanti, implorando pietà pietà!
Lei era una de "I genitori", aveva una bimba in classe con la mia e un'altra di pochi mesi.
Frequentavamo il giardino pubblico, per sopravvivere alla calura, nel tardo pomeriggio.
Ci incrociavamo, ci salutavamo, ci sorridevamo. La guardavo con la coda nell'occhio, lei alzava lo sguardo, risorridevo e distoglievo il mio. Avrei voluto, non osavo però.
Lei mi sembrava sulle sue. Forse anche io lo sono sempre sembrata.
Mi era simpatica però, a pelle, e ne cercavo la vicinanza. Mi sembrava di pedinarla, ma per un certo periodo, dovunque andassi, capitava di incontrarla.
Alla fine, conversando del più e dell'immancabile meno, le confido il mio "segreto". Lo sai che... anche io starei aspettando la seconda...
E dovevo avere una pessima cera, ero stanca e avevo le nausee. Avevo caldo, stavo male.
Mimi intanto raccoglieva fiori nelle aiuole. Lei la vedo piacevolmente sorpresa e lusingata della mia confidenza. E' scattato qualcosa, sì.
Poi l'inverno. Io col pancione crescente, lei in maternità. Il primo caffè insieme, ed ero titubante come un'adolescente a un primo appuntamento. Sarò inopportuna? Sarò una piattola? Avrà accettato per cortesia?
Un periodo per me un po' difficile, di scelte, cambiamenti: le mie confidenze, le mie paure, le mie disperate ricerche di casa (la starò ammorbando? Le sembrerò idiota?).
Invece suoi consigli, la sua partecipazione, la sua comprensione.

Una domenica di dicembre accogliamo l'invito ad andare a uno spettacolo di burattini a teatro, in centro,con le bimbe, e poi: perché non venite a cena da noi? Abitiamo qua dietro.
Ecco, era fatta. Due coppie con figli coetanei, a chiaccherare piacevolmente.
Ed eccoci a scambiarci ricette per il pane, salse piccanti, vestitini da neonato e sdraiette per il bagno, marsupi e sformati abiti pre-maman, a mandarci messaggini per incontrarci ai giardini con le bimbe, messaggini sulla riuscita del pane, ed ecco i nostri uomini contattarsi e mettersi d'accordo per andare a pesca insieme, ed eccomi inclusa nella lista di quelli che andranno alla festa di compleanno.
Era tutto vero?
Avevamo davvero fatto amicizia con dei "genitori"?
Eravamo dunque pure noi assurti al rango di "genitori"?

