Com'è come non è, mi sono ritrovata ad esser genitrice di due femmine, anzi, ora ve lo posso anche dire, quasi di tre.
Non so come avrei preso questa notizia, se me l'avessero detto, che so io, dieci anni fa.
Il fatto è che non mi ci vedevo, e penso che il motivo di fondo sia il fatto che non mi sono mai identificata con l'immagine della femminilità che sempre ci hanno propinato, proposto e imbellettato fin dalla primissima infanzia.
Non io, cresciuta tra tre fratelli maschi e dedita a intrattenimenti tutt'altro che leziosi.
Non io che preferivo giocare al wrestling sul lettone dei miei piuttosto che servire il thé alle bambole.
Non io, che trovavo la maggior parte dei cartoni animati di target femminile insulsi, noiosi e inguardabili.
Non io che, ora, da grande, ho provato più emozione entrando da Briko che da Desigual.
C'ero io, e poi c'erano le altre, le donne vere, le femmine; loro, che da piccole giocavano con le barbie, io, chge reprimevo il desiderio di possederne una perché implicitamente avevo appreso che quello era un passatempo da femminucce sceme, ed io non lo ero.
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venerdì 11 marzo 2016
mercoledì 11 marzo 2015
Femminile plurale.
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| - Misericordia, Mimi! Scendi da quel povero Zorro! |
Io che son cresciuta in mezzo a due maschi, con una sorella di molto più grande di me.
Io che indossavo pantaloni di tuta con le toppe sulle ginocchia.
Io ora mi trovo a dover crescere due donnine che non sono proiezioni di me, né tanto meno miniature a mia immagine e somiglianza.
Sono per ora due propaggini fisiche, ma libere di evolversi nello spazio ognuna secondo le proprie peculiarità e propensioni.
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domenica 30 marzo 2014
Cose che non saprei se avessi avuto figli maschi.
- I nomi delle fatine amiche di Trilli.
- Quanto costano i collant per bambina.
- Del prepotente ritorno editoriale delle storie di principesse in tutte le salse.
- Fare la treccia.
- La sterminata varietà di specie floreali che popola il mio quotidiano, o che può popolare il margine di un marciapiede cittadino.
- La trama de Il lago dei cigni.
domenica 10 novembre 2013
Vietato fare pipì in piedi.
- Mamma! Vieni a vedere la mia città!
- Oh! Che bella città, Mimi.
- Vedi? Ci ho messo anche il cartello stradale.
- Ehm... sì, vedo. Bene!
- Dice: "Vietato fare pipì in piedi".
- Oh! Che bella città, Mimi.
- Vedi? Ci ho messo anche il cartello stradale.
- Ehm... sì, vedo. Bene!
- Dice: "Vietato fare pipì in piedi".
lunedì 24 giugno 2013
Fate e trolls.
Sulle altalene.
Cinque bambine.
Cinque gonnelle svolazzanti alla leggera brezza di inizio estate.
Creature eteree, leggiadre, che fluttuano nell'aere senza mai toccar terra, sfiorando il suolo come galleggiando nello spazio. Creature fatate, creature ridenti, che giocano a venirsi incontro, e creano pittoresche geometrie di corpi al convergere delle punte dei loro piedini affusolati, tesi nello slancio, nel fendere l'aria aggraziati. Calzano tutte sandaletti con fibbie, tranne una, che per andare a giocare ai giardini si è impuntata a voler mettere le scarpette di vernice chiuse, col fiocco di lato. La più piccola del gruppo, l'unica che non si spinge da sola sulla sua altalena, che ancora non lo sa fare, ma gongola nel sentirsi parte di un gruppo di splendide creature alate, dai dieci anni a scendere, che oscillano armoniose e in sincronia, in simmetrie stellate.
Su e giù su e giù. Avanti indietro.
Elfiche figure, fatine dell'aria, ninfe dei boschi.
Su e giù.
Libellule leggere, silfidi delicate, trepidi colibrì.
Su e giù. I piedi a sfiorarsi, e poi di nuovo indietro.
Su e giù. Risate argentine. Capelli al vento. Svolazzare d'orli e trine.
- Mamma che bello! Guadda come siamo melavigliode! Tiamo ploplio pplendide plincipesse!
Entusiasmo e fomento
Cambio.
La prima aggraziata creatura scende dal suo aereo sedile. Al suo posto sale un piccolo troll con jean's al ginocchio e una faccia mostruosa stampata sulla T-shirt. Nel giro di otto secondi altre tre fatine seguono l'esempio della prima.
Prima di poter dire "Gasp!" quattro esseri vocianti e sguaiati si sono sostituiti all'elfico coro di vestitini svolazzanti ed è tutto un tirarsi pedate, lanciarsi motteggi, tutto un dondolio spericolato, uno scalciare sconclusionato.
Su e giù. Urla selvagge.
Su e giù. Calci e spintoni.
Su e giù. Scontri di scarpe, agitar di membra, sussultar di catene.
Rallento l'andatura dell'altalena di Mimi per evitare che si becchi un calcione in pieno viso.
-Mamma voglio scendele. Non mi piace giocale coi maschi.
Questioni di genere.
Come darle torto.
Sono grezzi, che farci.
giovedì 22 novembre 2012
Essere femmina a due anni.
Non c'è niente da fare. Lei è femmina.
Lei mi ha scassato le palle per tre mesi perché "voleva la toellina".
Lei si afferra il lembo della maglietta mentre salta sul letto scatenata e dice "Mamma, guadda come ballo con la mia gonna!".
Lei quando si sente romantica dice di essere la "Pincipetta Yasssmin" e ha una sigla tutta sua.
