martedì 25 novembre 2014

25 marzo 2013.

La sera prima.

Il giorno in cui è nata Rania mi svegliai presto, alle 5 del mattino.
Mi svegliai con dolori all'addome, crampi sopportabili ma insistenti, che non mi lasciarono quasi alcun dubbio circa la loro natura.
C'è da dire che quella mattina scoccava per me e per la mia non-nata il termine di 40 settimane nette, non un giorno di più, non uno di meno, e forse forse qualcosa mi diceva che la cosa poteva anche accadere, quel giorno.

Quindi respirai, controllai, quando le contrazioni passarono, mi alzai.
Seduta al tavolo della cucina, rimuginavo un poco sul da farsi. Non presi caffè, quel giorno, non che me lo negassi volutamente, è che non ne avvertivo la minima esigenza: mi sentivo sveglia e vigile, lucida e consapevole come non ero stata fino a quel momento.
Quello era il giorno in cui sarebbe nata la mia secondogenita, ne ero certa, e ne ero certa malgrado per me fosse cosa praticamente nuova, questa delle doglie, dato che il parto della mia primogenita si svolse in tutt'altra maniera, esordendo con un'inondazione amniotica degna delle migliori sit-com a tema pregnant.

Il giorno in cui sarebbe nata Rania, ero seduta al tavolo della cucina e rimuginavo sul da farsi, mentre mia madre, arrampicata in cima a una scala o a una sedia, si ostinava a voler pulire lo sporco accumulato in anni di indifferenza sopra i pensili, e intanto mi redarguiva sulla mia cialtronaggine di massaia.
Ero determinata a ignorarla, come avevo fatto tutta la settimana, da quando l'avevo praticamente costretta con ricatti morali della peggior specie a intraprendere il viaggio e venire in mio supporto, ora che il tempo scadeva, e avevo Mimi ancora piccina, per la quale, credevo, la vicinanza della nonna in un simile momento, sarebbe stata utile.
Ma da una settimana stavamo ai ferri corti.
Mentre ero seduta al tavolo della cucina mia madre ripeteva che tutto era sporco, era sporco in una maniera ingiustificabile, e come facevamo a vivere in mezzo a  tutto quello sporco. Ma da quanti anni vivevamo in quella casa, ché non eravamo ancora riusciti a renderla una casa decente e abitabile?
Ero determinata ad ignorare i rimproveri acidi ciclici di mia madre; l'avevo fatto stoicamente fino al giorno prima. Ma quella mattina avevo le doglie e mi stavo preparando all'idea che di lì a poco sarebbe nata mia figlia, e non me ne fregava proprio un cazzo dei pensili luridi della cucina, allora le dissi: "Otto. Otto anni, mamma. Viviamo in questa casa da otto anni, e in otto anni non ho mai pulito sopra i pensili, va bene ora? Sei contenta?"
In un altro momento mi sarei poi pentita della rispostaccia, ma quel giorno credevo di aver diritto a un minimo di pace, cribbio.

Il giorno che doveva nascere Rania, ma nessuno ancora poteva dirlo con certezza, ad eccezione di me, che lo sapevo, accompagnai la mia primogenita al nido.
A tratti iniziavano nuove contrazioni e io mi irrigidivo, poi passava.
Cambiai mia figlia, le infilai le pantofole per il nido.
Lei pianse perché voleva infilarle da sola. Le tolse e le rimise al contrario, si rifiutò di farsele sfilare e rimetter dritte.
Non si era lasciata pettinare e aveva il moccio al naso.
Urlò quando cercai di pulirglielo.
La lanciai quasi nella sala del motorio dalla zona spogliatoio in cui mi trovavo, con le pantofole infilate alla rovescia, e i capelli scarmigliati sulla faccia, il viso appiccicato di moccio e lacrime di capricci da duenne (vedere qui cosa scrivevo appena il giorno prima).
Un po' mi dispiaceva che ci lasciassimo così, sapendo che quel pomeriggio non sarei andata a prenderla io, e non sarei stata a casa con lei, ma ero esasperata e mi faceva male la pancia. Amen.

Poi andai all'ospedale, perché avevo appuntamento per il tracciato (gergo da gravida, prego consultare glossario).
Dissi al beduino: mi sa che nasce oggi, mi lasci all'ospedale e vai a casa a prendere la valigia?
Così lui andò.

Nel corridoio attendevamo. Eravamo in tante, tutte per il tracciato, almeno sette-otto.
Aspettavo e facevo passeggiate, respiravo, sentivo il dolore farsi man mano più acuto, più profondo.
Mi facevo largo tra i visitatori; mi guardavano e pensavano: "poveraccia". Aspettavano qualcuno che si affacciasse ad annunciare la nascita del nipotino, e non si curavan poi tanto di me, che me ne andavo in giro per corridoi a smaltire doglie pre-parto.

