martedì 12 giugno 2012

Roba da gatti: nessun dorma! #2

Ok, si era detto "Nessun dorma", se non sbaglio...
Allora, Panzumen, come la mettiamo?





Niente. Qui urge passare alle maniere forti: a mali estremi...


- Pantumeneeee? Dove tei Pantumene?

(Ah, eccoti qui!)



Missione compiuta!
(Dura vita quella del gatto, signori. Ma io lo so che in fondo, le vogliono bene...)

Roba da gatti, la rubrica del martedì.

sabato 9 giugno 2012

Sabato sera io, te...

Stasera cena in piedi (sulle sedie), io e lei, grissini, bistecca ("di babbo") grigliata male (non sono brava con la carne), melone e cigliegie, tuccodimele of course, e Mimi la vuoi la banana, e no Mamma no, uppa Mamma.
La fame ci ha tolto il tempo di preparare più decentemente, il pranzo saltato da entrambe, per il gran caldo, la patteggiata affrettata sul finale perchè avevamo finito i Crehezz, Buia che prepara l'indispensabile attrezzatura per la pesca, che promette di portare i pesciolini.
Noi due, la terrazza, chè starci la sera ricomincia ad essere piacevole. La finisci quella carne? Posso mangiarla io? Lo finisci quel melone? No Ma-mma! E' di Mimi il melone! E' di Mimi il piatto! Ma dai, lo stiamo usando tutte e due questo piatto, non è il tuo, scusa eh! Cuda eh! (Mi fa pure il verso questa qui).
Io e lei.
Babbo? A pescare.
Master? A un compleanno (Ah, donna mondana!)
Zorro? Monta la guardia alla porta.
Panzumen? Amoreggia con Ambleto.
E le bambole Tittiottelle fanno le flessioni nel lettino.
L'adinello si affaccia da dietro la tenda.
Zio Tobia sempre sul suo trattore.
Io leggo in terrazza, mentre lei canta dentro e mi dice non cantare quando intervengo chè si dimentica le parole, e intanto la sento che demolisce cose. TRAC! Queste devono essere state le costruzioni. Plaf! Questi i libri. SBRAM! Oh, e ora che avrà rovesciato?
Un libro in terrazza, l'estate che si annuncia al fine. U libro anzi due... sbircio le mie città: qualcuno mi ha coinvolto in un suo progetto, e mi fa piacere farne parte, dovermi preparare, avere un ruolo.
I miei piedi (zozzi) così come sono.
Le sue scarpine taglia 21.
Leggere... leggere-zza?
Fare foto a casaccio, a raffica, ad minchiam, fino a esaurimento batteria.
Il crepuscolo. Le zanzare.
Abbiamo fatto un puzzle. Il suo primo puzzle (così c'è scritto sulla scatola: Il mio primo puzzle). Lei che ancora non ha capito bene il meccanismo, non le è proprio chiaro il senso del gioco, delle miniature degli animali piccoli da prendere a modello per gli incastri. Dice: "La mamma gatta! la mamma cana!"
-Ah, questa è la mamma cagna, Mimi?
-La mamma cagna... cagna! Cagna cagna cagna...
Ripete per memorizzare, e io come sempre rimango molto impressionata dell'urgenza linguistica di lei.
Oggi abbiamo dipinto, abbiamo fatto il bagno in piscina, abbiamo guardato Pippi.
Mimi è passata al periodo arancio.
Gli animali ancora sguazzano nella loro pozza d'acqua gonfiabile.
Io ho simulato molto nella pausa nanna pomeridiana e mi sento a posto con la mia coscienza di aspirante studente, anche se combatto con le percentuali. Non mi sono mai piaciute. Fanculo le percentuali.
Ho simulato e totalizzato 21 punti, il minimo sindacale. Perfetto.
Lei mi dice: il babbo di Pippi è un pirata.
Cavolo: io non ho mai saputo questi dettagli della vita privata di Pippi Calzelunghe, per la verità non credo di aver mai guardato Pippi Calzelunghe in vita mia prima di questo pomeriggio. Ma lei ha già capito che il babbo di Pippi è un pirata, dopo aver visto la prima puntata di Pippi Calzelunghe della sua vita.
La guardo e mi chiedo se è davvero lei quella gnappa di qualche mese fa, che rotolava dicendo "Oddio oddio, caduta!", e ora è così alta, e smilza, e ha le codine (come Pippi! Sì, Mimi, come Pippi), e i fuseaux, anzi, no, ora si dice leggins (le calze come Pippi! Sì, va be', Mimi, non è che sono proprio calze eh!) e fa stretching con i libri. Mi chiedo se ora Pippi soppianterà Pinocchio nel suo cuore... sarebbe ora!
Lei parla con nonna al telefono Fisherprice e le chiede se è a casa e quando viene.
Io sto lì a simulare e mi dico che se pure non dovesse andare, mi tengo comunque la mia vecchia vita di ora, che va pure bene.

Foto ad minchiam illustrative (così magari ci capite qualcosa pure voi):

 





 




Periodo arancione.







Mamma coniglia


(Suster simulatrice allucinata)


postilla:
Mi hanno detto che quando fotografo gli angoli della mia casa si sente che è una casa vissuta, e che sembra persino bella. Non me lo sono fatto dire due volte: io ci sguazzo nelle foto idiote. Grazie comunque a quella persona, se mi leggerà.

