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lunedì 2 aprile 2012

Memorie libiche. Luce, acqua, aria.

Quando ti sposti sulla superficie del globo terrestre molto in latitudine, quello che ti rimane più impresso, soprattutto a distanza di tempo, è la luce. Come cambia, com'è diversa.

Memorie visive, che resistono più dei pensieri, e sono forse più efficaci a rappresentare le tue emozioni, legate alla luce, al cielo, e soprattutto al mare.

Qualche foto...




Il mare è stata una delle nostre mete ricorrenti, nel corso dell'intera nostra permanenza.
Del resto, dove altro andare?
Rimarrò a lungo grata a quest'acqua così azzurra, a questi colori così accesi, ricorderò a lungo la luce viva, il vento sulla faccia, questo vento così inesorabile, che ti riempiva le orecchie del suo suono vorticoso e faceva svolazzare lembi di abiti e lunghi foulard, figure femminili che si stagliavano su un'azzurra immensità, un mare così primordiale, la nostra solitaria presenza un po' malinconica, la sensazione di possederlo tutto, ma anche di esserne in totale balia.



Cambiavano gli accompagnatori ma il mare era sempre quello, al massimo mutava la spiaggia, il lido, la sponda rocciosa o sabbiosa, anche la desolazione era la stessa. La luce, quella non mancava mai, e ti toccava sempre strizzare un poco gli occhi.

Con il fratello Ali, Hasuna a volte è riuscito nel suo intento precipuo di andare a pescare, e un paio di volte mi sono accodata a loro due, seguendoli nel porto di Misurata.
Ho scoperto un luogo splendente di colori e cose, svolazzante di vessilli, sciabordante di natanti all'ormeggio, azzurreggiante di profondità aeree e acquatiche, e ho sguinzagliato l'obiettivo, rammaricandomi di non avere una grande libertà di movimento, dovendo rimanere con loro appollaiata sulla punta estrema di uno dei lunghissimi moli frangiflutti del porto, trafficato da innumerevoli piccoli e pittoreschi pescherecci.





Tanto mi era piaciuto il porto, che insistetti per tornarvi.
Stavolta ci accompagnano le mie due cognate.
Peccato che loro due, schive e pudicissime donne islamiche dai buoni costumi, insieme a me nel porto non avevano tantissima voglia di passeggiare, attendendo i miei scatti ispirati, e inserita la quarta, mi precedono spedite su e giù per moli e banchine allungando il passo ogni qual volta venivamo affiancate o apostrofate da qualche lavoratore del posto al lavoro.
Non doveva essere cosa molto consueta trovare tre donne che si aggiravano da sole nella zona di scalo merci del porto, luogo a quanto immagino di pertinenza esclusiva maschile...




E sì, ammetto di avere un pochino rosicato di questa mia mancanza di autonomia di movimento per fare gli affari miei, ma sicuramente da sola non avrei osato sfidare i pregiudizi maschili dei lavoratori portuali libici. Credo sia stato più prudente fare buon viso a cattivo gioco...





...e accontentarmi degli spettacoli che ho potuto catturare stando anche in loro compagnia, o della loro stessa compagnia come spunto per riprese suggestive.

Poi siccome imbruniva, i gabbiani affollandosi sulla superficie del mare cenavano a pesce, i pescherecci ondeggiavano sulle loro ombre nell'acqua e il cielo si faceva inesorabilmente plumbeo, le onde si son fatte minacciose, il freddo più pungente, e noi siamo rientrati.





Persino le spirali di filo spinato mi sembravano in armonia con tutto il resto...

Buon inizio settimana a voi.

domenica 25 marzo 2012

Memorie libiche: spazio e tempo...

Mi è difficile riprendere in mano i miei appunti e cercare di restituire loro l'ordine che mi ero originariamente proposta. Nel frattempo è passato tempo, son sfiorite impressioni e allontanata l'immediatezza del ricordo.
Fortuna che ho sempre il quaderno, perché invece il desiderio di fissare i pensieri c'è sempre, anche se l'essere finalmente tornata tutta di qua, pure con la mente, cosa che mi ha richiesto un bel po' di tempo, ora che primavera si affaccia radiosa su paesaggi a me più familiari, mi rende quei ricordi a tratti faticosi...

