venerdì 11 marzo 2016

Ora e sempre, dalla parte delle bambine

Com'è come non è, mi sono ritrovata ad esser genitrice di due femmine, anzi, ora ve lo posso anche dire, quasi di tre.
Non so come avrei preso questa notizia, se me l'avessero detto, che so io, dieci anni fa.
Il fatto è che non mi ci vedevo, e penso che il motivo di fondo sia il fatto che non mi sono mai identificata con l'immagine della femminilità che sempre ci hanno propinato, proposto e imbellettato fin dalla primissima infanzia.
Non io, cresciuta tra tre fratelli maschi e dedita a intrattenimenti tutt'altro che leziosi.
Non io che preferivo giocare al wrestling sul lettone dei miei piuttosto che servire il thé alle bambole.
Non io, che trovavo la maggior parte dei cartoni animati di target femminile insulsi, noiosi e inguardabili.
Non io che, ora, da grande, ho provato più emozione entrando da Briko che da Desigual.
C'ero io, e poi c'erano le altre, le donne vere, le femmine; loro, che da piccole giocavano con le barbie, io, chge reprimevo il desiderio di possederne una perché implicitamente avevo appreso che quello era un passatempo da femminucce sceme, ed io non lo ero.


Sono le aberrazioni che nascono talvolta dall'ostinazione alla coerenza ad una certa mentalità, ad un certo modo di pensare, magari giustissimo, ma che ti pone in continuo contrasto con una realtà sociale diversa, in cui tu non ti riconosci, perché, per tua fortuna, hai ricevuto input culturali differenti, in una famiglia che per tutta l'infanzia hai sentito come roccaforte del pensiero alternativo, superiore alle logiche del sistema, e che poi, tutt'a un tratto, catapultata nell'adolescenza, ti senti come fardello di una alterità che cozza e stride con quella che dovresti essere, che gli altri si aspettano che tu sia, che tu stessa aspireresti ad essere, perché le altre sono così, femminili, carine, curate, provocanti, e tu no.

Ultimamente sto ripensando molto alla storia dei generi e dei ruoli, e dei modelli, di quelli proposti dalla società, dai media, dalla pubblicità, ma anche dalla letteratura e dal cinema.
Da circa un anno sto frequentando da volontaria un'associazione femminista che opera nella mia città da decenni in maniera molto concreta.
In un momento che sentivo per me di stallo e chiusura di prospettive, misurarmi con una realtà varia e impegnata su vari livelli, un ambiente umanamente e culturalmente stimolante, mi ha spinto a riprendere n mano il lavoro su me stessa, come persona, come donna, come genitore, a non considerarmi come individuo fatto e arrivato, a mettermi ancora in discussione, in quelle che pensavo essere certezze ormai acquisite e consolidate
Le discussioni con alcune di queste donne (donne che affrontano da una vita i temi della lotta e dell'emancipazione femminile, e abituate ad essere contestate e a controbattere), mi hanno portato a rivedere alcune mie convinzioni. Mi sono resa conto che spesso mi ponevo sul terreno della contestazione di posizioni che trovavo ingiustificate nell'anno domini 2016: ha un senso parlare ancora di femminismo e di diritti delle donne?
Evidentemente sì.
E mi son chiesta perché facevo tanta fatica ad ammettere che fossero problemi, purtroppo, ancora attuali, perché tanta resistenza, perché quella maniera di accettare tutto sommato con una certa passività e rassegnazione un dato modo di intendere e perpetrare i ruoli di genere (il nostro) chiaramente ancora squilibrato; perché è più comodo, forse, perché in fondo vi apparteniamo e lo conosciamo, e sappiamo bene o male come conviverci, malgrado la fatica e il fastidio, perché in qualche modo ci sentiamo responsabili di continuare ad alimentare questo stato di cose, col nostro semplice stare al gioco, e sminuire troppo spesso certi messaggi che ci arrivano dai tanti canali, certi linguaggi, certe situazioni che non ci piacciono, certe allusioni che ci ricacciano nel nostro universo casalingo, che ci dicono ancora inadeguate del tutto al mondo, che da sole non ci bastiamo, che ci ricordano la nostra vocazione coniugale e materna.
Non ci sto, ma, è così, che vuoi farci.
Così mi sono detta: ma perché consideriamo il femminismo un movimento anacronistco?
Perché considerare concluso il lavoro iniziato da altre prima di noi? Perché accontentarci di questa parità imperfetta?