Lei ama adornarsi come un venditore ambulante senegalese con le collane di mamma, e si arrabbia perché non riesce a infilare gli orecchini di mamma (lei non ha i buchi alle orecchie: la mamma ritiene un'usanza piuttosto barbara e una violazione della libertà di autodeterminazione sul proprio corpo l'imporlo alle bambine non ancora in età di intendere e di volere, e aspetterà che sia lei a chiederglielo, se mai).
E ancora, lei quando accompagna la mamma al negozio delle scarpe, e dopo aver sguazzato per un intervallo di tempo ragionevole nella vasca delle palline, va in brodo di giuggiole a scorrazzare per i corridoi di scaffali pieni di scarpe, non si annoia mai a provarsene diverse paia, e guarda con orrore e un po' schifata agli scarponcini neutri blu coi lacci che le propongo, gli unici a un prezzo inferiore alle 20 €, ma si entusiasma di fronte alle orrende plasticone fucsia glitterate sponsorizzate dalla fatina di turno.
In genere mi rompo le scatole io prima di lei, devo andarla a recuperare in mezzo a una cortina di cinte per signora, dove è intenta ad esaminare borchie e inserti traslucidi e a improvvisarsi Raperonzolo nella torre applicando alla capigliatura ardite extencion di corda, accessorio a mio dire di orrido gusto trucido-chick (guadda mamma: ho le t'ecce, tono 'Apeontolo!).
Lei si ritiene molto aggraziata nei movimenti, quando improvvisa qualcuna delle sue danze forsennate di cui si autoproduce la colonna sonora, almeno finchè non va a sbattere contro qualche spigolo rintronata dal suo vorticoso girare da derviscio, e sa di essere bella. Del resto non perdo occasione per ribadirle il concetto.
Insomma: chi lo dice che essere femmina sia solo rosa e tutù. Non io, certo, malgrado il senso comune vada in direzione ostinata e contraria al mio sentire.
Io fino a poco tempo fa mi vantavo di non aver mai giocato con le bambole.
Io sono cresciuta in mezzo a due fratelli maschi giocando al Wrestling sul letto dei miei genitori e collezionando "pozioni" maleodoranti e colorate riciclando le bottigliette dei succhi di frutta e svuotando ogni volta l'armadietto dei medicinali in bagno con strage di pomate e soluzioni strane.
Non ero propriamente una bambina "maschiaccio", malgrado la mia costituzione tutt'altro che esile, l'odiato caschetto biondo che mi hanno imposto fino all'età della ragione, la mia discreta recalcitranza ai bagni, la mia semiselvaticità, che prevedeva movimentati giochi all'aperto, ma non uno sguazzare sistematico nel fango. No: io amavo i giochi strutturati, inventare storie con i miei svariati pupazzi, coinvolgere nella messa in scena delle trame mio fratello Ergino e delimitare metodicamente ogni diverso gioco di fantasia che intavolavamo con una sigla di apertura e di chiusura, sul calco di quelle televisive che hanno improntato gran parte della mia infanzia siglata anni '80.
Ma schifavo Memole dolce Memole e l'Incantevole Creamy altrettanto quanto Mazinga e l'Uomo tigre, non so se avete presente ciò di cui sto parlando...
Non mettevo la gonna. Quasi mai. Del resto non posso ritenermi responsabile del mio guardaroba di allora, cui provvedeva con esasperata arte del riciclo mia madre. E in casa mia se pur esisteva qualche superstite esemplare di Barbie, eredità di qualche cugina grande, era quasi sempre un tronco mozzo nudo o una testa rapata vagante per i nostri cesti di vimini ingombri di giocattolame fluttuante.
E non ho mai frequentato corsi di danza classica o ritmica ma tutt'al più di taeqwondo (con scarsissimo successo, peraltro).
Questo non significa che non difendessi con i denti e le unghie la mia femminilità.
Mi impuntai come un somaro quando a otto anni mio padre voleva tagliarmi per l'ennesima volta i capelli che mi crescevano selvaggi e scarruffati in un disordinato taglio scalato con frangia da cagnetto dello Yorkshire, alla Sophie Marceau dei bei tempi delle mele, e altrettanto mi impuntai per convincere mia mamma a martoriarmi il lobo dell'orecchio con un formidabile ago da cucito passato sulla fiamma del gas come misura di sterilità.
Ecco: io sono decisamente contro gli stereotipi di genere, e credo che ognuno, e soprattutto un bambino, debba esprimere la propria identità, la propria personalità, sessuale o meno, nella più totale libertà, senza per questa dover essere etichettato come "maschiaccio" o "principessina".
Femminilità è qualcosa di ben più sottile.
Eppure di fondo riconosco, in me come in lei, una certa consapevolezza più o meno nascosta del fascino che emana dalla propria essenza femminile, l'importanza del proprio aspetto, dei propri modi, una maggior sensibilità di fondo, una tendenza all'autoosservazione, un abbandono voluttuoso alla propria facoltà immaginativa e creativa, una maggior complessità dei rapporti interrelazionali, un compiacimento per la propria duttile capacità di adattarsi a diversi contesti, che forse nei maschi difetta un poco...
Forse. O forse no. Difficile e molto rischioso tentare di generalizzare, in questi casi.
Quel che è certo è che Lei si sente decisamente femmina, qualsiasi cosa questo voglia dire, e se ne compiace.
La guardavo giocare con la sua amica Maua, questa estate ai giardini, e mi chiedevo una volta di più quanta presunzione sia insita a volte nel ritenere da parte dei genitori che il carattere del proprio figlio debba rispecchiare il proprio.
