domenica 5 maggio 2013

Isabella Allamandri: un incontro.


Rania: Il dono.

L'incontro.
E' successo così.
Galeotto fu il Punto Doula, e il blog Una doula per amica.
E un pochino, lo ammetto, anche la mia mania per i giveaway...
Insomma, è un po' come al casinò: vinci una volta ed è come la prima dose di eroina. Diventi dipendente.
Da quando ho aperto questo blog in questa maniera ho già vinto: un libro sulle mamme scritto da una mamma-blogger (e diciamo che non se ne può davvero più, se mi consentite); lo sfondo per il mio blog (che è questo qui che vedete: del resto siccome non saprei fare di meglio, non credo che lo cambierò tanto presto); una bambola pigotta piuttosto orrida, direi (ma va bene, credo sia stata realizzata dagli ospiti di una casa famiglia per pazienti psichiatrici, e poi c'era di mezzo un'iniziativa di beneficenza, quindi...); un pacco di pannolini compostabili taglia 2 (deferito a mia cognata, perché io non avevo messo in programma un nuovo pupo tanto presto... ahem...).
Dunque: perché non tentare ancora?

Il premio poi in questo caso era davvero allettante (ad ogni modo, sicuramente più della pigotta, poi ribattezzata da Mimi Cappuccetto Verde): Vinci un servizio fotografico! così titolava il post di lancio.
E io naturalmente mi sono lanciata.
Del resto cascava a fagiolo, visto che il premio era riservato alle donne in attesa residenti nel territorio di Pisa, che avrebbero sfornato intorno a marzo 2013, dunque: pareva fatto apposta per la sottoscritta.
E siccome poi, come recita un popolare spot, a tutti noi piace vincere facile (o almeno a me), la cosa più figa di tutto ciò è che abbiamo partecipato solo in due (diciamo che le condizioni per la partecipazione prevedevano un'utenza piuttosto selezionata!), e se la cosa potrebbe, volendo, essere tradotta in un flop dell'iniziativa, si è tradotta invece in vittoria patteggiata per me, visto che la fotografa in questione è stata così carina da volerci premiare entrambe, per non far torto a nessuna (e risparmiandoci così l'imbarazzo della competizione, visto che ho avuto modo di conoscere di persona l'altra partecipante).

Ma bando ai preamboli, insomma: fu così che ho conosciuto Isabella Allamandri.

Approccio.
In principio ero entusiasta: figata! Un servizio fotografico con una fotografa VERA! Io non mi sono mai fatta fare un servizio fotografico in trent'anni, e mia figlia lo avrà appena nata!
Poi ero titubante: titubo in genere di base, a prescindere dal tipo di attività che mi accingo a intraprendere insieme a un neonato, perché ho imparato a mie spese che qualsiasi attività in compagnia di un neonato può diventare un calvario, se lui/lei vuole che ciò sia.
Insomma, l'entusiasmo iniziale si infranse presto di fronte ai miei timori e alle mie ansie da ri-neo-madre.
Ho titubato a lungo e me la sono quasi pensata di rinunciare in partenza al premio.
Poi ospedale, dimissioni, cordoni ombelicali, Pasqua, Pasquetta, e quando finalmente mi decido a contattare Isabella, Rania si avvicinava già pericolosamente al compimento del suo decimo giorno di vita, termine critico, come seppi poi, per una fotografa! Perché dopo tale scadenza, i neonati iniziano a rompere le pall... a essere più consapevoli e partecipi, per usare le parole della fotografa, e meno malleabili e passivi alla messa in posa.
Malgrado ciò Isabella mi ha molto rassicurato circa i miei dubbi di intraprendere una lunga sessione fotografica con una bambina così piccola; del resto, lei con i neonati è abituata a lavorarci, e sa assecondare i loro tempi, creare le atmosfere giuste, evitando di forzarli e stressarli se si dimostrano recalcitranti o nervosi.

E insomma, eccoci là, nello studio della fotografa, io e il beduino, col nostro carico di vestitini di ricambio "ché non si sa mai", con la nostra pupa di 11 giorni pronta per la sessione, e l'altra di due anni e mezzo da andare a recuperare al nido di lì a un paio d'ore.

E malgrado i miei timori iniziali, è stata un'esperienza davvero positiva e piacevole.
Isabella è una persona molto alla mano, con la quale ci si sente subito a proprio agio.
Non ero mai stata su un set fotografico, e quello che mi aspettavo era qualcosa di assolutamente diverso da ciò che ho trovato. Pensavo a qualcosa di molto "tecnico", impersonale e asettico, mentre l'ambiente che ci ha accolti era quanto più confortevole e "di casa": un divano da un lato, un'ampia, morbida poltrona dall'altro, un generale disordine organizzato di accessori svariati e dei più deliziosi complementi di vestiario per modelli piccoli e piccolissimi, potremmo pur dire minuscoli; apparecchi tecnologici e strumenti più propriamente "del settore" non toglievano quell'aria familiare generale, accentuata dalle numerose stampe di bimbi e neonati esposte qua e là.

Il servizio.
L'intera seduta fotografica è durata un tre-quattro ore, con le debite interruzioni per le poppate della piccola, per il cambio di posa, per l'arrivo della sorellina, che ha un po' scombussolato e reso più laborioso il tutto, ma malgrado ciò Isabella si è dimostrata sempre paziente e comprensiva.
Le mie pupe hanno opposto una certa resistenza alla realizzazione degli scatti, Rania rifiutandosi categoricamente di dormire, anzi, per dirla come l'ha detta lei, di "abbandonarsi al sonno", Mimi sfoderando la sua peggiore aria adorabilmente impertinente (sorvoliamo pure sull'"adorabilmente") e facendo puntualmente il contrario di quel che le si chiedeva di fare.
Ma insomma: qualcosa di bello è pur venuto fuori.
Oserei sbilanciarmi anche di più sul buon esito della nostra sessione fotografica, se l'autrice non si fosse pronunciata con una punta di rammarico sul fatto di non esser riuscita a lavorare come avrebbe voluto, sempre per via del fatto che la piccola non voleva saperne di stare in posa... devo dire che avrei preferito non venire a conoscenza del fatto che esistono neonati capaci di abbandonarsi completamente al sonno  tanto da non svegliarsi e non reagire in alcun modo nemmeno quando li si manipola, componendoli come fossero una natura mezza-morta, o meglio: una natura in coma... ma va be', ognuno ha la prole che gli è toccata: si vede che in famiglia siamo tutti piuttosto tesi e poco inclini al rilassamento totale.
E pensare che dal mio punto di vista sembrava che Rania almeno fosse una bimba molto tranquilla... In ogni caso niente scenate isteriche in corso d'opera, per lo meno.
L'atmosfera del set era comunque, come dicevo, estremamente confortevole e rilassante, al punto che, cullata dal rumore bianco che avrebbe dovuto sortire quell'effetto sulla neonata, sono stata più volte sul punto di collassare, o meglio: abbandonarmi al sonno io sul set al posto della neonata in questione.

Il lavoro di Isa.
Mi è piaciuto molto veder lavorare Isabella sul set: la sua capacità di improvvisare e adattare elementi alla situazione, di "comporre" quadri viventi da congelare poi nello scatto. Mi è piaciuto (ma questo credo di averlo già detto) il generale senso di calore e familiarità che sprigionava dall'ambiente, e la sua delicatezza esperta nel maneggiare la piccola modella.
Sono rimasta colpita dall'attenzione quasi maniacale per i dettagli e dalla pazienza con cui è necessario attendere, e attendere... e attendere (!) che lei si lasciasse "comporre", che nessuna manina o piedino sbucassero da sotto la piega di un drappo, non un dito fuori posto, non un nastro, perché la posa riuscisse alla perfezione.
E ammetto che io la mia pazienza l'avrei persa già da un pezzo... ecco forse perché quelle che faccio io, di foto, escono 9 volte su 10 con un occhio chiuso e uno da pesce lesso, o nel mentre di uno sbadiglio, o di un movimento improvviso della mano davanti alla faccia... Insomma: per una posa perfetta occorre tanta pazienza, e precisione.
Me ne sono resa conto poi, guardando i risultati dei provini: una manina o un piedino contratti in effetti bastano da soli a dare il senso di una bambina che non è rilassata, e a rendere meno piacevole lo scatto. E siccome, come detto, Rania di starsene buona e ferma non ne voleva sapere, si è trattato quasi di una guerra di logoramento di nervi.
Un chicca della giornata: la pupa in questione ha pensato bene di deporre cacca e pipì nell'incavo delle cosce di sua madre, che, terminata la sessione di posa col babbo beduino, se l'era adagiata amorevolmente in grembo nuda... niente di piacevole, vi assicuro, puzzare di pupù-santa per il resto del pomeriggio. Ma si sopravvive.