Mi hanno detto che (a volte) ragiono come una cinquantenne insoddisfatta. Ho incassato. Ho capito. Sto cercando di recuperare. Grazie anche a quell'altra persona, se mi leggerà.

venerdì 8 giugno 2012

Come iniziare?

kjdbckebd
Come qualcuno mi ha detto, sporco la pagina bianca, e inizio a scrivere.
Gli inizi sono sempre un problema, lo sono stati sempre per me, in particolare, che già dai temi in classe alle elementari passavo la prima ora a scegliere la traccia, la seconda a rigirarmi la penna tra le dita, e poi scrivevo di getto otto facciate senza copiare in bella, fino all'ultimo minuto, dopo il suono della campanella e oltre, e poi è sempre stato così, fino alla tesi di laura, circa un anno solo per trovare l'argomento, sei mesi di concepimento, nove di gestazione.
Va be', ma ora che c'entra.
Gli inizi sono sempre un problema, come diceva anche Calvino, ora non ricordo più dove, se in una delle sue Lezioni americane o in Se una notte d'inverno, o forse non lo diceva mai, e sono io che elaboro qualcosa che lui diceva in fieri, o che ho pensato questo leggendolo, o forse non l'ho mai pensato e lo penso ora, e sono convinta di averlo sempre pensato, o di averlo letto da qualche parte, e cito uno degli autori che amo di più per dare credibilità al mio pensiero.
Perché gli inizi sono pericolosi, e rischiano di viziare tutto ciò che verrà dopo nell'impostazione che dai loro, nel ritmo, nel tono, nella forma, di mandarti fuori strada, e a volte ti impediscono di arrivare dove avevi deciso di arrivare.
E quando vorresti dire tante cose, ma non sai a quale dare la priorità, un buon inizio dà un ordine ai tuoi pensieri.
Un cattivo inizio si mangia i pensieri buoni e li infiacchisce, ti fa perdere la voglia di andare avanti e accartocci il foglio, tradotto in lingua moderna, salvi in bozze e lasci perdere.
Ma poi soprattutto un inizio fatto in un certo modo ti preclude la possibilità di iniziare in un altro modo, ti preclude di fatto la possibilità di dare vita ad infiniti altri possibili discorsi, che partono da altri inizi.
E quindi uno a volte non inizia proprio, per paura che un qualsiasi inizio possa impedirgliene tanti altri, possa depauperarlo dell'estrema libertà creativa, delle illimitate possibilità di infiniti nuovi inizi.
Ecco la fregatura qual è.
E allora io scrivevo una frase qualsiasi e andavo avanti, e poi, magari, mi dicevo, la cambio dopo, invece la lasciavo sempre tale e quale, chè cambiarla alla fine non era poi tanto facile, visto che apriva un discorso lungo e continuo, senza cesure logiche,
Quindi non lo cambierò nemmeno questa volta, e che bdciuyw sia.
Ma spero che si sia capito il significato, direi, esistenziale della metafora scrittoria.
Mi trovo forse io ad un inizio di qualcosa?
No, magari. Quello che mi sento è di essere alla ricerca di Un inizio, e di non riuscire a trovarlo, di chiedermi quale storia narrare, cosa immaginare, quali parole. E' il bello è che sono già arrivata al punto di accontentarmi di un inizio qualsiasi, per la paura di non riuscire a sviluppare proprio un bel niente, del tanto materiale che avrei, e sarebbe uno spreco, cavolo, solo per colpa di un inizio!
Dannato inizio.

Ma si può iniziare da una cosa qualsiasi, così a volte basta una parola detta, o scritta, da qualcuno, ad infonderti coraggio, fiducia, determinazione.
Sentirti dire da altri cose che hai sempre cercato di dirti da sola, ma in fondo in fondo c'era sempre in agguato quell'altra voce interiore che ti diceva che no, che ti stavi raccontando storie, che non era vero che tutto sarebbe andato bene, che avresti potuto fare altre scelte e invece te le eri bruciate.
Ci sono momenti in cui cadi nella spirale a tradimento del "ma chi me l'ha fatto fare, tornassi indietro farei tutt'altro", ma so che è subdola, e che non serve a niente, e che non devo caderci, e che non è così, soprattutto.
Tornassi indietro le mie scelte sarebbero esattamente le stesse, perché in fondo ho passato degli anni a fare cose che amavo, a costruire una mia identità, e questa identità ora non sono altri che io, così come sono, con tutte le mie paturnie e le mie paure, le mie incertezze e contraddizioni.
Del resto, come diceva Gianni Togni: che male c'è? Fanno per me.
E quando pensavo che non ce l'avrei mai fatta, e guardavo altri fare ciò che a me costava fatica e immenso sforzo di concentrazione presenza mentale con la più spensierata nonchalance e i miei obiettivi mi sembrava non fossero alla mia portata, alla fine ce l'ho fatta, e riuscivo in maniera brillante laddove altri si accontentavano di riuscire.
Forse dovrei lavorare sul concetto di leggerezza, sì, riuscire ad alleggerire. Ci sto provando, a momenti mi riesce.
Poi arrivano momenti pesanti.
L'inattività prolungata è il tarlo dell'anima, e così anche le cose che magari in altri contesti riusciresti ad affrontare serenamente a padroneggiare, in quel contesto ti sfiancano, ti sfibrano, diventano ossessioni.

Buttarmi in quel mondo dei bambini che vive solo di presente, di lei che è felice se una sera ceniamo tutti e quattro insieme, che si entusiasma perché andiamo a fare la spesa insieme Mimi Mamma e Master, che non pensa a cosa farà domani e che non vuole tornare dal parco anche se le spiego che è tardi e bisogna preparare la cena, che vorrebbe che le passeggiate durassero in eterno, e piange sempre un po' quando torniamo a casa, che non desidera un presente diverso da quello che ha e che forse non immagina che possa essere migliore di così, che ha così poco passato dietro di sé e non si chiede ancora se avrebbe potuto viverlo in maniera diversa, nessuna scelta fatta di cui pentirsi, nessun tempo perso, ma ancora tutto messo a frutto al massimo, e tutte le possibilità ancora aperte davanti a sé.
E cerco di pensare che sia così anche per me.
A giorni fiducia e abbattimento, spensieratezza e preoccupazione, speranza e sconforto, attesa, chissà.

martedì 5 giugno 2012

Roba da gatti: nessun dorma!

