martedì 10 maggio 2016

Memorie sparse e bipolarismi di una donna gravida quasi a termine

Beh... sto per dire delle gran banalità, ma è da non credere come il tempo a volte scivoli via insidioso e silenzioso, veloce che non lo afferri, subdolo che non te ne accorgi, finché...
Dove cazzo è andato a finire tutto questo tempo?
E tu avevi un sacco di progetti, un sacco di cose da fare PRIMA, quando ancora ti sembrava di averne più che a sufficienza. Ma insomma.
Il succo è che il mio tempo è quasi scaduto, e io non è che mi senta proprio preparata al grande salto ma babbé, come dice Rania, che è la diplomatica della famiglia, accomodante per costituzione, e quando fa un guaio smorza ogni incazzatura sminuendone la gravità: "E babbé, mamma, non shuccede nulla". Come darle torto.
Ogni tanto occorre lasciarsi andare al corso degli eventi, dare voce ad un certo fatalismo che risiede negli strati più sotterranei del nostro animo, e allentare il controllo, o almeno quello che crediamo di avere sulle cose, sulla nostra vita, sul tempo, appunto, che non ci sembra mai sufficiente, chissà perché.




A volte ripenso alla sensazione che avevo durante il mese che passai in Libia, tra le donne della famiglia del Beduino (ne parlavo qui, anni fa, ohibò), sulla percezione differente che ne avevano loro, del tempo, come se non fosse un avversario da sfidare e vincere, ma un compagno di strada, da assecondare in base agli umori e alle possibilità offerte al momento, e che in qualsiasi modo tu decida di impiegarlo, anche stando in casa a sgranare piselli, attività quanto mai oziosa e frustrante (perché faresti assai prima a comprarteli surgelati), in qualsiasi oziosa attività dicevo tu decida di impiegare il tuo tempo, puoi sempre trasformarla in un'attività fruttuosa, ricca in rapporti, scambi di parole, pensieri, esperienze, ricca in momenti, che assapori e guardi passare in serenità.

Io invece non riesco mai a contemplare così serenamente il passaggio dei momenti; li vedo accavallarsi con ansia, li guardo con terrore scorrere via e avvicendarsi a velocità vertiginose, e ho ancora un sacco di cose più importanti da fare, e accidenti, è già ora di andare a prendere le bimbe a scuola.
C'è qualcosa di malato nel nostro rapporto col tempo.
Tutto questo per dire che mi sono imposta di lasciar andare.
Avevo pensato di portare le bimbe a fare qualcosa insieme di diverso, tipo di portarle al cinema, e chissà che io non ci riesca, in questi ultimi giorni di solitudine a tre. Ma se poi non dovessi riuscirci, ché le energie sono misurate col contagocce, e le uscite da scuola sempre sul filo del rasoio, pazienza, non me ne farò un cruccio.

Mi rendo conto che spesso considero l'avvicinarsi di questo "lieto evento" con lo stato d'animo del condannato che vede avvicinarsi l'ora del patibolo.
Ricevo i complimenti e gli incoraggiamenti della gente intorno che incontro al nido, ai giardini, sotto casa, al supermercato, e ovunque io porti a spasso il mio poco discreto panzone, con malcelato fastidio.
- Oh, che bello, ci siamo quasi eh?
- Non ce la fai più, vero? Dai, che ci sei quasi, ormai manca poco!
E invece io, cazzarola, non che non sia stanca di dolori e rotture di palle varie legate al magico momento della gravidanza, ma nemmeno smanio per affrontare quella che vedo come l'impresa titanica cui mai essere umano abbia messo mano, piede, o altra parte del corpo.
Detto tra noi mi sto parecchio cagando sotto, spesso piango, raramente mi sento serena, per la quasi totalità del tempo sono di umore instabile, precario, prossimo al tracollo, perdo la pazienza facilmente con le bimbe, mi incazzo sovente con il Beduino, perché non c'è mai, perché non capisce niente, perché riesce sempre a stupirmi per l'opportunità delle sue scelte, tipo quando a due settimane dalla mia DPP trova indispensabile andarsene cinque giorni a Parma per presenziare una fiera, o lascia il terrazzo smerdato per una settimana perché aveva deciso improrogabilmente di ridipingere le mura esterne di casa, dilazionando questa attività in diverse giornate, così che qualcun altro, chissà mai chi, sia costretto a pulire in più riprese, onde evitare che il pavimento di casa diventi in breve un troiaio di polvere e fanghiglia gialla.
Ma non divaghiamo.