Gli scatti.
Ma alla fine dei discorsi, comunque, gli scatti che sono venuti fuori da questo mezzo pomeriggio di lavoro, con la luce e le condizioni atmosferiche che ci remavano contro e le pupe ostili, sono stati a mio modesto parere splendidi, e certo non posso arrogare tutto il merito di ciò all'avvenenza dei soggetti, per quanto la mia essenza materna ne gongoli a guardarseli e a mostrarli in giro.
Giudicate voi.


Questa foto di Rania in braccio al babbo-fantasma le cui mani emergono dal buio, è da me stata ribattezzata profanamente "Pesce fresco!" (mi perdoni l'autrice); qui sotto invece uno scatto che amo perché vi si vedono brillare gli occhi azzurro profondo di colei il cui nome significa non a caso "guardona" (poeticamente "dal profondo sguardo", o letterale "colei che osserva con attenzione"... fate un po' voi!)



Ed ecco la smorfiosa Mimi!
Beh... per la verità il servizio fotografico originariamente era destinato alla piccola... però mi sarebbe piaciuto infilarci dentro qualche foto di lei che teneva in braccio la sorellina, e per questo fondamentalmente me la sono fatta consegnare dal padre che era andato a raccattarla all'uscita del nido. Manco a dirlo: la foto insieme non è stata possibile causa mancanza di collaborazione dei due soggetti.
Però Mimi è riuscita in poche mosse a rubare la scena alla sorella. Impertinente e dispettosa si rifiutava categoricamente di assecondare le richieste della fotografa.
A vederla da fuori pensavo non ne sarebbe venuto fuori niente, invece è proprio in quello sguardo a metà tra lo strafottente e il candore innocente l'aspetto catturante di queste foto. In quello e nella coroncina di rose, che ne fa una deliziosa elfetta dei boschi sognante e ammiccante.



Grande Isabella che mi ha saputo mostrare Mimi sotto una luce che io finora non avevo mai colto.
L'abilità dei bravi fotografi sta secondo me nel saper interpretare i loro soggetti, e di saperlo fare cogliendo in loro aspetti caratteristici, e in parte anche reinventandoli.
Quello che mi piace quando guardo le foto di Isabella, in effetti è proprio questo: l'acume e la delicatezza nel ritrarre i bambini, il rispetto per le loro particolarità, la sua capacità di cogliere e valorizzare la bellezza non standardizzata dell'infanzia anche in un sorriso sghembo, in un capello fuori posto, in una smorfia impertinente, in un'espressione distratta o in uno sguardo perso, che lascia intuire un pensiero che corre altrove, la voglia di giocare davanti all'obiettivo o un visetto imbronciato.

Se vi piacciono questi scatti potete vederne altri sul sito ufficiale di Isabella Allamandri, o anche visitando la sua pagina Facebook.
Per chi fosse interessato Isabella opera sul territorio di Pisa e dintorni. Le condizioni e i prezzi dei servizi e dei pacchetti sono indicati sul sito nella sezione "listino".
Questo post NON ha intento promozionale ma solo di dare visibilità (nel mio piccolo) all'attività di una professionista di cui apprezzo il lavoro, e NON è stato realizzato dietro compenso pecuniario, né dietro richiesta espressa dell'interessata.
No, ci tenevo a dirlo. E poi ci tenevo a ringraziarla per il suo impegno e la sua disponibilità.
Grazie!

giovedì 2 maggio 2013

Primo maggio: roba da famiglie.

Voi che avete fatto per il primo maggio?
Concertone? Ah!
Bivacchi? Viaggi con amici?
Mh... capito.
Sì, anche io, un tempo, facevo queste cose.
Poi è successo che sono invecch... CRESCIUTA! Volevo dire cresciuta!
Insomma: noi ora si fanno cose da famiglia.
Che non vuol dire per forza rompersi le palle.
Dipende da cosa uno intende per "divertimento".
Io è un po' che mi sono resa conto che questa parola per me coincide con le occasioni in cui vedo mia figlia divertirsi, e passare una bella giornata, e noi con lei.
Patetico, eh?
Ma è che a un certo punto accade e basta.
Dunque noi ieri siamo andati in questo posto (qui la pagina Facebook):


E, incredibile a dirsi: ci siamo divertiti!

Cioè, per dire: la scelta della foto con la signora assittata davanti ad una locomotiva a vapore d'epoca è abbastanza rappresentativa di ciò che intendo?
L'ingresso è stato piuttosto scoraggiante: ovunque volgessi lo sguardo solo macchine agricole in esposizione.
Roba che mi sono detta: "Ma come cavolo mi è venuto in mente di venire in un posto del genere? Giusto perché avevamo i biglietti gratis, perché se no..."
E invece, poi...

 

E invece poi c'erano i recinti con gli animali da allevamento, le galline, le oche, i conigli, e a Mimi è piaciuto. E anche a Biancaneve. E quindi anche a noi.



E invece Rania è crollata in uno stato comatoso che non l'ha abbandonata per tuta la visita, e il clima era ideale, né caldo, né troppo fresco, e tutto ciò ci è piaciuto molto davvero (anche se la pecora voleva mangiarsi la rosa di Mimi, e allora Mimi è stata costretta a sgridarla severamente, ma va beeeeeeh!)

 


E invece c'era la vacca maremmana con due corna fiabesche, e c'erano anche i tre porcellini, che però ci davano il cul  ehm... la schiena! Tutto il tempo. Che screanzati!
(E i sette capretti che non si sono lasciati fotografare...)




E poi c'erano anche gli anatroccoli gialli (mamma, non c'è il blutto anatloccolo nelo?) che costavano 4€ l'uno, e la cosa a dirla tutta ci ha tentato non poco... ma poi ha prevalso il buon senso: e dove la mettiamo una papera a casa nostra? Peccato...

 


E invece c'era una bambina che correva entusiasta seguendo il richiamo di un altoparlante che amplificava melodie western, e gridava : "Mamma, mamma, guadda: il cau-boi!" (la bambina, non l'altoparlante), e naturalmente c'era poi il cow-boy, a cavallo, con un cappello giallo in testa.




Va be', magari non proprio un Clint Eastwood, però... ci accontentiamo.
E poi, che altro?
E poi la capanna degli indiani come quelle di Peter Pan (ci sono, ci sono, gli Indiani in Peter Pan: fidatevi, ché Mimi queste cose le sa).
E poi?
E poi basta, siamo andati a mangiare. E qui una nota, devo dire, un po' dolente.


Perché il menù non era quasi mai compatibile con le esigenze della nostra "metà" islamica, ma va be': girovagando bancarella bancarella, stand to stand, c'era un po' di tutto e noi abbiamo optato per la pizza. Ottima produzione: forno a legna e lievito madre, prezzi abbordabili, che è già un sacco, visto che ovunque volgessimo lo sguardo, dovevamo poi distoglierlo per non sentirci sopraffatti dalla cifra indicata sul cartellino del prezzo.

Insomma, sì: meravigliosi, spettacolari allestimenti di vivande, niente da dire, ma non proprio un luogo alla portata di tutti i portafogli, tanto per usare un eufemismo. Per dirla invece schietta: malimorté! Cari appestati!


Ma la cosa che a Mimi è piaciuta di più è stata senza dubbio la collina delle margherite, nell'area della fiera riservata alle bancarelle più "fricchettone" (fricchettone però non vuol dire cheap!).


E lì c'erano folletti, bambini con aquiloni che non volavano, persone che salivano sugli alberi, e soprattutto tanto verde.
E c'era una bambina dormiente con una rosa, che era un dono, salvato dalle fauci di una pecora vorace...

E poi?
E poi c'erano le bancarelle con i pesci rossi, e a tre code, e con i pappagalli, e i bengalini, e i canarini, e i criceti, e gli orsetti russi, e le tartarughe...




Ammetto che la tentazione di prendere un orsetto russo è stata tanta anche lì... ma troppo bruciante è ancora per me la perdita del mio amato criceto (oramai 10 anni or sono), che ho preferito non correre il rischio che Panzumen ce ne dilaniasse un altro sotto gli occhi.

Ma comunque Rania ha continuato a dormire, Mimi invece...


Mimi ha trovato il suo angolo di paradiso: i vivai dei fiori!





E c'erano fiori di tutti i tipi, ma soprattutto loro: le rose!



E alberi a tortiglione...


E aiuole coloratissime!





E insomma, alla fine è stata una bella giornata: all'altezza dei nostri 90 centimetri di riferimento, altezza dalla quale è possibile valutare al di là del "metro" di misura ordinario, e in base alla quale ormai valuto positivamente l'evenienza che cose interessanti siano poste ad altezza occhi, anche di chi al metro di misura non ci arriva ancora.


Cioè, in parole povere: a misura di bambino.
Ecco ciò che fa di un posto "per famiglie" un posto divertente.

martedì 30 aprile 2013

Che Liberazione!



Per il 25 aprile avevo in programma un post celebrativo, ma avvenimenti esterni me ne hanno impedito, e ritardato il completamento, perciò pubblico in ritardo.
Forse potrà suonare profano, o addirittura blasfemo, che io scriva un post del genere in occasione di una ricorrenza come questa, ché la Patria, la Libertà, la Storia, la lotta partigiana etc etc... eppure io vorrei ricordare che per me quel giorno intercorreva anche il primo mese dalla mia personale Liberazione: la liberazione del mio utero, ché vi garantisco, in riferimento al singolo individuo, non ha niente da invidiare in quanto a importanza, alla Liberazione da una qualsiasi dittatura politica in relazione a un popolo.