La pupa sta perfezionando la pronuncia della sua "R". Prima era tipo un'ellissi: '. Ora è tipo una "W".
Prima era: "Do'o!", ora è tipo: "DoWo!".

Zorro non ha mai avuto bisogno di perfezionare la sua capacità innata di essere inopportuno.
Ha sempre avuto in una certa antipatia il sonno altrui, e per questo motivo si è sempre adoperato affinchè esso non si protraesse oltre una certa ora del mattino, infliggendo tassonomiche sveglie al grido di un MIAO-MIAOOO di cui solo chi l'ha sentito di persona può testimoniare l'efficacia. Del resto non è certo una sveglia finalizzata al riempimento delle sua ciotole, sempre ben rifornite di che vivere per almeno un altro giorno di autonomia. No: lui vuole proprio che tu ti alzi e gli fai compagnia mentre sgranocchia i suoi croccantini, vuole iniziare la sua giornata con te che intanto smanetti con la caffettiera e il microonde.
Peccato che lui dopo la colazione, per così dire, se ne torna nel talamo, per la prima pennica diurna della sua giornata.
In più ha sempre saputo per istinto naturale quale fossero il luogo e il momento meno adatti alla sua pennica.
Per esempio le lenzuola del letto mentre io sto rifacendo, guarda caso,  il letto.

Per fortuna che ogni tanto trova pane per i suoi denti da gatto...


"Coda pai qui Dowo? Dommi Dowo? Non ti può dommi'è Dowo! Guadda, Dowo 'tta dommendo!"


(O stava dormendo?)


"Dowo, vvegliati! Vvegliati, Dowo, non ti può! Ti piace Dowo? Eh, Dowo?"


"Cawo! Cawo, Dowo! Tei pelite, Dowo? Eh, Dowo? Che c'è Mimi?"
(Felicissimo, si vede dalla faccia).


"Dove vai, Dowo! Ti tei alzato? S'è alzato Dowo! Dowo do-ve va-i!"


Però diciamocelo, un pochino ti sta bene...

Roba da gatti, la rubrica del martedì.
Questa settimana partecipa anche: Eu.

PS.
Per chi si fosse preoccupato della salute di Zorro, ci tenevo ad informarvi che il gatto in questione si è completamente rimesso, e ha messo su anche un po' di ciccia che prima non aveva. Il cambio di alimentazione in questo caso è stato salvifico, anche se mi sono rifiutata di comprare il cibo da 25 euro che mi aveva consigliato la veterinaria, e ho optato per un mangime mediamente caro, del resto risparmierò sulle scatolette di umido, e mi tengo a posto la coscienza, perché spendere così tanto per dar da mangiare a un gatto mi sembra, a torto o a ragione, profondamente amorale...

venerdì 1 giugno 2012

Libri per bambini: il potere dell'emulazione.

All'uscita dal nido un giorno le maestre hanno distribuito a tutte le mamme dei bimbi "medi" questo librino:

Titolo: C'era una volta un vasino

Titolo originale: Once upon a potty.

Autore: Alona Frankel


Editore: CMM

Distribuito in Italia da: OKbaby


Età: 2-3 anni.

(Made in China)


Veramente non ho capito subito di che si trattava, ma giacchè la pupa era entusiasta di avere un nuovo libretto per le mani mentre io mi indaffaravo a toglierle le scarpine del nido e a infilarle quelle di tutti i giorni, ho accettato l'offerta di buon grado.

All'apparenza si presentava come una sorta di diario delle elementari, con la copertina rossa imbottita e l'immagine di un bambino seduto su un vasino, le pagine di cartone sottile e l'intestazione della prima pagina "Cari genitori", mi avevano fatto pensare ad un manuale informativo o ad un catalogo di qualche grande marchio di articoli per bebè.
In effetti la finalità dell'iniziativa era promozionale: insieme al librino veniva distribuito un kit valigetta con dentro vari opuscoli e, per l'appunto, un catalogo sull'argomento "vasino"... argomento scottante per i bimbi che si avvicinano alla soglia dei due anni!
Comunque poi mentre mia figlia sfogliava il libro con le avventure di... Tommy (?) e del suo vasino mi sono accorta che dovevano esistere due versioni dello stesso, e sono andata a cambiarlo con un altro con la scritta "bambina" e l'immagine di copertina che mostrava una ricciuta e ignuda pupa accomodata su un bellittimo vasino decisamente demodé, di quelli che si usava un tempo tenere sotto i letti per venire incontro alle esigenze notturne dei loro proprietari.
"Ecco, Mimi, questo è con la femminuccia", le ho detto. Ed è per questo che ancora adesso il libro in questione viene da lei indicato con il nome di "pemminutccia".

