sabato 15 giugno 2013

Playground a Pisa: il nostro terreno di gioco.

Quando Mary mi ha gentilmente contattata invitandomi a fornirle informazioni sui "playground" di Pisa, per prima cosa sono andata a googolare la parola "playground" per capire che roba fosse (scherzo, eddai!), poi mi sono fomentata e mi son detta : "Daye! Famolo 'sto post!"
Poi ho impiegato tipo due mesi per raccogliere il materiale fotografico da inserirvi, nell'attesa piuttosto vana che il tempo "volgesse in caldo" e io potessi recarmi con le bimbe nei luoghi interessati a realizzare scatti adeguati.
Alla fine mi sono arresa e mi son detta: farò con quel che ho.
Perdonatemi dunque la miscellanea temporale di fotografie che spaziano da una Mimi di pochi mesi, allo scorso novembre: lei sarà la testimonial ufficiale dei luoghi che sto per illustrarvi.

Dopo averci pensato su sono giunta alla conclusione di circoscrivere questa mia analisi al solo centro storico della città, dato che, immagino, per chi vi arriva da visitatore, interesse
rà poco conoscere la miriade di piccoli parchetti che sorgono nella sua immediata periferia.

Una delle prima cose che notai arrivando a Pisa anni or sono, fu che, pur essendo una città molto verde, e pur possedendo essa un centro storico a misura d'uomo, tuttavia vi mancano giardini pubblici di rilevanti dimensioni. Non so cosa mi aspettassi, ma provenendo io da una città come Roma, ricca di ville e grandi parchi storici, la cosa mi saltò subito all'occhio.
Gli spazi verdi ci sono, ma sono il più delle volte inaccessibili, spesso nascosti da alte mura, rinchiusi entro chiostre e cortili interni di complessi edilizi di antica costruzione, il che rispecchia la natura privata dell'assetto urbanistico comunale della città storica.
Da mamma più tardi non ho potuto fare a meno di notare che, oltretutto, anche gli spazi aperti disponibili e praticabili al gioco dei bambini, le sue belle piazze lastricate e alberate, sono generalmente privi di un vero e proprio spazio preposto al gioco: quello a cui daremo la definizione di "playground".
Vi sono però due importanti eccezioni: una è il bellissimo Giardino Scotto, ospitato all'interno della Cittadella Nuova, storica roccaforte della città della quale ancora possiamo ammirare mura e bastioni.
L'altro è il parco urbano delle Piagge, di cui mi riservo di parlare prossimamente, se no non finiamo più.
Ma ora concentriamoci sull'altro, sul Giardino Scotto.
Ne ho già parlato su queste pagine, in più di un'occasione:
qui lo presentavo durante una delle mie primissime passeggiate invernali con neonata al seguito;
qui ne davo una mia interpretazione "poetica", suggestionata dall'idea che in un luogo pensato e costruito in relazione alla guerra oggi si potesse andare per cercare relax o divertimento;
qui infine ne coglievo il sapore dolce-amaro nelle tinte di un autunno caldo e luminoso.
Tanto per farvi un'idea della location.

Oggi però mi concentrerò essenzialmente sul nostro bel playground.

Che fino a qualche anno fa si presentava così:

Photos of Giardino Scotto - Attraction Images
(Immagine presa da qui)

Un anonimo quanto comune insieme di giochini in legno tali e quali a quelli che ricordo aver allietato la mia infanzia (non che sia un secolo fa, però...).
Ma poi qualche anno fa il giardino è stato restaurato, e in questa occasione è stata rimessa a nuovo anche l'area destinata a Playground che ha subito un processo, diciamo così, di ammodernamento, se pure a mio parere l'intenzione estetica legata alla rappresentanza del luogo è stata privilegiata a discapito della fruibilità dei giochi da parte dei bambini.
Poi spiegherò il perché ma andiamo con ordine.

Ubicazione.

