venerdì 25 settembre 2015

Re-flussi di coscienza di mezza stagione.


Settembre è un mese strano: hai ancora l'abbronzatura sulla pelle, e cerchi già gli scatoloni dei vestiti invernali per cambiare il guardaroba delle bimbe.
L'estate che fino a poco tempo fa era sfolgorante realtà, ora è come un sogno evanescente che ti chiedi se sia stato effettivamente, non più di una manciata di settimane fa, quando te ne andavi a zonzo in infradito per sentieri sabbiosi.

Stesse cose, stesse persone, stesse scuole, stesse routine, più o meno, stessa casa, come sempre.
Arriviamo a fine mese con la consapevolezza che a settembre, bisogna solo capire bene quando, si ricomincia esattamente dal punto in cui siamo rimaste.
Le bimbe alle rispettive scuole; quelle, per fortuna, quest'anno almeno, son rimaste le stesse, così che mi rimane ancora un buon annetto di tempo per abituarmi all'idea dei grandi passi venturi.

Ed è così faticoso rientrare nei ranghi dopo una parentesi di rilassatezza che era divenuta la tua quotidianità.

Tant'è che io ancora coi pensieri mi attardo nell'estate.
In vacanza si è un po' bambini. Ci si prova, almeno, e non sempre si riesce.
I bambini non hanno realmente bisogno della vacanza: rimarrebbero fermi in un posto per tutto il tempo; per loro sarebbe sempre vacanza, se non avessero le prescrizioni routinarie imposte dal mondo adulto.
Loro la vacanza la vivono nell'assaporare il tempo, i lenti pomeriggi che passano scanditi solo dal canto delle cicale.
.Ma noi dobbiamo fare "qualcosa". Altrimenti, che ci siamo venuti a fare qui?
Dobbiamo far accadere qualcosa. Altrimenti, cosa avremo da ricordare?
Dobbiamo cristallizzare i momenti, dar loro una forma esatta, archiviarli, poi soddisfatti, diremo di aver fatto tesoro della nostra vacanza.
I ricordi dei bambini, invece, non sono etichettati, e quasi mai organizzati, quasi mai a compartimenti stagni.
Nell'infanzia il tempo è un magma indistinto, che avanza lento, e i giorni indietro sono tutti ieri, e i domani talmente lontani da rendere intollerabile qualsiasi promessa di piacere prorogabile.
Passano tra un avvistamento di scoiattoli e un tuffo in mare, talvolta sconfinano nell'immaginario, in un per sempre felici e contenti.
"Sono felice", "Sono triste"; le loro felicità e tristezze sono così netti e lineari, così evidentemente derivanti da una circostanza contingente piacevole o spiacevole, che spiazzano i grandi, che prendono tutto con la dovuta relatività.

Arriva il giorno in cui prendi coscienza che ti hanno cambiato, e che non sei né sarai mai più la stessa che eri, che la tua vita non può più prescindere da loro, dalla loro crescita, dal lor diventare, giorno dopo giorno, persone distinte da te, con una vita distinta dalla tua.
Arriva quel giorno quando magari cammini con loro verso la spiaggia, sul sentiero che dal campeggio conduce al mare, tra frasche, sterrati, dune e ponticelli, e incroci altre carovane, di gente che torna in giù, dalla spiaggia all'ovile, carica del loro minimo indispensabile per la sopravvivenza di mezza giornata, tra cui borse frigo, tende anti-sole, materassini gonfiabili, bocce e racchettoni.
Prendi coscienza che arriverà anche per te il giorno delle bocce in spiaggia, e quello del burraco serale, il temuto adagio della vita familiare che fagocita le tue certezze giovanili, ché la gioventù sarebbe stata per sempre.

Che, una volta che si è famiglia, è inevitabile il crescere non solo individuale, ma anche come famiglia.
Che arriva il momento in cui riconosci in loro abitudini non tue, parole, frasi, modi di esprimersi, inflessioni della voce di tua figlia che non ti appartengono, che non appartengono al tuo bagaglio di vita.
Le riconosci come intruse, pioniere di un fuori che è un grande mare indifferenziato di banalità e stereotipi, a non volerlo indagare, a una visione solo superficiale delle cose del fuori, delle relazioni tra individui, del vivere comune, del mercato globale, della comunicazione di massa, dell'appiattimento culturale, dei bisogni superflui, della mercificazione del tempo e dei rapporti, di tutte quelle cose che ti fanno orrore e non hai scelto per loro, ma ci sono, giusto là fuori.
Arrivano segnali di quel fuori lì, magari in un commento di tua figlia che lascia intravedere un'inaspettata critica al tuo modo di essere, e di essere famiglia, alle tue scelte, al tuo ostinato non capire certe cose e non lasciar loro lo spazio per lasciarsi capire, e tollerare, solo perché ti sei ostinata a pensare che non ne vale la pena, e ti senti già appartenere alla generazione passata, dei vecchi che non si sanno più aprire al nuovo, alle opportunità del fuori, di quel fuori da cui tenevi tua figlia ben riparata, con sforzi immani di non-omologazione.
Ed è proprio lei che inizia ad acquisire dimestichezza con quel fuori, a saggiarne le qualità e le potenzialità, come sul ghiaccio per vedere se regge, a scrutare in quel mare e a distinguervi universi particolari, individualità da cui attingere quel che vorrà, modi di essere a cui vorrà somigliare, o che rifiuterà come non suoi, e di qualcosa si impossesserà e me lo riproporrà, come una sfida al MIO modo di essere.
Magari basta un banale: "Ma perché noi non ci andiamo mai, alla Baby dance?" per metterti nell'imbarazzo di una risposta adeguata.
E allora sarà impossibile dire, semplicemente, come in una comitiva di amici a cui piace fare cose diverse: "Beh, è stato bello finché è durato. Ora ognuno per la sua strada, eh?" E allora sarà impossibile anche dire: "Beh, o stai alle mie regole, o ciao".


4 commenti:

  1. Un applauso per la descrizione di "quel fuori".
    Anzi, mi alzo in piedi per questo post.
    Cuniata

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    1. Cuniata,.. addirittura sanding ovation?

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  2. Re-flussi indigesti anche da queste parti, a rendere agrodolce l'estate appena trascorsa, insolitamente poco faticosa,
    che mi ha messa spesso di fronte ad esperienze di sapore ibrido che in cucina detesto e in effetti detesto e basta.
    Al solito osservazioni acute e per niente facili da verbalizzare.
    Solidarietà :)
    Conni.

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    1. I miei flussi e reflussi di coscienza mi portano un po' ndo cazzo je pare a loro. Ho la sensazione infatti che sempre più spesso arrivi a capirmi da sola, e nemmeno del tutto... Sono lieta che invece esista qualcuno che coglie il senso del mio verbalizzare a vanvera.😁

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