Maua in mutande, (aveva eliminato il vestito bagnato sotto il getto della fontanella a pompa), saltava selvaggiamente sul tappetino elastico del parco giochi, andava in altalena a gambe larghe, bella piazzata e aggressiva, litigava con i maschietti per il diritto di usufrutto di un escavatore giallo con cui rimuoveva appassionata cumuli di pietrisco. Mimi le veniva appresso con moderazione, tenendosi come sempre il lembo del vestitino mentre saltava sul tappetino elastico, sedeva sull'altalena con una certa compostezza, anche se ciò significava un minor assetto statico, e rinunciava volentieri alle zuffe coi bambini per aggirarsi tra le aiuole fiorite ad aspirare pollini di fiori assolutamente inodori e assortire mazzolini sgualciti e spampanati.
La differenza saltava troppo agli occhi per non essere da me notata.
Dovevo aspettarmelo che non avrebbe degnato della minima attenzione il fantastico camion sollevaterra che volli comprarle il giorno dopo per indurla a partecipare a quei polverosi giochi terrestri. Mezza popolazione del giardino (indovinate un po' quale metà) accorse per accaparrarsi l'ambìto oggetto ricreativo, mentre lei se ne tornava incurante dai suoi fiori.
E malgrado io le abbia proposto Urka urka tirulero e Hakuna matata come alcuni dei miei pezzi Disney favoriti, lei continua a preferire tra tutti questa lagna:
Mah! Dé, gustibus! Come dicono al Livorno...
Lei mi ha scassato le palle per tre mesi perché "voleva la toellina".
Lei si afferra il lembo della maglietta mentre salta sul letto scatenata e dice "Mamma, guadda come ballo con la mia gonna!".
Lei quando si sente romantica dice di essere la "Pincipetta Yasssmin" e ha una sigla tutta sua.
Lei ama adornarsi come un venditore ambulante senegalese con le collane di mamma, e si arrabbia perché non riesce a infilare gli orecchini di mamma (lei non ha i buchi alle orecchie: la mamma ritiene un'usanza piuttosto barbara e una violazione della libertà di autodeterminazione sul proprio corpo l'imporlo alle bambine non ancora in età di intendere e di volere, e aspetterà che sia lei a chiederglielo, se mai).
E ancora, lei quando accompagna la mamma al negozio delle scarpe, e dopo aver sguazzato per un intervallo di tempo ragionevole nella vasca delle palline, va in brodo di giuggiole a scorrazzare per i corridoi di scaffali pieni di scarpe, non si annoia mai a provarsene diverse paia, e guarda con orrore e un po' schifata agli scarponcini neutri blu coi lacci che le propongo, gli unici a un prezzo inferiore alle 20 €, ma si entusiasma di fronte alle orrende plasticone fucsia glitterate sponsorizzate dalla fatina di turno.
In genere mi rompo le scatole io prima di lei, devo andarla a recuperare in mezzo a una cortina di cinte per signora, dove è intenta ad esaminare borchie e inserti traslucidi e a improvvisarsi Raperonzolo nella torre applicando alla capigliatura ardite extencion di corda, accessorio a mio dire di orrido gusto trucido-chick (guadda mamma: ho le t'ecce, tono 'Apeontolo!).
Lei si ritiene molto aggraziata nei movimenti, quando improvvisa qualcuna delle sue danze forsennate di cui si autoproduce la colonna sonora, almeno finchè non va a sbattere contro qualche spigolo rintronata dal suo vorticoso girare da derviscio, e sa di essere bella. Del resto non perdo occasione per ribadirle il concetto.
Insomma: chi lo dice che essere femmina sia solo rosa e tutù. Non io, certo, malgrado il senso comune vada in direzione ostinata e contraria al mio sentire.
Io fino a poco tempo fa mi vantavo di non aver mai giocato con le bambole.
Io sono cresciuta in mezzo a due fratelli maschi giocando al Wrestling sul letto dei miei genitori e collezionando "pozioni" maleodoranti e colorate riciclando le bottigliette dei succhi di frutta e svuotando ogni volta l'armadietto dei medicinali in bagno con strage di pomate e soluzioni strane.
Non ero propriamente una bambina "maschiaccio", malgrado la mia costituzione tutt'altro che esile, l'odiato caschetto biondo che mi hanno imposto fino all'età della ragione, la mia discreta recalcitranza ai bagni, la mia semiselvaticità, che prevedeva movimentati giochi all'aperto, ma non uno sguazzare sistematico nel fango. No: io amavo i giochi strutturati, inventare storie con i miei svariati pupazzi, coinvolgere nella messa in scena delle trame mio fratello Ergino e delimitare metodicamente ogni diverso gioco di fantasia che intavolavamo con una sigla di apertura e di chiusura, sul calco di quelle televisive che hanno improntato gran parte della mia infanzia siglata anni '80.
Ma schifavo Memole dolce Memole e l'Incantevole Creamy altrettanto quanto Mazinga e l'Uomo tigre, non so se avete presente ciò di cui sto parlando...
Non mettevo la gonna. Quasi mai. Del resto non posso ritenermi responsabile del mio guardaroba di allora, cui provvedeva con esasperata arte del riciclo mia madre. E in casa mia se pur esisteva qualche superstite esemplare di Barbie, eredità di qualche cugina grande, era quasi sempre un tronco mozzo nudo o una testa rapata vagante per i nostri cesti di vimini ingombri di giocattolame fluttuante.
E non ho mai frequentato corsi di danza classica o ritmica ma tutt'al più di taeqwondo (con scarsissimo successo, peraltro).
Questo non significa che non difendessi con i denti e le unghie la mia femminilità.