Ma andrò avanti seguendo l'ordine enciclopedico stabilito inizialmente, che mi aiuta e mi dà modo di mostrare qualche veduta di quella che è stata per un mese la realtà spaziale entro cui mi sono mossa, e i soliti pensieri annotati...


Natura.
Questo Paese non è certo ridondante di offerte naturalistiche, pullulante di delizie paesistiche, lussureggiante di tesori ambientali. Beh, il Paese ha pure le sue bellezze, basterebbe andarle a trovare. Il nostro rimanere circoscritti all'area cittadina di Misurata ha ridotto però le nostre occasioni di esplorazione.
La natura elargisce qui i suoi doni con parsimonia e direi quasi col contagocce.
Ma si avverte un rapporto molto immediato dell'uomo con la terra, gli animali, il lavoro, i frutti. Difficile trovare in giro per alimentari prodotti fuori stagione, e questo in inverno limita la scelta ortofrutticola a un ristretto ventaglio di tuberi , banane e agrumi.
Questa però è anche per loro la stagione più verde, in che dà da pensare a come dev'essere il resto dell'anno, ché se non ci fossi già stata non l'immaginerei, così rossa la vidi arrivando dall'alto, in aereo, e senza il più piccolo quadrato di verde, ma nemmeno di giallo paglierino: solo terra rossa e polvere, chiazze di palmeti dai rami grigio-argentei.

Ah! E poi gli uliveti! Ci sono anche gli ulivi, aggrappati tenacemente a quella terra dura, a produrre ombra, fruscio di fronde e ristoro all'occhio desolato dall'estrema piattezza di un orizzonte sempre troppo spoglio.
Campagne e coste sempre un po' selvatiche, pascoli un po' troppo brulli, greggi di pecore e capre e mucche solitarie che vagano a brucare i radi ciuffi d'erba.
Nel giardino della casa Mimi si è divertita ad inseguire papere e galline, a veder volare i piccioni a ogni battito di mani dei bambini più grandi, a osservare le galoppate brade della cavallina e a scoprire che il mulo fa "Ooh-ih-ooh" come l'asino, ma anche "Hihihihihi!", come il cavallo.
Niente di diverso da una qualsiasi campagna nostrana, in fondo. Solo tutto un po' più "approssimativo", apparentemente lasciato a se stesso, molto alla libica insomma.

Un mare selvatico più che mai abbatte le sue onde su coste scoscese e poco frequentate, sacchi di spazzatura si ammassano a ridosso delle dune sormontate ancora una volta da file di palme, cani randagi e uccelli ne fanno pastura. L'ambiente non è ancora sentito come un patrimonio comune da preservare e tutelare, il rapporto dell'uomo con esso è ancora condotto ad un livello prettamente utilitaristico e poco incline a cadute sentimentali e deliqui estatici.

Parlare di raccolta differenziata quaggiù sarebbe fantascienza, se già solo raccogliere e incenerire i rifiuti è prassi non ancora ben consolidata, e comunque  vien sbrigata per iniziativa di privati cittadini, non provvedendovi le istituzioni pubbliche.
Gli avanzi dei pasti, invece, finiscono alle bestie di cortile, ché ogni casa ha i suoi, com'era forse un tempo da noi, almeno nei piccoli centri: cani, gatti, asini e galline si affollano alla rinfusa intorno a quel che resta del pranzo e della cena, che anche per questa ragione, vengono preparati sempre in abbondanza, in previsione di un avanzo certo mai sprecato.
Un'economia domestica in parte autosufficiente alla cui gestione collaborano anche i più piccoli di casa, incaricati di radunare e riportare al chiuso le pecore alla sera, indaffarati a cercare e raccogliere uova deposte da galline razzolanti negli anfratti della vasta campagna di famiglia.


