lunedì 26 novembre 2012

La mia città invisibile.

Non pensavo che avrei preso in considerazione l'idea di lasciare Fillide tanto presto.

E' che troppo spesso abbiamo la presunzione di poter fare pronostici o formulare aspettative per quel che riguarda il futuro della nostra vita, mentre è vero che non abbiamo il potere di determinare nemmeno il suo evolversi nell'immediato avvenire.
Per il momento una gran nebbia avvolge il mio immediato futuro.
Visibilità limitata: procedere con cautela.

Niente addii lacrimosi. E' ancora presto; se verranno, verranno poi.
Solo il tentativo di raccogliere i miei ricordi visivi in un'immagine unitaria.

Ci sarà sempre una città invisibile che mi porterò dietro, andando via, anche se non corrisponderà mai a quella città che è, che è stata o che sarà la vera Fillide.

Fillide.







Giunto a Fillide, ti compiaci d'osservare quanti ponti diversi uno dall'altro attraversano i canali: ponti a schiena d'asino, coperti, su pilastri, su barche, sospesi, con i parapetti traforati;









quante varietà di finestre s'affacciano sulle vie: a bifora, moresche, lanceolate, a sesto acuto, sormontate da lunette o da rosoni; quante specie di pavimenti coprano il suolo: a ciottoli, a lastroni, d'imbrecciata, a piastrelle bianche e blu.




 























In ogni suo punto la città offre sorprese alla vista: un cespo di capperi che sporge dalle mura della fortezza, le statue di tre regine su una mensola, una cupola a cipolla con tre cipolline infilzate sulla guglia.


 



 




 

 


 





"Felice chi ha ogni giorno Fillide sotto gli occhi e non finisce mai di vedere le cose che contiene", esclami, col rimpianto di dover lasciare la città dopo averla solo sfiorata con lo sguardo.

 


 


 











Ti accade invece di fermarti a Fillide e passarvi il resto dei tuoi giorni. Presto la città sbiadisce ai tuoi occhi, si cancellano i rosoni, le statue sulle mensole, le cupole.









Come tutti gli abitanti di Fillide, segui linee a zigzag da una via all'altra, distingui zone di sole e zone d'ombra, qua una porta, là una scala, una panca dove puoi posare il cesto, una cunetta dove il piede inciampa se non ci badi. Tutto il resto della città è invisibile.

 





Fillide è uno spazio in cui si tracciano percorsi tra punti sospesi nel vuoto, la via piú breve per raggiungere la tenda di quel mercante evitando lo sportello di quel creditore.

 

 





I tuoi passi rincorrono ciò che non si trova fuori degli occhi ma dentro, sepolto e cancellato: se tra due portici uno continua a sembrarti piú gaio è perché è quello in cui passava trent'anni fa una ragazza dalle larghe maniche ricamate, oppure è solo perché riceve la luce a una cert'ora come quel portico, che non ricordi piú dov'era.




Milioni d'occhi s'alzano su finestre ponti capperi ed è come scorressero su una pagina bianca.



Molte sono le città come Fillide che si sottraggono agli sguardi tranne che se le cogli di sorpresa.




giovedì 22 novembre 2012

Essere femmina a due anni.

Non c'è niente da fare. Lei è femmina.
Lei mi ha scassato le palle per tre mesi perché "voleva la toellina".
Lei si afferra il lembo della maglietta mentre salta sul letto scatenata e dice "Mamma, guadda come ballo con la mia gonna!".
Lei quando si sente romantica dice di essere la "Pincipetta Yasssmin" e ha una sigla tutta sua.
Lei ama adornarsi come un venditore ambulante senegalese con le collane di mamma, e si arrabbia perché non riesce a infilare gli orecchini di mamma (lei non ha i buchi alle orecchie: la mamma ritiene un'usanza piuttosto barbara e una violazione della libertà di autodeterminazione sul proprio corpo l'imporlo alle bambine non ancora in età di intendere e di volere, e aspetterà che sia lei a chiederglielo, se mai).
E ancora, lei quando accompagna la mamma al negozio delle scarpe, e dopo aver sguazzato per un intervallo di tempo ragionevole nella vasca delle palline, va in brodo di giuggiole a scorrazzare per i corridoi di scaffali pieni di scarpe, non si annoia mai a provarsene diverse paia, e guarda con orrore e un po' schifata agli scarponcini neutri blu coi lacci che le propongo, gli unici a un prezzo inferiore alle 20 €, ma si entusiasma di fronte alle orrende plasticone fucsia glitterate sponsorizzate dalla fatina di turno.
In genere mi rompo le scatole io prima di lei, devo andarla a recuperare in mezzo a una cortina di cinte per signora, dove è intenta ad esaminare borchie e inserti traslucidi e a improvvisarsi Raperonzolo nella torre applicando alla capigliatura ardite extencion di corda, accessorio a mio dire di orrido gusto trucido-chick (guadda mamma: ho le t'ecce, tono 'Apeontolo!).
Lei si ritiene molto aggraziata nei movimenti, quando improvvisa qualcuna delle sue danze forsennate di cui si autoproduce la colonna sonora, almeno finchè non va a sbattere contro qualche spigolo rintronata dal suo vorticoso girare da derviscio, e sa di essere bella. Del resto non perdo occasione per ribadirle il concetto.

Insomma: chi lo dice che essere femmina sia solo rosa e tutù. Non io, certo, malgrado il senso comune vada in direzione ostinata e contraria al mio sentire.
Io fino a poco tempo fa mi vantavo di non aver mai giocato con le bambole.
Io sono cresciuta in mezzo a due fratelli maschi giocando al Wrestling sul letto dei miei genitori e collezionando "pozioni" maleodoranti e colorate riciclando le bottigliette dei succhi di frutta e svuotando ogni volta l'armadietto dei medicinali in bagno con strage di pomate e soluzioni strane.
Non ero propriamente una bambina "maschiaccio", malgrado la mia costituzione tutt'altro che esile, l'odiato caschetto biondo che mi hanno imposto fino all'età della ragione, la mia discreta recalcitranza ai bagni, la mia semiselvaticità, che prevedeva movimentati giochi all'aperto, ma non uno sguazzare sistematico nel fango. No: io amavo i giochi strutturati, inventare storie con i miei svariati pupazzi, coinvolgere nella messa in scena delle trame mio fratello Ergino e delimitare metodicamente ogni diverso gioco di fantasia che intavolavamo con una sigla di apertura e di chiusura, sul calco di quelle televisive che hanno improntato gran parte della mia infanzia siglata anni '80.
Ma schifavo Memole dolce Memole e l'Incantevole Creamy altrettanto quanto Mazinga e l'Uomo tigre, non so se avete presente ciò di cui sto parlando...
Non mettevo la gonna. Quasi mai. Del resto non posso ritenermi responsabile del mio guardaroba di allora, cui provvedeva con esasperata arte del riciclo mia madre. E in casa mia se pur esisteva qualche superstite esemplare di Barbie, eredità di qualche cugina grande, era quasi sempre un tronco mozzo nudo o una testa rapata vagante per i nostri cesti di vimini ingombri di  giocattolame fluttuante.
E non ho mai frequentato corsi di danza classica o ritmica ma tutt'al più di taeqwondo (con scarsissimo successo, peraltro).

Questo non significa che non difendessi con i denti e le unghie la mia femminilità.
Mi impuntai come un somaro quando a otto anni mio padre voleva tagliarmi per l'ennesima volta i capelli che mi crescevano selvaggi e scarruffati in un disordinato taglio scalato con frangia da cagnetto dello Yorkshire, alla Sophie Marceau dei bei tempi delle mele, e altrettanto mi impuntai per convincere mia mamma a martoriarmi il lobo dell'orecchio con un formidabile ago da cucito passato sulla fiamma del gas come misura di sterilità.

Ecco: io sono decisamente contro gli stereotipi di genere, e credo che ognuno, e soprattutto un bambino, debba esprimere la propria identità, la propria personalità, sessuale o meno, nella più totale libertà, senza per questa dover essere etichettato come "maschiaccio" o "principessina".
Femminilità è qualcosa di ben più sottile.
Eppure di fondo riconosco, in me come in lei, una certa consapevolezza più o meno nascosta del fascino che emana dalla propria essenza femminile, l'importanza del proprio aspetto, dei propri modi, una maggior sensibilità di fondo, una tendenza all'autoosservazione, un abbandono voluttuoso alla propria facoltà immaginativa e creativa, una maggior complessità dei rapporti interrelazionali, un compiacimento per la propria duttile capacità di adattarsi a diversi contesti, che forse nei maschi difetta un poco...

Forse. O forse no. Difficile e molto rischioso tentare di generalizzare, in questi casi.
Quel che è certo è che Lei si sente decisamente femmina, qualsiasi cosa questo voglia dire, e se ne compiace.