Quella bambina in copertina era Lia, e inspiegabilmente per me la sua chioma scarmigliata, la sua goffa nudità e il suo vasino demodè hanno istantaneamente conquistato mia figlia, che ha preteso subito subito una serie di letture reiterate in rapida successione, tanto per prendere dimestichezza con la storia e con i personaggi, che in definitiva si riducono a tre: Lia, la mamma di Lia, e il vasino.
Poi c'è la nonna di Lia, che però compare solo in quanto mittente del pacco nel quale Lia scoprirà il suo nuovo vasino.
Ma che cos'è questo strano oggetto?
Sarà un vaso per i fiori? La ciotola per il gatto? O... un cappello?
No, no e ancora no: è un vasino e serve per farci dentro tutta la pipì e la popò, CHE MERAVIGLIA!
E davvero mia figlia si entusiasma da matti di fronte alle gesta eroiche di Lia e del suo vasino, infrangendo senza condizioni il muro della mia perplessità e del mio scetticismo.

Diciamo che se l'avessi dovuto giudicare senza l'aiuto della pupa probabilmente mi sarei evitata una recensione, e l'avrei etichettato come un libro "datato" e piuttosto noioso.
Ecco infatti i primi commenti a riguardo:

- Guarda, al nido ci hanno regalato per la pupa un libro porno!
- Ma come un libro PORNO??
- Eh, guarda qui...
- Ah ah ah! ma cos'è, educazione sessuale per la prima infanzia?

Poi:
- Ma Mimi capirà il significato della parola "popò"?
- Va be', tu leggile "cacca", è uguale no? Ma allora esiste qualcun altro oltre a Nonna che dice ancora "popò"!

E ancora:
- Ahahahah! Hai letto la quarta di copertina?
- "Finalmente anche in italiano il best seller internazionale Once upon a Potty!" Ah ah! Dai, ma sono seri?
- Però dai, magari a furia di leggerlo a Mimi viene voglia di avere un vasino pure lei...

Insomma, il mio spirito minchione ogni tanto prende ancora il sopravvento sul mio spirito mammesco.
Ma ora mi riscatto.
Insomma, sì, va a finire che parlo di cacca, ma stavolta non è del tutto colpa mia, eh!

In realtà il libro sul vasino funziona davvero!
Me ne sono accorta quando la pupa un giorno si siede sul contenitore delle sue costruzioni e dice "Tono tul vadino! Come Lia! Che bello! Bellittimo il vadino!"
Sono rimasta basita...
Sfruttando l'onda di questo entusiasmo mi sono industriata a procurane uno a Mimi, ragion per cui ora siamo in attesa che arrivi anche a noi per posta un pacco "da parte della nonna"... chissà cosa ci sarà dentro? Un vaso per i fiori? Una ciotola per i gatti? Un cappello? Mah!

Quindi il primo pregio che devo riconoscere a questo libro è questo: la forza inopinata dell'emulazione libresca, per la quale la pupa ha grande sensibilità.
Il secondo è lo stile espositivo: un linguaggio conciso e spontaneo, senza inutili reticenze racconta ai bambini mostrando le cose dal loro punto di vista, affrontando aspetti della realtà che li riguardano da vicino, e coinvolgendoli attraverso efficaci espedienti narrativi:
  • si rivolge direttamente a loro: "Ciao, sono la mamma di Lia...";
  • invita al confronto:  "Proprio come te, Lia ha un corpo...";
  • e attraverso il confronto e il gioco dell'enumerazione insegna a prendere coscienza di sè: "Una testa per pensare... Occhi per vedere...Orecchie per sentire...";
  • li rende partecipi della storia della loro vita, attraverso le diverse tappe del crescere: "Lo faceva quando aveva due giorni. Lo faceva quando aveva due mesi...";
  • e il senso della reiterazione di alcuni gesti, di alcuni rituali quotidiani, come quello del cambio pannolino, che loro ben conoscono: " Un pannolino pulito, un pannolino sporco... Un pannolino sporco, un pannolino pulito...";
  • li invita a scoprire insieme la funzione e l'utilità del nuovo oggetto, che loro devono imparare ad utilizzare e a sentire come proprio: "E' un vaso per i fiori? No, non è un vaso per i fiori!";
  • li rassicura circa la necessità di compiere questo, per loro, importante passo, raccontando l'esperienza di "un loro simile" che, proprio come loro, arriverà a padroneggiare questo nuovo strumento passando per alcune tappe successive e non sempre con successo, perchè a volte bisognerà avere la pazienza di aspettare a lungo: "E aspetta,  e aspetta, e aspetta, e aspetta, e aspetta, e aspetta..."






E soprattutto posso dire che questo libro ha anche offerto a me, mamma, uno spunto di riflessione su un aspetto a cui non avevo mai dato tanta importanza: il passaggio dal pannolino al vasino non è in effetti una tappa banale nella crescita del bambino, ma rappresenta una presa di coscienza di sè e dei propri bisogni, della necessità di riuscire a controllarli e amministrarli non proprio scontata. Dopo tutto da quando sono venuti al mondo il pannolino è stata per loro una realtà mai messa in discussione, così come il non dover pensare a cacca e pipì prima di averle fatte.

Naturalmente poi c'è il lieto fine...


E fu amore per sempre...

Lo stile delle illustrazioni, volutamente retrò, i fondi monocromi, i motivi stampati, rievocano un certo tipo di immagini e di libri per l'infanzia di impostazione un po' didascalica che ricordo esser stati presenti nella mia, di infanzia, con figure molto stilizzate e testo ridotto all'osso, ma tradisce la sua reale modernità in una certa ironia di fondo sottesa alle illustrazioni, nella grande coesione e interazione immediata tra l'immagine e la parola scritta, che si integrano e si completano a vicenda diventando inscindibili l'uno dall'altro.

L'aspetto negativo? A quanto pare in Italia il libro non è acquistabile separatamente dal vasino distribuito finora da un'unica azienda di articoli per bambini anche piuttosto costosi... In alternativa potreste acquistarlo in lingua originale. Ho visto sui siti di e-commerce che è disponibile in tantissime varianti, compresa quella con DVD... va be', a me sembra esagerato, ma se uno ci si dovesse proprio appassionare...

