lunedì 29 febbraio 2016

Amata solitudine


Avere un compagno che saltuariamente si assenta per periodi più o meno lunghi ha i suoi pro e i suoi contro.
In genere, quando è a casa, riesco a vedere più facilmente soprattutto i pro del non averlo tra i piedi.
Gli aspetti negativi emergono solo dalle assenze più prolungate, e riguardano soprattutto le bambine e la difficoltà di gestire le loro (legittime) reazioni emotive alla distanza paterna.
Sarà che quando è a casa è incredibilmente, straordinariamente inattivo, ingombrante, intralciante, invadente gli spazi e i tempi altrui.
Sarà che nell'ambito dell'organizzazione familiare il fatto che lui sia presente o meno è un particolare assolutamente poco rilevante, non fosse per il fatto che c'è più bucato da infilare in lavatrice e più pasti da preparare, più piatti da lavare e via dicendo con le lamentazioni della casalinga frustrata.



Ma la verità più vera è che io sono tremendamente attaccata ai miei momenti di solitudine. Ne ho bisogno più del pane, ché i carboidrati si sa che non fan troppo bene alla lunga; ne ho bisogno come dell'ossigeno.
Ossigeno per i miei nervi, per i miei pensieri, per le mie celluline cerebrali, che funzionano meglio quando lasciate in pace.
Sono un animale solo parzialmente sociale e richiedo periodicamente momenti di ossigenazione da vicinanza umana.
Funziono meglio nella più perfetta solitudine, potermi gestire del tempo in totale, assoluta egemonia mi galvanizza, mi fa vivere nella convinzione che quel giorno il mondo è in mano mia, che quel giorno realizzerò, farò, progetterò, delibererò, sola camminerò, qualche cosa di sicuro io farò. Dettagli poi se mi sputtano quelle preziose gocce di solitudine nel cazzeggio più insensato.
Tipo ultimamente mi sono scaricata, "per Mimi" il gioco dei My Little Pony sul telefono; quei dannati pony mi fottono più ore libere di una seduta di pedi-manicure.

C'è il fatto che quando c'è qualcuno in casa non riesco a scrivere: per scrivere tranquillamente e produttivamente ho bisogno della mia solitudine, del mio ossigeno, e quando finalmente arriva, tutti i pensieri mi si accavallano nella mente, rimango a fissare lo schermo luminoso senza venire a capo di uno solo di essi.
Scrivere mi sta diventando faticoso, un immane sforzo cerebrale, tanto più grande quanto più rare si fanno le occasioni per farlo.
Sto perdendo l'attitudine alla scrittura.
E per quanto mi racconti che probabilmente è normale, e magari anche salutare, che forse mi sto pian piano proiettando sempre più verso un fuori di me che è più fare, amare, realizzare, vivere, il dentro chiama forte, e a volte grida, che anche lui è vivere, amare, e sentire, e che ha bisogno di spazio, che si sente soffocare lì, stretto tra il mio utero in espansione e la mia cassa toracica, che se continuo ad ignorarlo mi farà vedere lui, che mi ridurrà in briciole, e che non gli sto rendendo affatto giustizia, che dovrei dar voce a molte cose che gli passano per le meningi e che rimangono pensieri un po' fumosi, per quanto validi, perché non sono in grado di dar loro una struttura.
Mi impongo spesso la brevità come soluzione alla mia presunta mancanza di tempo e solitudine, ma poi non ne sono capace; sono caotica e dispersiva.
E mi dico ancora, è normale, quando uno cresce, e le priorità diventano altre da quelle di un'adolescente tutta concentrata sul suo mondo interiore, e ci sono le figlie che crescono, anche se tu pensavi all'inizio che tutto sarebbe tornato come prima, cresciute loro, cresciuta la prima, che tu saresti tornata quella di prima, e anche la tua vita, press'a poco, le tue elucubrazioni e la tua solitudine legittima.
Invece ora sai che non è e non sarà più così, che la tua vita deve far spazio ad altre presenze, che ogni cosa ha un prezzo e che non è detto che questo prezzo sia da rimpiangere in relazione a quello che hai guadagnato.

A me la mia vita tutto sommato piace. Sono fondamentalmente innamorata delle mie figlie, e fondamentalmente le mie giornate girano intorno a loro.
Mi entusiasma quasi quanto entusiasma loro programmare un attività con e per loro, che ne so, una gita, un pomeriggio sul mare, anche una sciocchezza, e il fare qualcosa per e con loro giustifica e dà un senso alla maggior parte del mio vivere.

Eppure mi manca, di quando in quando quella solitudine perfetta.
Quel perdere la nozione del tempo in una giornata uggiosa di febbraio senza orologio alla mano, e perdere anche tempo, con la consapevolezza di perderlo in scemenze, senza senso di colpa.
Quel pigro scivolare inconcludente dei miei mercoledì pomeriggio che erano il mio giorno di riposo dal lavoro al ristorante, o i film in bianco e nero guardati in solitaria sul pc fino a tardi, quando ancora era possibile per me di riuscire a rimanere vigile oltre le ore 22.
Qualcosa è cambiato, e va bene anche così.
Loro cresceranno e si costruiranno una vita fuori dalle mura domestiche, fuori dal mio raggio di azione, fuori dalla mia presenza, e allora, forse, quella solitudine mi farà paura, malinconia, tristezza, e rimpiangerò persino i "mamma!" urlati dall'altra camera mentre me ne sto seduta sul wc.

Siamo animali perennemente insoddisfatti, mi sa, perché la nostra mente spazia troppo spesso dal prima al dopo, invece di rimanere fissa sull'ora, come fanno i miei gatti, come fanno le mie bambine, per cui tutto quello che non è oggi, era "ieri", tutto quello che sarà in un tempo lontano sarà "quando sarò grande", che per loro è ancora un'irrealtà, e se mai sarà, ora non mi riguarda.

E forse è vero che più hai tutto e più stai lì a sospirare per quello che ti manca, un po' come nella fiaba del pesce magico. Eppure forse il bello è proprio questo sognare l'altrove, il prima scomparso, la solitudine perduta, o immaginare futuri radiosi, sognare bambine che non esistono ancora, pregustando le gioie rosee della vita familiare, dove i fastidi del gomito a gomito di tutti i giorni non sono contemplati; o crogiolarsi i primi tempi nei fumi dell'innamoramento che ti fa vedere nell'altro prospettive di una vita nuova e diversa, senza la noia della quotidianità, che esaspera i difetti dell'altro, logora i nervi e toglie lo smalto ai sogni.
Vivere come i due vecchietti di Up, una vita modesta e ordinaria, ma senza mai smettere di sognare le Cascate Paradiso, senza smettere mai di programmare quel sogno, di mettere da parte i risparmi, anche se la vita fa prima di te e ti frega per un soffio, e alla fine poter dire comunque:"Grazie per la magnifica avventura".

Che poi, magari, capace che riesci ad andarci davvero, alle Cascate, attaccando a casa tua qualche migliaia di palloncini gonfiati ad elio.
Non si sa mai.

2 commenti:

  1. Io ti ho scoperta per caso ma da questo momento non ti mollo. Sappilo. Quanto alle Cascate, confido di andarci anch'io, viva o morta. :)

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