venerdì 12 febbraio 2016

Libri: domande importanti

Io chi sono? Cosa ci faccio qui? Perché esisto?
Mimi ha iniziato a porsi domande di questo tipo molto presto, cogliendomi spesso alla sprovvista, e nell'imbarazzo di non avere una risposta adeguata alle sue richieste, a volte perché si trattava di domande volutamente destinate a non averne, che si confrontavano direttamente con la vertigine dell'infinità: del tempo, dello spazio, con il prima del prima e con l'oltre dell'oltre, con l'eterno, con l'infinito, e con la loro assurdità logica.
Sembrano domande troppo grandi per una bambina piccola. In genere pensiamo che i bimbi non se ne pongano di questa portata, non subito, almeno, perché i bambini, si sa, prendono per buono ciò che c'è, sono troppo presi ad imparare, prima, ciò che possono toccare, vedere, e che i loro perché riguardino solo il mondo contingente.
Forse troppo spesso li sottovalutiamo, senza renderci conto che loro, più di noi, devono spesso sentirsi come dei piccoli astronauti piovuti, non si sa come, in un mondo sconosciuto di cui stanno, con fatica, curiosità, entusiasmo, incredibile spirito di adattamento e intuito, gradualmente scoprendo regole e funzionamento.

E' di questo, forse, che parla Il bambino tra le pagine, delizioso albo illustrato di Peter Carnavas (un autore che credo valga la pena tenere d'occhio):




Titolo: Il bambino tra le pagine

Autore: Peter Carnavas

Editore: Valentina edizioni, 2015

Età: dai 4 anni



Il bambino in questione, inizialmente, non ha neanche un nome: è un bambino e basta, che un giorno, chissà come e chissà perché "atterrò sulla pagine di un libro".
Scopriremo poi che questo bambino, Peter, rappresenta forse un alter ego dell'autore stesso, ma la cosa non ha effettivamente una grande importanza, giacché la storia di Peter è un po' la storia di tutti noi.
Dunque inizialmente il bambino si guarda intorno: è solo, non c'è niente oltre a lui, e lui stesso non è ben definito. Le primissime immagini lo vedono infatti ritratto solo a matita, i contorni, incerti, che delineano la sua esistenza, si riempiono gradualmente di colore.
E' bello il parallelo tra il processo creativo dell'illustrazione e l'esistenza, che pone il lettore in una prospettiva esterna al racconto, eppure partecipe, perché in una dimensione quasi metanarrativa, noi sappiamo che il libro in cui vive Peter è proprio quello che abbiamo ora tra le mani, e per quanto egli al momento si senta smarrito e confuso, quasi sorpreso da questo suo improvviso e inspiegabile esistere, noi sappiamo che è lì per uno scopo.
Se c'è un libro, c'è una storia, e se c'è un personaggio in questa storia noi sappiamo già che questo personaggio è lì per un motivo, perché senza di lui non ci sarebbe storia.
Noi, insomma, rispetto a lui abbiamo un piccolo vantaggio: il libro, tra le nostre mani, è già una storia compiuta; dobbiamo solo sfogliarne le pagine per sapere come evolverà.
Nella dimensione di Peter invece non c'è storia, non ancora almeno, non c'è mondo, sta a lui inventarla, sta a lui costruirla, senza sapere dove approderà, senza sapere cosa esattamente ci si aspetta da lui.
Muoversi nel nulla deve essere decisamente disorientante.


 

L'apertura "in medias res" ha il pregio di andare subito al punto, senza creare precedenti, senza spiegazioni accessorie, che al protagonista non vengono fornite.

Mi piace molto il fatto che si sia portati a riflettere sull'oggetto libro, sulla narrazione come metafora dell'esistere. Questo incipit mi ha ricordato un librino muto della mia infanzia il cui protagonista era un topolino chiuso in un libro: "C'era una volta un topo chiuso in un libro" (eccolo!).
Però, malgrado questo libro prendesse le mosse da una situazione analoga, lo sviluppo della storia di Peter va in tutt'altra direzione rispetto a quella del topino chiuso nel libro.
Il topo è confinato in un universo letterario asettico, fittizio, che gli impedisce di "vedere al di là" del bianco della pagina. Utilizzando le sue risorse, i suoi formidabili incisivi da roditore, il topolino però riesce, non solo a sbirciare fuori dal libro (gli si apre un meraviglioso paesaggio agreste in cui ci viene subito voglia di planare anche noi), ma anche a "trasformare" la pagina stessa, prima ostacolo e barriera al mondo reale, nel mezzo che gli permetterà di tuffarsi in quel mondo, e, finalmente, farne parte.

