martedì 7 ottobre 2014

Killing Teddy bear.


La mia maestra delle elementari era una vecchio stampo.
Tutta d'un pezzo, la mia maestra; ho la sua immagine stampata davanti agli occhi (no, va be', dico metaforicamente)come l'avessi vista l'altro giorno, camminare dritta come un fuso, effetto della sua cervicale dolorante, che la costrinse per un pezzo a casa quando io ero in quarta elementare, sulla strada che portava alla nostra vecchia scuola, che poi è sempre lì, sempre uguale, solo gli alberi che piantarono allora ora sono cresciuti, e sono più alti e frondosi.
Il fatto che io sappia che trattavasi di ligustri lo devo a lei.

Devo a lei anche il fatto di essere a conoscenza del significato della parola "frocio" (chissà, magari non ce l'avesse spiegato lei, io ancora me lo starei chiedendo, o forse potrei googolarlo a questo punto), per non parlare del discorso "come nascono i bambini?" Fu lei a dipanare le mie nebbie della conoscenza e del tabù. Ad ogni modo non le credetti. Non subito, almeno.

Devo a lei anche la disillusione sull'effettiva esistenza di Babbo Natale, e questo no, pure volendo fare i no global e stigmatizzare il principale promoter di Coca Cola, questo non glie l'ho ancora perdonato.
Le sono debitrice comunque anche di molti ricordi affettuosi, e di un buon avviamento alla mia prima formazione culturale, ramanzine, uno schiaffo arrivato a tradimento ché ci restai di merda, una spropositata considerazione del mio ego, perché io ero sempre quella che in qualsiasi aspetto della vita intra ed extra scolastica si distingueva, e lei non mancava mai di sottolinearlo agli occhi dei miei coetanei ed ai miei, che quindi trassi le mie dovute conclusioni di essere in qualche modo, un pochino meglio di tutti gli altri.
Ma a parte tutto ciò, frutto di riflessioni e valutazioni postere, io le volevo un gran bene, e tra tutti gli insegnanti che ho poi avuto, rimane una dei pochi a cui concedo tuttora la mia stima e la mia riconoscenza.
Era un po' una mamma; una di quelle madri meridionali di un tempo, sanguigne e veraci.
Non esitava a distribuire scappellotti se le pareva il caso ed era terribile quando la sua collera si abbatteva sulla scolaresca tutta, riversandovi fiumi di improperi su come fossimo i peggiori scolari mai esistiti sulla faccia del  pianeta.

Malgrado tutto, grande amore, viscerale e indiscutibile verso la di lei figura.
Per cui credo lo meritasse.

Ma a lei devo anche, paradossalmente, una delle più grandi umiliazioni della mia infanzia, e le umiliazioni si sa, quanto più cocenti sono, quanto più ti auguri di dimenticarle al più presto, tanto più persistono nei tuoi ricordi, e talvolta tendono a riaffiorare proprio nei momenti in cui disperatamente cerchi di darti un tono di dignità.

Dunque eravamo in palestra.
Rarissimi e altrettanto preziosi quei pochi attimi che passavamo in palestra, se non venivamo privati della nostra ora settimanale di ginnastica in conseguenza di una cattiva condotta della classe che faceva desistere l'anziana insegnate dalla fatica di trascinarci fin lì e tenerci a bada tra strilli e esuberanze legittimissime in fondo. Ai miei tempi compianti, signori, non c'era, che io sappia, una maestra di ginnastica preposta a tal incarico. C'era una sola maestra che faceva tutto, e questo forse è indicativo di quanto potesse essere faticoso, quindi in parte la possiamo perdonare per tutto quanto segue.
Correvamo tutti in fila, lungo la linea bianca tracciata sul pavimento gommato.
Io correvo, come gli altri, impegnandomi a fare del mio meglio, e convinta di riuscirci con risultati discreti.
A un certo punto ci fece fermare; chiamò lì davanti tre di noi. Una ero io, gli altri due, un compagno con chiari problemi di motricità, che aveva questo modo di muoversi come farebbe un polpo, come fosse disossato, e un'altro che avresti detto affetto da rachitismo.
Ci fece fece fare un giro di corsa da soli, davanti agli occhi degli altri.
Poi iniziò a scimmiottarci. Chiese se ci sembrava quello il modo di correre, se era quello il modo di star dritti, secondo noi, e sentenziò, infine, che sembravamo tre orsacchiotti goffi.
Gli altri ovviamente risero e io sarei volentieri morta.

Da quel giorno ho odiato con tutta me stessa quella cazzo di ora di ginnastica che per fortuna non facevamo mai.
Ho odiato poi le due ore di educazione fisica delle medie, e alle superiori... beh, al liceo classico educazione fisica non la faceva mai nessuno e nessuno ti rompeva i coglioni per farla.
Ci sarà pure un motivo se noi secchioni si finiva tutti al classico.