Non ci credete? Beh: è da vedere.
Un utero presidiato notte e giorno da un picchetto di occupanti, siano essi pure in numero di uno, è una forma di dittatura sul tuo stesso corpo a cui non puoi sottrarti, e nemmeno opporti con la lotta armata, a meno di non voler compiere un gesto folle e compromettente della tua stessa salute, oltre che di quella di tuo figlio/a ivi residente in pianta stabile.
Ci sono stati giorni che avrei tanto e volentierissimo desiderato di poter deporre il pancione anche solo per poche ore, e recuperare un minimo di libertà di movimento, prestanza fisica, e capacità di muovermi dal punto A al punto B senza doverne avere poi ripercussioni gravi a livello di enorme spossatezza serale. Quando anche dover andare a fare la spesa diventa un supplizio, mi chiedo davvero come si possa anche solo ipotizzare che quello della gravidanza sia uno dei momenti più belli della vita di una donna...
Non di questa donna, per lo meno: questo è sicuro!

Che poi, sia chiaro, ogni gravidanza è un discorso a sé: ricordo che quando ero incinta di Mimi, ho goduto di un generale stato di benessere fino press'a poco all'ultima settimana, e andavo vanagloriandomi di non aver ancora deposto la bicicletta, fino all'ultimo, e che volendo mi ci sarei recata anche all'ospedale, a partorire, in sella alla mia bicicletta.
Brutta idiota che non ero altro: se avessi saputo cosa significa davvero essere in travaglio!
Ma lasciamo stare: questa seconda gravidanza basterebbe di per sé a dissuadermi dalla tentazione, che non nascondo essere, ahimé, ancora persistente, di ritentare l'esperimento di un terzo figlio... Eh, sì, lo ammetto: sono un caso disperato.
La gravidanza però... più ci penso, più si pone come validissimo deterrente all'insano proposito, assai più del parto, anche se, e prima o poi ve ne parlerò, sempre che a qualcuno interessino questi noiosissimi interminabili resoconti di sala parto...  anche se...pure quello... potrebbe essere sì un deterrente... ma te la sbrighi nell'arco di una giornata, e poi te lo getti alle spalle e cerchi di pensarci il meno possibile.
E avanti col perpetuarsi della specie!

Ma la gravidanza! Uff!
Si parte con i due mesi standard di nausee, e sonnolenza, e morte fisica, avversione agli odori, inappetenza, attacchi di fame violenta e incontinente, che poi ti conducono a cibarti dei cibi più insalubri e a nuovi attacchi di nausea... Poi pare di stare meglio, ma è solo l'inizio. Dopo arrivano i bruciori di stomaco, il reflusso, la difficoltà a digerire anche il più esiguo spuntino, l'affanno a respirare, i dolori lancinanti alle costole, le infezioni di varia natura ai tuoi apparati inferiori, i valori del sangue sballati, le turbe di umore, il rischio di diabete gestazionale, i crampi notturni, le notti insonni, le varie sindromi psicotiche (vedi istinto del nido, depressione pre-parto, ansia pre-maman, la sindrome del baby-shopping, la sindrome della mamma-olistica e chi ne vuole aggiungere inventi pure, che tanto si fa sempre in tempo ad ampliare la rosa dei sintomi).

Insomma: tanto di cappello a chi è persino riuscita a stilare una lista bella rifinita e tonda tonda delle dieci cosa da rimpiangere della gravidanza (ma che poi ha avuto l'onestà di pubblicare anche la lista delle cose da NON rimpiangere).
Perché poi ti dicono: "Lo vedrai, dopo, se non ti mancherà il pancione!"
Mancarmi? Suvvia non scherziamo. Non immaginate la gioia di scoprire, a qualche giorno dal parto, che riuscivo finalmente ad infilarmi e allacciarmi le scarpe semplicemente piegando il busto, e senza fare tutti quei contorcimenti affannosi a cui mi obbligava la mia poderosa pancia.
Ma insomma: occorre che scriva presto anche io un'utile decalogo ordinato sui vantaggi e gli svantaggi della gravidanza, così, dati alla mano, chiunque vorrà potrà trarne un bilancio, e valutare se ne vale la pena... di rimpiangere il pancione! Cosa avevate capito?
A presto, care gravide e non.
Una buona Libera-azione a tutte voi.
E scusassero il ritardo, eh! (Dovuto a cause -ormai- esterne a me.)

PS.
E intanto: pannolini misura 2 e vestitini taglia 1-3 mesi.
Il primo cassetto da svuotare (e pensare che tanto ho tribolato per riempirlo!) e tutine di cotone con ricci e ochette a rimpiazzare quelle di ciniglia, sì: proprio quelle che comprai per Mimi in un settembre che sembra ora remoto, col cambio di stagione, dopo l'estate, e che ora calzano a pennello alla piccola fatina.

lunedì 29 aprile 2013

Saluti dall'isola che non c'è.


Sulla banchina del binario 13, in attesa della partenza del diretto per Roma-Termini, sembrava che Peter fosse indifferente e distratto. Continuava a ripetere che sarebbe voluto andare andare a raccogliere i fiori, e intanto si rigirava il lecca-lecca alla fragola tra la mano appiccicaticcia e le labbra, interrompendo di continuo i discorsi delle due "fatine grandi" con altri che non c'azzeccavano 'na mazza nel contesto, ma che evidentemente seguivano un suo percorso mentale mai interrotto, di coccodrilli e isole e fatine...
Eppure gli era stato pur detto che l'amica fatina Rosetta stava per ripartire, dopo quella visita fine settimanale, un soggiorno di quattro giorni che si era ridotto ad una prolungata reclusione in casa imposta dal tempo avverso e dalle inconsolabili coliche neonatali della "piccola fatina". Erano stati giorni di giochi casalinghi, librini, cucina, lunghe telefonate e visite di cortesia ("toc-toc chi è? Sono io, mi api?" "Ponto fatina vuoi venire a cada mia?"), con la partecipazione eccezionale della "Principessa Panzìnola" (mi spiace, Panzumen, sei stato ufficialmente investito di identità femminile), e ora Rosetta stava per salire su quel treno.
Niente.
Poi il treno si è mosso. Gli ultimi saluti distratti dal finestrino (che non ne ha voluto sapere di aprirsi) e poi ci avviamo come se niente fosse verso la scalinata del sottopassaggio della stazione.
E' stato allora che mi sono accorta che Peter piangeva, sommessamente, labbro tremulo e grossi lacrimoni che gli rigavano il viso.
- Amore, sei triste?
- Tì. Tono tiste pecché...
E la voce le muore in gola.
- Tono triste pecché... la tua amica fatina è andata via!

E allora, mio Peter, cosa dirti?
Lì per lì mi è venuto spontaneo tentare di distrarti, da quella tua tristezza:
- Guarda guarda, sono spuntati dei papaveri, laggiù, lungo quei binari!
- Allora adesso che si fa, andiamo a raccogliere i fiori? Torniamo dalla fatina piccola?
Ma poi ho capito che era giusto lasciarti vivere quel tuo dolore di bambina, o mio Peter Pan, che contrariamente a quello della fiaba, cresci ogni giorno, e scopri in te emozioni nuove, che magari fanno male, anche, ma è un dolore importante, quello che dà la nostalgia.
Il dolore di veder andare via qualcuno che amiamo, di capire che tutti i momenti belli, hanno SEMPRE una fine, non necessariamente PER sempre, e non necessariamente per lasciare il posto a momenti meno belli, ma comunque sì: tutto passa, e le persone spesso vanno via, anche se poi magari tornano anche, per carità, ma quel dolore lì lo conosco bene quando arriva, è irrazionale e viscerale. Il dolore del distacco.

Ti ho anche spiegato che le persone che amiamo ci sono sempre, anche quando sono lontane, e l'importante è sapere questo: che sempre ci saranno, per noi, e che il solo pensare a questo loro esserci può bastare a renderci felici, malgrado la lontananza, malgrado il dolore di vederli ogni volta ripartire.
Non so se hai capito, ma continuavi a dire: "Io voglio che la tua amica fatina torna da me!"
E un pochino mi faceva male, questa tua tristezza sorda alla ragione, un pochino mi rendeva felice, perché ti faccio il dono delle mie amicizie più care, perché le persone a cui tengo di più al mondo sono poche, poche davvero, ma importanti, fondamentali per me, fondamentale sapere che esistano, e mi fa felice sapere che ora esistano anche per te, che inizino a popolare il tuo giovanissimo universo affettivo.