L'ostetrica che mi fece il tracciato ci collegò alle macchine, eravamo in quattro in quella sala.
Ci chiese: siete tutte alla prima gravidanza?
Sì, dissero le altre.
Io no, dissi, sono alla seconda.
Ma non mi udì, o non considerò per buona la mia risposta.
Era una di quelle persone abituate a sentirsi rispondere solo e unicamente ciò che si aspettano sentirsi rispondere, e se qualcosa si discosta da quell'aspettativa, la ignorano semplicemente.
Così mi collegò e partì il tracciato.
Ogni tanto mi alzavo, e cambiavo posizione, quando sentivo le contrazioni più forti.
L'ostetrica si spazientì e mi chiese cosa avessi.
Dissi che credevo di avere qualche contrazione.
Guardò il tracciato e disse: e queste tu le chiami contrazioni?
Disse che, sicuro, mi mancavano almeno altri tre o quattro giorni, che mi mettessi l'animo in pace.
Però mi mandò a ripetere il tracciato, per qualcosa che non tornava, da un'altra parte, dove c'erano dei medici molto indaffarati e distratti, piuttosto seccati dalla mia presenza, che appena mi considerarono e a turno continuavano a chiedermi: ma lei è universitaria o ospedaliera? E io rispondevo: Eh?
Poi decisero che potevo tornare a casa.
Non so in base a cosa.
Il beduino non tornava più con la valigia. Dove accidenti era finito?
Dovevo aspettare in corridoio che mi dessero il foglio di via e poi potevo tranquillamente rincasare.

Invece non andò così.
Mi ricoverarono di lì a due minuti.
Due giovani ginecologhe mi videro accasciata su una panca a smaltire contrazioni in silenzio e pensarono di visitarmi.
Mi dissero: ma lei è di 4 centimetri, dove se ne vuole andare?
Intendendo che ero dilatata, intendendo (con buona pace dei miei lettori di sesso maschile, se pure ce ne fossero) nella parte di me più femminile.
Io avrei anche risposto "me ne voglio andare affanculo" ma in quel momento più che la stizza potè il dolor.
Mi mandarono di sopra in degenza e poi di nuovo di sotto in travaglio, e poi tutto veloce, così veloce, che di lì a due ore nasceva Rania.

Ora detta così pare una cosa da niente, invece fu un pochino più dolorosa a viverla da dentro, vi assicuro.
Comunque era fatta.
Erano le cinque e quarantacinque, quando nacque, quel giorno.

Dopo l'incontro di routine tra noi due, mandarono lei in neonatologia, e me in post-parto, in osservazione, un'oretta.
Arrivò Mimi, con mia madre: avevo mandato il beduino (che poi alla fine era riuscito ad arricamparsi con la valigia giusto un attimo prima che mi ricoverassero) a casa a prelevarle.
Mimi mi mancava incredibilmente, mi mancava terribilmente, iniziavo a sentirmi sola e depressa.

Mi portarono di sopra, in stanza, a recuperare la mia valigia (la famosa valigia, cazzo, ma questa non è la mia. E com'è che dentro ci sono le mie cose? Ma tutte incasinate. Ah, beduino, che te ne vai in giro a comprar valigie nuove mentre io partorisco con dolore!).
Passai un po' di tempo con Mimi che mi chiedeva se la sorellina era nata, e io dissi di sì.
Mi chiese come mai avevo ancora il pancione.
Mi chiese se tornavo a casa con lei.
Dissi che dovevo stare ancora un po' in ospedale finché non mi guariva la pancia del tutto, o qualcosa del genere.
Le diedi un braccialetto fatto col nastro della mia vestaglia da degente. Ne feci uno anche per me, con lo stesso nastro della vestaglia-cinque-euro-al-mercatino-del-sabato, così lo avremmo avuto uguale, come l'altro che mi collegava univocamente alla nuova nata.
Non volevo che andasse via, ma mia madre disse che era tardi, che era troppo tardi per una bambina che doveva andare al nido il giorno dopo. Che era importante non scombussolare le sue abitudini ordinarie.
Mia madre disse così e guardava l'orologio intanto.
Mi chiesi cosa cazzo avessi in testa quando le avevo chiesto di venire a star da noi, per aiutarci. Se quello era lo scotto da pagare. Ma non mi sarei fatta rovinare quel giorno, no: quello era il giorno che era nata mia figlia.

Rimanemmo ancora un poco insieme poi se ne andarono.
La vidi andarsene di schiena giù per il lungo corridoio dell'ospedale.
Si girò a guardarmi, la salutai, mi sembra che un poco pianse, che voleva stare con me, non ricordo; poi se ne andarono, sparirono alla mia vista.
Fu allora che scoppiai a piangere, come una scema, consolata dalla mia compagna di stanza, una ragazza che era lì per una minaccia di distacco di placenta. Una scena un po' patetica.
Mi sentivo molto stupida, ma molto sola.
Mi mancava Mimi, da matti; non ero mai stata lontana da lei per una notte intera. Era la prima volta che avrebbe dormito senza di me.