La guardavo giocare con la sua amica Maua, questa estate ai giardini, e mi chiedevo una volta di più quanta presunzione sia insita a volte nel ritenere da parte dei genitori che il carattere del proprio figlio debba rispecchiare il proprio.
Maua in mutande, (aveva eliminato il vestito bagnato sotto il getto della fontanella a pompa), saltava selvaggiamente sul tappetino elastico del parco giochi, andava in altalena a gambe larghe, bella piazzata e aggressiva, litigava con i maschietti per il diritto di usufrutto di un escavatore giallo con cui rimuoveva appassionata cumuli di pietrisco. Mimi le veniva appresso con moderazione, tenendosi come sempre il lembo del vestitino mentre saltava sul tappetino elastico, sedeva sull'altalena con una certa compostezza, anche se ciò significava un minor assetto statico, e rinunciava volentieri alle zuffe coi bambini per aggirarsi tra le aiuole fiorite ad aspirare pollini di fiori assolutamente inodori e assortire mazzolini sgualciti e spampanati.
La differenza saltava troppo agli occhi per non essere da me notata.
Dovevo aspettarmelo che non avrebbe degnato della minima attenzione il fantastico camion sollevaterra che volli comprarle il giorno dopo per indurla a partecipare a quei polverosi giochi terrestri. Mezza popolazione del giardino (indovinate un po' quale metà) accorse per accaparrarsi l'ambìto oggetto ricreativo, mentre lei se ne tornava incurante dai suoi fiori.

E malgrado io le abbia proposto Urka urka tirulero e Hakuna matata come alcuni dei miei pezzi Disney favoriti, lei continua a preferire tra tutti questa lagna:


Mah! Dé, gustibus! Come dicono al Livorno...

venerdì 16 novembre 2012

I libri di Cappuccetto: un'impietosa stroncatura.

Un commento lusinghiero di una blog conoscenza mi spinge oggi a scrivere un altro post librario.
Purtroppo per i due malcapitati librini di Pupa che ho scelto oggi di recensire, e per il loro disgraziatissimo autore, però, nella disposizione d'animo in cui ultimamente mi trovo, il dente avvelenato contro non si capisce bene chi, il destino, la vita, o chiunque mi capiti a tiro, credo che questa sarà la prima e forse l'unica, memorabile stroncatura della mia lunga carriera da critica letteraria infantile, carriera peraltro circoscritta e confinata entro le pagine di questo oscuro blog.
Sarà che sono rimasta profondamente delusa da questi libri, che avevo ordinato on line (senza per altro averli mai visionati fisicamente), fidandomi di un giudizio positivo trovato in rete, in uno dei passati Venerdì del libro, sarà che conoscevo l'autore e mi aspettavo qualcosa di meglio, sarà che l'idea mi era parsa geniale e immaginavo quante potenzialità, quante fantasiose varianti potesse generare, e invece: flop.



Allora: inizio col dire che il mio giudizio è come è ovvio che sia, personale, opinabile, e legato a un mio personalissimo modo di scegliere, individuare e valutare i libri che propongo a mia figlia per la lettura congiunta (di me insieme a lei, visto che ancora non ha acquisito una totale autonomia di lettrice, come è anche giusto per la sua età), che in quanto tale deve soddisfare anche me. Se un libro non riscuote la mia approvazione, leggerlo a lei sarà per me ogni volta un supplizio, ed è per questo che spesso finisco per inguattare (leggi: occultare, celare in maniera che siano irreperibili) i libri capaci di arrecarmi un qualche fastidio o sofferenza morale o estetica, oppure semplicemente li relego a casa di mia madre, dove vanno ad ingrossare la mia personale "biblioteca degli scarti".
Certo: durante le visite a casa di nonna è una bella sofferenza tenere testa a tutte le richieste di quegli "arretrati" non disponibili normalmente, e quindi oggetto di grande interesse da parte sua, ma almeno non me li ritrovo per casa, a farmi venire i nervi. E' stato il caso di molti cartonati da due soldi, regali da mercatino, o eredità superstite di una nostra infanzia assai poco elettiva e selettiva in fatto di proposte editoriali.

Insomma: io sono esigente, me ne rendo conto.
Questo non significa che a mia figlia questi libri da me ritenuti "indegni" non piacciano. Lei non è snob, non sta a guardare la qualità grafica, l'orrore sintattico, la mediocrità metrica, ma è vivamente interessata e rapita dalle storie, dai mondi di ogni libro, e credo che quello in fondo sia l'essenziale.
Secondo: magari un libro da me disprezzato o criticato, a un altro adulto può piacere, perché di quello stesso libro saprà apprezzare elementi per me secondari, o che io dal mio singolarissimo punto di vista non sono stata in grado di notare.
Quindi penso che ogni segnalazione, in positivo o in negativo, vada presa con le dovute cautele, le mie comprese.
Detto questo, ecco dove avevo letto di questi libri: in questo post di MammA giochiamo? che tra l'altro è stata bravissima a tirarsi fuori da una situazione che a me avrebbe fatto incacchiare parecchio, inventandosi un  modo creativo di coinvolgere una bambina delusa nella re-interpretazione di un libro al di sotto delle aspettative.
Ecco: a me quella testimonianza aveva dato da pensare. Se io avessi acquistato un libro per mia figlia al prezzo di un libro illustrato (e rilegato, aggiungerei) e mi arrivasse a casa un fascicoletto con le pagine completamente bianche, semplicemente mi incazzerei.
Bella trovata, certo, senza dubbio, un'idea che molti definirebbero un'originale invito a giocare con la fantasia... Una furbata diciamo! Perché a questo punto io a mia figlia compro una raccolta di fiabe popolari in formato tascabile priva di illustrazioni, e allora sì che la invito a lavorare di fantasia, però magari ci spendo la metà e so cosa aspettarmi.
Insomma: io ho sempre considerato fondamentali le illustrazioni nei libri per bambini, soprattutto se molto piccoli. Ora non posso credere che un artista del calibro del nostro autore non abbia saputo trovare un escamotage un po' più accattivante per rendere il senso dell'invisibilità data dal manto di neve che tutto occulta nella fiaba di Cappuccetto Bianco.
Caro Bruno, lasciatelo dire: non si fa così, come direbbe la pupa agitando l'indice, e dopo te lo direbbe pure in Arabo (Ma-dirush ikki!), lei, in maniera da mettere in atto il tormentone che usava mia madre quando da piccoli ci faceva le ramanzine: "Come te lo devo dire? In Arabo?"

Ecco il motivo per cui mi son guardata bene dall'ordinare Cappuccetto Bianco, ma ho ripiegato su due colori decisamente rientranti nello spettro del visibile, e ho trepidato nell'attesa che arrivassero a casa i due volumi, inequivocabilmente illustrati, di Cappuccetto Giallo e Cappuccetto Verde.


Titolo: Cappuccetto verde

Autore: Bruno Munari

Editore: Corraini

Età: ?

Voto: un benevolo 6

Titolo: Cappuccetto Giallo

Tutto il resto: Idem come sopra, con un deficit di 8 pagine, equivalenti al 50% in meno sul totale rispetto al precedente, ad una quasi parità di prezzo, ed una scarsa volontà dimostrata nel variare i temi e lo sviluppo della trama.