O mio Peter Pan sognante, mi fa male vederti scoprire che la vita spesso ti dà dei dolori, che non è sempre come nelle tue fiabe, tutti felici e contenti, e a volte sento il peso di questa mia scelta, di stare lontana, sia pure a portata di poche ore di treno, da un intero contesto di affetti, da un tessuto familiare che sento mancarti, man mano che diventi più grande, e mi chiedo se, crescendo ancora, tu non finisca a ritrovarti come me, a sentirti sempre mancante di un pezzetto, mai del tutto a casa, perché partendo ti lasci alle spalle sempre qualcuno che ami, sempre qualcosa che ti appartiene.
Eppure sento che questa è anche una tua ricchezza, una nostra risorsa: quella di potersi sentire a casa in più posti, quella di sapere che c'è un altrove dove qualcuno o più di qualcuno ci riserva un posto nel suo cuore, nella sua vita, nella sua memoria; quella di potersi un giorno sempre ritrovare, e poter gioire di questo.
E, sì, poter godere anche di quella tristezza passeggera, del lasciarsi, del partire lasciando qualcuno a salutarci dalla banchina, o del vedere qualcuno allontanarsi sul binario, di potersi telefonare e dirsi: "Quando vieni a trovarmi?" come quando giochi a invitarmi a casa tua ("Toc-toc, chi è, posso entrare?").

E poi arriverà anche il tempo di scoprire che alcune persone che amiamo potranno anche non esserci più, e sarà assai più difficile da accettare, assai più faticoso e doloroso riuscire a dare un senso anche a quel "non esserci", che è un non esserci senza ritorno. Ma anche allora, o mio Peter, arriverai a trovare un senso, un valore in quello che c'è stato, in quello che rimane in te di loro, in un ricordo, in un sorriso che ti sale alle labbra ripensando a un momento di vita insieme, nella gratitudine di poterli avere avuti presenti nella tua vita, per un po', e nel fartelo bastare per il tempo che rimane.
Un giorno, non ora, mio Peter. Ché questo non è ancora tempo per la malinconia, e questo post non vuole diventare certo malinconico, malgrado queste giornate uggiose di fine aprile.
Per ora mi piace vederti vivere il SEMPRE della tua infanzia che tu dai per scontato debba durare per sempre.
Tua fatina.

mercoledì 24 aprile 2013

Ritmi.


Prendiamo i nostri ritmi.
Questo è quello che rispondo a chi mi chiede come va, come sta andando.
Il fatto è che non mi capacito che stia andando fin troppo bene.
E non mi fido.
E allora aggiungo: "Non vorrei parlare troppo presto, ma...", "Ora non vorrei tirarmela ma...".
Ma sta andando bene.
Malgrado la varicella, e il tiramoccio, e le due settimane a casa dal nido, e la pioggia, che ora lascia il posto ad un tempo squisitamente primaverile.
Oggi l'aria è tiepida e ho messo Rania a dormire sul terrazzo.
Ho scoperto che dorme meglio fuori che dentro, forse cullata dal rumore di background del vento, delle foglie, degli uccelli, e del traffico in lontananza.
La metto lì e me la scordo.
Poi ogni tanto la sento che squittisce o pigola, vado a vedere e la trovo che sta sognando.
I suoi ritmi sono lunghi e regolari.
Mimi è tornata al nido questo lunedì.
In due settimane ci siamo sparate un'overdose di film della Disney.
Io assidua al mio compito di addetta alla puppa, ne approfittavo per addormentare "l'altra".
Lei dimentica del mondo circostante imparava battute a memoria e diventava di volta in volta Lady Marian o la mamma dei gattini...
Ora è Peter Pan.
Per quanto ritenessi la versione Disney della storia oltremodo noiosa e vetusta, ho comunque acquistato il DVD durante un fulmineo blitz alle Poste-shop per adempimento di pagamenti vari, perché lo sapevo che tanto al mio ritorno mi avrebbe chiesto: "Mamma, coda mi hai portato?"
Da allora non abbiamo visto altro che Peter Pan.
Mi chiama "Mia fatina!", che è anche piuttosto esilarante già di per sé, senza bisogno di confrontare le nostre stazze per rendersi conto che la mia non è debitamente proporzionale a quella dell'eterea Trilly...
Ma comunque la mattina la porto all'Isola-che-non-c'è, dopo aver lasciato la fatina piccola al babbo-di-Wendi-che-si-allabbia-semple.
Saliamo sul galeone dei pirati e Peter dà il comando: "Polvere di fata!"
E così voliamo al nido.
E lei dà un bacio alla sua fatina e si avvia, poi si volta e dice: "Vieni tu a prendermi, mia fatina?"
E io dico: "Sì, Peter. Vengo io".
Perciò ora scusatemi: ho un appuntamento all'Isola-che-non-c'è.



mercoledì 17 aprile 2013

Presentazioni.

Come al solito sono una gran cafona.
Mi capita sempre, eh! Che quando sono in compagni di qualcuno, tipo di un amico, e incontro qualcun altro, tipo un altro amico, e i due non si conoscono, mi fermo magari a parlare mezz'ora, e solo dopo aver chiaccherato amabilmente tra loro, ignorando i reciproci nomi e ruoli, i due alla fine si rassegnano: "Io comunque sono Tizio..." "Piacere, io sono..." Perchè io puntualmente non li presento.
Non lo faccio con cattiveria, né per gelosia, né per altro sentimento malevolo, sia chiaro, ma solo per rincoglionimento.
E cafonaggine aggiungo.
Ci credete?
Beh, chi vuole crederci lo faccia.
Tutto ciò per dire che l'ho fatto anche stavolta: ho saltato le presentazioni, e sono passata subito alla fase successiva, quella dei miei post sfasati in cui elenco a casaccio persone ed eventi dando per scontato che uno li debba conoscere.
Diciamo che l'ho fatto per esigenze di tempo, e mancanza di concentrazione necessaria a scrivere un post decente di presentazione, e mancanza di coordinazione bioritmica delle mie due pargole, che mi hanno reso assai difficile il proposito di dedicarmi seriamente a queste pagine...
Ma la faccio finita, ché se no non concludo nulla neppure ora, e ci provo, a fare una presentazione come si deve, anche se mi sento molto fuori allenamento, e se non dormo sodo una notte di fila da un po', e anche se nel frattempo tendo l'orecchio ai rantoli di lei che provengono dalla carrozzina accostata qui a fianco, quella che fu di Mimi, e che ora circola di nuovo per casa, inchiodandosi contro stipiti di porte e incastrandosi tra il tavolino di legno dove Mimi realizza le sue opere d'arte e il cumulo di scarpe di Hasuna, incarnando i desideri più irrealizzati dei gatti, che puntualmente ci riprovano, a farne il loro giaciglio, ma vengono malamente dissuasi e frustrati in questa loro inconfessata aspirazione.

L'abitante della carrozzina.
Colei che ha fatto saltare tutti gli equilibri umani e relazionali di questa casa, probabilmente spingendoci a migliorarli, e comunque rendendo necessario un ridefinirli.
Colei che ha reso urgente un ennesimo resetting delle nostre vite, e anche un parziale refreshing abitativo, ancora in fieri per la verità, portando ancora una volta sull'orlo del baratro esistenziale la mia autocoscienza, costringendomi a cercarmi in una nuova identità, perché in quella vecchia non riesco più a riconoscermi, e quella che sono ancora non so... e tu che pensavi che ormai il grande salto l'avessi fatto quando sei diventata mamma la prima volta. E invece eccoti qua ancora che stenti a raccogliere tutti i fili, spiazzata dalle tue emozioni, disorientata da una vita che non c'inzerta più con quella vecchia, con i ritmi che avevi preso, con i tempi e le cose che facevi per riempirli, con i tuoi propositi a breve e a lunga scadenza.
Tergiversi, intanto, e ancora non hai iniziato a parlare di lei, ma solo di te, e ancora una volta sei scivolata dalla prima alla seconda persona, nel riferirti a te stessa, indizio evidente del tuo attuale smarrimento d'identità...

La prima volta che l'hai vista hai pensato: "Ammazza, che capoccia! E ci credo che mi so' fatta un mazzo tanto per farla passare da lì sotto!" Più o meno, ma la prima frase l'ho proprio pensata para para: "Ammazza che capoccia!"
La prima cosa che ho visto è stata la sua capoccia, bella tonda e liscia di capelli neri, ben spartiti a ciocchette sulla fronte, paonazza per lo sforzo o forse per la contrarietà di esser stata così brutalmente sfrattata dalla sua conca di comfort e oblio, bruscamente espulsa in un mondo fatto di stimoli per lo più fastidiosi, e mani che ti prendono, e luci che ti abbagliano, e voci che ti confondono...
Poi me la sono presa con calma e ho provato a conoscerla meglio.
Ho scoperto che non era semplicemente un doppione di sua sorella, l'incarnazione inquietante di un mio deja-vù esperienzale, un temporaneo lapsus della memoria.
Lei era una persona nuova, con sue attitudini e peculiarità caratteriali già parzialmente definite, evidenti all'occhio di una mamma, sia pure la più rinco, quale io mi ritengo, almeno quanto evidenti sono le differenze che ho riscontrato nella sua fisionomia, che a un primo sguardo mi richiama tanto quella di Mimi neonata.
Le orecchie tonde anzicchè a punta, da elfetto, come le aveva Mimi, le ciglia sottili e quasi invisibili, le guance e la pappagorgia da bambolotto pacioccone, contro la precisione miniaturistica dei lineamenti fini di Mimi, che sembravano dipinti dal pennello sottile di un artigiano sul volto impeccabile di una bambolina di porcellana...