E' un discorso enorme, e in realtà, in questo mese di marzo in cui si celebra il giorno delle donne, non è di questo che volevo parlare oggi, ma di come sia importante preservare la coscienza delle lotte e delle conquiste della Storia prima di noi, di come sia sbagliato bollare come "superato"un pensiero solo perché in questo momento sembra che lo società remi in tutt'altra direzione, ed arrenderci al dato di fatto che lottare non sia servito, che il cambiamento non sia bastato, o che non sia più tempo per farlo.
Dunque: ho scoperto che Motta Junior ha riedito in questi anni una collana di libri pubblicati negli anni '70 dalla casa editrice indipendente "Dalla parte della delle bambine", albi illustrati dichiaratamente e smaccatamente rivolti alle bambine, finalizzati a scardinare l'allora imperante modello narrativo tutto volto al maschile, proponendo alle bambine di allora modelli di comportamento a cui aderire e scelte differenti in cui riconoscersi.
Un'operazione non facile né scontata; non lo doveva essere allora e non lo è oggi, che l'editoria per l'infanzia propone un ventaglio di scelta ben più vasto e articolato eppure facciamo ancora una fatica immane a slegarci dalla nostra idea stereotipata di un'infanzia femminile tutta rosa e merletti, e le pubblicità in televisione rilanciano con i trucchi delle Winx sottolineando in continuazione quanto sia importante essere belle e "trandy" (mah).

Comunque, da piccola avevo in casa alcuni di questi libri (regalo di amiche femministe di mia madre): erano dei grandi albi con copertina rigida, le pagine un poco lucide, la qualità di stampa non ottima, i colori molto saturi.
Ricordo che i miei non davano loro una grande considerazione: già all'epoca ricordo che venivano valutati con sufficienza e le tematiche affrontate ritenute "superate".
In effetti, se devo riconoscere dei limiti a queste storie, ne trovo almeno due: da una parte un certo eccesso di militanza, un messaggio di fondo fin troppo protagonista, che prevale sulla narrazione; dall'altra una grande ingenuità delle trame, che oggi ci suonano un po' forzate nel voler contestare i ruoli egemoni della famiglia patriarcale. I personaggi maschili ne escono umiliati, devastati, sono insulsi, vacui e inconsistenti, con quella pretesa di superiorità basata sul nulla che lascia un po' perplessi.
Credo che oggi si punti di più a proporre nuovi modelli maschili (e paterni), piuttosto che al discredito della figura maschile (e paterna) in sé, che non vedo molto educativo, né utile.
Probabile che il fatto che io non abbia vissuto in prima persona questa estrema fissazione dei ruoli maschile e femminile, nella mia famiglia di origine, abbia fatto sì che io non mi rivedessi nelle vicende delle Bonobe o della famiglia Ratti; però ricordo di esser stata spettatrice, frequentando case di amichetti vari, di realtà familiari ben diverse dalla mia, di madri ombre silenziose di mariti incontrastati sovrani della poltrona serale davanti al notiziario sportivo. Guardavo e percepivo lo straniamento di situazioni che non mi appartenevano.
Comunque ricordo che a me, a dispetto del giudizio di sufficienza familiare, queste storie piacevano. Le leggevo divertita, avvertivo l'intento a volte canzonatorio nei confronti di personaggi maschili boriosi e pieni di sé, che di fatto non facevano niente, non valevano niente, non dimostravano niente a parte la loro inettitudine al dato dei fatti.
Dall'altra sentivo risvegliarsi in me il grido di battaglia dell'orgoglio femminile che alza la testa e dimostra di sapere, di saper essere, di saper bastare, di saper fare, meglio e senza dover delegare.