Orari.
La vita qui scorre su binari più rallentati: parlare di orari non è cosa propriamente conveniente quando si tratta di traffici, incontri o semplici programmi per la giornata.
Gli orologi sono pezzi ornamentali, e comunque non si usano poi troppo, non se ne vedono esposti da nessuna parte. Io ne soffro, un certo senso di smarrimento e perdita delle coordinate, ma a quanto pare solo io.
Quando è pronto da mangiare, si mangia; quando ci si sveglia, ci si alza; quando si è stanchi, si va a letto. Se poi avanza sonno, si recupera nella giornata.
Ho visto negozianti apparecchiarsi un giaciglio sul pavimento del proprio negozio e stendersi per una pennica lasciando aperta la bottega nella pausa pranzo.
Se poi arriva un cliente, poco male: ci si alza e lo si serve, poi ci si torna a coricare.
Detta così sembra il paradiso del relax e della vita  senza pensieri.
"Hakuna matata" insomma.
In realtà una gran rottura di maroni: impossibile fare dei programmi, impensabile prendere dei ritmi, capire come regolarti anche solo in relazione alle funzioni base della vita, mangiare, dormire. Con una bambina piccola dietro questo disagio è stato amplificato. Diciamo che se avessi continuato a impuntarmi perché la pupa mantenesse gli orari dei sonnellini e dei pasti che con fatica ero riuscita a regolarizzarle, sarei impazzita. Ma con grande lungimiranza, sin dal secondo giorno ho capito che su questo punto dovevo mostrarmi laggiù un poco flessibile, in fondo eravamo in vacanza, niente di male a sbragarci un po'.
Quel che non ti spieghi è come riuscire a vivere così 365 giorni l'anno. Bambini che gironzolavano arzilli come grilli fino a tarda ora della notte, che vedevi emergere dal loro sonno notturno a mattinata inoltrata barcollanti come zombie, e che consumavano una colazione di pane fritto e latte condensato saltellando per il giardino con una scarpa sì e una no, mentre la madre sbraitava per chiamarli in casa e vestirli, che ci inseguivano fermandoci quando stavamo per uscire in macchina chiedendoci di portarli a scuola, ché ancora non si erano organizzati per capire chi avrebbe dovuto accompagnarli. E poi aspetta ancora per mezz'ora a motore acceso l'ultima che sta pettinandosi i capelli e non esce ancora di casa...
- Ma è l'una e mezza: a che ora entrano a scuola?
Chiedo sbalordita.
- Entrano all'una... Infatti sono in ritardo.
- !!!
Che poi ti chiedi anche che razza di orario è per un bambino, andare a scuola all'una, quando si sa che sono le ore immediatamente seguenti al risveglio quelle in cui il cervello carbura di più. Ma è che lì le scuole fanno i turni: alcuni bambini frequentano la mattina, e altri il pomeriggio.

Solo ora riesco davvero a capire fino in fondo  il motivo dell'incapacità cronica del beduino ad avere degli orari decenti, e il suo concetto assai vago e vasto di puntualità...

Spazio.
E' un paese molto orizzontale la Libia, e in generale assai poco vario, in paesaggi e conformazione del suolo. Ché ti si impigrisce pure l'occhio alla fine, dall'esser poco stimolato dal cambiamento, dalla varietà. E perdi pure il senso della profondità, della distanza, ché non hai punti di riferimento intermedi e tanti spazi liberi, su cui lo sguardo dilaga, ma senza realmente annotare nulla di saliente, ché i pochi particolari sono talmente diluiti in quella vastità davanti a te da sparire o perdere rilevanza, e non hai chiare le coordinate della tua posizione né di quella del luogo in cui intendi arrivare, perché magari in mezzo c'è solo strada piatta, e il ripetersi cadenzato e ossessivo di elementi sempre piuttosto identici ai precedenti, ché ti passa pure la voglia di prender nota, e memorizzare.
Poche tracce dell'attività umana, nelle campagne, un paesaggio rilassato, che ti invita a fare altrettanto.