Mi sento ultimamente alquanto incazzata, piuttosto sola, molto trascurata.
Mi piacerebbe rimanere a casa a crogiolarmi da mattina a sera nella mia autocommiserazione, ma purtroppo ho le bimbe che me ne tirano fuori almeno due volte a dì per accompagnamenti casa-nido-scuola, e quando al ritorno da scuola ti fermi con loro a giocare ai giardini e l'aria di maggio ti porta profumi di gelsomini e canti di uccelli, il tepore del sole sulla pelle e una schiarita improvvisa tra nuvole capricciose, il tuo umor nero vacilla, e addio autocommiserazione, con tanta dedizione coltivata.
Quindi insomma, come il cielo di maggio mi rabbuio e mi rischiaro.
Mi sento in balia del tempo e degli eventi, vado avanti senza pensare troppo al dopo.
Ma il dopo si avvicina. La sera scendo a portare di sotto il bidoncino della raccolta differenziata e mi stupisco dell'aria tiepida, della sera chiara, della stagione inoltrata.
Che sembrava così di là da venire e invece è arrivata, a tradimento.
Ho preparato la valigia per l'ospedale, non senza una buona dose di angoscia e l'ho messa sotto il letto.
Mimi ci ha messo dentro un disegno "per ricordarmi di lei e Rania quando sarò all'ospedale".
Naturalmente ho pianto sul disegno, e poi l'ho messo in una bustina di plastica per poterci piangere ancora e ancora copiose lacrime di rincoglionita.
Ho pianto mentre sfoderavo vestitini mignon e ne sceglievo alcuni da infilare in suddetta valigia e ho pianto tirando fuori quelle oscene vestaglie del mercato di tre anni fa, con i bottoni aperti sul davanti e i motivi fiorati.
Piangendo ho preso appuntamento per le ultime visite, piangendo son venuta via.
Piangendo ho sfogliato album con dentro le mie bimbe di varie età, e piangendo mi son detta: "Ma che cazzo c'è da piangere?"
A volte, quando qualcuno mi chiede: "Come stai?" Mi viene da piangere.
Vorrei poter dire che sto una merda ma poi non saprei spiegare esattamente il perché, e allora dico "bene" e vorrei che fosse vero.
Vorrei scrivere qualcosa di bello su questa nuova nascita che si avvicina ma non ci trovo al momento nulla di bello, e so che ciò è abominevole, cioè, io sono abominevole.
Penso a quando starò in ospedale, sola, su un tavolaccio da macellaio come carne da smembrare, penso a quando tornerò a casa e tutto sarà diverso, e non so ancora come, e mi fa paura, una paura terribile dell'ignoto, che non lascia spazio all'emozione, alla trepidazione, alla gioia impaziente.

La cosa più difficile del diventare madre non sono in realtà i dolori del parto.
Non è la gravidanza con tutti i suoi fastidi, né le privazioni che comporta; non è l'astinenza da alcool, farmaci e tutto il resto, i malanni che non passano, il mal di schiena, lo stordimento.
La cosa più difficile non è neanche accettare il tuo corpo che cambia, non poterti vestire, la fatica e l'ingombro della tua nuova mole, che non fai in tempo ad abituartici, che già sei più grossa ancora, e nemmeno le nausee del primo trimestre (anche se, sono una bella prova di amore e tenacia).
La cosa peggiore secondo me, è questo senso del cambiamento imminente e irreversibile, questo senso del "mai più" che incombe sempre più prossimo, e tu sai che non sarai più la stessa, e la tua vita non lo sarà, che magari ti piacerà un sacco anche dopo, magari pure di più, e sarà bellissimo, ma questa parte della tua vita sta finendo, e non tornerà. E, sì, ora comprendo, quando si parla di nascita e di morte come due elementi indissolubili di un unico ciclo.

Ieri era la festa della mamma.
Le bimbe hanno giocato giù in giardino tutta la mattina, sentivo da sopra di quando in quando le loro urla a 120 decibel, la voce "da ombrellaia" di Rania.
Sono tornate con le mane piene di fiorellini stropicciati e abbiamo pranzato saltandoci la pasta del giorno prima.
Abbiamo passato una serata tra donne a casa di Maia, a sorseggiare succo di mela dalla terrazza al quinto piano, con vista torre e panorama di tetti di cotto, e abbiamo ordinato tre pizze per cena, due per noi grandi, e una margherita a mezzo per le bimbe "con pomodoro e mocciarella micchiati", mangiando sul letto davanti a Rai Yo Yo, e io ho pensato che era tutto bellissimo ma anche molto triste, perché stava già passando, e quasi quasi avrei pianto anche allora.
Ma poi Rania ha fatto una scoreggia "enomme" e mi è venuto da ridere.
E' stata una bella festa della mamma, sufficientemente scafata, molto nostra, per nulla melensa.

La sera continuo ad addormentarmi nel letto delle bimbe e ad alzarmi alle due tutta incriccata.
La mattina continuo a faticare a svegliare le bimbe e arriviamo sempre tardi.
Quello che c'è di nuovo è che alcune notti mi sveglio di soprassalto intorno alle tre ricordandomi di non aver portato di sotto il bidoncino dell'umido.
Sono le gioie della raccolta porta a porta. A vote non riesco a dormire finché non mi alzo e non porto in strada quel cazzo di bidone. Non so se sono proprio normale.
Comunque stasera, dal terrazzo, ho guardato verso il giardino del carcere e l'ho visto punteggiato di papaveri. Ho chiamato le bimbe perché vedessero ma quelle stavano giocando a "Elsa e Anna battagliere" e non mi hanno cagato. Erano così belli che, quasi quasi, indovinate, mi veniva da piangere.
Poi si è fatto buio e nel giardino sotto casa ho visto brillare le lucciole.
Tutto questo e molto di più.
Se non scrivo più fino al parto, mi piacerebbe chiudere il post sconclusionato e lacrimoso con il luccichio delle lucciole.
A presto, spero.