Da piccola mi ero sempre considerata una bambina attiva, se non proprio atletica, ma comunque molto fisica e spericolata, ho sempre avuto di me stessa un'immagine positiva rispetto alla mia prestanza fisica.
Quell'immagine illusoria svaporò d'un botto quel giorno, ed io mi visualizzai da quel momento come un cazzo di orsacchiotto goffo, un Teddy Bear imbottito di lana di vetro, stupido nella sua statica assenza di postura.
Mi ero vista come un orsacchiotto goffo e orsacchiotto goffo rimasi, ai miei occhi, nei secoli a venire.
Quell'orsacchiotto goffo mi perseguita tutt'ora, quando mi capita di ripensare a situazioni in cui mi sono sentita a disagio in un certo contesto, in cui faticavo a relazionarmi in maniera paritaria e a inserirmi in qualche gruppo di persone al quale aspiravo di appartenere.
Allora ritorna prepotente l'immagine di me orsacchiotto goffo, patetico nel suscitare tenerezza agli occhi altrui, quando vorrebbe aprire la bocca e dire cose sensate e accattivanti, ed essere ascoltato e degnato di attenzione e considerazione.

Sarà per questo che a me gli orsetti Teddy stanno tuttora cordialmente sulle palle.
Invece alla mia maestra, in tutta la sua spietata schiettezza, no, non riesco proprio a portare rancore.

8 commenti:

  1. TU sei bravissima a non serbare rancore. Io ho provato a fornirle l'alibi dell' 'erano altri tempi'(mica poi così 'altri' però ;) ), ma si vede che non sono brava come te, perché -scusa se mi permetto- per me umiliare dei bambini delle elementari così, è sembrato veramente una mancanza di sensibilità allucinante. Ti abbraccio.

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    1. Sì sì, in fatti con il senno di poi la cosa la vedo in un'ottica piuttosto critica, e sono perfettamente d'accordo con te: il tatto e la delicatezza di un mammut. Ma il punto però non è questo.
      Il punto è che io non è con lei che devo prendermela se sono un patetico orso di peluche: è con me stessa.
      Non ce l'ho con quella voce impietosa che mi punta contro l'indice e mi dice: guardati, sei un patetico orso di peluche! Ce l'ho con lui, con l'orso: è lui che voglio uccidere, asportare da me, quel senso di inadeguatezza che mi porto dietro, che mi rende suscettibile e vulnerabile a tutte le critiche, i sarcasmi e le occhiate. A morte Teddy!

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    2. Tu, dentro, ti sentirai pure un goffissimo Teddy, ma sappi che vista da fuori io ti vedo molto Wonder Woman: indomita ciclista con pargole al seguito, incurante di tempo avverso e sfide sociali e noncurante delle ipocrisie della civilta' piccolo-borghese ;)
      Altro che Teddy, qui!

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    3. Ahahah! Mi sa che hai preso una svista! no, va be', wonder woman no. Forse gioco un po' col mio personaggio, ma ti assicuro che no: il tempo avverso mi dà da pensare eccome! Le sfide sociali poi mi trasformano in Teddy. Entro in cabina e... tadààà! Ne esco Teddy. Le ipocrisie... chi non ne ha.
      Ti ringrazio. Anche Teddy saluta e ringrazia.
      :-)

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  2. Il rancore che non serbi tu glielo serbo io allora, pur non avendola mai conosciuta. Ma che £$%"&%/$/ pezzo di "£$"&/(£($($(!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Ecco, scusami ma è imperdonabile.
    Noi avevamo il maestro Bruno che ci faceva ginnastica ed educazione civica, pensa un po'.
    P.S. Io fui chiamata "schiappa" da una mia pari grado in prima media, ed effettivamente lo ero, tant'è che finii al liceo classico :)

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    1. Ahahaha! Umanisti senza speranza! XD

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  3. Oddio ma come si permetteva questa? Soprattuto con gli studenti un po' meno abili...Oggi l'avrebbero gia' denunciata. Ma ai nostri tempi...beh pure io avevo una maestra un po' bizzarra: a volte fumava in classe e per richiamare la nostra attenzione portava un martello da picchiare contro la cattedra. e una volta l'ha usato per sfasciarmi un lavoretto che avevo fatto, che in effetti faceva cacare. Cmq a dirsi cosi sembra tremenda, ma pure io ne conservo un ricordo affettuoso (perche' i bambini lo sentono, quando una e' rozza fuori ma vuol loro bene, e quando invece una fa tutta la correttina ma non gliene frega niente) ;-)

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    1. O_o Beh, manco la tua maestra scherzava! Ma perchè prendere a martellate il lavoretto scusa. Mica se lo doveva portare a casa lei! Mah.
      La mia una volta buttò dalla finestra lo zaino di un compagno (sempre lui: il disossato).
      Sembrano un po' le maestre di Tornatore, a pensarci. E non ti riporto l'aneddotica relativa a quella di mia madre, che in quanto a sadismi vantava un gran bel curriculum.
      Che dire: magari un po' aguzzine ma con buone intenzioni.
      Quelle di ora sono ostaggio del terrore genitoriale. Non so quale sia il peggio...

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