Immagine presa da qui.
Il mondo di Peter invece non è una finzione letteraria: l'unico mondo possibile per lui si apre e si chiude tra le pagine del libro stesso, e inizialmente, come dicevamo, anche questo mondo è pressoché bianco. Il nulla.
E' un mondo però in divenire, un mondo che prende forma davanti ai nostri occhi, mano a mano che il nostro protagonista ne fa la conoscenza.
Conoscere è conquistare, conoscere è acquisire coscienza, è "esistere con"  ed è "esistere dentro"; conoscere è la possibilità di costruirci un nostro universo interiore, tanto più ricco e vario quanto più vasta sarà la nostra conoscenza del mondo esterno, che solo allora esisterà veramente per noi, esistendo in noi.
Bastano poche pagine infatti, ed ecco che, piano piano, così come Peter si è venuto delineando dai pochi tratti di matita del suo creatore, anche il mondo intorno prende forma e vita, la pagina di anima e si riempie di forme e di colore, di paesaggi, di elementi e personaggi con cui il nostro protagonista può interagire.
Intorno a lui cresce pian piano un intero universo da scoprire.
E anche noi capiamo via via che non si tratta di una storia come un'altra: questa è esattamente la nostra storia, la storia di tutti, che le pagine del libro di Peter altro non sono che le pagine della nostra vita, che sta a noi riempire di personaggi, di avventure e di emozioni.
Il nostro mondo cresce assieme alle nostre scoperte, e tutto inizia ad esistere davvero per noi nel momento stesso in cui lo viviamo.

La conoscenza è certo un grande stimolo quando si cresce, e si vorrebbe scoprire sempre di più di questo mondo che ci è dato di abitare, eppure non basta a farci sentire ancora "nel posto giusto", a farci capire perché anche noi siamo lì, a condividere col mondo la nostra porzione di esistenza.
La domanda torna così martellante nel libro: "perché era lì?" Ancora non lo sapeva, ma nel frattempo, giacché c'era, tanto valeva approfittarne.
E così Peter sperimenta, viaggia, gioca, si diverte, cresce, vive, impara, esplora, si rende utile aiutando chi è in difficoltà, offre ospitalità e amicizia, crea una rete di relazioni che cambiano definitivamente quel suo mondo, che non è dato una volta per tutte: noi abbiamo il potere di modificarlo, di renderlo più nostro.
Come dire che la conoscenza da sola non basta, per far parte realmente della propria storia bisogna trasformare le cose; è allora che ci diventa su misura, è allora che iniziamo a trovare uno spazio che ci appartenga davvero.







Risulta chiaro come anche il fare sia una maniera per riempire quel buco esistenziale, per eludere quell'interrogativo senza risposta plausibile.
Il fare, il costruire, appartengono più all'età adulta: sarà forse questo il motivo per cui, noi grandi, ci affanniamo tanto intorno a degli obiettivi, a dei traguardi, a dei progetti da portare a compimento, perché tutti questi piccoli obiettivi sono un momentaneo palliativo, ci forniscono a breve termine una risposta, una giustificazione, una motivazione del nostro essere al mondo. La nostra vita stessa diventa quel fine.
Eppure... quanto spesso ci capita ancora di perderne il senso, quante volte abbiamo l'impressione di affannarci dietro obiettivi fittizi? Che tutto il nostro costruito finora, che tutto il nostro sistema di valori altro non sia che fumo negli occhi? Che il motivo vero deve trovarsi più in là, se pure c'è, perché abbiamo profonda necessità che ci sia un motivo. Il vivere e basta non ci sembra sufficiente.

E infatti non basta questo a saziare l'ansia di risposte del nostro protagonista.
Il più grande interrogativo torna martellante a farsi vivo in lui: ancora non sapeva perché era lì.
E inseguendo questo interrogativo Peter proverà a lasciare quella pagina, a saltare fuori dal libro.
Come andrà a finire?


Ancora una volta personaggio e autore giocano con i confini fisici della pagina, e per un attimo l'effetto è straniante.
Rimarrà vuoto il libro, ora che il protagonista della storia lo ha abbandonato?
E nell'ottica in cui abbiamo letto finora la storia, come metafora dell'esistere, cosa può voler significare il fatto che il personaggio possa, volendo, uscirne?
Ci avevano provato, ricordo quando lo lessi, anni fa, i personaggi de Il mondo di Sofia, lasciandomi a 15 anni confusa e perplessa, perché questo è a tutti gli effetti un punto di non ritorno.
Se il protagonista esce di scena, se sceglie di sottrarsi alla pagina, si sottrae anche al nostro sguardo indiscreto. Non ci è dato sapere cosa troverà, dall'altro lato, si può solo supporre che da quel momento, nella dimensione che gli è nota, il nostro personaggio cesserà probabilmente di esistere. Chissà se sarà questa la strada giusta per trovare le risposte ai suoi perché.
Semplicemente, un personaggio esiste per volere del suo autore, e sottrarsi a questo volere, può voler dire per lui solo una cosa: cessare di esistere; scegliere quindi, di fronte all'angoscia di risposte mancanti, di non porsi più alcuna domanda, di non chiedersi più "perché sono qui", per il semplice fatto che non si è più nulla.
E infatti le due pagine successive al salto tornano ad essere pressoché bianche.
Dal nulla sei arrivato, e al nulla tornerai, o uomo?
La risposta, come certo ci aspettavamo sin dall'inizio, non può che giungere nel finale, e ci sembra così a portata di mano che ci chiediamo tutti se davvero occorreva spingersi così vicino ai confini del mondo fisico, della logica della narratività, per scoprire cos'è che rende la nostra esistenza degna di essere tale, per scoprire che accidenti ci stiamo a fare tra queste pagine della Storia, per un momento infinitesimale e senza uno scopo apparente.
L'autore e il personaggio, o meglio, l'autore-personaggio, lo trovano, questo perché, nella rete di affetti che intessiamo, in ciò che di noi lasciamo agli altri, in quello per cui saremo ricordati una volta che, davvero, lasceremo definitivamente la scena, ad altri, nel bello e nel buono che avremo profuso, nel percorso fatto che, una volta tracciato, rimane ben visibile dietro di noi; ora sì, sembra aver avuto un fine ultimo, sembra aver sempre puntato in una data direzione, sembra che non potesse mai andare altrimenti che così.