Lei spalanca strani occhi grigi e senza ciglia e ti scruta seria, ché sembra ti interroghi, o forse solo che cerchi di capire il senso del tuo stare là, e del suo stare qua, o forse solo che ti dica: "Eccomi, conosciamoci. Tu sei mamma, giusto? Io sono quella della pancia, quella per la quale hai già perso tante notti insonni, che ti ammaccava le costole, che ti costringeva lo stomaco trasformando in bruciori e reflusso ogni tuo pasto, e finanche il tuo più esiguo spuntino. Sono quella che sentivi gli ultimi tempi traslocare da un lato all'altro del tuo utero con grandi stravolgimenti di addome. Sono quella. Mi riconosci? Io ti riconosco."
Perché quando lei ti guarda ti senti riconosciuta, e quasi sgamata.
E rimani a chiederti cosa mai starà pensando dietro quella fronte aggrottata, quando poi alla fine socchiude gli occhi e la vedi che medita, medita, talvolta appoggiando la mano al mento, ché lei, signori, è una gran pensatrice, oltremodo riflessiva, una filosofa, forse, chissà. Medita e gesticola, che pare stia provando tra sé un'orazione, atteggiando il volto a una serie ininterrotta di espressioni mimiche di rara intensità.

Lei per lo più è tranquilla, e raramente si lascia andare a scenate isteriche o ad immotivati explois vocali. Non sbraita, pigola. Protesta al limite, se è contrariata da qualcosa, soprattutto se le sue rimostranze vengono a lungo ignorate.
Per esempio detesta stare nuda. Ma è paziente, e aspetta di venir spogliata, cambiata e lavata all'occorrenza. Collabora perché ha capito che è un fastidio a breve termine. Perde la pazienza solo se la cosa si prolunga più del dovuto.
Si gestisce abbastanza in autonomia in fatto di mangiare e dormire. Ha imparato presto e bene  l'utilizzo e il funzionamento della tetta, è paziente e si impegna a fondo quando non si ritiene soddisfatta del rancio, senza inutili proteste e rimostranze, allora, si concentra e ci dà giù di suzione con una costanza e un'energia ammirevoli.
Dura cosa la lotta per la vita: procurarsi il cibo è un lavoro che sfianca, e non parliamo della digestione... e dell'evacuazione! Eppure lei dimostra anche qui un non comune stoicismo nell'affrontare le rognose coliche neonatali. Un po' di lamenti, qualche ué-ué, ma poi la vedi al pezzo, concentrata, determinata, focalizzata sul problema, aggrotta le sopracciglia e... parte lo scorreggione. E poi relax.

Non ha preferenze in fatto di musica, ma non le piace il silenzio. Per ora dimostra di apprezzare molto melodie soffuse, flauti irlandesi, arpe new age e tollera fin troppo le strida e gli schiamazzi della sorella maggiore, che non ha alcun riguardo per i suoi stati di sonno o di veglia. A quanto pare ama la compagnia, e non disdegna le occasioni di vita sociale.

Pare proprio non abbia difetti... se solo dormisse un poco di più la notte!

Signori e signore, ecco a voi: Rania.



martedì 9 aprile 2013

Secondo livello: allo start.

Dai dai, presto: ora che dormono tutte e due!
Un post un post! Approfitta finché dura, ché tanto lo sai che non dura molto.
Un post: sì ma da dove comincio?
Che importa, dai, cogli l'attimo! Carpe diem! Loro dormono, i gatti sono fuori, ti guardano imploranti dal vetro della porta-finestra della cucina, ma tu: non cedere!
Ché lo sai che dopo è tutta una lagna per farsi aprire la porta di camera dove "loro" dormono, e miao miao di qua prrr-mià di là, alla fine le svegliano. E dopo lo sai come va: pigli una, molli l'altra, cambi una, l'altra frigna, ripigli la prima, "Mimi devi fare pipì?" "No, mamma, gassie." "Grazie de che? Devi far pipì, Mimi, dai vienila a fare, che mi pari tarantolata" "No, mamma, io sono un gattino che si chiama Misé" "...".

E fai poppare una, l'altra frigna che vuole stare "imblaccio".
"Aspetta che la metto giù, Mimi, e dopo piglio te."
"Mamma imblaccio, imblaccio!"
"Mimi, che dici, me lo fai un disegno, intanto?"
"Mamma imblaccio, mamma imblaccio, mamma!"
"Dai Mimi, prendi i colori: fammi un disegno intanto che lei prende la puppa... Mimi sputa quella roba che hai in bocca... Mimi la smetti di frignare? Mimi, non ti grattare... Mimi piano che la svegli..."
"Mamma imblaccio, mamma imblaccio, mamma imblaccio, mamma imblaccio..."

E' così: un mezzo delirio, ma tu lo sapevi, eri preparata al peggio, e lo sai, tanto: che il peggio non è ancora arrivato.
Mimi s'è presa la varicella, con un tempismo pessimo. Si sveglia in lacrime inveendo contro "i microbi che la pungono".
L'altra rantola nel sonno e si sveglia mugolando ogni tre per due.
Io ho inaugurato il succhia-moccio, antico cimelio d'oggettistica piovutami addosso con l'arrivo della primogenita, accumulata e mai usata con lei, ora sì, con una neonata raffreddata. I famigerati anticorpi del latte materno a quanto pare nel mio caso si sono verificati inadempienti.
Me le gestisco ancora perché non ho ancora cominciato a perdere notti di sonno, faccio i debiti scongiuri e attendo speranzosa la fine dei malanni.
Alcune cose mi sembrano più facili di come le ricordavo, ma ora si fanno più complesse perché non sono più tutta per una, ma una per tutte.
Sono al secondo livello, e la difficoltà aumenta.

E poi attendo anche di riuscire a scrivere qualcosa d'altro di questo bollettino medico.
Ci sono cose che volevo scrivere ma che se non le fermi subito poi svaporano, e tu hai perso l'occasione e finisci a scrivere di varicella e succhiamoccio.
Cose che voi umani non pensavate potessero mai accadere e invece.

Per esempio che non credevate di potervi sciogliere ancora davanti a quei sorrisi involontari a bocca spalancata, ridere di quelle facce buffe, di quelle espressioni accigliate, perdervi nell'azzurro profondo di quegli occhi spalancati che indagano un mondo per loro nuovo e bizzarro, sconosciuto.

Pensavate non ci fosse più posto, pensavate i aver dato, di essere stanche, di non riuscire a ricominciare, di non poter amare altro e tanto. E invece.

Morire di tenerezza per qualcuno che fino a poco tempo fa non sapevate nemmeno che faccia avesse, sentirvi tutto per lei, e sentirvi appagate di questo.

Cose nuove, di un nuovo mai prima sperimentato.

Che in fondo va bene così, che il vostro mondo sia diventato essenzialmente questo, che ruoti in torno a questo: a Mimi dagli occhi splendenti, e a Rania dallo sguardo profondo.


domenica 24 marzo 2013

Scontri generazionali.


Sarà il sentore che qualcosa nell'aria sta cambiando, e non hai ancora ben chiaro cosa: nuovi arrivi, nuovi ritmi, mobili nuovi, e il tentativo maldestro di mandarti al nido senza di me... che ha fruttato, mi hanno riferito, pianto disperato fino al vomito...

Sarà pure che di tuo ce li hai 'sti periodi di nervosismo estremo che tutto è no, e se puoi contraddire in qualche modo lo fai, opposizionista della peggior specie con intervalli di frenetica attività ludico-distruttiva,  fautrice di smaronamenti materni vari e gravi attacchi di stress felino...

Vogliamo giustificarti, almeno in parte?
Sarà che 'sto catarro non ti dà tregua, e non riesci a dormire due ore filate senza farti una buona mezz'ora di tosse che sovente degenera pure in svomitazzate varie su lenzuola e pigiamini... e quando uno perde il sonno, in questo ti capisco eh, possiamo anche fargli passare liscia qualche scenata da pazza furiosa...

Sarà pure un pochetto che è arrivata la nonna a casa, e tu, paraculetta che altro non sei, hai capito benissimo come approfittartene, ché quando ti pare è "Nonna! Nonna!" e quando ti pare è "Mamma! Mamma!", e hai capito benissimo che esistono sottili linee di confine oltre le quali non posso andare per non interferire con il vostro rapporto, pena gravi crisi diplomatiche interne, che la vicenda dei Marò a confronto è acqua di rose...

Sarà pure un po' di tutto ciò messo insieme, come suggeriscono i miei consulenti pedagogici a distanza (leggi: zia Gunchina).