Tempo.
Thomas Mann scrive: "Laddove c'è tanto spazio, c'è anche tanto tempo".
Ecco che la Libia mi conferma in maniera inconfutabile questo assioma.
C'è spazio, tanto. C'è tempo, pare che nessuna delle due cose rappresenti una preoccupazione per i suoi abitanti, assai poco abituati a doverne fare economia.
Di spazio, di tempo, che importa? Ce n'è in abbondanza.
Scandita dalle cinque preghiere prescritte dall'Islam, ogni giornata fila liscia come una ruota ben oliata e non si ha mai l'impressione che il tempo non basti.
Ma ti basterebbe scorrere l'occhio su questi paesaggi sonnolenti, rallentati, sempre uguali a se stessi, per capire davvero il reale valore di quell'affermazione. Il tempo è in quello spazio che non può certo dirsi a misura d'uomo: è l'uomo che vi si adegua, che vi si adagia pigramente, senza affannarsi a coprirne le distanze, o a riempirne gli spazi vuoti, a metterlo tutto a frutto, proprio come la campagna chiazzata di terra polverosa, da cui prendi quel che si può. E ciò che non si può far oggi, si farà domani.























giovedì 8 marzo 2012

Memorie libiche: donne memorabili.


L'avevo anticipato, me l'ero preparato, poi, per ragioni di organizzazione, di coerenza tematica, di eccessiva lunghezza dello scritto, ho sempre rimandato.

Ma ci tengo a non cestinare questi appunti, a parlare per esteso di almeno due figure che per me hanno significato un immediato terreno di confronto, con le quali ho instaurato forse rapporti e ho avuto modo di interagire in maniera più significativa, perché affini in età e ruolo. Trattasi delle mie bellissime, giovanissime cognate, belle donne libiche, ma soprattutto, belle persone, porte verso una cultura che in molti momenti mi è parsa inaccessibile.

Allora aspettavo di arrivare alla lettera P, sotto la voce "persone", ma 'fanculo ai programmi (attenzione a non usare questa espressione in un contesto cui sono presenti dei libici, perché si capisce: "fanculo" lo usano anche loro, degna eredità dei nostri coloni, e non si addice in bocca a una donna).
Invece lo pubblico oggi, 8 marzo, indovinate un po' perché? Parliamo di donne, ovviamente. Una finestra su un modo diverso di esserlo, concedetemi questo sbrodo. In Libia non si celebra la festa della donna, del resto: se non le omaggio io di questo ramoscello di mimosa virtuale, e a loro insaputa, chi lo farà?


Zenab.
Zenab sarebbe la mia cognatina, di appena 20 anni. Avrà pure vent'anni ma di fronte a lei mi trovo spesso nell'imbarazzo di non saper giustificare la mia incapacità nella maggior parte delle faccende che qui riguardano l'esser donna, dalla cucina all'henné, e di dover essere istruita a livello elementare, vista la mia più totale estraneità e indifferenza per tutto ciò che concerne la sfera delle consuetudini sociali (vedi chiacchiere tra donne in visita, scambi di vestiti, e l'arte di figurare come perfetta padrona di casa esternata nella impeccabile sequenza di vassoi di leccornie da somministrare agli ospiti di turno. In parole povere: due palle!)

Probabilmente questo mio senso di inadeguatezza di fronte a lei, pure tanto più giovane, ma più consapevole del proprio ruolo familiare e sociale, era solo una mia sensazione, che non credo fosse percepita come tale da lei, che anzi, nei miei confronti, ha sempre tenuto un contegno molto rispettoso e gentile, cosa che credo esser legata non solo alla mia maggiore età e al ruolo occupato in relazione ai rapporti familiari (in quanto moglie del fratello primogenito) e sociali (in quanto moglie e madre, mentre lei ancora studentessa e figlia) ma anche a un sincero affetto, per quanto immagino che sia rimasta più volte perplessa di fronte ad atteggiamenti e abitudini mie che forse potrà aver considerato come "stranezze" (come la mia mania di fare foto, o la scarsa attenzione per il mio abbigliamento, se non vogliamo dire trasandatezza).
Nel complesso quindi il nostro modo di rapportarci l'un l'altra si presentava quanto mai bizzarro, se di rapporto si può parlare dall'andamento dei nostri pazzeschi dialoghi.