Con questo post partecipo a  I venerdì del libro.


Se vi può interessare vedete anche:

martedì 29 maggio 2012

Evoluzione delle mie piccole Miss Jekyll & Hide


Un po' di tempo fa mi è venuto in mente di andare a vedere cosa scrivevo a distanza di un anno prima esatto, ed è uscito questo:

Allora mi era sembrato carino scrivere un piccolo proseguio, tanto per dar modo di verificare se fosse possibile venirne fuori. Iniziato e non terminato nè  pubblicato per mancanza di tempo, aggiorno oggi.
Ecco cosa era venuto fuori:

A oggi, 11 maggio 2012, la Pupa ha un anno, nove mesi, tre settimane e due giorni (grazie, contatore elettronico).
La pupa presentasi potenzialmente scissa in diverse pupe, ma con ripartiture meno nette rispetto al passato e frequenti incursioni di campo dell'una nell'altra.

Possiamo comunque affermare a grandi linee che le principali manifestazioni di pupa sono al momento raggruppabili nei seguenti grandi gruppi:

Pupa cogitans: anche detta "Pupa mi-faccio-gli-affari-miei-allegramente".
Di indole relativamente tranquilla e accomodante, la Pupa Cogitans risiede prevalentemente negli spazi chiusi, tuttavia non disdegna incursioni al di fuori delle mura domestiche, apprezza il moderato esercizio fisico, nella fattispecie si diletta di ciclismo, attività nella quale eccelle soprattutto nel ruolo di passeggera da manubrio. Tuttavia questo particolare e piuttosto raro esemplare di pupa, la cui speciazione si ritiene esser stata causata da una particolare mutazione genetica molto recente nel processo evolutivo, è ancora per lo più poco conosciuta dagli studiosi, che ritengono di non aver ancora avuto modo di osservarla nel lungo periodo.
Sembrerebbe comunque una specie in via di assestamento, e gli esperti ritengono che ci siano buone possibilità di diffusione su più larga scala a condizione di un habitat idoneo al suo insediamento.
La Pupa Cogitans non dimostra particolari propensioni sociali, per quanto risulti un esemplare piuttosto mansueto e raramente aggressivo. Le sue principali attitudini tuttavia la portano in genere a snobbare la compagnia di simili e condurre un'esistenza piuttosto appartata, almeno nel breve periodo. Si lascia facilmente coinvolgere in attività manuali, intellettuali, musicali, artistiche o verbali, dimostrando una spiccata capacità a gestire da sola i propri tempi e le proprie manovre, ma il più del tempo è in grado di razzolare per conto suo, in genere impilando librini cartonati dopo un'accurata e fantasiosa lettura, che spesso indirizza a ipotetici ascoltatori o anche a individui così detti "transizionali", non propriamente animati, per quanto dotati di una certa loro personalità e capacità di interazione unicamente con Pupa Cogitans o affini (vedi anche Pupa Loquens).
Il verso caratteristico di una Pupa Cogitans è descrivibile come una sorta di borbottio-mugolio, a tratti intervallato da più facilmente udibili sonorità acute, nelle quali è stato possibile isolare alcuni fonemi significanti, tra cui: "Dai buttati Giulioconiglio", "Guadda, semba una meduda"; "Cosa fai tatta'uga, eh?" o "Come ttai Pinocchio? Bello bellittimo, ca'o Pinocchio".

Pupa loquens: anche detta "Pupa-ti-'acconto-una-tto'ia".
Secondo esemplare isolato di pupa innocua all'uomo.
La forza di questa forma di pupa risiede principalmente nella sua capacità locutoria. Si ritiene che la Pupa-loquens sia una diretta derivazione della primitiva forma di Pupa Simpatica, della quale conserva i tratti fondamentali. La pupa loquens si differenzia della semplice Pupa Simpatica per una caratteristica emissione e continua di suoni variamente articolati e di senso compiuto, che a seconda della funzione assumono declinazioni e tonalità differenti.
In poche parole la Pupa loquens non sta mai zitta, sin dal primo risveglio, quando inizia a  enumerare i librini che vede ben disposti sullo scaffale attiguo al suo lettino, dal quale attinge poi iniziando a leggere al gatto peluche Amleto o alla bambola Tittiottella alternativamente a partire dall'indice o dalla prima pagina, riempiendo le lacune mnemoniche con mugolii indistinti e passando quindi al successivo.
La Pupa loquens descrive in genere tutto quello che fa, si lancia in articolati resoconti di fatti svoltisi in un tempo non ben determinato istituendo frequenti similitudini tra se stessa e vicende di personaggi noti, quali Popoff e Giulio Coniglio, attacca facilmente bottone con chiunque ed è solita intavolare complesse conversazioni filosofiche coinvolgendo qualunque essere, animato o no, le si pari dinnanzi.
In alternativa la Pupa loquens può attaccare una compilation di canzoni di cui un ascoltatore attento stenterà a riconoscere melodia e testo, pur cogliendo qua e là indizi che possono ricondurre ad un repertorio piuttosto ampio, in grado di spaziare da Caparezza alla sigla di  Heidi.
Di indole socievole e con una spiccata propensione per le relazioni interpersonali, la Pupa Loquens interroga in genere i suoi interlocutori coniando epiteti ad hoc, come per esempio il recente "Babbo-pelodo", sa essere accondiscendente e mediare, sdrammatizzare e consolare ("Ttai tanquillo, Babbo, non ti peoccupa'e, Babbo, c'è Mimi, ora"; "Non ti peoccupa'e Amleto, non è tuccetto niente"; "Pove'a Amichetta, è titte! Pecchè tei titte Amichetta? Non puoi palla'e?") ma anche tiranneggiare ("Non palla'e amichetta!", "No, no mamma, è di Mimi la ccala, non puoi aiuta'e!").
In generale un misto di dolcezza e faccia da culo che non si può non adorare.
Ah! Quasi dimenticavo! La Pupa loquens racconta le storie! Nel senso che se le inventa: voi datele un soggetto e lei partirà con un racconto mozzafiato, che immancabilmente comincerà con "C'e'a una votta... (un cane/un asino/un bambino-punk...) e si concluderà con "Si pposano e vitte'o tutti peliti e contenti". In definitiva possiamo affermare che la Pupa Loquens è dotata di una formidabile fantasia creativa e affabulatoria.