Sarà pure, ma...
Ciò non toglie che in questi giorni sei indiscutibilmente una gran rompiballe, e visto che almeno tu per ora non leggerai queste righe, qui lo posso anche scrivere: a volte mi stai profondamente sulle palle, sappilo!

Tipo quando dopo ogni pipì devo rinfilarti mutande e pantaloni e te ne scappi nuda come ti generai in giro per casa e devo andarti a recuperare sotto il tavolo con la panza che mi struscia a terra.

Tipo quando ti divincoli come un'anguilla mentre tento disperatamente di centrarti la testa con l'apposita apertura della canottiera.

Tipo quando perdo mezz'ora buona a tentare di sgarbugliare quella massa di stoppa che hai sulla sommità del capo e che ci ostiniamo a chiamare capelli e quando finalmente (NB: sempre inseguendoti nel frattempo per casa mentre tu corri dietro a Panzumen o dissemini tovaglie in giro) riesco a sbrogliarne fuori qualche ciocca, ti saltano i cinque minuti e in un raptus isterico ti cacci le mani in testa e vanifichi tutto il mio operato al grido di: "Non le voglio le codine!"

Tipo anche quando ti devo ripetere in tutti i modi e fino allo sfinimento di non seviziare i gatti, che alla fine mi auguro che quelli perdano la pazienza e ti castighino a dovere a suon di unghiate, ma nel frattempo temo per l'incolumità dei tuoi bulbi oculari, ché non sei nemmeno tanto sveglia  e dritta come credi di essere, e piazzi loro sempre il viso ad altezza zampa unghiuta, che se io ti dico "non tirare la coda a Panno", tu stringi più forte, che se quello emette penosi gemiti di dolore e panico, tu ridi e ti ci sdrai sopra, che se Zorro se la dorme tranquillo in qualche angolo remoto della casa tu lo soffochi con il piumone...

Tipo quando ti diverti a fare i dispetti, anche autolesionisti, e ti cacci in bocca qualsiasi schifezza, dalle bustine di cellophane ai croccantini dei gatti, dai frammenti delle sorpresine Kinder non adatti a bambini di età inferiore ai 36 mesi  ai sassetti che stacchi dalla suola delle tue scarpe...

Tipo quando ci metto due ore a farti dormire, e dopo storie varie e canzoncine a manetta mi pigli pure per il culo e mi piazzi le ginocchia nello sterno, o mi infili un piede tra le cosce, e un dito nel naso, e mi lecchi la mano, finché non sclero, e quando finalmente riesco a narcotizzarti e riemergo esausta dalla camera pronta a godermi almeno un'oretta e mezza di libertà pomeridiana, dopo mezz'ora sei già di nuovo sveglia e pronta a rompere la palle come prima e più di prima...

Tipo quando è ora di cena e ti impunti che vuoi fare il bagnetto, facciamo il bagno e dici che vuoi ballare, dobbiamo uscire e vuoi vedele Lobin Hood, ci prepariamo per la nanna e alzi la lagna che vuoi andare sull'olopattino...
E se ti devo mettere il pigiama vuoi la maglietta, e dopo 70 pagine di fiabe in filastrocca frigni che volevi tre libri. Dopo i libri vuoi la canzone della palla (per inciso: quale accidenti sia ancora non l'ho capito), e dopo cerchi il "pupazzo di neve" e dopo vuoi l'acqua e ti autoprovochi la tosse, e dopo dici che non vuoi fare la nanna: vuoi fare la colazione...

Tipo quando ho preso un appuntamento premurandomi di fissare un'ora abbastanza in là da riuscire a fare tutto malgrado il tuo ostruzionismo ostinato, e mi fai arrivare lo stesso in ritardo di mezz'ora perché: i calzini no, e le scarpe le metti alla rovescia, e la giacca la devi mettere tu ma ti incarti con la cerniera e te la prendi con non si sa chi, e quella rosa non la vuoi, vuoi quella blu che è ancora bagnata, e la faccia non te la fai lavare, e la colazione non la vuoi fare ma poi quando finalmente sei vestita e (in qualche modo) pulita, ti viene in mente che vorresti proprio mangiare uno yogurt...

Tipo quando ti sto appresso una mattinata intera, tra giostre e raccolta di fiori a tappeto ai giardini impantanati, e poi torniamo a casa e ti pianti sulle scale e vuoi stare imblaccio, e ti ricordi che non volevi andare con la macchina ma con la bichicletta, e che non volevi andare alle giostre del mercato ma a quelle glandi, e il fiore giallo è caduto dalle scale e pretendi che io scenda due piani a raccogliertelo...

Tipo quando la minestra non la mangi, e mi chiedi la pasta con le zucchine, però poi quando te la faccio la sputi nel bicchiere e dici che vuoi la stracchino sul pane, per poi spalmartelo sulla maglietta, mi fai sbucciare il mandarino e poi te lo infili a spicchi nei calzini, e mi sfinisci perché me lo mangi io, che notoriamente non sopporto gli agrumi...

Tipo quando sto cucinando e tu intanto mi scappi in terrazzo e giù per le scale. Scalza, mentre piove, e devo correre a raccattarti sullo zerbino degli inquilini del primo piano con il soffritto di cipolla che mi si carbonizza nella padella e caricarti su di peso mentre mi gridi "Blutta! Vai via! Sei blutta e scleanzata!"

Va bene tutto, mia cara piccola piantagrane, ma sappi che rimpiangerai questi giorni quando mamma non sarà più tutta quanta per te, e non avrà le energie e il tempo per giocare con te con il didò, e per leggerti dieci libri al giorno, e per fare il puzzle di Biancaneva e per fare le passeggiate i bichicletta...

Magari una parte di te lo ha già intuito ed esprime così la sua indignazione e ribellione?
Forse questa prospettiva dovrebbe o potrebbe straziare la mia fragile coscienza di madre, ma no, al momento sto solo tentando di reprimere l'impulso a strozzarti.

In ogni caso: non mi esasperare o lo sai che fine ti faccio fare?


Ci metto un attimo, eh!

lunedì 18 marzo 2013

No panic!


Ogni volta che mi assento dallo scrivere su queste pagine per più di un giorno e mezzo, penso sempre: adesso tutti quelli che mi seguono crederanno che ho partorito, o che lo sto facendo! Quindi mi viene la smania di aprire un nuovo post e di rassicurare tutti, che, no no: no panic! Tutto ancora tace.
Un po' egocentrico come pensiero, lo riconosco, anche perché immagino che l'unica che si stia facendo divorare l'anima giorno dopo giorno dall'ansia sia solo io.
E' vero, sono un tantinello ansiosa alla presa di coscienza che, oh, davvero oramai siamo agli sgoccioli, e giacché necessito condividere quest'ansia con il mondo intero, sappiate che a oggi siamo precisamente a meno una settimana, che è come dire: potrei anche partorire domani, volendo o nolendo...
Manca una settimana e ancora non ho preso appuntamento per il tracciato.
Manca una settimana e ancora deve venire l'operaio a rifare l'intonaco fracico in camera.
Manca una settimana ed ho finalmente acquistato un fantastico armadio al mercatino dell'usato che ho pagato, tra acquisto, trasporto e montaggio, all'in circa quanto avrei pagato un equivalente prodotto nuovo di pacca da Mondo Convenienza, e pure azzurro, come lo voleva Mimi, che ora invece dovrà accontentarsi di un rimediatissimo marrone-legno. Ma non importa: coinvolgere amici vari in scarrozzamenti automobilistici fuori porta con Mimi che se la dorme due ora secche nel seggiolino mentre io rovisto tra robavecchiume altrui appizzandoci interi sabati pomeriggio, per quanto stuzzicante e stimolante, è pur sempre un'attività che alla fine deve trovare un approdo in qualcosa, a meno che tu non abbia iniziato a mettervi mano almeno con un due-tre mesi di anticipo, e questo, l'avrete capito, non è certo il mio caso.

Quindi mi accontento e godo, anche se per la verità mi chiedo cosa mai mi sia venuto in mente di farmi arrivare l'armadio a  casa proprio nel bel mezzo del mio soffertissimo count-down. Eh sì, perché giovedì saremmo a meno 4 giorni, e nelle mie peggiori previsioni mi vedo lì che smanio a cronometrare contrazioni mentre i due incaricati trasportatori se la litigheranno con ante e cassetti che non ne vogliono sapere di andare al loro posto, e a voler sguinzagliare poi del tutto la mia fervida e catastrofica immaginazione, mi ci vedo, lì a congedarli sull'uscio rassicurandoli che, no no, sto benissimo non vi preoccupat... ops! Me la sono fatta sotto! La bambina, intendo.
No panic: cose che capitano, un attimo che raccatto il cordone, faccio una telefonatina al 118 e avverto il nido che oggi magari mando un'amica a recuperare Mimi, ché tanto il padre non risponde mai al telefono e figurati se lo fa oggi, che minimo minimo gli sarà arrivato un ordine straordinario di 24 agnelli e starà lì a squartarseli a colpi di mannaia dimentico del mondo circostante...
Ecco, questo accade nelle mie peggiori previsioni, cui forse dovrei iniziare a mettere un freno, visto che, guarda un po', ultimamente hanno una fastidiosa tendenza ad avverarsi, almeno in parte eh!