Scoprii pian piano che quegli alieni che a lungo avevo guardato col telescopio da distanze siderali, non erano poi così inaccessibili.
Scoprii che a guardar meglio e avvicinandosi un tantino, ve n'erano di esemplari la cui compagnia trovavo addirittura piacevole, talvolta preferibile a quella dei miei "vecchi" amici senza prole, perché loro  finalmente "capivano".
Scoprii anche che avevano dei nomi propri, oltre al titolo di Mamma-di o Papà-di.
Scoprii che potevo parlare con loro per lunghe mezz'ore fuori dal nido, dopo aver scaricato la pupa, senza che ciò comportasse un dovere sociale, ma per puro piacere.
Scoprii che molti erano simpatici (sì, persino lei: l'avresti mai detto?).
Scoprii che non era vero, come mi ero figurata, che le loro vite fossero troppo dissimili dalle mie per poterci intendere.
Per esempio scoprii che anche buona parte di loro viveva in affitto, che avevano lavori precari, o non ne avevano, che molti possedevano una casa sì, ma che era un bilocale di 40 mq e che pur portando a casa due stipendi non si trovavano in questa condizione di benessere da me supposta tale da render loro incomprensibile una mia difficoltà economica per esempio nel dare i soldi per la gita di fine anno.
Scoprii che potevo parlare tranquillamente di questo senza dovermi sentire una mosca bianca, o, peggio, essere compianta come una pezzente.
Scoprii anche che loro pure avevano i loro dubbi, i loro complessi genitoriali, che anche molti di loro, forse, avevano difficoltà a riconoscersi in un gruppo che dal loro punto di vista vedevano come compatto ed estraneo.
Scoprii che proprio nessuno stava lì a giudicarmi quando la mattina arrivavo trafelata sgommando in bici sotto la pioggia o il vento battenti con lei intirizzita sul suo seggiolino, e faticavo a convincere una pupa recalcitrante e urlante dei suoi terrible two a lasciarsi infilare le scarpine del nido.
Scoprii che lì in mezzo, a mia insaputa, godevo di grande simpatia, e finanche di un certo credito.
Pure se mi pulivo gli occhiali con lo stesso fazzoletto con cui avevo appena pulito il naso a mia figlia, e distribuivo biscotti di straforo senza chiedere il permesso, e a volte mi è capitato pure di soffiare il naso a qualche figlio altrui.
E che era divertente gareggiare ogni mattina con i soliti noti per evitarsi il podio dell'ultimo arrivato del giorno.
Scoprii che qualcuno, come poi mi confessò, mi aveva guardato con ammirazione in più di un'occasione ("Ma come fai ad essere sempre così tranquilla?" Chi, io?).
E mi scoprii a dare informazioni e dritte su questo o quel prodotto, sul portare i bimbi al Museo di Storia Naturale o all'acquario, su complicate trafile burocratiche di cui avevo imparato i trucchi, sulle complesse procedure di iscrizione alla scuola dell'infanzia.
Insomma scoprii che in fondo, non ero mica male come "genitore"!

E mi sono sorpresa a dire: "Dai, speriamo che ce li mettono nella stessa sezione alla materna!"

Quando non l'avresti mai detto.

Oddio... ci ho messo ben due anni, ma alla fine ce l'ho fatta.
Proprio ora che tutto sta per finire...
E mo' mi tocca ricominciare da capo!




E a proposito di genitori... questo mio post cadeva a fagiolo per il tema del mese proposto da GenitoriCrescono per il Blogstorming.
E così, visto che oramai ci ho preso gusto:



martedì 4 giugno 2013

Il secondo secondo me. (Cit.)


Nella canzone non forse a tutti nota, Caparezza enuncia che "il secondo album è sempre più difficile nella carriera di un artista" solo per poter ivi smentire la supposta verità come tanti altri luoghi comuni duri a morire.

Nella carriera di una mamma invece dicono i più che il secondo figlio è sempre più facile.
A me però erano giunte voci contraddittorie e disparate in proposito, di gente che "ci era passata" prima di me e mi prospettava l'inferno in terra.
"Preparati, Sus, non dormirai davvero più".
"Guarda, è un incubo! Immaginati il primo figlio moltiplicato non per due, ma all'ennesima potenza!"
"Perchè poi la primogenita ti renderà la vita impossibile, eh: sappilo".
"Riposati ora che puoi perché poi è finita".

Oh, cazzarola!
La mia gestazione, già di per se non di semplice gestione, è stata non poco oberata dal peso di questi sinistri pronostici, e senza esagerare posso dire che ho pianto con vere lacrime di terrore e disperazione svariate volte nel letto aspettando e prospettandomi nella maniera più nera l'arrivo della mia prossima morte per sfinimento psicofisico.
A ben vedere potevo risparmiarmela e vivermela più serenamente, ma insomma: diamo la colpa ai soliti ormoni.

Conservo ricordi avvolti da un che di terrificante dei miei primi mesi di maternità con Mimi, alias "la pupa", perché allora era l'unica esistente, e poteva ben chiamarsi così senza comportare ambiguità di attribuzione.

Ora, lungi da me il volermi attribuire il merito o il plauso di come le cose sembra stiano funzionando con una relativa scorrevolezza fino ad oggi.