Pupa ridens, anche detta Pupa "Tutto ma non dormire".
Questa pupa non è molto pericolosa, per l'individuo normale, ma può diventarlo in relazione all'individuo-mamma. Bisogna ammettere che in caso di contatto con un pubblico consenziente, questa pupa può essere molto socievole e istrionica. Sa animare i pomeriggi di pioggia casalinghi con ospiti, galvanizzare l'entusiasmo di gruppi medio-grandi di astanti coinvolgendoli in interpretazioni canore o artistiche, recitative o cabarettistiche, teatrali o circensi, ginniche o coreografiche di alta levatura.
Pupa Ridens ama la compagnia e gli spazi aperti, non disdegna la novità, anzi, trova il suo terreno ideale nelle situazioni in cui può dare il meglio di sé di fronte a un pubblico vergine. Dimostra spiccate capacità motorie e una grande capacità di resistenza alla stanchezza, dote che può in casi limiti mettere in serio pericolo   l'incolumità dell'individuo mamma. La Pupa Ridens può per esempio raggiungere le sue punte massime di vitalità inspiegabilmente intorno alle 4 di notte e da quel momento in poi dare prova di una incredibile intraprendenza e propositività, mettendo mano ad un numero inimmaginabile di attività in rapida e ripetuta successione. L'atteggiamento consigliato in questi casi è lo sfinimento di Pupa, cosa che, certo, richiede già di per sè un notevole dispendio di energie da parte dell'individuo mamma in trance, che dovrà disporre della necessaria dose di caffeina per tenere testa ai picchi adrenalinici pupeschi. Un'attività ad alto contenuto fisico e sporchevole è altamente consigliata, a seguito un bagno con animali potrà servire a ripristinare un adeguato livello di rammollimento pupesco, necessario per ripristinare lo stato di sonno precedentemente turbato dall'eccesso inconsulto di Pupa Ridens.

Pupa urlatrice (pupa "è mmio!"), anche detta "Pupa Mi-faccio-gli-affari-miei-voi-fatevi-i-vostri".
Questa particolare pupa è potenzialmente letale, può essere tuttavia avvicinata senza conseguenze dannose a patto che si osservino determinati accorgimenti per non farla imbestialire.
La Pupa "è mmio!" deve il suo nome al caratteristico verso che la si sente ripetere a frequenze molto elevate e a intervalli ravvicinati anche nell'arco di un periodo di ascolto molto breve, nella fattispecie quando subisce una qualche interferenza anche minima nel proprio operare autonomo. Consigliamo l'incauto osservatore di tenersi a debita distanza dalla pupa "è mmio!" almeno finchè non avrà terminato di adempiere alle proprie faccende, anche quando dovesse sembrare che ella si trovi in situazioni di impaccio e verrebbe spontaneo aiutarla ad uscirne. Nel caso infatti in cui la pupa per esempio venga aiutata a disincastrarsi dal gradino della portafinestra dove il suo quadriciclo-mucca-no-è-un-atinello si è immancabilmente arenato, lei proromperà in urla feroci, e sbraitando, non solo pretenderà che vi allontaniate dal suo cospetto al punto da non rientrare più nel suo raggio visivo, ma si adopererà per ripristinare con gran fatica la situazione antecedente al vostro intervento, per poi ricominciare da capo a sforzarsi in vano per uscirne da sola. A quel punto, esacerbata e sconfitta, butterà tutto all'aria e darà libero sfogo al proprio disappunto con l'emissione prolungata di selvaggi lamenti.
Declinazione esasperata di questa varietà è la Pupa "Non-ci-penso-proprio", anche detta Pupa "Tanto-per-rompere-le-palle".
Questa pupa è, per fortuna, piuttosto rara al giorno d'oggi, ma le peggiori previsioni degli esperti non ne stimano la completa estinzione almeno a breve termine. Trattasi della diretta derivazione del primitivo stadio evolutivo di Pupa Furiosa, ma si differenzia da questa per una capacità più affinata di manifestare verbalmente la propria avversità e il proprio orrore verso qualsiasi tipo di proposta costruttiva e/o sostituitiva di precedenti espressioni di volontà non-praticabili, perchè lesive della persona della pupa stessa o di terzi, o di beni di terzi di natura non effimera (come per esempio un paio di occhiali da vista) o suicide, o vandaliche o insostenibili fisicamente per la persona adulta (in genere la madre) a cui viene chiesto di sottoporvisi.
Di fronte al diniego, per esempio, imposto all'innocente espressione di volontà della pupa di immergersi total-body all'interno della vasca di acqua putrida delle "tatta'ughe", la Pupa-non-ci penso-proprio punterà i piedi, sbraiterà, urlerà fino a farsi venire la tosse e il vomito, attirando gli sguardi sconfortati e  gli scuotimenti di capo disapprovanti di passanti e genitori raccolti attorno alla suddetta vasca delle tatta'ughe a sollazzare pupi apparentemente docili e mansueti come cagnolini addestrati, dirà di no a qualsiasi proposta alternativa, sarà insensibile a qualsiasi minaccia, resistente a qualsiasi blandizia, impenetrabile a qualsiasi distrazione, fino ad ottenere il suo principale scopo sotterraneo: lo smaronamento nervoso dell'individuo mamma, che tornerà a casa ripromettendosi e giurando su quanto ha di più caro che mai, mai più porterà sua figlia alla vasca delle tatta'ughe.
Non sappiamo per la verità perché la Pupa in questione agisca così, ma si pensa che la ragione sia semplicemente quella da cui il nome: tanto per rompere la palle!