Mi impuntai come un somaro quando a otto anni mio padre voleva tagliarmi per l'ennesima volta i capelli che mi crescevano selvaggi e scarruffati in un disordinato taglio scalato con frangia da cagnetto dello Yorkshire, alla Sophie Marceau dei bei tempi delle mele, e altrettanto mi impuntai per convincere mia mamma a martoriarmi il lobo dell'orecchio con un formidabile ago da cucito passato sulla fiamma del gas come misura di sterilità.
Ecco: io sono decisamente contro gli stereotipi di genere, e credo che ognuno, e soprattutto un bambino, debba esprimere la propria identità, la propria personalità, sessuale o meno, nella più totale libertà, senza per questa dover essere etichettato come "maschiaccio" o "principessina".
Femminilità è qualcosa di ben più sottile.
Eppure di fondo riconosco, in me come in lei, una certa consapevolezza più o meno nascosta del fascino che emana dalla propria essenza femminile, l'importanza del proprio aspetto, dei propri modi, una maggior sensibilità di fondo, una tendenza all'autoosservazione, un abbandono voluttuoso alla propria facoltà immaginativa e creativa, una maggior complessità dei rapporti interrelazionali, un compiacimento per la propria duttile capacità di adattarsi a diversi contesti, che forse nei maschi difetta un poco...
Forse. O forse no. Difficile e molto rischioso tentare di generalizzare, in questi casi.
Quel che è certo è che Lei si sente decisamente femmina, qualsiasi cosa questo voglia dire, e se ne compiace.
La guardavo giocare con la sua amica Maua, questa estate ai giardini, e mi chiedevo una volta di più quanta presunzione sia insita a volte nel ritenere da parte dei genitori che il carattere del proprio figlio debba rispecchiare il proprio.
Maua in mutande, (aveva eliminato il vestito bagnato sotto il getto della fontanella a pompa), saltava selvaggiamente sul tappetino elastico del parco giochi, andava in altalena a gambe larghe, bella piazzata e aggressiva, litigava con i maschietti per il diritto di usufrutto di un escavatore giallo con cui rimuoveva appassionata cumuli di pietrisco. Mimi le veniva appresso con moderazione, tenendosi come sempre il lembo del vestitino mentre saltava sul tappetino elastico, sedeva sull'altalena con una certa compostezza, anche se ciò significava un minor assetto statico, e rinunciava volentieri alle zuffe coi bambini per aggirarsi tra le aiuole fiorite ad aspirare pollini di fiori assolutamente inodori e assortire mazzolini sgualciti e spampanati.
La differenza saltava troppo agli occhi per non essere da me notata.
Dovevo aspettarmelo che non avrebbe degnato della minima attenzione il fantastico camion sollevaterra che volli comprarle il giorno dopo per indurla a partecipare a quei polverosi giochi terrestri. Mezza popolazione del giardino (indovinate un po' quale metà) accorse per accaparrarsi l'ambìto oggetto ricreativo, mentre lei se ne tornava incurante dai suoi fiori.
E malgrado io le abbia proposto Urka urka tirulero e Hakuna matata come alcuni dei miei pezzi Disney favoriti, lei continua a preferire tra tutti questa lagna:
Mah! Dé, gustibus! Come dicono al Livorno...
giovedì 25 ottobre 2012
Lettera al marmocchio.
Caro marmocchio.
Ché mi fa strano ancora considerarti un pupo. Ti immagino là dentro tutto accartocciato e un po' traslucido, come leggo che tu debba essere in questo momento, magari anche un po' pelosetto, insomma, non certo il roseo e rubicondo pargolo di una réclame di Benetton. Marmocchio ti sta meglio, dico io.
Caro Marmocchio, dunque, se puoi sentirmi, ma non ricordo se a questo punto tu possiedi già il senso dell'udito, per quanto so per certo esserti spuntate già le orecchie, quello che volevo dirti è: non mi aspettavo di rivederti già così presto, chè ero andata solo per una normale visita mensile di routine, e in genere mai mi era stata concessa tanta grazia come quella di scrutare nelle mie interiora per una semplice visita mensile di routine. In genere si risolveva tutto con una palpatina là in mezzo, e due annotazioni sul libretto.
Ma stavolta c'era la Gestapo.
Poi te lo spiegherò, un giorno forse, perchè gli assistenti dei professori all'università si rivelano in genere in sede di esame molto più stronzi dei professori (fai finta di non aver sentito la parola "str...", sempre che tu l'abbia sentita), perché le tirocinanti della mia (e tua, per ora) dottoressa, siano assai più fiscali, saccenti e intimidatorie della dottoressa stessa, che nelle loro mani ci ha abbandonate, dedita al vizietto inestinguibile della sigaretta tra una visita e l'altra, e all'occasione anche in sede di visita, se le è permesso.
Così ti spiegherai anche perchè, dopo avermi sottoposta a un'interrogatorio che manco la mia temuta prof di greco alle superiori, ci hanno dovuto visitare addirittura tre mani di tre diverse persone, ravanando là in mezzo a turno nel loro guanto di lattice mentre tua madre si esibiva a gambe spalancate come la più lasciva delle pornodive e rammentava tempi in cui aveva pur avuto una dignità di persona, e non solo di portatrice di apparato riproduttivo...