Partiamo dal soggetto: divertente, accattivante l'idea di riprendere in chiave alternativa un classico della tradizione emblematico come Cappuccetto Rosso. Non certo originalissima l'idea di lavorare sulle fiabe della tradizione, visto che di rifacimenti in tutte le salse se ne vedono a volontà, sfruttatissime dal filone comico a quello pornografico, ma queste varianti cromatiche io credo che potessero offrire l'opportunità di variare di volta in volta, non solo ambientazione ed elementi secondari (come infatti fa Munari, inserendo nella narrazione rane e tartarughe piuttosto che canarini come co-protagonisti, cestini con lattuga e thé alla menta piuttosto che limoni e pompelmi), ma anche sviluppi della trama e tematiche affrontate.
Invece?
Invece il nostro si limita e riproporre con un minimo di variabilità il solito polpettone della bimba che va dalla nonna e incontra il lupo, ma per fortuna i suoi amici di turno la aiutano a scappare e lei arriva sana e salva, anche se un po' spaventata a destinazione.
A parte che la trama è davvero elementare e scarna al limite dell'imbarazzante in entrambe le storie, priva di trovate davvero originali e risolta con improbabili sequenze di eventi dallo sviluppo confuso (riporto testualmente: "Il lupo segue Cappuccetto Verde con lo sguardo rabbioso, nascosto dietro un cespuglio, e già pensa di saltarle addosso quando sarà arrivata a casa della nonna". Ma come? Il lupo rimane nascosto dietro un cespuglio o pensa di saltarle addosso? E' un lupo con le idee un po' confuse, anche perché dall'illustrazione si evince chiaramente che Cappuccetto è ormai decisamente fuori dalla sua portata), ma, dicevo, dalla storia originale, senza che venga apportato alcun arricchimento apprezzabile, viene sottratto tutto ciò che rappresentava la forza e la supremazia incontestabile della fiaba di Cappuccetto su qualsiasi altra fiaba esistente nell'universo mondo, ciò che mi faceva correre a nascondermi sotto il letto non appena voltavo il 45 giri nel mio piccolo giradischi che proprio a quel punto si interrompeva costringendomi a venire fuori dal mio nascondiglio giusto nel momento in cui avrei desiderato restarci rintanata; ciò che pur tuttavia costituiva l'irresistibile attrattiva di quella fiaba, e di quel disco, perché in fondo nessuno mi obbligava a sentirla e risentirla sfidando la mia paura, e che rappresentava il potenziale catartico di ogni angoscia infantile: quella di dover fronteggiare situazioni al di sopra della nostra portata, quella dell'insidia che si nasconde anche dietro le spoglie più rassicuranti che uno possa immaginare, la cuffia e gli occhiali dell'amata nonnina, quelle domande timorose che la bimba rivolge al lupo travestito in un climax terrificante di indizi inquietanti (come mai quelle orecchie? E come mai quegli occhi? E quella bocca così grande?), quella infine di finire divorati, ingoiati chissà dove in qualche ventre oscuro senza fondo, la paura inafferrabile ma ineludibile dell'ignoto, del buio, di tutto ciò che non si conosce, che dal punto di vista di un bambino è quasi la totalità delle cose esistenti.

Ecco, la delusione: il depauperamento della favola più amata-temuta della mia infanzia senza il riscatto di una contropartita.
No perché questa di variare il finale delle fiabe, io credo, è una fantasia che almeno una volta ha attraversato l'immaginario di qualsiasi bambino. Io per esempio sognavo da piccola di scrivere un sequel dei Tre Porcellini dove il lupo non andasse a finire così male come sempre finiva, perché in fondo in fondo, questo lupo spaventoso, mi faceva una gran pena, poveraccio: anche lui dovrà pur mangiare per vivere! E anche uno di Cenerentola dove le sorellastre vivevano avventure memorabili accanto a personaggi ben più accattivanti che non lo scialbo principe. Uno si sarebbe chiamato Genoveffa, dove Genoveffa abbandonava le altisonanti pretese della mamma che l'avevano sempre costretta ad un confronto impari con Cenerentola e se ne scappava con un pirata a compiere scorrerie nei sette mari. Per Anastasia dovevo ancora trovare un destino altrettanto degno, ma poi ci ha pensato la Fox facendone un'eroina della Russia zarista...

Insomma: Cappuccetto poteva per esempio fare amicizia con il lupo, e scoprire che in fondo in fondo anche lui possedeva un animo gentile e sensibile, che però si sforzava di nascondere sotto gli artigli per mantenere alta la sua reputazione di cattivissimo (finale filantropico); oppure la nonna poteva far parte di un circolo di caccia al lupo e sfidare il cacciatore ad una battuta di caccia grossa, mentre cappuccetto, giovanissima attivista di Green Peace poteva indire un sit-in per rivendicare i diritti delle specie selvatiche in pericolo di estinzione (finale ambientalista).
Ora le mie sono idee bislacche dell'ultimo minuto (del resto io non mi sono permessa di scrivere e pubblicarci sopra un libro), ma le possibilità di modernizzare la storia in chiave un po' ironica erano infinite, e non mi pare che siano state adeguatamente sfruttate.

Ora io capisco l'intento di fondo dell'autore: da uno che cerca sempre di far riferimento e ispirarsi all'universo dell'infanzia, al modo infantile di vedere e percepire il mondo come fa Munari in tutti i suoi lavori, non dovevo aspettarmi qualcosa di troppo cervellotico ed elaborato. Diciamo che queste storie sono volutamente scritte alla maniera di come le avrebbe scritte un bambino. Il problema e che sono di una noia esasperante e di una banalità disarmante! (Bene per una bambina di 2 anni come Mimi, ma io credo decisamente troppo elementari per un bambino in età scolare, da qui l'incapacità mia di definire un'età adatta per queste letture).
Del resto senza troppo sforzo di immaginazione ho intavolato in quattro e quattr'otto, dietro richiesta pre-nanna della pupa, la fiaba di Cappuccetto Blu, sul calco dei queste due, e la cosa è venuta da sé. Ora non ho che da realizzare la mia versione illustrata della favola e presentarvela, se mai riuscirò a concretizzare questo mio progetto campato in aria.
E poi scopro che qualcuno prima di me l'ha già fatto, e con risultati anche più apprezzabili di quelli dell'esoso Munari: guardate qui.

Per concludere: caro Bruno, la sufficienza te la concedo, ma solo in virtù del fatto che a Mimi i tuoi libri son piaciuti, ed io ho grande stima della sua opinione in merito. E' lei l'autorità in materia.
E anche per il virtuosismo delle illustrazioni che hai ancora una volta esibito negli sfondi di entrambi i libri. Magnifiche le ambientazioni, spettacolare la tecnica a stamping utilizzata per realizzare l'infittirsi del bosco in Cappuccetto Verde, e quella a collage futurista-pop utilizzata per rendere l'idea del caos cittadino in Cappuccetto Giallo. Ma brutti i personaggi nel loro stile infantilmente naive. E sconclusionati i passaggi narrativi.
Poi scusami la mia grettezza, ma io a quel prezzo lì mi aspettavo come minimo due albi rilegati con copertina rigida, non quattro pagine di cartoncino spillate insieme.

Finito?
Sì, per oggi può bastare.
Da Suster è tutto, per:

I venerdì del libro;
I libri di pupa.

PS.
Quasi dimenticavo: la solita blog-conoscenza che mi ha ispirato questo post con questo suo, mi segnala quest'altro Cappuccetto, e io non so se resisto: lo voglio!

mercoledì 14 novembre 2012

Oggi abbiamo scioperato.

Care maestre, non ci siamo lasciate intimidire dal vostro legittimo scioperare: abbiamo scioperato anche noi.
Sciopero dei pensieri tristi, sciopero delle logoranti giornate casalinghe, sciopero della stagione grigia e fredda che si appropinqua, accorciando sempre più le nostre giornate, costringendo le nostre menti in un giro di melanconia e inquietudine.
Ce ne siamo andate là dove nacquero fiori dai cannoni, a vedere i prati e gli alberi tingersi di colori caldi e accesi, a tuffarci nell'oro e nei fruscii di una mattina luminosissima, marezzata di bagliori crepitanti sotto i nostri passi.




Il parco giochi pullulava di bimbi abbandonati da maestre scioperanti molto arrabbiate con il loro lavoro, di mamme e nonne molto incacchiate con le maestre, di baby-sitter grate per l'extra ma annoiate e molto intente a spiluccare nei loro cellulari.
Dopo una breve dose di salta-salta, abbiamo preso la strada secondaria dei nostri vagabondaggi in sordina, lontane dagli schiamazzi dei piccoli studenti della nursery school of english, in perfetta divisa blu notte e distintivo (le loro maestre no che non scioperano, ecco quanto vale la pena di pagare una retta di mille e rotti euro mensili!) e ci siamo immerse nell'autunno .


Mimi raccoglieva foglie grandi e piccoli e me le portava: "Tieni, mamma, ti ho p'eso un mazzetto di poglie piccole!"
E io annegavo ansie e malinconie nella macchina fotografica, e per un po' mi è riuscito proprio bene.



Tanto da concedermi persino il lusso di un autoscatto...
La stagione che passa, un altro anno che se ne va, l'animo già nostalgico di quanto abbiamo ora, perchè sai che non puoi congelare l'attimo.


Quest'anno sono successe tante cose dentro e fuori di me, come tutti gli anni del resto.
Si è aperto con un viaggio difficile ed è andato avanti con scelte e cambiamenti altrettanto difficili, tra dubbi e rinunce più o meno volontarie e consapevoli, desideri irrealizzati che si sono lasciati sfiorare per un soffio di tempo, e poi si sono allontanati, irreversibilmente, e ora ancora incompiuta la necessità di trovare un assetto stabile, per me, per lei, per noi come famiglia.


La guardo giocare e divertirsi con poco e mi chiedo se saprò restituirle mai tutta la gioia e la bellezza che sa elargirmi. Mi chiedo se saprò renderla felice come vorrei, se le mie scelte non la danneggeranno, se mai potrò amare altrettanto un altro essere, per il quale in questo momento mi sembra solo di provare una certa stizza, per l'essere venuto a scombinarci le carte in tavola quando mi sembrava ormai di avere raggiunto la pienezza e la pace dei sentimenti.