Io nella fattispecie, lungi dal far mio quell'atteggiamento adulto che mi sarebbe consono, mi sentivo piuttosto sopraffatta dalla sua sensibile maturità, dalla sua limpidezza di sentimenti, dalla sua sollecitudine e dalla disponibilità silenziosa e amorevole, infine dalla sua imperturbabile pazienza.

Ma cesserò di parlare di me sforzandomi di accettare il fatto di non essere sempre riuscita a dare il meglio, messa alle lunghe nella continua necessità di adattarmi ad un mondo che non era il mio e a cui non ero avvezza.
Volevo invece finire di parlare di Zenab, che a vent'anni, a parte studiare, e aspirare a diventare presto insegnante, sposarsi e lasciare finalmente la casa d'origine, riesce a infilare nella sua giornata la preparazione di due pasti elaborati per un numero variabile dalle 5-6 alle 15-20 persone, la pulizia e l'ordine della casa e del bucato, la gestione di uno stuolo di fratellini vocianti e petulanti, l'assistenza ad una sorella ritardata, ancora più vociante e petulante e capace dei più tenaci capricci di un bimbo di due anni, la soddisfazione delle continue richieste di servizi da parte di: fratelli redivivi che pretendono l'apparecchiamento di pranzo e cena ad personam a qualsiasi ora si presentino, mamma esausta, moglie del padre scassamaroni e zie eventuali in visita.
No, cioè... io avrei mandato tutti in culo da un pezzo.
Ma mai una parola spazientita senti uscire dalla sua bocca, mai uno sbuffo, mai una rispostaccia.
Elargisce sorrisi, balocca i bimbi, trasporta vassoi apparecchiati con garbo e cura amorosi (qualcuno noterà la disposizione dei centrini e l'attenta ripartizione coreografica delle pietanze nel piatto?), deponendoli con attenzione e inchini davanti a chi di dovere, con movimenti lenti e flessuosi, molto, molto femminili, e non usa mai fretta nel far niente.

Del resto la fretta non ha ragione di risiedere qui, non è la bene accetta, non si pensa mai che non ci sia tempo per fare questo o quello. Il tempo basta a fare ciò che c'è da fare, e se avanza poco male: nemmeno la noia sembra attecchire. Al limite ci si improvvisa una pennica diurna.
Zenab comunque, raramente se ne concede, di questi riposi estemporanei.
Se ha tempo, si infila in cucina a preparare laboriosi ed elaborati manicaretti, dolci o salati, ma soprattutto dolci, dolci assai, che possono prenderla anche un intero pomeriggio di lavorazione, tanto non c'è fretta, ripeto, ogni cosa prende il suo tempo, il tempo che ci vuole a farla bene, e lei si muove sempre ondeggiando nei suoi abiti lunghi, senza impataccarsi le ampie maniche, quasi danzando.
Ho provato a starle dietro in una di queste preparazioni, ma, ahimè, non mi dura la pazienza di arrivare in fondo. Il più delle volte mi fermo alla fase uno: passare al setaccio la semola o la farina. Niente preparati Cameo per microonde!

Zenab era fidanzata con un ragazzo, che però è morto durante il recente conflitto. Non che questa cosa ce l'abbia detta apertamente nessuno. E' andata così: abbiamo ricevuto la visita di una signora, che diceva di esser passata per conoscere me, la sposa straniera  venuta da lontano.
Esasperata dal continuo avvicendarsi di queste infinite visite di donne curiose e desiderose di conoscermi, alle quali pur tuttavia non avevo gran ché da dire, mi rivolgo, con una certa stizza ad Hasuna: "Ancora? Ma chi è mo' questa?"
"Boh, che ne so io? Halodjubdjlnancdid? (Rivolgendosi a Zenab parla in arabo: ma chi è questa, scusa, cara sorella?)"
Lei risponde: la mamma di un amico di tuo fratello. E non aggiunge altro, ma si copre il viso, le trema la voce, e se ne va.
Per me questo episodio è stato come uno schiaffo in pieno viso. E non so perché lo scrivo qui, cosa voglio raccontare... la dignità del dolore? Il pudore silenzioso? La difficoltà estrema di comunicare certi sentimenti, la conflittualità di certe situazioni, lo strano senso di estraneità tra i membri di una stessa famiglia? Fate un po' voi.