Ché poi chissà perché si sono accanite su quella storia del diabete gestazionale, e giù a chiedermi se avevo parenti diabetici, ah, uno zio paterno? Uhm, molto interessante... E nessun genitore? Nessun fratello di primo grado (scusate, perché: un fratello può essere anche di secondo o terzo grado?). Ma è proprio sicura? (Uè, bella mia, guarda che io e te ci passiamo massimo massimo tre-quattro anni di vita, eh! Il fatto che io stia qui a farmi interrogare da te sul mio reale o presunto stato di salute e abbia già all'attivo un figlio e mezzo, non ti autorizza a darmi del lei e della "signora"!) Insomma, i "suoi" genitori (a ridaje!) sono entrambi in buona salute? Ehm... non proprio, sa, mio padre sarebbe anche un po' morto. Ah! Fa lei con sguardo truce da chi ti ha beccata impreparata e mo' te la farà pagare, E di cosa sarebbe morto? Ehm, di tumore, nulla di grave, sa, cose che capitano. Ah, allora va bene. E sua madre sta bene? Eccheccazzo mi auguro di sì! (Va be', l'"eccheccazzo" lo solo pensato, ma ci stava tutto).
Ok, marmocchio, cancella dalla tua giovanissima memoria questo grottesco dialogo.
Dicevamo che queste della Gestapo non si sono fatte mancare nulla, e con mia grande sorpresa mi hanno infine mostrato in diretta ciò che accadeva qualche centimetro al di sotto del mio basso ventre, e lì c'eri tu, proprio sullo schermo del monitor, che non la finivi di agitarti e di esibirti in evoluzioni di un virtuosismo insperato. Tanto per inciso: vacci piano con quelle piroette, e capriole, e salti mortali tripli carpiati. Non tanto per i calci, che io proprio se non ti avessi visto con i miei occhi, non ci avrei creduto che lì dentro vigeva quel concitato regime di attività fisica, vista la calma piatta che emana dalle mie budella (anche se, non crederai mica di continuare a fare tutto quel bordello anche tra qualche mese, mio caro, quando sarai già un bel po' più voluminoso di ora, mi auguro!), non tanto per i calci che infliggi alla tua povera genitrice, quanto perché, ti ricordo, sei attaccato a un cordone, bello mio, e va a finire che prima o poi ti ci strangoli, o ti ci imbraghi per bene, e poi alla fine chi ti tira più fuori di lì? Eh? Me lo dici? Ché poi mi tocca pure farmi aprire la panza come il lupo dei sette capretti, solo che quello manco si rende conto, al suo risveglio, di aver subito a sua insaputa un intervento cesareo plurigemellare mentre si schiacciava una pennica. Chiedilo a tua sorella che di queste cose se ne intende. Se no non sarebbero fiabe, che devo dirti, la vita è un'altra cosa.
Ma tornando a noi, vedi, io ci avrei un presentimento, che dopo averti visto mi pare più di un semplice istinto materno, roba che io poi non ho mai potuto vantare, roba da madri olistiche, madri medium, che di notte sognano il bimbo che parla loro e che rivela loro la sua occulta identità.
Tu per fortuna non hai mai ancora avuto l'alzata d'ingegno di apparirmi in sogno, e te ne sono grata.
Però ugualmente io non mi tolgo dalla testa questo presentimento, ché un pochino l'ho letto anche negli sguardi e nelle mezze frasi di quelle della Gestapo, che farfugliavano tra loro, quando ho chiesto timidamente se per caso non si vedesse il sesso: No, è troppo presto per sbilanciarsi. Anche se... che ne dici? Guarda qua. Uhm... Ma non possiamo dirlo con certezza. Sì però qua in mezzo... vedi? Sì, potrebbe anche essere, ma non è detto. E alla fine mi hanno confermato un buon 50 % di probabilità che tu fossi maschio. Ottima percentuale, dico io, ma ugualmente devo confessare che un po' mi rode.
E non so se mi rode più per non averlo saputo (del resto già sapevo che avrei dovuto ancora aspettare un altro mese), o perché da quegli ammiccamenti medici io ho inteso si parlasse di un pisellino in auge.
E se devo dirtela tutta un po' mi spiazza questa cosa.
E poi ti ho visto che casino che fai lì dentro, cosa credi che non ho capito?
E che, non li vedo i bimbi degli altri al parco quando si rotolano per terra e buttano ghiaia sullo scivolo, e si tolgono le scarpe e infilano i calzini nella terra, e si tirano addosso manciate di sassolini e si fanno inseguire lungo il perimetro dei giardini dalle povere madri agonizzanti per sette volte come Ettore e Achille intorno alle mura di Troia (no, ti dico che non è una parolaccia, in questo caso), mentre Mimi se ne va leggiadra per aiuole a raccogliere ciclamini e margherite e mi dice: "Mamma, guadda che bello il pio'e piccolo!", e si sprimaccia il vestitino per togliersi di dosso la polvere dello scivolo allordato di terra e pietrisco?
C'è una distanza abissale di fondo che non voglio per ora spingermi troppo in là nel sondare, ché già inizio a sentirmi un pochino male al pensiero di una tale eventualità, e mi crogiolo nella dolcezza delle nostre passeggiate culturali, con Mimi che mi dice: "Andiamo a vede'e la galle'ia?" o "Andiamo a vede'e le ttatue?" riferendosi alle brutte sculture bronzee che adornano il viale dei giardini.
Ecco, io ho pensato un po' a tutto questo, prima ancora che a quanto sarebbe bello avere un maschietto dopo una femminuccia.
E' che devo interiorizzare. Dammi il tempo. Non sono pronta.
In fondo ancora non ci conosciamo. E' stato così anche con tua sorella, all'inizio; ce n'è voluto di tempo perchè ci amassimo come ci amiamo ora.
E tu sei ancora un estraneo, mi riesce difficile immaginare di riuscire a trovare lo spazio anche per te, nel mio mondo affettivo.