Una città che amo e che non mi stancherei mai di rimirare, in tutti i suoi cantucci, nei pezzi di vita che sciamano intorno a me, nelle splendide giornate che inopinatamente a volte ci regala, nel suo essere sempre a portata di piede, di mano, d'occhio, nella quale ho a lungo immaginato di poter nidificare.


L'incanto dell'autunno, del calore che ancora ti sorprende, a tradimento, quando ormai l'estate appena trascorsa inizia a sembrarti esser stata solo un miraggio, nel susseguirsi delle ultime giornate uggiose.


Vederla esplorare sicura i suoi spazi, quelli in cui è cresciuta, sapersi ormai allontanare da me senza timore di perdermi, perché ormai ha capito che anche se la lascio, torno da lei.
Senza di lei non posso stare. Mai mai.


Andiamo a caccia di gatti, schivi, guardinghi gatti del giardino, come quando lei aveva un anno e imparava a muovere i primi passi, inseguendo felini fuggiaschi al grido di "Ga!"


E poi rientriamo a fatica nel quotidiano della nostra città, avviandoci per quelle strade a noi note che ci conducono verso casa.

martedì 13 novembre 2012

Danza con panza.



All'inizio pensavo che si sarebbe trattato di una sorta di ginnastica pre-maman, la solita roba, no? Esercizi per il pavimento pelvico, piegamenti, stretching, qualcosa con dei grossi palloni sui quali abbandonarsi pesanti dei nostri importanti volumi. Naturalmente un po' di training autogeno, che non può mai mancare, durante il quale faccio finta di "visualizzare" immagini e sensazioni corporee che la mia indolente fantasia sinestetica fatica a percepire.
Ma niente: era proprio danza. Danza con panza!
Una danza grave come quella che porti avanti per nove mesi, tu e lui/lei, che sciaborda allegro e beato nel brodetto primordiale della tua cavità uterina, mentre sempre più avanzi assumendo l'andatura dondolante di un grasso panda, cerchi baricentri nuovi su goffi equilibri  di gambe un po' più divaricate del normale e portamento un po' più cifotico del consueto, misurando spazi in cui prima entravi a intuito, centellinando il fiato e le energie e appoggiando sovente il peso delle tue stanche membra in pose da doriforo di Policleto, rinunciando a guardarti la punta delle scarpe e smadonnando ogni volta che si presenta l'eventualità di doverti chinare a raccogliere qualcosa che inevitabilmente ti cade di mano con una frequenza dieci volte più alta di quanto non ti capitasse prima.
Tutto questo per me era gravidanza, e non posso dire che non lo sia ancora: scoordinazione esasperata, perdita di contatto col mondo, con le misure, gestione casuale e disarticolata del mio corpo, più fastidi e malesseri vari ed eventuali. Assai poco contatto cosmico con la creaturina che nuota dentro me, niente legami psichici astrali, niente illuminazioni subitanee sul senso reale e profondo dell'esser madri. Tutto sommato, e a ben guardare, sono una creatura abbastanza lineare e pacificamente ancorata al mondo sensibile; il mio terzo occhio, se esiste, sonnecchia cisposo in qualche parte del mio distratto spirito.

Però mi capita anche di pensare a volte ad altri aspetti di questo singolare stato psicofisico che dicono gravidico, non avvicinabile a nessun altro che persona umana abbia mai provato, né di benessere né di malattia, che né di benessere particolare né di malanno si può parlare nella Gravidanza, ma al massimo di vari fastidi e malesseri saltuari e periodici, e di uno strano mai prima sperimentato stato di perenne coscienza del proprio ruolo di contenitore fisico e tramite di sensazioni, emozioni, percezioni, una consapevolezza che ti accompagna in ogni, singolo, fottuto, istante della tua giornata e che forse per questo ti induce ad atteggiarti e portare diversamente e con meno disinvoltura del solito, quasi misurassi ogni singolo passo e ragionassi su ogni singolo movimento, il tuo calibro e il tuo volume, assai prima che da fuori altri li si percepiscano nel loro aumentare ingente e incalzante.

E' una consapevolezza accresciuta della propria corporeità. Qualcosa che ti ricorda in ogni momento che tu sei anche corpo, e che a questo corpo devi prestar attenzione, ascoltarne i segnali, interpretare le esigenze, prendertene cura, perché in effetti non c'è cosa più stupida e volgare che il dar per scontato che appartenga a te sola.
No: tu sei solo colei a cui è stato assegnato in consegna, che ne dispone per un dato tempo e che deve provvedere a che non gli manchi niente.
E poiché penso che l'esser donna in sé implichi già di partenza, con i suoi cicli lunari, il mutare delle sue forme, la sua malleabilità e adattabilità, una maggior presa di coscienza della propria fisicità, di quanto non accada nell'esser uomo (ma forse qualche uomo vorrà smentirmi, chissà), credo anche che la gravidanza sia uno stato di esasperata amplificazione di questa consapevolezza, un esser donna all'ennesima potenza, e nella mia riadattata percezione del mondo mi capita di guardare un bel corpo femminile per strada e di trovarlo incompleto: dove diavolo è la sua panza?
Un corpo nella sua rotonda pienezza, se pur ingombrante, mi appare invece completo.

No: dopo aver avuto Mimi, del pancione non ho sentito la nostalgia, come dicono accada, nemmeno per un secondo, anche se guardavo con un certo rammaricato fastidio quall'ammasso di materia inerte che ora continuava a stazionare nel mio basso ventre flaccido, in attesa di rientrare entro dimensioni normali.
Era una pienezza e un'esigenza di pienezza che è durata il tempo che è durata, e che si è dissolta con la fine della mia grave danza.
E che ora inizio ad avvertire di nuovo, con il progredire di lei.
Se si può parlare di rivelazioni subitanee le mie sono tutt'altro che metafisiche, direi iperfisiche piuttosto.

Insomma, per la verità avevo un po' bisogno di fare pace col mio corpo, ché ultimamente lo stavo maltrattando senza tregua, tra notti insonni, attacchi d'ansia, sollevamento pupa su per scale e in cima a seggiolini, trasporto di panni sporchi casa-lavanderia e lavanderia-casa, mi sentivo perennemente stanca, indolenzita, e fiacca.
E così sono andata a provare questa GraviDanza creativa, tanto male non può fare.
E ho danzato, insieme ad altre donne, con o senza panza. Rotondamente, dentro bolle immaginarie, senza schemi e senza modelli da seguire, solo improvvisando e seguendo il perimetro immaginario di quella bolla, con movimenti ampi, più ampi possibili e lenti, continui.
Proprio io, che quando azzardo una parvenza di danza devo essere o molto ubriaca, o molto sicura di essere assolutamente sola, e anche allora non posso dire di abbandonare del tutto i miei pudori di fronte a me stessa, ho danzato, e ho cercato di lasciarmi andare.
E ho sentito le mie giunture gemere e scricchiolare, i miei muscoli tirarsi all'inverosimile, il mio fiato arrancare, anche se nessuno mi imponeva un ritmo al di sopra delle mie possibilità, ma la mancanza di abitudine fa di questi scherzi, che poi ti senti perennemente sotto esame, e sotto giudizio, anche se le altre non ti si filano di striscio, tutte concentrate come sono nella loro, di danza rotonda, e se ne fregano di riflesso di come possono sembrare, ridicole o goffe, dal di fuori, mentre tu stai lì a guardarti intorno imbarazzata e a guardare come fanno loro, per non fare cose che possono sembrare idiote o fuori luogo, e poi ancora le vedi che si rotolano per terra senza pudori, tutte beate nella loro bolla immaginaria, e  alla fine ce la fai pure, a lasciarti un poco andare, ché queste cose, se le fai, le devi fare convinta, se no non ha senso, ché non devi mica compiacere nessuno, e ogni tanto sarebbe buona prassi allentare un poco il controllo su se stessi e il pensiero di come ci potrebbero vedere gli altri, e abbandonare la vigile coscienza di te.

E vi giuro: è una goduria.

Immagine tratta dal blog Una doula per amica.
PS. In questa foto è inutile che voi mi cerchiate: anche se ho dovuto violentare il mio senso del pudore e impedirmi di sottrarmi alle riprese fotografiche avvenute durante la mia prima e unica sessione di danza rotonda, queste immagini risalgono a un incontro precedente al mio debutto ufficiale. Comunque sono stata un'étoile!

PPS. Il secondo incontro sarebbe stato domani, ma tanto per essere continue in tutto ciò che faccio, giust'appunto c'è lo sciopero delle maestre del nido (beate loro che hanno qualcosa per cui scioperare), e una pupa che portarmi dietro non lascerebbe tanto spazio a pensieri di armonia, concentrazione e relax. Sarà per la prossima volta. Sob.

lunedì 12 novembre 2012

Punto Doula a Pisa. Un incontro.