Lungi da me anche il voler seriamente confrontare e giudicare di conseguenza le mie due figlie (o dichiarare una preferenza verso l'una o l'altra) sul metro del maggior o minore impegno che ciascuna mi ha richiesto nei primi mesi della sua vita .

Lungissime da me anche il volermi bullare del fatto che, tzé, chissà che mi credevo, e invece guarda, io ne farei anche altri tre subito subito, di figli...

Però ci tengo a sottolineare il fatto che non è che alcune madri siano più impedite, pazze isteriche, o inclini alla drammatizzazione in chiave tragica della loro esperienza di maternità.

Perché accade che ti senti a lungo così, quando parlando e confrontandoti con le tue simili ti sembra che solo tu sei arrivata sull'orlo dell'infanticidio, esasperata da continui e incessanti pianti notturni e diurni, esausta e sfinita.
Che solo tu eri tanto ansiosa e paranoica dall'osservare con scrupolosa e finanche pignola precisione gli orari di poppate e sonnellini, onde evitare che lei si potesse innervosire e mandarti a schifìo l'intera giornata.
Che tu sola sei arrivata tanto impreparata alla maternità da non sapere che, "Oh, che credevi, i bambini piangono/i bambini comportano fatica/i bambini richiedono attenzioni. Mica pensavi che fosse facile!".
Che tu e solo tu infine ti sia relegata a vivere nella perenne dipendenza dai tempi e dalle esigenze di tua figlia almeno per l'intero primo anno della sua vita, privandoti della più innocente occasione di vita mondana, come andare a mangiare la pizza una sera con gli amici, solo perché, nella tua mente iperapprensiva ti eri immotivatamente convinta che quella serata si sarebbe trasformata per te in supplizio più che in occasione di svago, e già ti vedevi gironzolare tra i tavoli della pizzeria con lei isterica e insonne tra le braccia, mentre la pizza ti si freddava nel piatto e gli altri continuavano a conversare amenamente davanti ai resti di cibo nei loro ormai vuoti, loro che non potevano capire, o a cui non interessava poi troppo, il perché non te ne stessi seduta a mangiare, una buona volta.

E vieni sommersa di esempi contrari, a dimostrazione del fatto che, no, vedrai, sei tu che esageri. Non è possibile che sia così difficile da gestire. Tizia e Caio vanno a mangiar fuori una sera sì e una no col piccolo Sempronio che dorme tranquillo nel passeggino. Giovanna il piccolo ce lo porta al mare tutto il giorno, che problema c'è? Antonio dorme nel marsupio mentre i genitori sono al cinema. Il piccolo Gianni l'altra sera era alla festa con la mamma: è stato bravissimo!
Sei tu che ti fai troppi problemi: guarda che lei lo sente, e diventa nervosa perché tu lo sei.
Sei troppo fissata con questa storia degli orari: lei deve abituarsi ad essere un po' scombussolata se no non fai più vita. Sì, sì: abituala a dormire anche se intorno c'è casino. Devi abituarla, capito? La chiave è lì. Se tu non l'abitui poi sono cazzi ,eh!

Miei adorati amici familiari e conoscenti del caso: io l'abituo pure, o almeno: ci posso provà.
Però nel frattempo che lei di abituarsi non ne vuol sapere e fa la matta, ché ce le passate voi le giornate a combattere?