Non è colpa tua, chiaro. Tu in fondo non hai fatto nulla di male, e ti limiti ad esistere.
E' che se mi sforzo con tutta la mia immaginazione riesco ancora a immaginare un doppione della pupa da amare almeno quanto ora amo lei. Più difficile mi riesce con un pupo.
In fondo quando mi hanno detto che Mimi era femmina ci ho rosicato anche allora.
Le femminucce sono tutte smorfiose e stronzette, pensavo allora. Che poi è un po' vero, Mimi sa essere smorfiosa e stronzetta a meraviglia, ma questo non mi impedisce di amarla così.
E' che dovremmo smettere di pensare ai figli come a qualcosa che possiamo determinare con la nostra volontà, come a qualcosa che arriva a soddisfare i nostri desideri e le nostre aspirazioni mancate, come a qualcuno che finirà per essere un prolungamento della nostra esistenza.
E voi invece siete solo persone che chiedono di essere accettate e amate così, a prescindere dalle ambizioni e dai progetti materni o paterni. Ed è giusto così.
Ma non biasimarmi ancora, io ne sono quasi sicura, che ti amerò tantissimo.
Anche se dovrò rifarti da capo l'intero guardaroba mettendo al bando l'intera gamma di sfumature che va dal rosa carminio al violetto, e dovrò adattarmi a comprare brutte T-shirt marroni o blu con sù stampati disegni di scarpe da tennis e palloni da rugby, macchine rombanti e robottini ammiccanti. Purtroppo è quel che passa il convento.
Anche se dovrò andarti a ripescare in cima agli scaffali di casa e prestarmi a faticosi e rumorosi giochi con palloni e rotelle.
Sì, già lo so che comunque vada, sarai il mio... o la mia!
Solo una cosa temo: chi glie lo dice poi a tua sorella che non avrà una TOELLINA? Non è che mi tocca subito subito metterne in cantiere un altro pur di farla stare zitta?
mercoledì 19 gennaio 2011
Born to be Pupa. (continua dal post precedente)
Prima di avere pupa, quando ancora lei non era neanche un'eventualità concreta, ho sempre creduto che avrei preferito avere un figlio maschio.
La fregatura delle aspettative è che si basano quasi sempre su preconcetti privi di fondamenta reali.
La mia idea delle bambine era assai diversa da come in effetti io sia stata da bambina.
La mia convinzione era che non sarei mai riuscita a creare un legame empatico con una figlia femmina.
La mia teoria era che io stessa da bambina non avevo avuto grandi rapporti con le altre bambine, che ho sempre preferito la compagnia dei maschi, che infine il mio ambiente familiare, impostato sul modulo femmina-maschio-femmina-maschio-maschio, mi vedeva circondata di fratelli maschi, coi quali mi intrattenevo assai più tempo e assai meglio che con mia sorella, che avendo ben 6 anni più di me, quando io ancora giocavo al Wrestling sul lettone dei miei con Totto e Ergino, lei già si macinava i pomeriggi sul vocabolario di greco antico, e i suoi unici interventi nel nostro gioco in questi casi erano per porvi fine in maniera violenta e traumatica, distribuendo un po' di botte per tutti, ma senza simulare le mosse di Hulk Hogan o Jake The Snake Roberts.
L'amichetta del cuore della mia infanzia, Cristina, era una vera e propria rompipalle. Litigavamo spesso e sempre quando io mi rompevo le scatole delle sue pretese e la mandavo a cagare. Poi quando lei voleva rappacificarsi veniva a cercarmi ed io ero sempre disponibile. Ma se ero io ad avvicinarmi a lei per prima, metteva il broncio e prima di concedermi il suo perdono doveva farmela pagare. Insomma, una vera rottura.
Diciamo che i maschi invece sono molto più diretti e lineari. Già da allora avevo imparato che femmina uguale scocciatura. Quindi mi gloriavo di non aver avuto mai nessuna Barbie, di guardare cartoni animati, se non proprio da maschi, almeno al limite tra i due sessi, come I cavalieri dello Zodiaco e la prima serie di Dragonball, snobbavo Candy Candy, Lovely Sarah, Georgie, Lady Oscar e Creamy.
In realtà questo atteggiamento era un po' forzato, e mi costò l'unica Barbie mai avuta in mia vita, regalo di compleanno da parte del mio amico Pierluigi del 6°piano, regalo che io avevo deriso davanti ai miei fratelli, ma che segretamente innalzavo a baluardo della mia femminilità. La tenevo nella confezione integra come in una teca di cristallo. Non potevo giocarci: ne andava della mia reputazione. Mio padre quello stesso Natale la regalò alla figlia di un suo amico in visita, dal momento che non trovò niente di meglio da offrirle, e di fronte alle mie rimostranze, quando sorpresi la piccola impostrice a impugnare la mia unica Barbie mai avuta, mi disse: "Ma tu non ci hai mai giocato, non l'avevi neppure tolta dalla scatola".
Questa è rimasta una nota dolente della mia infanzia, e la conferma che le bambine erano una gran manica di smorfiose cretinette rubagiocattoli.
E fu così che crescendo continuai a desisreare un figlio maschio.
Ma solo perchè con una bambina proprio non mi ci vedevo.
Le bambine fanno la ruota e mettono la gonna, cose che io non facevo mai, da piccola.
Poi, quando seppi dall'ecografia che Lei era una femmina, me ne son dovuta fare una ragione.