Insomma, il libro affronta un tema grande, con parole semplici, è vero, ma tentando di esprimere concetti forse non immediatamente decifrabili.
O forse ho viaggiato molto di elucubrazioni, cercando di trovare un significato chiaro alla storia, che, devo ammettere, di primo acchito non è che mi avesse del tutto convinta, e mi sembrava che si arenasse un po' sul finale, senza sapere più dove andare a parare.
Probabile che dal punto di vista di un bambino, la vicenda si riduca ad un divertissement, la curiosa crisi di identità del personaggio d'inchiostro, desideroso di valicare i confini del suo universo cartaceo bidimensionale. O forse anche questo è ancora un livello di lettura piuttosto complicato per una lettrice come la mia Mimi, che questo libro lo ha ricevuto in dono per i suoi cinque anni, ma certo il messaggio finale è chiaro: parla il lessico dei sentimenti, della cura dell'altro, dell'amore, come risultante di una ricerca, come fattore di innegabile appagamento e legittimazione a riconoscersi nel posto giusto, perché è esattamente quello in cui vorremmo stare.

- Mamma, ma può succedere davvero?
- Cosa?
- Può succedere davvero che un bambino finisca dentro un libro?
Ecco, a questa lettura, così letterale, così immediata, io non sarei mai arrivata.
Magari il senso è proprio questo: un giorno qualsiasi della tua vita reale, inciampi, e finisci dentro una storia, come l'Alice Cascherina di Gianni Rodari. Chissà. E alla faccia dei pipponi esistenzialisti.

Malgrado la complessità dell'argomento, la narrazione prosegue poi spedita e spensierata, infilando uno dietro l'altro una serie di episodi surreali della vita di Peter, nel suo divenire da bambino, prima un ragazzo, poi un uomo maturo, ma sempre mantenendo intatta la capacità di calare nel quotidiano un elemento di straordinarietà, per esempio facendo crescere un alberello dentro un vecchio wc, o scegliendo di avere una giraffa come animale da compagnia, e una casa intonacata a pois e fiorellini viola.
La sua vita sembra dispiegarsi nella totale libertà dell'immaginabile, colorando quelle pagine bianche dei toni e degli umori che la rendono unica, fatta su misura per il suo proprietario, libera dalle convenzioni imposte e apparentemente anche dalle difficoltà materiali che ogni esistenza si trascina dietro, forse perché poi, nel racconto che ogni vita diventa, le note salienti sono proprio quegli episodi, quei dettagli, quei colori, che fanno di ogni storia qualcosa di unico, e immediatamente distinguibile.
Costruite la vostra storia, bambini e bambine, ma che sia la vostra, mi raccomando, e non fatevi dire da nessuno quale sia il vostro scopo, a cosa dovete puntare.
Sarà la vita stessa a farvelo capire.

Il post partecipa a : I Venerdì del libro.

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8 commenti:

  1. Tu non sai come ammiro la tua capacità di raccontare questo libro... Mi hai fatto venire davvero voglia di prenderlo! Chissà come lo leggerebbero le birbe di casa?

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    1. Grazie per il bel commento lusinghiero. Ho dovuto ragionarci molto sopra per cercare di capirne il senso reale. Immagino che bastasse molto meno. Le mie bimbe, comunque, lo apprezzano a prescindere dal significato escatologico, e questo è un bel sollievo!

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  2. Non lo conoscevo, molto bello, grazie!

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    1. Neanche io conoscevo l'autore, che sto scoprendo man mano con una serie dei titoli interessanti...

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  3. Non conoscevo questo libro ma la tua narrazione e le tue spiegazioni e riflessioni, non mi lasciano altra scelta: devo leggerlo con il ricciolino!

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  4. hai riportato tra le righe del tuo post, molta magia... è un bene che te l'abbia ispirato..

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    1. Grazie, grazie, e grazie ancora. È una tematica che mi ha sempre intrigato. Sarà per quello? Anche io sono sempre stata una bambina in cerca di risposte, e non sempre le trovo.

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