Vista dalla terrazza di casa di Maia sorseggiando succo di mela

15 commenti:

  1. Non ho parole di incoraggiamento, ma solo comprensione perché al posto tuo sarei messa allo stesso modo, o forse peggio

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  2. Ragazza, ce la farai anche questa volta e tutto si sistemerà in un nuovo (precario) equilibrio col tempo. Abbi fiducia nelle tue risorse :)

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  3. Mi permetto di suggerirti che molte volte chiedere aiuto è una grande prova di forza non di debolezza e non si tratta di una delle tante frasi fatte. Un abbraccio.

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    1. Sono d'accordissimo!
      Quella forza spesso mi manca.

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  4. Hai cambiato casa e siccome questa era pressapoco la mia zona lì a Pisa, l'ho riconosciuta. In un pezzo del tuo racconto mi è venuta su una nostalgia di quei due anni che non ti dico. E' bastato il pezzo in cui dicevi di sentire l'aria tiepida che subito ho immaginato il momento primaverile in Toscana e quel passaggio dal freddo al caldo (e lì, via ricordi di vari momenti). Mi piace come scrivi e come descrivi le tue emozioni. Capisco il tuo stato perché ogni fase di transizione è diversa ma in parte uguale, con tutte quelle emozioni del "tra poco cambierà tutto". E' un po' una violenza il cambiamento ma poi, spesso, quando arrivi ti accorgi che non era poi così vale e addirittura, certe volte, è pure meglio. Il tuo sarcasmo mi piace molte :)

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    1. Non ho cambiato casa! Eravamo da un'amica!

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    2. Ok, allora ti visualizzo sempre nella stessa :D

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    3. (abitavi su via di Pratale? Ma qui non ci torni più? Nel caso batti un colpo eh!)

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    4. (abitavi su via di Pratale? Ma qui non ci torni più? Nel caso batti un colpo eh!)

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  5. Coraggio piccola!
    E, come ti hanno scritto sopra, chiedi aiuto , non voler tenere tu tutto in palmo di mano, come dico io!
    Se abitassi lì vicino quanto potrei aiutarti!
    Un grande abbraccio
    Emanuela

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    1. Grazie, lo so, sai? In realtà non è da quel punto di vista che mi sento sola, e anche qui, lontana dalla mia famiglia "biologica" e dai miei luoghi di origine, so di poter contare, nell'evenienza, in un discreto numero di persone di fiducia che mi hanno spontaneamente offerto la loro disponibilità e presenza.
      Il problema è che ci sono momenti in cui non richiedi nessuno, ed anche cercare una soluzione per uscire dai tuoi pantani mentali è uno sforzo sovrumano. Il vero problema sono i miei crolli di umore che mi annientano, ed anche quando provi a parlarne (per forza di cose nei momenti in cui ti senti meno giù), ti rendi conto che la gente tende a non dar loro un peso eccessivo. Quindi niente, aspetti che passi e basta. Del resto non ho molto spesso il tempo per fermarmici troppo a rimuginare, ed è meglio così.

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  6. dai Sus, probabile piangerei molto anche io...
    ma che posso dirti? solo una cosa banale come...ce la farai!
    ed io ora di fine mese ce la faro' a mandarti il pacco per le bimbe!
    baci baci baci e abbracci Sabri

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    1. Grazie cara. :-)
      Ma non hai idea di quanto sia destabilizzante non riconoscersi nei propri (esagerati) stati e reazioni emotive. E' come sentirsi espropriati di sé, dopo essersi sentiti espropriati, in questi ultimi nove mesi, gradatamente, delle proprie energie, del proprio corpo, delle proprie risorse fisiche e mentali. Niente di tragico, solo che in certi momenti collassi e vorresti poter dire: "OK, basta. Io mollo!" Come i protagonisti di "NUdi e crudi".
      Invece non si può, devi arrivare fino in fondo, e non puoi scegliere. Questo a volte mi fa sentire un po' in trappola.

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  7. andrà tutto bene.
    Non sei sola come ti sembra: ci sono sempre quei due jedi pronti a portare al parco le tue due pulzelle mentre tu ti riposi.
    E scommetto molte altre persone amiche contente di aiutarti!
    Dai che ce la farai, sei fortissima.

    Susibita

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    1. Grazie per la fiducia. E' davvero un momento molto faticoso in effetti, e l'unica cosa che gradirei sarebbe un po' di eremitaggio. Non ho neanche tanta voglia di farcela e vorrei che qualcuno ce la facesse per me.
      Ma l'umido non si porta certo in strada da solo, no?

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