E' con immenso piacere che vi presentiamo il nuovo indicatore umorale della pupa!



mercoledì 23 maggio 2012

La vita è un viaggio o i viaggi aiutano a vivere? (Marzulliamoci)


Sono una sempre a metà.
Sto in un posto ma so che potrei stare anche altrimenti. Mi tengo un'alternativa.
Sentirsi a casa in due posti diversi è un po' come non sentirsi a casa mai del tutto. Avere sempre un altrove.
Il mio viaggio è sempre un po' fuga e un po' ritorno, in qualunque direzione viaggi il mio treno, da nord a sud a nord della linea litoranea tirrenica.

Partire mi piace e non mi piace. Ne ho bisogno e ne ho orrore.
Del viaggio non mi piace: il mio nervosismo del pre-partenza, l'ansia immotivata, che non riesci a tenere a bada, il dover programmare, il dover rispettare i tempi.
Il fatto che finisco sempre per prendermela con le persone che ho intorno, la fretta inconcludente, la sensazione di dimenticare sempre qualcosa. L'accorgermi sempre troppo tardi di cosa ho dimenticato.
Non mi piace quando perdo il treno. Non mi piace la malinconia di quando lasci qualcuno caro anche se sai che lo rivedrai a breve, quando ti dici che avresti pure potuto salutarlo un po' più affettuosamente, invece di essere occupata ad essere impaziente e ansiosa, e nervosa.
Non mi piace dover partire col cibo appresso. Non mi piace dovermi incaricare di commissioni altrui, oberarmi di pacchi di dolci e bistecche crude sanguinolente da portare a spasso per l'Italia, come se fossimo in tempi di carestia, come se fossimo profughi rifugiati.
Non mi piace congedarmi con una frase aspra e insofferente, arrabbiarmi per una bistecca in più, un sorriso riparatore tardivo e forzato sempre insufficiente a farmi partire serena.
Non mi piace la sensazione di lasciar qualcosa in sospeso, a metà, di perdere il filo.

Del viaggio mi piace: mi piace partire leggera, riuscire a ridurre all'essenziale, scremare, alleggerirsi anche l'anima per via di togliere.
Non mi piace accorgermi di quanta fatica mi costi riuscire a staccarmi da alcuni oggetti, anche per pochi giorni. Il portatile, la reflex, appendici come zavorre che mi incatenano alla mia nicchia di esistenza.
Mi piace riuscire a fare a meno.

Mi piacciono le stazioni, tutte, ma soprattutto quelle che sanno ancora un po' di passato, non ancora stravolte da megaschermi pubblicitari a ogni binario e boutiques in franchising, fast-food come se piovesse, sempre affollatissimi e librerie mega-store. Non mi piace la Stazione Termini. Mi piace la stazione di Pisa Centrale.
Non mi piacciono gli aeroporti, perché sono troppo grandi e mi perdo sempre.
Mi piace, delle stazioni del treno,  l'idea che sono sempre ferme e che tutti ci passano per andare via o arrivare, e i treni partono e arrivano, e sono come porte per altri mondi, per altre dimensioni: sono la potenzialità dell'altrove. E ogni giorni ci passano un sacco di persone, e il giorno dopo chissà dove saranno andate a finire. Anche negli aeroporti, è chiaro, ma in treno le senti più vicine, e magari addentano un panino sulla panchina accanto a te sulla banchina. E poi i treni hanno percorsi già definiti, sempre quelli, e non possono andare dove gli pare, seguono i binari della ferrovia ed è bello sapere che quel percorso è stato già tracciato, apposta per te, da qualcun altro, e qualcuno l'ha fissato al suolo con l'acciaio ed è sempre quello, non puoi sbagliare, a meno che non sali sul treno sbagliato.
Mi piace il treno, come mezzo di trasporto "pubblico", ancora, malgrado le tariffe sempre più care, il mezzo di trasporto del popolo.
Mi piace quando viaggio con gruppi di studenti pendolari, mi piace sentirli parlare delle cose di tutti i giorni, la scuola, il compito in classe, i professori, i programmi per il week end, mentre aspettano di scendere ognuno alla propria stazione, alla spicciolata, e che sembrano tanto arroganti e sicuri di sé, ma che poi si imbarazzano se solo gli rivolgi la parola.
Mi piace pensare che per loro quella tratta ferroviaria fa parte del quotidiano e farà sempre parte della loro Storia, della loro memoria, del loro bagaglio di ricordi, come per me la linea urbana del 341, strapieno di teen-ager vocianti intorno alle due del pomeriggio, costipati tra zaini e le porte a soffietto, che sembravano sempre chiuderci in mezzo qualcuno, ma poi, chissà come, c'entravamo sempre tutti.