Ultimamente i miei sogni mi rimandano con insistenza l'immagine di me che mi reco all'ospedale in macchina in mezzo a un traffico esasperante, e penso che se la bimba dovesse nascere mentre guido, almeno finisce sul pedale del freno, e non sul''acceleratore, quindi tutto ok (povera psiche mia).
Stanotte il mio consueto e movimentato dormiveglia continuo che in genere si protrae circa dalle due in poi ha visto tramutarsi in nefasto insieme di visioni oniriche alcuni pensieri infelici che l'ansia mi ha suggerito nel mio immediato stato di discesa nel sonno. Mi sono svegliata di merda, passando dall'orrore di tragici pronostici, al grigio uniforme di un'ennesima giornata di secchiate d'acqua e depression mood.

Però.

Però un'insperato due giorni di sole e bel tempo mi ha permesso di lavare-asciugare una caterva di vestitini variamente rimediati e finora inscatolati alla rinfusa, dagli 0 ai 18 mesi: un delirio di taglie e stagioni che per il 50 % non riuscirò probabilmente a far inzertare, e che mi ha costretto ad immolare tre intere mattinate alla pratica continua dello stendere e ritirare, piegare e, udite udite, persino stirare (quando mi pigliano certi raptus non c'è niente da fare), e infine di stipare il tutto, ordinato per taglie e stagioni in una decina di scatole da guardaroba (sempre in attesa del famoso armadio marrone), una volta esaurito lo spazio in quella che ormai amichevolmente chiamo semplicemente per nome di battesimo: Malm, la cassettiera dei tuoi sogni.
Non avete idea di quanti di quei minuscoli vestitini riescano ad entrare in quelle accidenti di scatole da guardaroba. ogni volta che credevo da aver finito ne spuntava fuori un'altra. Davvero un delirio. Un delirio per lo più a tinte rosa pastello, ma pur sempre un delirio.

Però sono abbastanza soddisfatta di me, intanto perché ce la siamo finalmente risolta con la storia del nome, malgrado dobbiamo farci ancora l'abitudine, sia all'averlo finalmente scelto, sia al nome stesso, che con democraticissima imposizione, non so come l'ho tirato fuori da qualche interstizio malato dei miei lombi cerebrali; roba che oggi nel rispondere alla maestra Adriana che mi chiedeva se avessimo finalmente dato un nome alla creatura, ho vissuto una sorta di esperienza extracorporale, e mentre il mio apparato fonatorio pronunciava quelle cinque lettere in fila, il mio io cosciente si interrogava: "Lo sai, vero, che d'ora in avanti dovrai vederti sempre quelle facce davanti ogni volta che comunicherai a un qualunque estraneo il nome di tua figlia?" Sì? beh: chissenefrega, rispondeva il mio io subcorticale, quell'idiota di un sottosviluppato, tanto ci sono abituata. Ancora ricordo quella dolce vecchina che mi interrogò sulla strada per Montemagno, mentre io scutuliavo in carrozzina una pupa di un mese e poco più su e giù per l'erta sassosa che conduceva alla famosa casa-mulino delle nostre prime vacanze insieme, una pupa se mi consentite quasi sempre incazzata nera, non so se per lo scutuliamento o per le coliche o per la contrarietà dell'esser stata messa al mondo da cotanta incapace di madre. la dolce vecchina, dicevo, che mi chiese il nome, anche allora, della creatura, e io che, arrossendo fino alle radici pilifere della mia cespa di capelli, rispondevo, e sentivo a mia volta rispondermi: "I... I... AS... MINE? Oh, signore! E che nome è?" Manco le avessi detto che la frugola chiamavasi Satanassa!

Ecco, ecco che è tornato anche quel "che nome è?" e allora prendo atto che cominciano ufficialmente i miei dejà-vu da gravida-partoriente-puerpera, quelli che avrei volentieri rinchiuso nel più profondo degli anfratti della mia memoria, ma che ho volontariamente e deliberatamente deciso di ripercorrere...
E insomma: mica facile trovare un compromesso, cosa vi credete. Metter d'accordo capra e cavoli senza ferire e sconvolgere le fragili aspettative di nessuno, nemmeno del primo pinco pallino che finge una solidale curiosità per i fatti tuoi, e si aspetta risposte come Giulia, Sofia, Emma, Viola, Greta (che ultimamente sono i nomi più in voga, a quanto pare, ed è obbligo che ci si chiami almeno una neonata su due... senza offesa per nessuno, eh! Ricordate che sono quella che rifila alle sue figlie nomi da Anticristo!)...
...e invece si sente rispondere: RANIA. Strabuzza gli occhi, la maestra Adriana, se lo fa ripetere, una, due, tre volte. Tenta di storpiarlo in vari modi per renderlo più di suo gusto, ma alla fine capitola: "Oh, deh! Ma che nome è?"
Colpita e affondata. E avanti così! Pensare che ero tanto orgogliosa della mia scelta... e va be'.
Si abituerà (la bambina, agli strabuzzamenti oculari).

Ma comunque invece Mimi l'ha presa bene, eh: "No! Non si chiama codì! Si chiama NO-E-MMA! Mamma, e 'ccuda, non ti piace Noemma?"

Mentre pare che la suocera abbia gradito, anche se si è azzardata a suggerire anche lei qualcosa: "Mh, sì, carino Rania, ma che ne pensate di Randa? Anche quello è un bel nome, no?" Cara innocente suocera, se tu sapessi! Il figlio è stato costretto a dirle che in italiano non suona proprio bene, perchè... perchè... Randa significa "piedi" (la verità era indicibile, c'è da dire però che nella cultura islamica i piedi sono considerati parti del corpo piuttosto impure).

La mia solita amichetta, per suo conto, mi fa giustamente notare che Rania, scritto con la "I" al T9 del cellulare vien fuori "PANIC", mentre con la "Y" dà un simpaticissimo "PANZA", il che ancora per poco ma mi sembra quanto di più appropriato alla mia attuale situazione addominale.
Per il panic preferisco aspettare almeno l'avvento della prima contrazione, poi vi fo sapere, eh!

mercoledì 13 marzo 2013

Tu che.


Tu che credi di sapere così bene quel che vuoi, e che non perdi occasione per rimarcarlo di fronte alle ingerenze altrui all'interno del tuo campo d'azione.
Tu che rendi la vita impossibile alle maestre, che ogni giorno a turno mi raccontano di qualche tua esplosione di collera nei loro confronti, per aver osato violare il tuo spazio sacro, i tuoi cerimoniali di vestizione, le tue dimostrazioni di autonomia; tu che non ti lasci corrompere dalla promessa di caramelle, raggirare da manovre diversive, distrarre da tentativi di dribblaggio... ma vai fino in fondo, anche se poi non sai tu stessa come uscirne fuori, intrappolata tra l'orgoglio di non cedere e l'evidente assenza di una valida causa per la quale batterti.
Tu che sei già in grado di analizzare e riflettere da sola sui tuoi comportamenti, che sei sorprendentemente consapevole dei tuoi meccanismi emotivi, e a freddo sai discuterne e individuare da sola i tuoi errori.
A te vorrei poter spiegare che la cosa più difficile nella vita non è accettare gli altri e i loro difetti, quanto accettare i propri e imparare ad ammetterli per superarli, mettendo di lato l'orgoglio; che perdonare gli errori altrui non è impresa tanto dura quanto perdonare i propri; che la sofferenza maggiore te la procureranno non tanto i torti subiti, le ingiustizie patite e i tradimenti ricevuti, quanto il ricordo di quei torti, di quelle ingiustizie e  di quei tradimenti che tu avrai attuato a danno altrui.