Mi cambiai, mi alzai, feci qualche passo.
Stavo bene.
Ero giusto un po' indolenzita. Avevo partorito da meno di tre ore, dopo tutto.
Chiamai l'infermiera e chiesi se potevo scendere dalla bambina. L'altra.
Mi disse, ok, ce la fai?
Sì.
Entrai alla nursery.
Chiesi di poter vedere mia figlia e me la mostrarono.
Era bella.
Somigliava molto a Mimi, quando era neonata.
La presi in braccio e un'ondata di tenerezza mi invase.
Era la mia. La riconobbi. Era proprio la mia. Ora avevo anche lei.
E rimasi così, con lei tra le braccia, un sacco di tempo, ed ero felice.

Il giorno in cui nacque Rania, tenevo Rania tra le braccia, e non mi sentivo più sola.

Qualche settimana dopo
20 mesi dopo
Adesso.

21 commenti:

  1. Sono felice che tu scriva queste cose, così posso frignare con giustificazione senza dire a tutti che sto in piena depressione.
    Comunque brave, quelle del tracciato. Accurate e gentili, proprio.

    Susibita

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    1. Son cose che prima o poi tocca esorcizzare...
      No dai, su, su: depressione no però. Si risale sempre, dai dai ( è dura, ah, se lo è!). Comunque fa bene anche frignare un po'. Allora sono contenta di averti offerto il pretesto!

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  2. Oh Suster com'è che mi commuovi sempre??
    Quindi è vero? l'amore si moltiplica non si divide... sto prendendo in considerazione di avere un altro figlio ma dentro di me ho paura di non riuscire ad amarlo come amo Giordano. Ma poi cambia? mi sento uno schifo. non c'è giorno che non ci pensi...

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    1. NO dai, non sentirti uno schifo!!! ma è normale: in fondo come puoi amare qualcuno che ancora non esiste?
      Io ho un'altra teoria: l'amore si costruisce, non si divide né si moltiplica come pani e pesci. Si costruisce giorno per giorno, ora dopo ora, sguardo dopo sguardo, faticosamente a volte, altre nella maniera più naturale che esista.
      E ogni rapporto è unico, incomparabile a qualsiasi altro.
      Un po' come quando sei piccola hai la migliore amica, poi cresci e hai tante "migliori amiche", e ogni rapporto ha la sua unicità insostituibile.

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    2. Sus, grazie è vero e ci ho pensato molto in questi giorni alle tue parole...lo sai che sabato mi ha ospitato a casa loro una famiglia di 14 componenti... sei figli dal primo matrimonio e altri sei dal secondo...mi ha colpito l'amore che regnava nell'atmosfera... e il rispetto fra tutti.
      Una bellissima esperienza che mi ha convinto fino in fondo! :-) Buona settimana, un abbraccio.

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  3. Piango e penso a quel giorno che tra qualche mese vivrò! Non vedo l'ora, ma penso anche al fatto che starò lontana dalla mia prima bimba per qualche notte e questo, come dici tu, sarà difficilissimo!
    Cmq mi fa sempre piacere leggerti! riesci ad aprire il tuo cuore e si percepisce ogni emozione!

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    1. Davvero? Che bello dai che emozione!
      Sarà bellissimo non preoccuparti.
      La prima volta ci si sente un po'le star del momento. Sei più entusiasta e incosciente ma rischi di perdere di vista l'essenziale.
      La seconda... La seconda rischi di arrivare a quel giorno distratta da mille e una questioni accessorie, ma quando ci arrivi, poi, hai occasione di vivertela davvero a tu per tu, lasciando i mondo fuori ( quel mondo che non ti considera più tanto la star del momento... )

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  4. Il tuo modo di raccontare è allo stesso tempo personale e universale. Riesci spesso a toccarmi nel profondo, senza mai essere banale.

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    1. Che belle parole... Grazie! Sapere questo mi rende davvero felice.
      :-)

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    2. Condivido, è un grande dono quello che hai!

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  5. Sei proprio brava, Sus! Che emozione :)

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  6. Ti somiglia...Questa è proprio tua...Un bacio con abbraccio. Nadia

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    1. Ah ah ah! Sì, mi somiglia. Ma sono mie entrambe! ;-)

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  7. Che lacrimoni pure io a ripensare alla prima notte senza la mia Picca...
    Si, sei proprio brava a raccontare, Suster :-)

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    1. Quella è stata la prova più difficile... :'(

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  8. Passo da te per la prima volta e...mamma mia quante cose in questo post sembrano essere le mie...a cominciare dalla mamma maniaca della pulizia e rompipalle...

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    1. Ahahaha! Beh, speravo fossero altre. ;-)
      No mia madre non è propriamente una maniaca delle pulizie, ma in quel momento stava manifestando il proprio disappunto per le mie scelte di vita e il mio non essere lei, e lo faceva nel peggiore dei modi possibili nel meno opportuno dei momenti, cosa che mi ha rafforzato nella mia ostinazione a non voler essere lei. Insomma: ordinari conflitti generazionali che forse un giorno dovrò scontare sulla mia pelle, ma con ruoli invertiti (spero di no!)
      A parte questo: Benvenuta. E' un post molto personale, forse uno dei più personali che io abbia mai scritto e mi stupisce che tu lo abbia trovato così affine... ma ciò mi fa piacere. Significa che non sono poi così stramboide e contorta! XD

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