Zenab finisce di rassettare la cucina e raccoglie i panni di tutti dal balcone, si porta un grosso libro in sala e lo apre sulle ginocchia, seduta sempre in terra, sui grandi cuscini addossati alla parete.
Ma ecco, arriva Ahmed con la cartella della scuola, la rovescia accanto a lei e si siede chiedendole di aiutarlo nei compiti. Lei non fa storie, mette da parte il suo libro e prende in mano quelli del fratellino.


Iman.

L’altra “cuniata” sarebbe la moglie del fratello di Hasuna, il terzo (Hassan, sempre una gran fantasia nello scegliere i nomi, questi arabi).
Iman è una ragazza spigliata e moderna. Dico moderna nel senso comunemente conferito al termine dal nostro comune sentire; a vederla, e malgrado il velo, appare sicura di sé, spiritosa e energica, e di maniere pratiche e spicce. Non sembra farsi troppi problemi sul come e sul quanto, sui però e sui “farò bene”, i vari “sarà meglio?” e i frequenti “e se poi” che assillano noi madri di qui, nel crescere la sua bambina di 7 mesi (oramai 9).
Lei del resto, la bambina, è il ritratto della tranquillità, sorridente e paciosa non sembra farsi cruccio dell’apparente noncuranza materna, e malgrado il putiferio che le si scatena intorno a ogni nuovo arrivo dell’orda di microzii under 10. Non sembra neppure risentire delle ore di musichine elettroniche sincopate sparate dalla TV perennemente accesa, dei ripetuti abbandoni su divani e materassi, involtolata come un bozzolo nella sua coperta di lana rossa; tutt’al più finisce per ribaltarsi faccia in giù emettendo flebili lamenti da sotto quella spessa rivestitura; con mia grande ma impotente apprensione, a parte ripetuti inviti a controllare, è stata mollata a dormire sul sedile posteriore dell’auto chiusa sotto il sole, sempre abbozzolata in quella sua consistente coltre, mentre i genitori se ne scorrazzavano dimentichi e beati sulla spiaggia e qui, vi assicuro, quando il sole batte batte, anche a gennaio.
Sempre con mio grande e silenzioso disappunto viene rimpinzata a ogni ora e senza logica alcuna dei più svariati alimenti, dal cus-cus in salsa di trippa ai dolcetti di mandorle e pistacchi, ma ciò che maggiormente la mia coscienza clinicizzata di brava madre occidentale si è sorpresa a disapprovare scuotendo mentalmente la testa è una pappina di latte in polvere per neonati scarsamente diluita in pochissima acqua, e quindi altamente concentrata, alla faccia dei misurini rasi che ricordo il pediatra mi ha sempre raccomandato di allungare in una quantità di acqua superiore di 30 cl alla dose indicata sulla confezione (a pensarci ora a volte si sfiora il ridicolo…)

Ma perché ora vi dico tutto ciò? No, non è per presentare il palese contrasto tra i diversi approcci alla primissima infanzia che si hanno qui e laggiù. Del resto sono talmente macroscopici che rimarrebbe poco da aggiungere, e infondo è normale che quando cresci circondata da fratellini e cuginetti più piccoli a cui in qualche modo devi star dietro, diventi madre a 23 anni e non a 37, e sai che sarà la prima di una lunga serie, sei un tantino più portata a ridimensionare le immani ansie che pungolano noi madri di piccoli extraterrestri, di cui improvvisamente accorgiamo di non sapere un bel ciufolo.