Al corso pre-parto di Musicoterapia etc etc. ci facevano "visualizzare" il bambino: per quanto mi sforzassi io non riuscivo ad immaginare altro che una copia di me, come la conoscevo attraverso le mie foto, intorno ai due anni d'età, caschetto biondo, nasino all'in sù, faccia tonda, con in braccio il gatto Biscotto nella soffitta di mia nonna in Sardegna... (questa foto solo riuscivo a visualizzare, nient'altro).
A questo proposito il libro che sto leggendo ora (vedi post precedente) dice:
"Con la propria figlia c'è, fin dal momento del parto, un senso di identità, comunione, fusione in un certo senso connesso all'idea di replicare se stesse".
Ecco: proprio quello che intendevo. Solo che per me questa identificazione è durata fino e non dopo il momento del parto.
Poi l'ho vista, e, a dire la verità sono rimasta un po' scioccata. Non delusa ma costernata.
Chi era quella specie di bambina cinese che era appena saltata fuori da me? Sembrava proprio cinese e per di più era enorme. Come caspita aveva fatto a stare dentro di me, in quello spazio tondo e limitato, ancorchè alquanto ingombrante visto da fuori, che era la mia pancia? Diciamo che una pancia all'ottavo-nono mese può essere paragonata a una city-car: abbastanza contenuta fuori, per consentire ed agevolare le manovre di parcheggio, spaziosa all'interno per offrire il massimo del confort al passeggero.
La pupa comunque non sembrava quella con la quale mi ero illusa di aver comunicato telepaticamente per mesi, incoraggiata in questo vaneggiamento dalle ostetriche del corso pre-parto.
Io mi ero rivolta a una me stessa in miniatura e questa era tutta un altra persona.
Dopo averla un po' ripulita, i medici me la riportano e mi dicono: signora, vuole tenerla?
Va detto che il padre si era rifiutato di prenderla in braccio per primo, perchè cavallerescamente voleva dare la precedenza a chi aveva fatto tutto il lavoro sporco, cioè la sottoscritta, che intanto se ne stava ancora sdraiata su quel tavolaccio da macellaio a gambe spalancate, mentre continuavano a tirarle fuori robaccia dall'utero, spremendo in tutti i sensi la sua pancia improvvisamente diventata floscia floscia come un palloncino sgonfio.
Mi mettono questa bestiolina urlante sul petto, che in quel momento non era proprio la cosa che desiderassi di più al mondo, dato che non riuscivo neppure a sollevare la testa per guardarla, avrei preferito potermi ricomporre un po' prima, e avevo paura che da quella posizione mi cadesse.
Ma le ho parlato, se pure con un certo imbarazzo, per la prima volta rendendomi veramente conto di chi avevo davanti, e lei (miracolo!) ha smesso di piangere!
Questo è stato l'unico contatto che ci è stato concesso di avere prima che la pupa venisse trasportata al nido, mentre il padre veniva spedito in cerca degli abitini della bimba, e al suo ritorno, non trovando più la figlia e sentendosi dire che avrebbe potuto rivederla solo la sera successiva previo appuntamento, ha alzato un casino che non vi dico, e poco ci mancava tirasse un cazzotto a un medico, cosa che io pregavo non accadesse.
Inizio di paternità alquanto traumatico. Lui per fare il cavaliere è stato privato della possibilità di prendere in braccio la figlia appena nata per declinarla a me, che ne avrei fatto volentieri a meno in quel momento.
Quindi quando leggo quanto sia importante creare un legame profondo tra madre e figlio tramite un contatto immediato e prolungato subito dopo il parto, un po' mi sento defraudata di quella possibilità.
Ma comunque: così è andata con la pupa, e anche se forse quel contatto e quel riconoscimento immediato e reciproco ci è mancato, ora lei è proprio la mia pupa, e nessun'altra, e che potesse essere diversa da come è mi sembra impossibile e assurdo. Ma che idiota: certo che se è figlia mia non poteva che essere come è.
Un maschio? Ora come ora mi sembra un'eventualità inimmaginabile. Non lo voglio più il maschio. Voglio solo la pupa.
(to be continued...)
La fregatura delle aspettative è che si basano quasi sempre su preconcetti privi di fondamenta reali.
La mia idea delle bambine era assai diversa da come in effetti io sia stata da bambina.
La mia convinzione era che non sarei mai riuscita a creare un legame empatico con una figlia femmina.
La mia teoria era che io stessa da bambina non avevo avuto grandi rapporti con le altre bambine, che ho sempre preferito la compagnia dei maschi, che infine il mio ambiente familiare, impostato sul modulo femmina-maschio-femmina-maschio-maschio, mi vedeva circondata di fratelli maschi, coi quali mi intrattenevo assai più tempo e assai meglio che con mia sorella, che avendo ben 6 anni più di me, quando io ancora giocavo al Wrestling sul lettone dei miei con Totto e Ergino, lei già si macinava i pomeriggi sul vocabolario di greco antico, e i suoi unici interventi nel nostro gioco in questi casi erano per porvi fine in maniera violenta e traumatica, distribuendo un po' di botte per tutti, ma senza simulare le mosse di Hulk Hogan o Jake The Snake Roberts.
L'amichetta del cuore della mia infanzia, Cristina, era una vera e propria rompipalle. Litigavamo spesso e sempre quando io mi rompevo le scatole delle sue pretese e la mandavo a cagare. Poi quando lei voleva rappacificarsi veniva a cercarmi ed io ero sempre disponibile. Ma se ero io ad avvicinarmi a lei per prima, metteva il broncio e prima di concedermi il suo perdono doveva farmela pagare. Insomma, una vera rottura.