E poi ti capita di metterti a fare terrorismo psicologico presso tutte le donne gravide che conosci, a far loro preamboli su come sarà difficile, quando loro figlio piangerà dalla mattina alla sera e non riusciranno neppure a trovare il tempo per bere un sorso d'acqua, "ma tu tieni duro, vedrai che poi piano piano le cose migliorano, anche quando vorresti solo piangere tu pure da quando ti svegli a quando vai a letto distrutta".
E dopo, quando  i pupi sono nati, e tu telefoni per sentire come va ti rispondono che "tutto bene, il pupo dorme e mangia, è abbastanza tranquillo... sì sì tutto bene, grazie, siamo felici".
E tu, ammettilo, sotto sotto, ci rosichi. E non poco.
Perché solo io?
Allora ti convinci che sì: sarà come dicono loro. Ero impreperata, ero incapace, ho esagerato, ero depressa, troppo incline a drammatizzare, troppo ansiosa, troppo poco adattabile. Mah!
Insomma: ti convinci di essere mammo-negata.

Eppure, non potrebbe anche darsi che forse forse fosse tua figlia ad essere una bimba un pochino più "difficile"?
In questo caso saresti stata solo un po' più sfigata delle altre, e non più impedita.
In questo caso vale la pena ritentar la sorte.
Vero è che sempre figlia del tuo stesso sangue è pure la seconda.
Che se tu, a sentir loro, eri così ansiosa da aver indotto nella tua primogenita un perenne stato di furia indomita, la cosa probabilmente si ripeterà.
E questo non ti tranquillizza affatto.
Così se al termine della prima gravidanza ci eri arrivata spensierata e intontita, nello stato d'animo svagato e ignaro di chi, appunto, ignora ciò che sta per accadergli, stavolta ci arrivi quasi rassegnata, all'erta e diffidente, e non ti arrischi a proferire la temibile frase "Però, questa bambina sembrerebbe tranquilla" nei primi giorni di vostra conoscenza, perché sai che potresti pagare caro un abbassamento della guardia.

Invece poi ti capitano cose strane.
Che la tua secondogenita si svegli nella carrozzina e invece di iniziare a urlare a pieni polmoni, come tu credevi fosse normale facessero tutti i neonati dal risveglio alla successiva nanna, con la sola interruzione della poppata, lei invece rimanga sveglia a  guardarsi intorno, emettendo ogni tanto un "Eh!" o un "Ghà!".
Accade che lei rimanga per lunghi intervalli di tempo sdraiata sul letto a osservare la giostrina con le pecorelle mentre tu sistemi camera, e ogni tanto la guardi incredula per accertarti che sia sempre viva.
Accade che lei, senza colpo ferire, ti si addormenti di botto sul braccio, e che tu la deponga nella suddetta carrozzina attonita come la Terra al nunzio sta, e un tantino confusa, perché non immaginavi questa cosa potesse accadere sul serio, nella realtà.
Accade allora che pensi: "tanto ora appena la metto giù si sveglia di sicuro", e che invece lei ti dorma secche tre o quattro ore di filato, così, senza avvertire, senza discutere.
Accade che lei ti guardi con quei suoi occhi grigio-azzurri fissamente, mentre tu in bagno effettui i tuoi lavacri mattutini con tutta la calma del mondo, come non ricordi di aver mai fatto da qualche anno a questa parte, e lei sempre lì, nel suo ovetto sopra al water, mentre tu ti strofini la faccia, ti spazzoli con cura le arcate dentali, valuti la possibilità di farti uno shampoo e depilarti, e tu la guardi, e lei ti guarda, non distoglie lo sguardo da te, e questo contatto visivo, questa aulica comunicazione muta, pur in ambiente così prosastico, la tranquillizza e  la rassicura, ché lei lo sa che tu sei lì, che sei la sua tett...ehm... la sua mamma e sei lì, e che non la lasci sola; e lei sa che tu prima o poi la prenderai in braccio anche se non sbraita, e questa immensa, insperata fiducia che lei ripone in te ti gratifica e ti lusinga, ma soprattutto, più di ogni altra cosa, vorresti gettarti ai suoi piedi e piangere come una scema, commossa e grata, e dirle mille volte: "Grazie! Ossignore grazie! Sia lode all'Altissimo! Mille e mille volte grazie! Grazie! Grazie! E ancora grazie!"