Ciò che però mi preme evidenziare è come da parte di nessuno, donna o uomo che sia, ho avvertito il minimo intento o azzardo di metter bocca nelle decisioni o nelle attitudini di Iman come madre, eccezion fatta per la sottoscritta, che, seppur tacitamente, si è scoperta in flagrante a scuotere ripetutamente la testa, atteggiamento a cui noi madri o non madri di qui siamo piuttosto avvezze e predisposte, che lo ammettiamo oppure no, quando notiamo altrui atteggiamenti materni che non condividiamo.
Ma in una società in cui i bambini, anche piccolissimi, non vengono cresciuti, accuditi e spupazzati dalla sola mamma, ma da una comunità familiare folta e allargata, ecco che la mamma viene alleggerita del grosso carico della responsabilità assoluta. Lei potrà tranquillamente mollare la pupa in braccio alla cognata ritardata, o alla sorveglianza di una bimba di sei anni, per andare a sbrigare sue faccende, o per distrarsi un poco a chiacchiera con altre donne in visita senza che a nessuno la cosa debba sembrare sconveniente. Il rapporto tra mamma e bambino non è forse così esclusivo e sigillato come siamo da sempre abituati a credere…

E non è che io condivida in tutto e per tutto questo modo di crescere i bambini "alla leggera", non sempre lo ritengo "il modo giusto", quello più sano e naturale, e spesso ho notato atteggiamenti dei grandi che una nostra Tata Lucia bollerebbe come assolutamente non-pedagogici.
E però... tutto ciò è forse solo spettro di un generale modus vivendi carico di ansie, aspettative, pressioni, stress. Quanta maggior spensieratezza nel vivere la maternità, quanta nel non giudicare chi lo fa in maniera differente da lei (mai una parola, sono sicura, sulle mie fissazioni, che certo dovevano apparir tali, su orari e alimentazione per la pupa), quanta nel non preoccuparsi del poter essere giudicati. Ma quand'è che abbiamo perso questa spontaneità?
Forse è vero: la loro disinvoltura nell'esser madri è agevolata dal fatto di dover essere madri e basta, ma forse anche da una generale disposizione a semplificarsi la vita.

Che fai, Iman, vieni con noi a fare un giro al mare?
Lei ci pensa un po', poi: ok, e molla la pupa alla suocera senz'altro aggiungere (laddove io avrei forse specificato che tra un'ora deve fare la pappa, e tra due ore prova a farle fare un riposino, e se non dorme prova a vedere se non avesse fatto la cacca...).

Sono rimasta molto ammirata da questa ragazza.
Ed ecco che usciamo, ci dirigiamo alla macchina, lei continua a scherzare e a scambiare parole incomprensibili con Hasuna, indicandogli i luoghi più piacevoli dove poter andare a guardare il mare, quando mi volto e... per poco non faccio un salto, ma i miei occhi devono aver tradito un qualche moto di sgomento, se non di spavento, forse si sono dilatati come quelli di chi ha improvvisamente una visione ultraterrena: lei si era tirata giù il velo e ora aveva la faccia completamente coperta da una stoffa nera.

Mai mi sarei aspettata di vederla in quella versione, nella versione (dal mio punto di vista) retrogada e sottomessa di una tradizione culturale bigotta e misogina. Lei per me era il prototipo della gioventù libica al femminile, colei che, giunta da Tripoli, avrebbe portato nell'austera famiglia del marito, una ventata di freschezza e novità dalla chiassosa e variegata capitale.
Ho dovuto aggiustare ancora una volta le coordinate delle mie convinzioni.
Iman quando esce di casa si copre il viso. Non è il marito a chiederglielo, non è la famiglia di origine, che comunque è lontana e non potrebbe sorprenderla a volto scoperto; non è la famiglia di lui, dove nessun'altra donna osserva quest'usanza.
Mi spiega che in pubblico non le piace mostrare il volto, che coprendolo così le sembra di tutelarsi e preservarsi da sguardi che non desidera, che non c'è motivo per cui dovrebbe desiderare che uomini esterni alla famiglia possano apprezzarne il viso, e magari esprimere degli apprezzamenti verbali a sua insaputa (e chissà che pensieri impuri! Aggiungo io).
Non capisco ma annuisco lo stesso.

Non le capisco del tutto, queste donne, ma posso accettare che portino avanti un loro sentire tanto lontano dal mio, e pur non incontrandoci, osservarle ammirata e stupita a breve distanza.



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mercoledì 7 marzo 2012

Invisibile Misurata.