Diciamo che i maschi invece sono molto più diretti e lineari. Già da allora avevo imparato che femmina uguale scocciatura. Quindi mi gloriavo di non aver avuto mai nessuna Barbie, di guardare cartoni animati, se non proprio da maschi, almeno al limite tra i due sessi, come I cavalieri dello Zodiaco e la prima serie di Dragonball, snobbavo Candy Candy, Lovely Sarah, Georgie, Lady Oscar e Creamy.
In realtà questo atteggiamento era un po' forzato, e mi costò l'unica Barbie mai avuta in mia vita, regalo di compleanno da parte del mio amico Pierluigi del 6°piano, regalo che io avevo deriso davanti ai miei fratelli, ma che segretamente innalzavo a baluardo della mia femminilità. La tenevo nella confezione integra come in una teca di cristallo. Non potevo giocarci: ne andava della mia reputazione. Mio padre quello stesso Natale la regalò alla figlia di un suo amico in visita, dal momento che non trovò niente di meglio da offrirle, e di fronte alle mie rimostranze, quando sorpresi la piccola impostrice a impugnare la mia unica Barbie mai avuta, mi disse: "Ma tu non ci hai mai giocato, non l'avevi neppure tolta dalla scatola".
Questa è rimasta una nota dolente della mia infanzia, e la conferma che le bambine erano una gran manica di smorfiose cretinette rubagiocattoli.
E fu così che crescendo continuai a desisreare un figlio maschio.
Ma solo perchè con una bambina proprio non mi ci vedevo.
Le bambine fanno la ruota e mettono la gonna, cose che io non facevo mai, da piccola.
Poi, quando seppi dall'ecografia che Lei era una femmina, me ne son dovuta fare una ragione.
Al corso pre-parto di Musicoterapia etc etc. ci facevano "visualizzare" il bambino: per quanto mi sforzassi io non riuscivo ad immaginare altro che una copia di me, come la conoscevo attraverso le mie foto, intorno ai due anni d'età, caschetto biondo, nasino all'in sù, faccia tonda, con in braccio il gatto Biscotto nella soffitta di mia nonna in Sardegna... (questa foto solo riuscivo a visualizzare, nient'altro).
A questo proposito il libro che sto leggendo ora (vedi post precedente) dice:
"Con la propria figlia c'è, fin dal momento del parto, un senso di identità, comunione, fusione in un certo senso connesso all'idea di replicare se stesse".
Ecco: proprio quello che intendevo. Solo che per me questa identificazione è durata fino e non dopo il momento del parto.
Poi l'ho vista, e, a dire la verità sono rimasta un po' scioccata. Non delusa ma costernata.
Chi era quella specie di bambina cinese che era appena saltata fuori da me? Sembrava proprio cinese e per di più era enorme. Come caspita aveva fatto a stare dentro di me, in quello spazio tondo e limitato, ancorchè alquanto ingombrante visto da fuori, che era la mia pancia? Diciamo che una pancia all'ottavo-nono mese può essere paragonata a una city-car: abbastanza contenuta fuori, per consentire ed agevolare le manovre di parcheggio, spaziosa all'interno per offrire il massimo del confort al passeggero.
La pupa comunque non sembrava quella con la quale mi ero illusa di aver comunicato telepaticamente per mesi, incoraggiata in questo vaneggiamento dalle ostetriche del corso pre-parto.
Io mi ero rivolta a una me stessa in miniatura e questa era tutta un altra persona.
Dopo averla un po' ripulita, i medici me la riportano e mi dicono: signora, vuole tenerla?
Va detto che il padre si era rifiutato di prenderla in braccio per primo, perchè cavallerescamente voleva dare la precedenza a chi aveva fatto tutto il lavoro sporco, cioè la sottoscritta, che intanto se ne stava ancora sdraiata su quel tavolaccio da macellaio a gambe spalancate, mentre continuavano a tirarle fuori robaccia dall'utero, spremendo in tutti i sensi la sua pancia improvvisamente diventata floscia floscia come un palloncino sgonfio.
Mi mettono questa bestiolina urlante sul petto, che in quel momento non era proprio la cosa che desiderassi di più al mondo, dato che non riuscivo neppure a sollevare la testa per guardarla, avrei preferito potermi ricomporre un po' prima, e avevo paura che da quella posizione mi cadesse.
Ma le ho parlato, se pure con un certo imbarazzo, per la prima volta rendendomi veramente conto di chi avevo davanti, e lei (miracolo!) ha smesso di piangere!
Questo è stato l'unico contatto che ci è stato concesso di avere prima che la pupa venisse trasportata al nido, mentre il padre veniva spedito in cerca degli abitini della bimba, e al suo ritorno, non trovando più la figlia e sentendosi dire che avrebbe potuto rivederla solo la sera successiva previo appuntamento, ha alzato un casino che non vi dico, e poco ci mancava tirasse un cazzotto a un medico, cosa che io pregavo non accadesse.
Inizio di paternità alquanto traumatico. Lui per fare il cavaliere è stato privato della possibilità di prendere in braccio la figlia appena nata per declinarla a me, che ne avrei fatto volentieri a meno in quel momento.
Quindi quando leggo quanto sia importante creare un legame profondo tra madre e figlio tramite un contatto immediato e prolungato subito dopo il parto, un po' mi sento defraudata di quella possibilità.
Ma comunque: così è andata con la pupa, e anche se forse quel contatto e quel riconoscimento immediato e reciproco ci è mancato, ora lei è proprio la mia pupa, e nessun'altra, e che potesse essere diversa da come è mi sembra impossibile e assurdo. Ma che idiota: certo che se è figlia mia non poteva che essere come è.
Un maschio? Ora come ora mi sembra un'eventualità inimmaginabile. Non lo voglio più il maschio. Voglio solo la pupa.
(to be continued...)
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