Insomma, a me da piccola questi libri non dispiacevano, e credo che questo sia alla prova dei fatti un gran merito.

Recentemente, da mia madre, ho rinvenuto due titoli: Arturo e Clementina, Storia di panini.


 

La storia delle due tartarughe Arturo e Clementina è l'amara cronaca di una storia di amore "tipo", spenta nella grigia routine quotidiana di un legame coniugale che di certo non sull'amore e sul rispetto reciproco si basa, ma sulla convenzionalità dei ruoli: lei a casa, ad aspettare il ritorno di lui, lui sempre troppo impegnato con il lavoro per soddisfare le pulsioni vitalistiche, i sogni infranti, le aspirazioni artistiche di lei. E in fondo poi, non sono che sciocchezze, le cose importanti sono ben altre.


La povera Clementina, dopo un'iniziale fase di innamoramento (durante la quale lei immaginava e vagheggiava orizzonti e viaggi, lui rimaneva sul vago e "nicchiava"), viene continuamente redarguita, umiliata, scoraggiata, sminuita, dall'arido compagno, il quale non sa far altro che riempirla di oggetti, una montagna di oggetti, costruirle una prigione di oggetti sotto il cui peso forse sperava di schiacciare le ardite fantasie avventuristiche di lei.
Ma non ci riuscirà.

 


Clementina sceglierà la libertà e l'autonomia, e in quanto ad Arturo...


In Storia di panini la lettura si fa più complessa.
Trattasi di un paese in cui vige una gran disparità in termini dimensionali tra gli uomini e le donne: gli uomini ben più grandi delle donne e dei bambini, la mattina andavano a lavorare nella grande città, a fare cose grandi, lasciando a casa mogli e figli, i quali passavano la maggior parte del tempo a lavorare ai panini che sarebbero stati serviti per pranzo ai papà al lavoro.
Tutto sembrava non dover mai mutare, fin quando una bambina osò avventurarsi all'interno della città degli uomini, da cui riporterà in paese notizie sconcertanti.


Quando le donne prendono atto della vanità dei loro sforzi, di come il loro lavoro venga svilito e sottostimato dai venerati consorti, indiranno lo sciopero dei panini,.
Qualcosa cambia: l'intero paese inizia a crescere, fin quando non raggiunge dimensioni analoghe a quelle della città degli uomini.



Ed è allora che nascono nuove realtà: circoli, cinema, teatri, manifestazioni al femminile; il mondo delle donne si arricchisce di apporti culturali e di vita.
La storia, chiara metafora del movimento di emancipazione femminista, è ben pensata e convincente.
La lessi a Mimi che ovviamente afferrò solo in parte, e finì col chiedermi: ma davvero può esistere un paese dove le mamme e i bimbi sono piccoli piccoli e i babbi grandi grandi?
Ed allora le ho parlato di quella che era, fino a una manciata di decenni fa, la condizione delle donne, di come la storia del libro volesse rappresentare, in termini fisici, il differente peso, e la differente considerazione riservata al genere femminile,  per tanti secoli confinato tra le mura domestiche, deputato alla cura dello spazio privato, e radicalmente escluso dalla vita pubblica, dalle decisioni, dal mondo.
Ho capito che quei libri necessitavano della lettura di un adulto, perché potessero assumere agli occhi di una bambina di oggi un valore emblematico, e che quel valore può essere colto solamente in una prospettiva storica.