In mezzo alla confusione di ciò che vorrei, ciò che dovrei, ciò che potrei fare, in questo periodo sento molto forte l'esigenza di ritagliare del tempo per me.
Per me e me sola. Che non è quello che mi rimane quando porto Mimi al nido, e che in genere impiego tra spesa, commissioni varie, preparazione cena e paranoie.
Ed è stato così, mettendo a fuoco questa esigenza, che sono approdata al Punto Doula.


Non mi riesce troppo facile trarre delle conclusioni o dei giudizi a caldo, subito dopo aver vissuto una qualsiasi esperienza. In genere lascio sedimentare, ci penso un po' su, metabolizzo.
In genere sono anche abbastanza reticente circa  aspetti che riguardano il mio lato "strettamente femminile", e in questo caso "gravidico" e che mi costringono a prendermi un pochino più sul serio.
Ma è da un bel po' che mi riproponevo di affrontare da un certo punto di vista il delicato tema del diventar mamma, di come l'ho vissuto la prima volta, e delle paure e le ansie che, mio malgrado, accompagnano ancora questo mio nuovo percorso, per quanto io mi possa ora fare forte dell'esperienza maturata e di un diverso atteggiamento di partenza con la maternità, forse un pochino meno sprovveduto, forse un pochino più consapevole, ma nemmeno poi tanto.
Diciamo che l'incontro con il Punto Doula mi ha dato l'opportunità per prendere in mano questi argomenti, mi ha dato l'occasione di parlarne in primo luogo con altre persone, persone preparate disponibili all'ascolto e competenti in materia, e quindi forse anche un poco di chiarirmi con me stessa, di comprendermi e fare ordine tra le mie aspettative, le mie ansie, i miei dubbi.

Dunque: da circa un anno attraverso il blog Una doula per amica ho avuto modo di conoscere in maniera un po' più approfondita la figura professionale della doula.
Cos'è esattamente una doula? Di cosa si occupa?
Dal blog di Laurence  prendo paro paro questa definizione, assai più esauriente di qualsiasi altra io possa darne:
La doula è una figura "maternante" che si occupa del sostegno emotivo e pratico alla donna e alla famiglia, dalla gravidanza fino al primo anno del bambino. Non è una figura sanitaria. È una donna che, forte della sua esperienza personale e della sua preparazione, offre un sostegno su misura, intimo e confidenziale, nel pieno rispetto delle scelte delle persone che si rivolgono a lei.

Il Punto Doula

Confesso che prima di incontrare questo blog, avevo sentito utilizzare il termine doula solo nel mio manuale di gravidanza (questo), e avevo pensato sbrigativamente si trattasse di una specie di chimera, una cosa da manuali, appunto, una figura mitologica importata dall'America, un po' come Halloween, roba da yankee radical-chick. Ma mi ero riproposta di essere seria...
Insomma: mai avrei pensato che proprio nella piccola e insospettata realtà della città in cui vivo esistesse una scuola per doule (è perché non faccio mai lo sforzo di informarmi), e una roba chiamata Punto Doula al cui interno si svolgono moltissime attività interessanti, di conoscenza, di interscambio, di informazione pratica e di sostegno emotivo su tutti gli argomenti in qualche modo correlati con lo sfaccettato mondo della maternità, dai pannolini lavabili al massaggio neonatale, dal portare i bambini al mercatino del riuso, e potrei riempire questo post di link, ma rimando chi fosse interessata a consultare le voci presentate nelle varie pagine del blog di Laurence.

Però, ciò che maggiormente mi ha colpito della figura della doula, è l'attenzione posta, durante l'intero percorso che va dal concepimento alla nascita e anche oltre, ovvero, del diventar mamma, sulla figura della donna, spostandola se così si può dire dal futuro bebé alla futura madre, sulle sue esigenze, i suoi pensieri, le sua aspettative, le sue difficoltà, e non solo i suoi compiti, gli esami clinici da espletare, le incombenze logistiche, le liste di materiale da procurarsi in vista della nascita: argomenti tutto sommato importanti, per carità, ma che molto spesso, a mio dire, distolgono e impegnano un po' troppo l'attenzione della nostra futura mamma, quando invece sarebbe molto importante che si concentrasse un pochino di più su quel che sta accadendo in lei, su quel che sta per diventare e sul suo rapporto con questa nuova vita.

Questa è stata almeno la storia della mia esperienza di approccio alla maternità: un caos di cose da fare e da imparare, una corsa perché tutto fosse pronto, e poi alla fine l'unica a non essere davvero pronta ero io.
Magari c'entra un pochino anche il carattere.
Io sono una che in genere preferisce affrontare un problema alla volta, una che dice: Eh, va be', poi ci penseremo, perché altrimenti si sentirebbe sopraffatta dall'urgenza di troppe cose a cui prestare attenzione. E non voglio dire che sia una strategia sbagliata. Solo che a volte si rischia di arrivare davvero al punto clou, un pochino impreparate.
Io per esempio durante le sedute di corso pre-parto, trovavo un po' prematuro che si parlasse di allattamento. Intanto pensiamo al parto, dicevo io, l'allattamento verrà in un secondo momento. E mentre c'erano madri che confessavano quasi con le lacrime agli occhi di non dormire la notte, inchiodate dall'ansia di non riuscire ad essere buone madri, io allibivo e pensavo che dal mio punto di vista era prestino anche per angosciarsi pensando al parto, che al momento giusto ci avrei pensato, poi magari mi sarebbe venuto naturale e tutto il resto, chissà.
Sbagliavo? Forse. Del resto non posso forzarmi ad essere come non sono ed è dagli errori che si acquisisce esperienza per il futuro.

So solo che stavolta sento l'urgenza di prepararmi un po' meglio sotto alcuni aspetti cruciali. Arrivare preparata, che significa in definitiva sentirmi più sicura, e quindi meno preda di ansie improvvise, di crisi di panico, di ingerenze esterne più o  meno invadenti, di consigli contraddittori e non sempre ben accetti. Sapere non tanto quale siano le decisioni e le scelte migliori da prendere in assoluto, quanto quale sia la mia volontà e portarla avanti determinata.
Sapere che se ho voglia di prendere in braccio mio figlio/a per farlo addormentare non sto commettendo l'errore più grande che una madre possa commettere, che della bilancia pesa neonati si può tranquillamente fare a meno, e che non succede niente se la quantità di latte ingurgitato non sarà esattamente la stessa ad ogni poppata, sapere che anche se decido di affidarmi ad una struttura ospedaliera ciò non significa il dover accettare passivamente e di buon grado qualsiasi decisione il personale di quella struttura mi voglia imporre come unica possibile, anche perché molto spesso non è così, e sapere di poter scegliere diversamente.

Ecco un po' delle questioni che mi si sono chiarite e che sono riuscita a mettere a fuoco durante un paio di incontri con Laurence ed Emanuela, responsabili e consulenti del Punto Doula.

Questa frase, che prendo sempre dal blog di Lurence, mi ha particolarmente colpito:
"La nascita non è solo far nascere i bambini, ma è anche far nascere le madri. Madri forti, competenti e capaci, che hanno fiducia in se stesse e che conoscono la loro forza e la loro saggezza interiore.
La Doula vuole assicurare la nascita di madri forti e sicure di sé."
(Carta delle Doule di Eco Mondo Doula)

Ecco: forse voglio essere una madre più forte e sicura di me, come non sento di essere stata, non abbastanza, almeno. Prima che per il benessere di mia figlia, per il mio, fermo restando che nei primi mesi di vita di un neonato la relazione mamma-bambino è talmente stretta che non credo sia possibile separare il benessere dell'una da quella del secondo.


Intento divulgativo di questo post abbastanza inconcludente: abitate a Pisa o dintorni, siete mamme o future mamme, o entrambe le cose, e vi piacerebbe trovare un luogo di aggregazione-scambio di esperienze supporto e informazione? Passate al Punto Doula, una realtà che ho trovato assai più vicina, intima e accogliente di qualsiasi corso pre-parto, perché non è solo distribuzione di nozioni: è ascolto, interscambio, attenzione alle necessità di ognuna.


E già che ci sono, colgo l'occasione per segnalare anche il Giveaway promosso da Una doula per amica. Il premio in palio è molto appetibile, quindi, accorrete mamme!

domenica 11 novembre 2012

La mia vita è un film. Tragicomico.