Tu che mi stupisci con la tua eccezionale sensibilità emotiva, che sai intuire gli stati d'animo ed esserne condizionata, che riesci ad intercettare i miei momenti di crisi e a metterli a nudo, lasciandomi senza difese e guarnizioni.
Tu che trabocchi di emozioni, e che smani dalla necessità di comunicarle, esprimerle, tu che riesci a tradurre verbalmente certe tue irrefrenabili eruzioni emotive, senza inibizioni né reticenze, e lo fai come e meglio di me, adulta, che rimango intrappolata nella difficoltà di dare una forma alle mie pulsioni più inconfessabili, dal pudore di manifestare i miei affetti più primordiali.
Tu che non hai problemi a dirmi che sei innamorata di me e che mi fai sorridere con inaspettate proposte di matrimonio ("Mamma, mi vuoi sposale?"); tu che applicando alla lettera la logica ferrea imparata al nido, affermi senza alcuna riserva che io te e Buia siamo fidanzati, perché è questo che sono due o più persone che si vogliono bene; tu che quando ti trovi in mezzo ad una compagnia che apprezzi non sai contenere la gioia che provi e allarghi le braccia come a contenere tutti i presenti ed esclami "Che bello che siamo tutti insieme!"
Tu che quando una situazione ti piace e ti fa sentire a tuo agio, balli di felicità, tu che sai ancora chiedere: "Mamma, pel favole, mi dai una carezza?" o "Ti posso dale un bacino?" e mi sento morire quando mi prendi la mano e dici di non preoccuparmi, ché ci pensi tu.
Tu che ti senti già forte abbastanza da poter proteggere qualcuno che ami, che hai sempre il "celotto" per guarire ogni tristezza, espressa o inespressa, o malamente celata da parte mia, tu che ripeti di essere "glande", e credi che l'esserlo sia sinonimo di una conquista di status.
A te vorrei far capire quanto eccezionale sia il tuo status di piccola, quanto la tua forza risieda nella tua apparente assenza di difese, che di fatto lascia senza difese chi con te si confronta.
A te vorrei dire di non perdere mai del tutto questa tua forza-bambina, di non lasciare che questa tua immediatezza nel sentire e nel trasmettere venga soverchiata e sopraffatta da etichette, e vuoti clichés comportamentali, che il darsi del tutto non è sinonimo di debolezza, ma di grande coraggio e onestà. Che la cosa più frustrante non è tanto il non sentirsi capiti, quanto il non sentirsi più in grado di comunicare, il non sapersi più in grado di "sentire".

Tu che non ti concedi sempre e subito a tutti, ma sei selettiva, e scontrosa, e hai i tuoi tempi di reazione non sempre in sintonia con quelli del mondo circostante. Tu che sai far male quando rifiuti, ed estrometti dal tuo mondo affettivo, e non ti rendi conto che ogni tua parola ha un impatto ben più forte della tua reale volontà di ferire.
Tu che mi fai ridere quando atteggi la faccia in cipiglio e fai la voce da posseduta e dici: "Vai via, sei blutta , io non ti voglio!"; tu che non accetti che qualcuno che ami possa fare o dire cose che non ti piacciono, o impedirti di fare ciò che vorresti, o disapprovare qualcosa che hai fatto, e ti opponi, e da giudicata passi a giudicante, e dai per scontato che il mondo debba girare intorno alla tua volontà, e che tutte le motivazioni contrarie siano secondarie.
A te vorrei insegnare che nella vita non vince sempre chi urla più forte, anche quando ci dicono che è così; che le vittorie silenziose a volte sono le più significative; a te vorrei mostrare quanto il saper lasciar correre senza rivendicare sia dote di pochi spiriti eletti, e come l'abitudine di voler avere sempre l'ultima parola rischi di diventare una gabbia che ti preclude lo scambio con l'altro.
A te vorrei  spiegare che la capacità di tacere e ascoltare le ragioni altrui può renderti ricca e aprirti prospettive prima mai considerate, e dare soddisfazioni neppure paragonabili alla prepotente smania di ricevere il riconoscimento delle proprie ragioni. Che il negare o il rifiutare ciò che non ci piace non servirà a risolvere un problema, né a migliorare una situazione. Che il riconoscere di aver sbagliato ti darà diritto a maggior considerazione da parte altrui di quanta te ne potrebbe dare una vittoria dialettica ottenuta per sfinimento.

Tu che vuoi sempre dare un nome a tutto, che chiedi in continuazione chiarimenti sugli aspetti che ti rimangono più oscuri, che sei capace a reindirizzare le risposte qualora non ti convincano, che mi obblighi a sfiorare pericolosamente il confine inviolabile del mondo degli adulti ("mamma, spiegamelo meglio!") per non aprirti prematuramente lo scrigno di verità difficili, quelle che non vorrei mai confessarti, che vorrei non ci fosse bisogno di spiegarti, e ti ritrovo ferma lì a rifletterci sopra, per provare a capirne da sola il come e il perché.
A te vorrei dire che anche quando, a un certo punto della tua vita, ti sembrerà che questo mondo sia un bello schifo, che la vita sia tutto un inganno, che la ricerca della felicità sia solo una favola tossica, per ubriacare la mente della speranza che davvero serva a qualcosa essere vivi (e prima o poi ti accadrà di pensarlo), ci sarà sempre qualcosa per cui varrà la pena aver vissuto, e ci sarà sempre qualcosa per cui varrà ancora la pena vivere, e che quel qualcosa da solo basterebbe a riscattare tutto il resto, che la bellezza da sola può salvare il mondo.

Tu che ti riconosci un'inequivocabile femminilità, tu che ti rivedi nella maggior parte delle tue eroine fiabesche, identificandoti nell'immediato con ognuno dei personaggi che già popolano la tua fantasia; tu che mi fai impazzire quando al mattino ti metti in testa di voler scegliere i tuoi vestiti, alla ricerca disperata di "quello da plincipezza", che vuoi i capelli sempre sciolti perché dici che "le plincipezze non hanno le codine", che hai acquisito chissà da dove la nozione delle fondamentali doti femminili, e le individui nella bellezza, nell'eleganza e nel ballo...
A te in questo mese di marzo dedicato alla donna, vorrei trasmettere il senso profondo di cosa ciò significhi, proprio io che il mio essere donna ho fatto una certa fatica ad apprezzarlo, accecata com'ero da fuorvianti luoghi comuni di una femminilità civettuola e frivola, dedita all'esteriorità e alla cura della propria immagine estetica, persa in discorsi vacui di nessunissimo interesse, e invece l'ho poi riscoperta in me in una particolare forza introspettiva, nella complessità e articolazione del discorso emotivo, nella predisposizione per la cura profusa nel'oggetto delle proprie passioni, nella sottigliezza e nella sfaccettatura degli stati d'animo.
A te ancora vorrei rivelare come la tua maggiore forza risieda proprio nel tuo essere donna ("No, mamma, tono una bambina, io"), nel tuo essere una bambina che un giorno sarà una donna, detentrice della facoltà di ospitare e dare vita, la forza più grande e inestinguibile che essere umano possa mai vantare.
Tu che sei già la mia piccola donnina.



domenica 10 marzo 2013

Terapia blu.

A dirlo oggi, dopo una settimana di pioggia incessante, non pare vero.
Invece domenica scorsa siamo stati al mare. Tutto il giorno. E si stava da Dio.





Al mare con Mimi e Hasuna che pescava ho accettato di andarci solo dietro rilascio di certificazione di garanzia in carta bollata e controfirmata che sarebbero venute anche altre persone.

La prospettiva di ammazzarmi arrancando con la panza dietro a lei che tentava ogni tre per due la full immersion in un gelido mare di inizio marzo, per quanto bellissimo da vedere, portandosi a casa la broncopolmonite fulminante mentre il beduino armeggiava per ore dietro alle sue adorate canne... chissà perché non mi entusiasmava troppo...

Invece è andata da paura.
A volte tanto vale osare, e a quanto pare Mimi è cresciuta e ha smesso di aspirare al suicidio per annegamento...



Invece abbiamo fatto lunghe passeggiate sulla spiaggia raccogliendo conchiglie, tirandoci dietro il nostro fido carretto, riempiendoci gli occhi di blu.

Blu sopra di noi, blu all'orizzonte, blu i vestiti della mia bambina, ché li ha scelti lei (mamma, a me mi piace il blu! A te cosa ti piace, il losso? A me mi piace il blu).

Blu dappertutto, che fa un gran bene allo spirito, al termine di un inverno più o meno sbiadito.

To feed the sea.

Mimi ha dato da magiare al mare. Da quando le ho detto che a Marina di Pisa il mare si era mangiato tutta la spiaggia, ora è convinta che il mare si nutra di sabbia. E in fondo potrebbe essere così.




E mentre io continuavo la mia raccolta in solitaria, attività di cui Mimi dopo un po' ha avuto abbastanza, lei familiarizzava...



... sognava, volava, correva, si tuffava...


E mentre io e la mia panza ci spiaggiavamo come una balenottera disorientata sul lido, lei...


...analizzava, rifletteva, osservava, traeva conclusioni in autonomia...


... immergendosi nella materia.



La mia bimba, così piccola e così grande, mi stupisco a guardarla e trovarla cresciuta, a scoprire sul suo volto espressioni nuove, a vederla scuotere la testa per allontanare dal viso quel ciuffo di frangia sempre sfuggente.


Il sole ci ha graziate, il vento ci ha accarezzate, la terra ci ha accolte, il mare ci ha cullate.
Quando la natura è così generosa ritrovi la pace con te stessa e l'armonia con la vita.

Abbiamo fatto scorta di quei colori, che il mare ha solo in primavera, e a quanto pare ci è bastata per l'intera uggiosa settimana che ha seguito.



Ma che tempo farà oggi? Difficile dirlo: alle otto del mattino risulta nuvoloso variabile, con tendenza a momentanee schiarite....

Quelle merde dei miei gatti hanno avuto la brillante idea di svegliarmi alle sei, e non vi dico con che tatto. Ecco il motivo per cui me ne sto qui al pc, invece che crogiolarmi ancora a letto....