Ad ogni modo, appena saputo della loro ripubblicazione, mi sono procurata all'istante due dei titoli da me più amati da bambina: Storia dei Bonobo con gli occhiali e Una fortunata catastrofe.
Ed ecco come si presentano i libri nell'edizione Motta Junior:


Titolo: La vera storia dei bonobo con gli occhiali

Autrice: Adela Turin

Illustratrice: Nella Bosnia

Editore: Motta Junior

Età: dai 4 anni







Titolo: Una fortunata catastrofe

Autrice: Adela Turin

Illustratrice: Nella Bosnia

Editore: Motta Junior

Età: dai 4 anni




Devo dire che, memore del formato in cui ricordavo i libri della mia infanzia, all'arrivo di questi esili fascicoletti con copertina flessibile, rimasi un po' delusa.
Sfogliando i libri però ho apprezzato la qualità della carta, ruvida, leggermente ondulata, e quella di stampa, che valorizza le illustrazioni, la resa tenue e sfumata dei colori ad acquarello, la linea pulita del disegno, e il rispetto per l'impaginazione originale.
Nel complesso la trovo proprio una bella edizione, elegante e raffinata, per quanto economica.

La storia dei Bonobo è la critica quanto più irridente e caustica si potesse concepire nei confronti della prosopopea maschile, presentata dal vacuo schiamazzo, dal tempo ozioso, dall'ossessiva ricerca di prestigio e dall'ostentazione di titoli insulsi, di un potere sociale che non riflette un reale valore e un reale saper fare, dell'incapacità di costruire una società migliore, che contempli le esigenze di tutti i suoi appartenenti.


Per contro le Bonobe sono spiriti pratici, lavoratrici instancabili, abili amministratrici delle risorse disponibili, e ben presto, stanche delle insulsaggini dei Bonobi, decidono di creare una nuova società poco più in là, in un bosco vicino, una comunità in cui ciascuna riesce ad esprimersi al meglio dando voce alla ricchezza che celava in sé.
Una comunità ideale, se vogliamo, al cui suadente richiamo nemmeno gli arroganti Bonobi sapranno resistere.




I Bonobi perplessi, mollati dalle Boonobe, sono costretti a rinunciare agli occhiali, simbolo di prestigio sociale, per potersi dedicare alla ricerca di semi e radici, frutti e bacche...


Anche in Una fortunata catastrofe, la storia prende l'avvio da una situazione di smaccante disparità.
Quando la famiglia Ratti viveva nel buco accanto allo sgabuzzino della cucina, la vita scorreva regolare e monotona: il papà era l'incontrastato padrone della casa, il venerato pater familiae che elargiva perle di saggezza e incantava i bambini coi racconti delle sue prodezze di gioventù, rientrava stanco la sera e pretendeva silenzio e rispetto, le pantofole, il giornale e la cena in tavola.


Il signor Ratti "al lavoro" alla SPICTAM
Ma poi tutto cambia: un allagamento nel buco che funge da casa ai topolini, costringe la signora Fiorentina, la mamma, ad improvvisare un salvataggio dell'intera famiglia in assenza del marito, ed il trasferimento in altro alloggio più scomodo e sguarnito del primo, e da allora anche il signor Ratti sarà costretto a rivedere la sua scala di priorità e ad adattarsi alle necessità della nuova vita, più arrangiata, più avventurosa, e più consapevolmente vissuta da parte del resto della famiglia, che ora è meno disposto a dar credito ai racconti delle sue prodezze.





Forse di queste due storie, rispetto alle prime presentate, mi è rimasto un ricordo più vivido e affezionato perché in fondo propongono, oltre a destrutturare, un diverso modello di famiglia, in cui integrare anche l'elemento maschile, concedendogli ad esempio, un posto vicino ai fornelli.