Il direttore della banca somigliava in maniera inequivocabile a Jim Carrey, e la cosa non poteva che suscitare in me un'irrefrenabile ilarità. Non fosse stato che la situazione era abbastanza tragica e in quel momento avrei piuttosto voluto piangere.
Ma lo stesso mi è capitato un paio di volte di dover soffocare una risata nelle mani. "Mi scusi,eh! E' che la situazione è così assurda che... insomma, rido per non piangere!"
E lui giù rassicurarmi allora, "Ma no, non si preoccupi signora, vedrà, si sistema tutto, sono formalità, però è meglio essere precisi".
(La precisione è una dote innata del Beduino).
 "Vedete, noi siamo tenuti a giustificare questi movimenti: si tratta di norme antiterrorismo e antirecilaggio. Non le abbiamo decise noi".
(Antiterrorismo? Antireciclaggio?)
"Sono leggi, sa. Da certi Paesi non si può far circolare denaro liberamente. Comunque basta essere chiari e giustificare tutto con la documentazione adeguata e non ci sono problemi".
Fa così tanti casini anche nella vita di tutti i giorni che non riesco a immaginarmi una versione del beduino invischiato in associazioni terroristiche o di riciclaggio di denaro sporco.
"Ma insomma, perché queste fatture non corrispondono all'importo?"
E poi, mi dicevo, sicuri sicuri che non mi sto ricreando nel sonno la trama di qualche assurdo poliziesco hollywoodiano visto in tv ieri sera?
"E perchè gli assegni non sono intestati alla ditta che gli ha venduto la merce ma ai singoli?"
Ma più scorrevo indietro nella memoria, meno riuscivo a rintracciare quando fosse stata l'ultima volta che ero riuscita a seguire per intero un film in prima serata in tv senza collassare alle 9 e mezzo con un filo di bava dalla bocca.
"Il tizio che vi ha mandato il bonifico dalla Libia è lo stesso a cui sono intestate le fatture vero?"
"Sì sì!" "No, no!" "Hasuna, come no?" "No, berchè dalla Libia non si buò inviare denaro in Italia, lui li ha mandati via Dubai".
"..."
(Questo era Jim Carrey, con una faccia da "Ma proprio a me doveva capitare questo beduino casinista?")
Ora è quasi l'una, appena esco vado a prendere Mimi e la porto a casa, poi devo chiamare quello dell'agenzia per la casa. I soldi per la caparra almeno ce li abbiamo, però poi restiamo praticamente col culo per terra. Oh, cazzo! Che si fa?
"Ma tu poi perché non figuri da nessuna parte? Che ruolo hai nella transizione?"
"Io ho fatto un favore a questo qua che mi ha chiesto di mandargli questa merce"
(Adesso vado a casa e mi metto a dormire, e non mi voglio più svegliare).
"Nella causale avreste dovuto indicare l'oggetto della merce, perché, capisci, potrebbero essere armi, non si sa mai. Io vi credo, ma non è che posso prendermi queste responsabilità."
(Oh, dai Jim Carrey, ma lo hai visto in faccia il Beduino?)
"E per questo che lo Stato di prassi confisca le somme superiori ai tot euro e non giustificate"
(Ma propri a noi ci devono confiscare i soldi? Ora mi metto a piangere. No, dai, aspetta a uscire di qua, e poi piangi pure.)

A volte penso che siamo proprio sfigati, che una ne pensiamo e trecento ce ne vanno storte.
A volte penso che i guai ti arrivano più facilmente se te li vai a cercare, e che alcune persone sono più predisposte a questa ricerca sconsiderata.
A volte penso che poter piangere liberamente sia fantastico, che però non è giusto dover sempre essere tu quella che se ne arroga il diritto.
Ché quando vedi lui ridotto a uno straccio dopo due notti insonni passate tra treni e porti ficcato in faccende assurde solo per il disperato tentativo di guadagnare qualcosa e di trovare strade alternative (ma legali!) alla sopravvivenza economica in un Paese che offre ai piccoli imprenditori un terreno minato da tasse spaziali e burocrazia impossibile, e te lo vedi lì disperato, lui che in 10 anni avrò visto piangere forse due volte, e sempre in circostanze ben più tragiche di questa, non certo per umiliazione, e sconfitta, allora non te lo puoi proprio permettere, di piangere anche tu, il tuo compito è di fargli coraggio, ed essere la parte lucida e pratica, e propositiva e risolutiva. Allora ti accorgi di non essere all'altezza, perché non ci dormi tutta la notte, tremi, ti assopisci e ti risvegli ogni 5 minuti, fai incubi, ti alzi 18 volte, stai male, stringi i denti, ti alzi alla fine alle 6, smaniosa di fare qualcosa e impaziente che l'orologio vada avanti per poter cercare di mettere toppe laddove occorre.
A volte penso che sarebbe bellissimo avere tipo una sfera di cristallo in cui vedere come andrà ala tua vita se fai questa o quella scelta. Come in certe commedie di Hollywood tipo i tre fantasmi del Natale presente passato e futuro, dove alla fine torna tutto a posto e il protagonista capisce che la sua vita è splendida e perfetta così com'è e fa ammenda di tutti i suoi errori precedenti.

Due strade trovai nel bosco... una mi spaventava perché era un salto nel vuoto, l'altra mi spaventava anche di più e rischiava di finire in un baratro. Allora mi chiedevo se non valesse la pena restare ferma. Ma anche quella soluzione mi spaventava. Allora, che fare?

A volte penso che questo bambino con tutti i pianti che mi sono fatta nascerà con un'inclinazione alla malinconia.

Però pensavo anche quando aspettavo Mimi che lei sarebbe nata schizzata e nevrastenica per tutta l'ansia che mi aveva divorato durante la gravidanza.
Pensavo, e invece... Uhmmmmm...

martedì 6 novembre 2012

Mi è semb'ato di vede'e un gatto...

- Mammaaaa! Vieni a vede'e! Maaammaaaaaa! Vieni a vede'e dove tiamo io e Pantumen? Ci vieni a cecca'e Mamma?

- Sì sì, ora vengo. Aspetta che finisco di tagliare le cipolle...

- Mammaaa! Ci cecchi peffavo'e?

- Sì ecco... Dove siete? Mimi! Panzumen! MIMI! PANZUMEN!

- Hi hi hi! Tiamo naccotti, mamma!
(Grasse risate)

- Ma dove siete? (Cavolo ma davvero non li trovo). Mimi! Dove sei? Sotto alle coperte? (No, era il cuscino. Mi fa pure i tranelli questa qui).

Lei continua a ridacchiare soddisfattissima e io sono piuttosto disorientata.
Poi mi sdraio sul letto e mi sporgo per guardare sotto, tra la rete e un vecchio materasso che teniamo sotto al nostro (in mancanza di altro spazio).

Ed eccoli là, quei due!





Mi era semblato, infatti!

Roba da gatti, rubrica del martedì.

lunedì 5 novembre 2012

Quel che di lei NON so.


Un bel giorno lei si infila finalmente le scarpine con le farfalle senza troppi psicodrammi, si lascia prendere per mano dalla sua amica Emma e si avvia senza fare una piega verso la sua mattinata in autonomia.
Confesso che all'inizio ho aspettato prima di emettere l'ennesimo grido di vittoria.
Invece era proprio fatta: mi volto verso la maestra Adriana e dico: "A quanto pare, l'inserimento è ultimato". "Già". Fa lei.
Ci son voluti un anno e due mesi di distacchi lacrimosi, ma ecco, il miracolo è avvenuto.
Un grande sollievo, lo confesso.

Ora va a scuola più o meno volentieri, talvolta mi saluta agitando la mano e dicendo: "Mamma, ciao, io vado a ccuola!" prima di scomparire nel corridoio trascinandosi dietro l'elefante a ruote.

Ora si lascia sfilare gli stivaletti neri acquistati al negozio dell'usato seduta tranquilla sulla panchetta bassa dell'area accoglienza del nido, mentre la maestra Lucia si affaccia periodicamente a metterle fretta senza peraltro essere degnata della minima attenzione (Sì, ho capito: lascia almeno che le cambi le scarpe, maestra Lucia! Non dimentichiamo che continuo a ritenerti in parte responsabile del pessimo inserimento di mia figlia, con le tue intrusioni da buldozer...).

Ora scende dalla panchetta a piedi scalzi e si dirige sicura verso il suo armadietto col nome scritto bene, mentre ancora un buon 50 % del personale docente continua a pronunciarlo alla cazzo di cane, ossia, come gli passa per la testa al momento, anche dopo più di un anno. Preleva le pantofoline con le farfalle (grande acquisto, per lusingare la femminilità della mia vanitosa miss che non vede l'ora di indossarle ogni mattina) e con aria solenne inizia il cerimoniale dell'impantofolamento, impiegando tre volte il tempo che impiegano gli altri bambini, visto che mentre io aspetto che abbia finito, ce ne passano puntualmente davanti almeno altri tre, cui i genitori provvedono sbrigativamente a cambiare le scarpine e ad indirizzare nel lungo lungo corridoio di cui sopra.