Mi piace viaggiare in treno e mi piace la mia tratta. Mi piace perché ormai la conosco e la considero mia: la conosco, mi appartiene. E so quando la vista del mare mi si sta per aprire davanti, azzurrissima, subito dopo quella galleria, lasciata Livorno, e quando potrò ammirare dall'alto le baie di Cala Furia, col grande arco del viadotto stradale a sovrastarla, e Cala del Leone, nascosta, e il castello sul promontorio del Sonnino.
Mi piace perché costeggia campi e uliveti, e colline a sinistra e campagne e covoni di fieno e distese di gialle rape e rossi papaveri e lavanda color lavanda, e a maggio è tutto molto poetico.

Mi piace il treno Diretto, che costa meno di tutti e non devi prenotare, e ferma a tutte le stazioni e ci mette una vita e mezza, e non c'è l'aria condizionata a bloccarti la cervicale e gli scompartimenti sono aperti e puoi vedere la gente intorno a te, e puoi muoverti e alzarti senza doverti disincastrare dal tuo loculo di un metro quadro, e ci sono i venditori abusivi di orologi taroccati e altro, con le loro bustone azzurre stipate nei portapacchi che a volte mi sa che non hanno il biglietto, e rimangono in piedi sul corridoio, guardando a ogni fermata se sale il controllore.
Mi piace anche se dura quattro ore, ma mi piace solo se non è a ridosso di qualche festività, perché allora il treno è pieno e si sta tutti pigiati tra enormi valigie impilate a torre sui sedili e puzza di sudore.

Non mi piace l'Eurostar perché costa troppo e poi devi prenotare e ti mettono sempre pigiato in uno scompartimento completo quando il resto del vagone è vuoto, e tutti hanno le cuffie nelle orecchie e il pc davanti e sembrano molto impegnati e molto abituati al viaggio, tanto che non guardano più nemmeno dal finestrino.
A me piace guardare dal finestrino.

E mi piace viaggiare con la pupa, che è una piccola donna e si vergogna quando qualcuno le rivolge la parola, ma poi sfila a passeggio su e giù per il vagone a distribuire sorrisi e occhiate sornione e a raccogliere complimenti e esclamazioni ammirate.
E guarda i ragazzi grandi giocare a carte e a sasso forbice carta e imita i loro gesti divertita.
E indica le persone che passano accanto, per il corridoio descrivendo il modo in cui sono vestiti e se portano il cappello o la borsa,e se sì di che colore.
E si vuole sedere da sola sul sedile e poi esclama "Che bello tta'e tul t'eno!" E mi ascolta mentre le dico che ora ci fermeremo in tante città fino ad arrivare a Roma, dove vive Nonna, e Nonna ci verrà a prendere, con la sua macchina azzurra, e lei continua a chiedere: "E poi?". Ed è già proiettata nel suo futuro prossimo e si scorda che siamo appena partite, e alla prima fermata pensa che sia già tutto finito e dice: "Anco'a teno!"
E poi mi piace che il viaggio sia per lei una realtà naturale e tangibile, mi piace che sappia già viaggiare, così piccola com'è, e che mangi senza scomporsi la sua pasta fredda dalla vaschetta del gelato Carte d'Or e che poi si addormenti alla solita ora, e se ne stia lì, sbragata sulle poltrone scomode e la testa tutta storta, una lama di sole che filtra da sotto la tenda blu tirata a infastidirle la guancia, e il respiro regolare, coperto dal rumore conciliante delle ruote sui binari.
TU-TUM TU-TUM
Mi piace il rumore delle rotaie.

Mi piace portarmi un libro da leggere e sapere che per una volta so esattamente di potermi dedicare alla sua lettura senza altri impegni più importanti da sbrigare prima. Mi piace portarmi sempre un libro sul treno, anche se poi non lo leggo quasi mai.
Il tempo sul treno è un tempo sospeso che non ti senti in dovere di riempire in maniera "produttiva" per sentirti a posto con la coscienza e pensare di averlo "impiegato". Ma solo di farlo passare, senza che tu possa o debba fare nulla perché passi, perché si arrivi prima.

domenica 20 maggio 2012

Non nominare il nome di Giulio Coniglio invano.


In casa abbiamo una piccola Hitler. Con lei è tutto "Verboten!", proprio la sensazione che ho avuto quell'estate che andai in vacanza in Alto Adige e ovunque si leggevano cartelli con questa parola, per inciso, una delle dieci che conosco in lingua tedesca: Verboten! O per dirlo come lo dice lei: "Non ti può! Non ti fa codì!", con tanto di indice agitato davanti al tuo naso e quell'aria da Catone il Censore che mi chiedo proprio da dove le venga, visto che le proibizioni che le vengono imposte sono davvero rarissime.
Comunque la vittima favorita di questa incessante pioggia di divieti è senz'altro Master.
Povera Master...

- Buon giorno, Mimi, ben svegliata!
- Non palla'e, Ma'i!
- Ma io ho detto buon giorno...
- No tti può di'e buongionno, ma'i!

- Mimi, lo vuoi un biscotto? Come si dice?
- VIA!

- Non ti tocca la tetta di Mimi, Ma'i! (Dove "tetta" sta per "testa").

- Non tocca'e la coda Ma'i! (Ma voi lo sapevate che la pupa aveva la coda?)

- Non ti da'e bacino a Mimi!
- Allora lo dò a mamma.
- Nonnon ti può da'e bacino a Mamma!!!

- Tono una lumachina!
- Ah, una lumachina? Come quella di Giulio Coniglio?
(Diventa paonazza...)
- NONNON TI POTTO DI'E "GIULIO CONIGLIO" MA'I!

(Oh, così incavolata, non l'avevo mai vista!)