Le bimbe hanno apprezzato le due storie, che hanno, tra l'altro, didascalie molto essenziali e un ritmo narrativo molto spiccio, ma continuo a credere che forse sfugga loro il senso profondo delle vicende narrate, la critica insomma, la necessità di opporsi, di scegliere per sé, di creare soluzioni differenti.
E ciò è forse indice del fatto che, in quarant'anni di storia, magari un piccolo scarto rispetto alla struttura familiare e sociale degli anni '70 si sia compiuto; forse le mie bimbe non avranno bisogno di "alzare la testa" o di "tener testa" a compagni autoritari e capiufficio insolenti, o di dimostrare il proprio valore in ambiti lavorativi che esulino la loro prestanza fisica, dalla cura della casa o dall'assistenza infantile, forse non saranno costrette a scegliere tra lavoro e famiglia, non sentiranno le pressioni di una società che le vuole madri per forza perché possano considerarsi donne pienamente realizzate, o compagne amorevoli.
Forse anche sono ancora abbastanza piccole da non avvertire su di loro il peso della loro appartenenza al "secondo sesso", non hanno ancora dovuto compiere scelte, quali che siano, da giustificare.
Ad ogni modo, qualsiasi cosa incontreranno sulla loro strada, come madre non posso che desiderare che sappiano sempre sentirsi all'altezza, che non abbiano paura di confrontarsi e misurarsi, che siano consapevoli che il mondo, la società, il pensiero dominante, si possono anche cambiare, che a volte bisogna volerlo fare, e partire da qualche parte. Anche dal nostro piccolo quotidiano, nel caso.
In questo senso, forse, le storie di un recente passato, possono offrire un piccolo input di partenza.

Il post partecipa a : I Venerdì del libro.

Vi ricordo anche i link a:

6 commenti:

  1. Ma che bel post. Grazie!!

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    1. Prego. Grazie! (Scusi, tornerò!)

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  2. Non li conoscevo questi libri, assolutamente devono entrare nella libreria di mia figlia. Ho visto che dovrebbero esserci nella raccolta rosaconfetto e le altre storie......vediamo se lo trovo da qualche parte. Grazie x la segnalazione

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    1. Sì, esiste infatti quella raccolta, ma quali siano i titoli che accorpa non saprei dirtelo.
      Comunque al momento i libri sono facilmente rintracciabili, sia in libreria che on line.
      A presto!

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  3. Bellissimo post, con tante considerazioni tutte molto, troppo attuali. Rispetto a qualche decennio fa la situazione è cambiata, ma non certo quanto avrebbe dovuto o quanto ci saremmo aspettati, e siccome ormai la situazione è cambiata le ragazzine e le giovani madri di oggi sono lasciate ad annegare in un mare di rosa e di glitter che fa cariare i denti, anche se adesso è molto più normale la prospettiva di fargli fare l'università (se sopravvivono al diabete, intendo). Mi ricordo di quegli albi che ho sfogliato in libreria - anch'io li trovavo un po' troppo militanti, e poi mi piacevano molto le fiabe tradizionali perché contrariamente a quel che si dice non sono sessiste. Quel che proprio non ricordavo era la bravura degli illustratori: FAVOLOSI.

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    1. E' vero: le illustrazioni sono di una semplicità e di una efficacia insieme difficilmente raggiungibili, solo che nella vecchia veste editoriale la qualità di stampa non rendeva loro grande giustizia.
      Le storie sono ingenue, ma da qualche parte si dovrà pure iniziare per mettere in discussione lo status quo. Anche la fiaba tradizionale, che racconta una realtà che non è più la nostra, andava messa in discussione, perché potessero aprirsi nuove possibilità di narrazione, e a giudicare dall'offerta editoriale odierna per l'infanzia direi che almeno in questo campo (l'innovazione dei temi e dei contenuti) è in atto un gran fermento.
      E' vero: di strada da fare ce n'è ancora per una effettiva parità, il problema più grande oggi credo sia l'assenza di consapevolezza di ciò. Per altri versi vedo oggi un maggiore e più attivo coinvolgimento della parte maschile sui temi di parità di genere, ruoli sociali e familiari, che mi fa ben sperare in un progressivo cambiamento.
      Grazie per il commento e per l'apprezzamento.
      A presto

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