Ora le dico: "Ok, sei pronta. Vai: corri a cercare Emma!" E lei corre, nel lungo corridoio, lunghissimo se visto coi suoi occhi, e apre porte a caso, finché qualche maestra non esce a indirizzarla nella giusta area dove oggi si fa, che ne so, laboratorio di travestimenti o giochi con la sabbia, o nel motorio, o nella misteriosissima "sala di psico".

Dato che ai genitori è vietato l'ingresso oltre la soglia del lungo lungo corridoio su cui si aprono le porte delle varie sale attività, mi sono sempre chiesta in cosa concretamente queste attività consistano, e sarei davvero curiosa di assistere almeno ad una delle giornate tipo di mia figlia al nido.
E' vero che all'uscita troviamo annotato con cura sotto ai fogli del pranzo l'attività svolta dai nostri pargoli durante la mattinata. Tipo: "Rocco, Daniele e Tommaso laboratorio manuale, gli altri in sala di psico", ma cosa esattamente si faccia in sala di psico continua per me ad essere un gran mistero.

- Cosa hai fatto oggi Mimi?
- Ho dato la mano a Emma...
- Bene. Poi?
- Ho giocato con Emma...
- Mh. Siete andati in cortile?
- Tì, tono andata in battaglia. Ho patto la battaglia, poi Tommy piangeva, io gli ho detto "Pecché piangi Tommy?" Lui ha detto "Pecchè volevo la mia mamma, ccusa". Dopo volevo la lucettola e sono andata a letto.
- Ah. capisco... Interessante. Uhm. Avete... fatto altro?
- Tì. Tiamo andati in zzico.
- Ah! In psico? Figo! E che avete fatto in psico? Avete giocato coi cuscini?
- Tì.
- E poi?
- ...
'Cidenti! Nemmeno lei mi aiuta molto.

C'è qualcosa che di lei inizio a non sapere. E un  po' mi fa sorridere. Di una importante tenerezza. Che abbia una vita sua, se pure minuscola, ma sua in cui io non posso entrare: e in fondo potrei anche starmene buona a fare i fatti miei senza stare a indagare troppo su attività e rapporti interni. Dopo tutto quella è la SUA vita sociale, che inizia a non riguardarmi.

Più oscure continuano ad essermi le motivazioni per cui le educatrici non ritengano opportuno approfondire un poco con i genitori il discorso della didattica svolta nelle ore in cui i nostri figli stanno parcheggiati là. Dopotutto se ne fanno ampio vanto al momento della presentazione della struttura, ma poi, al concreto dei fatti, buio totale. Mah.
Pare che a noi madri (e padri) riguardi solo conoscere la quantità precisa delle varie portate ingurgitate dai pargoli durante il pasto. Su questo le annotazioni sono molto minuziose, e a quanto pare a scuola Mimi si ingozza come non mai, ma sarei proprio curiosa di vedere l'entità di quelle mini-porzioni, tali da consentirle di chiedere quotidianamente il bis, quando a casa smozzica appena due forchettate di farfalle al parmigiano e mezza mela diffondendo ovunque panico di materia alimentare.

Però a dirla tutta ciò che davvero mi piacerebbe è vedere come lei si destreggia in quel suo piccolo mondo di rapporti e relazioni elementari, ma non meno delicate e impegnative delle nostre.
Vederla intessere legami, esprimere la propria neonata personalità e le sue preferenze, scrutare le sue affinità elettive, destreggiarsi per risolvere conflitti di territorialità e di interesse, rapportarsi con l'autorità costituita da latri che non sia io, fare tutto ciò senza la sicurezza della mia presenza.

E così scruto quel suo microcosmo restando sulla soglia del lungo lungo corridoio e rivolgendole le solite inutili domande, le stesse che tutte le madri ripetono alla nausea ai propri figli di ritorno da scuola dalla notte dei tempi e fino alla notte dei tempi: "Ti sei divertita?" "Cosa hai fatto?" "Chi c'era?", e lei come da copione glissa per la maggior parte.

Ma ci sono cose che le maestre non immagino che io sappia su di loro e su quello che succede là dentro. Ho i miei informatori, diciamo, e di tutto rispetto pure.
So per esempio che questa settimana le maestre erano tutte malate, e che dovevano stare a letto perché avevano la febbre ed è venuto il dottore.
So che la maestra Lucia dice sempre: "Basta con tutto questo baccano!" E anche: "Non si mangia con le mani!" e altre amenità che ne fanno inoppugnabilmente la regina delle scassaballe, almeno dal mio personalissimo punto di vista.
So che Lorenzo è morditore. Del resto ne ho avuta chiara conferma pratica verso la fine dello scorso anno, quando Mimi tornò a casa con un inequivocabile marchio circolare sul polso, a mo' di orologio, dove si contavano la bellezza di almeno una dozzina di dentini da latte.
So che le maestre attaccano le caccole sulla faccia di Mimi, o almeno così sostiene lei.
So che Mimi va a dormire in un lettino bianco accanto a Gabriele e so che Gabriele piange sempre e Mimi gli dice "Non piangere, Gabriele", o almeno lei è convinta di dirglielo, anche se magari lo pensa e basta, o lo ricostruisce a posteriori.
So che la maestra Romina canta la canzone dell'ape nera e gialla che le piace svolazzar, sulle note dell'intro di Robin Hood e so che Antonella si è vestita da strega, però era una strega buona. E aveva anche la scopa per volare? Sì, aveva anche la scopa ed è volata via. Uhmmmm...
So che Antonella ha fatto il "Cattagnazzo" e che Mimi l'ha aiutata.
So che in giardino c'era una lumaca e Pietro l'ha schiacciata.

So poi un'infinità di cose su Emma, riassumibili fondamentalmente nel fatto che Emma e Mimi sono molto amiche e questa cosa ai miei ignorantissimi occhi è semplicemente sorprendente!
Per esempio: so che Emma e Mimi sono andate con la bichicletta, che era un ticiclo,e che Emma ha detto: "Mimi, vieni con la bichicletta con me" e Mimi ha detto: "Tì, Emma, adetto vengo", e so che hanno corrito velocittimo velocittimo.
So che Emma ha fatto dei disegni bellittimi, tra cui un orso grande e un orso piccolo, e poi tutte le maestre.
So che Emma e Mimi ballano quando la maestra Angela mette la musica.
So che quando alla fine dello scorso anno scolastico mi hanno consegnato il cd con le foto dei bimbi, in tutte quelle in cui compariva Mimi, accanto c'era sempre Emma.
E una volta che ero venuta a recuperare Mimi, le ho sbirciate dalla portafinestra che dà sul cortile della scuola: Mimi a panza in sotto sdraiata su di un basso tavolinetto azzurro si sporgeva dal bordo del tavolo per sorprendere una Emma acquattata sotto che si sganasciava dalle risate, e nello stato confusionale in cui ultimamente mi capita di trovarmi, quasi quasi mi salivano le lacrime agli occhi dalla tenerezza.

Ché quella che ancora saltuariamente chiamo la mia pupa mi sorprende, dimostrandomi di possedere una spiccata capacità relazionale ed elettiva, di essere capace di coltivare già rapporti esclusivi e speciali, di complicità e intesa, anche se fatti solo di risate e giochi elementari, e corse in triciclo e danze scatenate, rapporti che poi trasfigura nel suo fantasmagorico mondo di racconti interminabili e confusi.

Magari non saprò mai tutto tutto di lei, ma il suo mondo, visto e raccontato dai suoi occhi e dalla sua bocca è infinitamente più fiabesco e divertente.

giovedì 1 novembre 2012

Umanità intorno a me.


Poi arrivano giorni che tutto sembra improvvisamente ingrigito e privo di interesse, di motivazione. Sarà il cielo lattiginoso e il freddo improvviso, da neve in bassa quota, sarà il ritorno dell'ora solare, sarà.
Al mattino io e Mimi pedaliamo con la nostra bicicletta (io pedalo e lei canta) e passiamo sempre di fronte al carcere.
Ci abitiamo praticamente accanto; il sabato pomeriggio dalla terrazza di casa riusciamo a vedere i detenuti che giocano a calcio nel campo del penitenziario; e nei lunghi giorni di protesta li sentiamo fischiare e manifestare fragorosamente contro le condizioni inumane in cui si deve vivere là dentro. Io non lo so: guardo i servizi in tv, e mi chiedo anche io a volte "Vale la pena?".
A volte sentiamo anche parlare i detenuti da un'inferriata all'altra, gridandosi parole incomprensibili, spesso in arabo, e mi chiedo se posso ad Hasuna di tradurre, ché i cavoli miei non me li faccio, e lui mi fa: "Lascia stare, barlano di droga".
Poi la mattina a volte arrivano le visite, e Mimi che fa domande sul mondo intorno a lei, io che in genere le rispondo dicendo la verità, anche se non sempre mi viene facile.
- Mamma cosa fanno quei bimbi?
Dice riferendosi alla piccola schiera di bambini che si affollano all'ingresso del carcere con le loro madri, mentre noi pedaliamo verso il nido.
- Vanno a trovare il loro babbo.
Dico io.
- E dove tta il lo'o babbo?
- Il loro babbo abita dentro questo... castello, e non può uscire.
Allora per adesso le domande e le risposte le bastano, almeno così pare, anche perché andando avanti non saprei davvero più come spiegarle e spiegarmi la logica di questo mondo in cui viviamo, e intanto mi incazzo in silenzio per quei bambini che dovrebbero essere a scuola e invece sono lì, a trovare il padre in carcere.