Misurata.
Sulla punta estrema del golfo di Sirt, anticamente popolato di mostri marini di ogni sorta, si estende Misurata, che per quanto possa sembrare per un imbroglio linguistico, non si chiama così in virtù di una sua particolare qualità di misuratezza, allargandosi essa anzi in tutte le direzioni a macchia d’olio finché l’occhio permette di abbracciare l’orizzonte, dal mare all’entroterra, dove, chissà quanto più a sud di qui, la terra si fa arida sabbia, deserto sconfinato. Sconfinato è l’aggettivo che più si addice anche alla città, smisurata, più che Misurata, immisurabile poiché non sono chiari i confini di dove comincia e dove finisca.

Campagna e periferia si mescolano ai suoi margini, mercati di cammelli e discariche, dove la popolazione incenerisce da sé i propri di rifiuti urbani, si alternano a nuovi aggregati abitativi, campagne private coltivate e prati incolti, pascolo di capre e pecore prive di pastore, pochi chilometri ancora, e poi di nuovo case.

Dovessi scegliere per lei una città invisibile quella sarebbe lei: Pentesilea.

E davvero Misurata, o Mas’ratha, con buona approssimazione di pronuncia, onde evitare equivoci etimologici, mi è apparsa invisibile, se mi si passa l’antitesi, perché non l’ho vista realmente, se non come apparizione fugace di scorci di strade e palazzoni diruti, facciate crivellate di colpi di mitra e di mortaio, figure umane che si aggirano di quando in quando in quando come fantasmi, incappucciati in pesanti mantelli e pastrani di cammello, quasi esclusivamente di sesso maschile, la merce esposta sotto le tende delle botteghe on the road, file e file di piatti e vassellame di terracotta o cassette della frutta, teste di mucca e cammelli appese come sinistri trofei fuori dalle macellerie, tra carcasse squartate in bella vista.

Ho percorso Misurata quasi solo in auto. Scendere e girare a piedi sarebbe una follia: le sue distanze sono vaste, le sue strade larghe e dritte, sembrano senza fine, tutte simili le une le altre, e non c’è una meta a cui puoi dirigerti, riferirti, ché pare inevitabile tu ti vada a smarrire. Le sporadiche piogge invernali bastano a far sì che le strade, già dissestate in seguito alla guerra, si allaghino in molti punti, e il livello uniforme dell’acqua nasconde ai viandanti le grosse buche scavate dalle bombe sul manto stradale.

Immensa piana polverosa, con pochi, identificabili profili verticali, le torri delle moschee, tanto simili ai nostri campanili, che qui si chiamano “ma’dena”, da cui moderni altoparlanti diffondono il richiamo vocale alla preghiera. Unici edifici vistosi, riconoscibili, le moschee, dalle più modeste alle più maestose, fanno sfoggio di una loro architettura specifica, che riunisce la tecnica moderna con le linee di una tradizione moresca mai passata di moda, una sintesi efficace di linee che nella loro eleganza tradiscono la cura con cui i fedeli provvedono al finanziamento e alla manutenzione dei loro templi, tanto più palese se la si confronta all’incompiutezza delle anonime abitazioni, spesso prive di intonaco esterno, basse e malconce.

Misurata è orgogliosa, lo è sempre stata, ma ora lo è di più. Come darle torto?
Le bandiere della nuova Libia sventolano o campeggiano verniciate su qualsiasi superficie, dai pali della luce alle fiancate dei camion, scritte inneggianti alla vittoria, alla libertà, o in memoria dei caduti della città, che sola, orgogliosa come sempre, cinta d’assedio e bombardata da terra e da mare, ha portato avanti per mesi la lotta, strada per strada, isolato per isolato, palazzo per palazzo, casa per casa…

Sopra i tetti a terrazza squadrati, agli snodi delle vie e dietro la silouette di un profilo urbano al crepuscolo, svettano immancabili le chiome sgargianti di alte affusolate palme da dattero, a interrompere la monotonia orizzontale delle costruzioni, ad animare secondo il corso del vento un paesaggio altrimenti sempre uguale a se stesso, loro, regine incontrastate di quel mondo urbano al maschile, vivificante, vittoriosa, unica presenza femminile, a far da sentinelle alla città.