Il playground è situato in prossimità di uno dei due accessi del Giardino Scotto, ovvero quello che dà sul Lungarno, nelle vicinanze del ponte della Fortezza, piuttosto spostato verso est rispetto al nucleo centrale della città storica (qui la mappa), ma comunque, raggiungibilissimo anche a piedi per chi si trovi a visitare Pisa e voglia concedersi una pausa di relax, uno svago ai propri bambini, e inoltre visitare un luogo di grande interesse storico-culturale e bellezza urbanistica.

Accesso e praticabilità del playground.

Trovandosi il playground all'interno del suddetto giardino storico, esso è accessibile e praticabile solo entro gli orari di apertura del giardino stesso, che durante le ore notturne chiude ai visitatori. Questo fatto, se da un lato garantisce (ma nemmeno del tutto) il mantenimento dell'integrità dei giochi, che così si salvano da eventuali vandalizzazioni ad opera di visitatori notturni, dall'altro preclude di molto la godibilità delle aree, soprattutto nei mesi invernali, quando, in accordo con le ore di luce, il giardino chiude alle cinque del pomeriggio.
Tante volte sono arrivata ai giardini intorno alle quattro e mezzo, dopo aver preso Mimi dal nido, e ci è capitato che ci buttassero fuori dopo nemmeno un quarto d'ora. Ma va bene: basta saperlo.
Gli orari sono infatti i seguenti:

da novembre a gennaio 8.00-17.00,
febbraio-marzo 8.00-17.30,
aprile  e ottobre 8.00-19.00,
maggio e settembre 8.00-20.00,
da giugno ad agosto 8.00-20.30.
(Chiuso 1° gennaio, Pasqua, 1° Maggio, 25 Dicembre)

Chiarissimo no? E ora ricordateveli tutti!
Per il resto il fatto che sia inserito entro un'area verde più grande, e comunque protetta, lo rende un luogo di facile gestione per un genitore che vi porti anche più figli di diverse età, poiché, pur non essendo il playground recintato, i viali del giardino sono interdetti al traffico di veicoli (anche a quello ciclabile). I bambini insomma possono sciamare all'interno dell'area gioco in relativa sicurezza, evitando patemi d'animo al genitore affaccendato magari con l'ultimo nato.

Assetto del nuovo playgronud.



Il nuovo playground è articolato in due aree principali, intramezzate da una piccola aiuola con una fontana in pietra, quasi sempre asciutta e popolata da stormi di numerosi piccioni cittadini.
Le aree del playground sono delimitate da tappeti in gomma antitrauma dai disegni vivaci, cosa che rende questa area particolarmente adatta ai bambini più piccoli in fase di gattonamento o pre-gattonamento, o in fase di primi passi, a patto di preservarli dalle esuberanze dei bimbi più grandi, dal momento che, pur essendovi due distinte aree dedicate ad utenze di differenti fasce di età, non c'è una vera e propria zona off-limits protetta deputata ai soli neonati.
Mimi per esempio intorno ai 18 mesi è stata investita da un ciclista in erba che spingeva a gran velocità la sua mini-bici priva di pedali, ma non per questo l'impatto è stato meno traumatico.
Credo che l'architetto ideatore di questi giochi non dovesse avere grande dimestichezza con bambini piccoli, altrimenti non si spiegherebbe come minimo la scelta di piazzare proprio nel bel mezzo del parco giochi l'aggraziata struttura esagona delle altalene "gaudiane" (così le chiamo io), cosa che giornalmente fa sfiorare l'infarto di almeno una decina di genitori di figli under 2 che si avventurano incauti tra i dondolii spericolati di altalenisti ben più grandi.






I giochi.

Ma passiamo all'offerta ludico-ricreativa, che si articola come segue:
Primo nucleo: giostra e sfera rotante.



Nell'immediata vicinanza dell'ingresso principale troviamo la prima area di gioco. Qui le attrazioni sono essenzialmente due, come già esposto: la giostra e la sfera rotante.