Qualche giorno fa invece mi ritrovo tra le mani un bigliettino con un numero di telefono e un nome: Natalia. Era nella mia agenda, tra le pagine infilato, e a tutta prima non riesco a ricordare chi sia questa Natalia.
Poi mi torna in mente un pomeriggio estivo che ero uscita a buttare la spazzatura, e proprio di fronte ai cassonetti chi ti incontro? Natalia, nelle vesti di una badante bielorussa sulla cinquantina, che mi aggancia disperata e piangendo mi chiede di seguirla, anche se non ci  capisco nulla di quel che mi dice, che c'è una signora malata, e che lei sta sostituendo una sua connazionale momentaneamente assente per ferie, ma che presto tornerà, mentre lei, Natalia, tornerà a non avere un lavoro, e allora io devo aiutarla a trovarne un altro, e non è che conosco qualche signora, mia mamma o mia nonna, una mia zia che ha bisogno di essere assistita? E a nulla vale che io le spieghi e le rispieghi che no, non conosco nessuno e qui in città non ho parenti, perché sono un po' immigrata anche io, dall'Italia per l'Italia, e disoccupata anche io, se vogliamo, e devo tornare a casa, perché ho lasciato la bimba che dorme a casa. Ma come faccio di fronte a una persona in lacrime a dire grazie e buonasera?
Allora, anche se da un momento all'altro mi aspettavo di essere cloroformizzata o tramortita e sequestrata da chissà quali bande criminali bielorusse organizzate, la seguo in una villetta, mi fa entrare e mi introduce in una stanza in penombra, dove giace a letto un'anziana signora, gli avambracci gonfi di punture e lividi e le gambe pure gonfie per l'età o il lungo decubito, o chissà che disfunzione fisiologica dovuta all'età o al diabete. Si alza imbarazzata, io più imbarazzata di lei per l'intrusione, ché non ci credeva davvero che Natalia sarebbe riuscita a traghettarle qualcuno in casa facendo la posta davanti ai cassonetti, e si copre con una vestaglia e mi viene incontro spiegandomi per bene la situazione, che lei era costretta a letto e impossibilitata ad aiutare la signora Natalia nella ricerca di un nuovo impiego perché anche lei in città non ha parenti, e anche io le spiego che purtroppo Natalia, nella sua ricerca disperata, ha arpionato la persona sbagliata, che io non le potrei mai essere di nessun aiuto, che al massimo posso aiutarla pubblicando su internet un annuncio a suo nome, dove si dice che lei cerca lavoro etc etc. e così mi faccio lasciare il bigliettino e prometto che se avessi mai saputo di qualcuno che avesse avito bisogno, subito l'avrei chiamata, e lei mi bacia e abbraccia, e mi ripete grazie, Dio ti benedica tu brava ragazza, e io mi sentivo un po' una merdina perché già lo sapevo che mi sarei impegnata il minimo indispensabile per aiutare Natalia, ma come fai quando vedi una persona in lacrime davanti ai cassonetti? Come fai a tornare a casa e a fare come se non avessi visto e sentito chiederti un aiuto che tu non potevi comunque garantire?
Chè io per quanto a tratti mi ritenga un po' una mezza disperata, per la verità non ci sono mai ancora arrivata al punto di fermare gente davanti ai cassonetti chiedendo tra le lacrime di aiutarmi a trovare un lavoro, e prima di arrivarci penso che proverei a battere altre strade (in senso metaforico).
E così anche quando poi, dopo qualche settimana Natalia mi ha telefonato (perché anche io le ho lasciato il mio recapito telefonico, non so perché mi ficco sempre in queste storie assurde) chiedendo spiegazioni di quel mio lungo silenzio, ho continuato a sentirmi un po' una merdina, nella mia impotente inattività, ma ho tagliato corto seccata, dicendo che il lavoro non me lo posso mica inventare, e che se mai sapessi di qualcuno che cerca una badante, sicuro che la chiamo.
Del resto non conosco nessuno che cerca una badante, accidenti!
Che tristezza però, ritrovare quel bigliettino, che continuo a non buttare, forse come promemoria per una buona azione mancata, per ricordarmi di non dimenticare quel senso di colpa per un aiuto che non posso permettermi di dare a qualsiasi sconosciuta che mi si para davanti ai cassonetti.

Questo Natalia e poi Sohat.
L'altro giorno siamo passati a trovarla, io e Hasuna, la signora Sohat, che ha avuto un incidente da poco ed ora è tutta rotta e dovrebbe stare a letto, ma è un carro armato umano e chi la ferma mai? Non fratture diffuse al bacino e al femore di sicuro. Lei che ha lottato con l'invalidità del marito per dieci anni, e combattuto contro l'ottusità e la negligenza degli inservienti delle strutture mediche, e contro la burocrazia del nostro Paese senza saper nemmeno leggere e per anni ha lavato flebo nell'acqua e sale per poterle riutilizzare più e più volte, e minacciato denunce ai giornali locali, e rifiutato soluzioni di compromesso, contentini per il silenzio, e alla fine l'ha spuntata e ha ottenuto l'assistenza a domicilio, cresceva due figli, e rammendava vestiti e puliva scale, e ora finalmente vedova e nonna, sgravata dal peso di un'infermità coniugale totalizzante.
Abitano in un piano terra che sa di muffa in tre famiglie. E' una conoscente di Hasuna molto affezionata a noi tutti e tre, e che sempre ci riempie di moine e riguardi ed anche di ingombranti seggioloni per bambini privi di imbottitura ereditati a sua volta da chissà chi.
Allora passavamo a renderle l'enorme e poco pratico seggiolone, che presto servirà alla sua nipotina di 4 mesi.
Ma siccome lei era per l'appunto in ospedale per un controllo, ci accoglie la figlia, una ragazza splendida, dolcissima, con un sorriso radioso e una calma e una serenità capaci di metterti in pace col mondo solo parlandole.
E mi spiega che non possono restare per l'inverno, che a giorni programmano di partire in Tunisia, perché da un anno sono disoccupati entrambi, lei e il marito, e non ce la fanno a pagare anche le spese per il riscaldamento della casa e non vogliono gravare sul bilancio domestico delle due famiglie con cui dividono l'appartamento. Allora vanno in Tunisia e torneranno, forse, in primavera. Problemi con la carta di soggiorno: non le hanno dato neppure l'assegno di maternità perché ancora non le hanno convalidato la carta.
Ma scusa, tu non sei nata in Italia?
Sì, sono nata e cresciuta in Italia, ma non sono italiana in effetti, mi dice lei, ma non c'è rancore né denuncia né lamentela nella sua voce e nella sua intonazione, e continua a sorridere sempre, e ancora di più le si illumina il volto quando mi mostra la sua bimba dormiente, e mi dice che va bene così, che è contenta perché in fondo hanno passato un anno sereno, e molte persone li hanno aiutati in tanti modi, e non si aspettava che ce l'avrebbero fatta in fondo essendo entrambi senza lavoro, e che la bimba stava bene ed era una benedizione, e a lei bastava questo, tutto il resto prima o poi si aggiusta.
Allora ho pensato che certi incontri ci vorrebbero più spesso, e ricordarsi di essere consapevoli di quanto si ha. Che non importa se ogni cosa non va proprio alla grande.
Mi chiedo anche perché io mi trovi assai più a mio agio tra extracomunitari, e se non sia perché in fondo mi sento un po' extra anche io da questa società, da questa "comunità" che di comunità non ha proprio un bel niente, ché siamo noi ad essere extra-comunitari, anti-comunitari.
E penso che magari consolarsi delle proprie sfighe pensando che c'è gente che sta peggio non è proprio il massimo: non è questo il punto. Il punto è: è davvero necessario avere tutto?
E' davvero utile affliggersi per ciò che non si ha, perché la nostra vita non è come vorremmo che fosse sotto tutti i punti di vista? Vale la pena lasciarsi andare in balia di quello che ci va storto, e vivere giorni di amarezza, che ricorderemo con amarezza?