Giostra:


Un'elegante struttura metallica che rievoca atmosfere di padiglioni principeschi a sostituzione del classico girello (funziona a trazione umana, piede a terra, ma ha un prolungato moto di inerzia, quindi possiamo dire una buona autonomia).

Qui la velocità di rotazione si fa più tollerabile, rispetto appunto ai girelli tradizionali, anche per utenti che abbiano superato i 12 anni di età, e si evitano di massima le svomitazzate epiche di cui mantengo ancora memoria nei ricordi dei miei anni di asilo.

In generale è una passatempo piacevole per collettività miste (genitori e nonni inclusi).





Sfera rotante:


La sfera rotante invece è rigorosamente monoposto e si utilizza così:


Al termine potrete comodamente ritirare vostro figlio ubriaco che come minimo per una quindicina di minuti eviterà di darvi troppo da fare perché troppo impegnato a recuperare il perduto orientamento spaziale.











Secondo nucleo: area grandi e piccoli.


Se ce la fate a superare indenni la pompa dell'acqua, senza che vostro figlio decida di volersi fare una bella doccia fredda fuori stagione, arrivate al secondo nucleo di giochi del nostro playground, articolato a sua volta in due aree che approssimativamente possono individuare due diverse utenze di età: la prima è indirizzata ad utenti almeno dai tre anni in su, dispone di strumenti di gioco molto complessi, a mio dire. La seconda al contrario offre strumenti di intrattenimento per utenti molto piccoli.
Mi chiedo perché mai non si sia pensato a vie di mezzo: nell'interregno che va dai 18 mesi a tutto il terzo anno di età (e forse anche oltre).

Ma proseguiamo col consueto ordine fin qui adottato.

Area gioco grandi
Dispone di attrazione invero particolari (oltre che spettacolari e gradevoli alla vista), ma a mio umile parere, non sempre adeguate alle esigenze ludiche dei bambini, almeno non  prima degli 8-9 anni. In ogni caso non mi sarebbe sembrato superfluo se, accanto a giochi così particolari si fosse trovato il posto per un tradizionalissimo scivolo, che non è dire troppo e soddisfa un ampio intervallo di età.
Ma ecco quanto abbiamo:

Il tappeto elastico:


Qui presentatovi da Mimi, attrae grandi e piccini, che spesso dai grandi finiscono travolti, nella foga di balzi da canguro da un trampolino all'altro. Tuttavia è un buon compromesso adatto a tutte le età. La mattina, quando i bimbi più grandi sono a scuola, offre diletto anche ai piccolissimi visitatori, che però non sempre sono in grado di utilizzarlo a dovere. La mia ha iniziato a saper compiere veri salti dopo il compimento del secondo anno di età.
Quasi sempre sovraffollato comunque dà spesso adito a vere e proprie faide territoriali.
Richiede quindi grandi abilità diplomatiche da parte del genitore accompagnante.

Esempio di Mimi grande (saltans).
Esempio di Mimi piccola (non-saltans).

La pertica:


Non so voi ma io non sarei stata capace di arrampicarmi in cima a quest'attrezzo in nessuna delle mie età passate, e non conto di recuperare la mancanza in nessuna delle mie prossime future.
Ma poniamo che le nuove generazioni siano di gran lunga più atleticamente preparate di quanto non lo fossi io. Ho visto invero bimbetti sgambettare fino quasi ad arrivare a premere l'ambito pulsante della sfera in cima, per quanto io non abbia mai assistito al suo raggiungimento e non sia quindi nella condizione di dire cosa succede se ciò avviene (si apre la sfera ed escono coriandoli e stelle filanti e un clown che suona un fischietto a bocca? mah!). Però il punto è che da madre neppure troppo ansiosa, quest'affare mi incute un certo terrore venerando, perché non dev'essere proprio indolore precipitare da lassù. Ribadisco: io avrei preferito lo scivolo. Ma comunque.

Altalene gaudiane (altalene grandi):


Come già detto bellissime ed eleganti, ma assai infelice la scelta di piazzarle proprio nel bel mezzo del playground, laddove scorrazzano brade torme di persone sotto il metro di altezza.
E vabé sono sempre la solita criticona. La struttura però è davvero bella e non vi dico che meraviglia quando le altalene sono tutte in movimento in contemporanea: davvero spettacolare, e ottimo il fatto che ce ne siano tante a disposizione.

Area piccoli
O forse dovrei dire piccolissimi. Qui ci sono un paio di strutture stramboidi diversamente assemblate oltre a una classicissima altalena a seggiolino chiuso.

Casetta con tubo:



Una semplice casetta per giocare, ma dotata di tubo.


Attenzione: le dimensioni sono davvero ridotte, e infatti in genere ci vedo giocare bimbi sotto i due anni (Mimi nella foto ha 10 mesi). I più grandicelli in genere ci si arrampicano sopra tipo scimmie, quelli dell'età di Mimi (intorno ai tre anni) già la usano poco.

Scivolo mini:

 

No ma è davvero mini.
Al punto che non fai a tempo a prender velocità che è già finito. Non credo superi il mezzo metro da terra. Roba che manco arrivi a vincere l'attrito iniziale.
Ottimo per i bimbi che iniziano a muovere i primi passi in autonomia.
Però crescendo si stufano presto.

 

Altalene piccole:


Cosa obiettare alle altalene. Le altalene sono un evergreen. L'unica pecca è che ce ne sono solo due, e questo significa lunghe file di attesa che spesso portano ad un brevissimo tempo di permanenza.

Giudizio mio.

Insomma, alla fin di tutto, un'area gioco abbastanza particolare, ampia e sicura, pulita e con una buona manutenzione dei giochi (i giochi rotti vengono puntualmente sostituiti piuttosto che lasciati decadere), dotata di panchine salva-nonni e ben raggiungibile dal centro città; gode inoltre del fatto di essere situata in un contesto verde di grande fruibilità e piacevolezza.
Infatti generalmente noi trascorriamo più tempo andandocene a zonzo per il giardino che rimanendo nell'area gioco vera e propria.
Ma è che ho una figlia strana, che si entusiasma quando vede un fiore o un piccione, e non disdegna di camminare piuttosto che fare la fila all'altalena o a cazzotti sul trampolino elastico.
Eccovi comunque qualche scorcio del resto del giardino, perché una volta esaurite le potenzialità del playground rimane pur sempre un luogo molto godibile in cui passeggiare.




Con questo post partecipo all'iniziativa di Playground around the corner:

Leggi il post che presenta il progetto

domenica 9 giugno 2013

Papaveri.

Un viaggio di cinque ore in macchina con due pupe di cui una di soli due mesi è sempre un po' un massacro.
Ma poi arrivi che sono quasi le undici di sera e scopri che il piazzale davanti casa è pieno zeppo di papaveri, e allora pensi: domani quando lei li vedrà impazzirà.
Perché lei per ora è crollata addormentata nel seggiolino, con il collo a 90°, dopo esser stata vigile quasi per l'intero tragitto.


I papaveri sono fiori generosi: si regalano al passante anche negli scorci altrimenti squallidi di marciapiedi di periferia, accendono l'asfalto di sfarfallanti rossi, ed è come se ti dicessero: lo vedi? La civiltà non l'avrà mai del tutto vinta su Madre Natura. Tutto il petrolio del mondo non basterà ad asfaltare l'intera sua superficie. Noi siamo tra tutti i fiori i più umili, i più effimeri, i meno pregiati, ma bastiamo a regalare gioia alle mani di una bambina che ci cerca sui bordi dei marciapiedi.



Noi veniam fuori dalle fessure tra il cemento e il marmo, ci accontentiamo di poco, da quel duro terreno tiriamo fuori il nostro nutrimento. Tanto domani, al più doman l'altro, già non ci saremo più.

 

E ci prestiamo a quei giochi un po' crudeli che affrettano la fine di nostra già così breve e precaria esistenza.

Per donarle l'emozione di una sorpresa, nelle sfumature rosate dei nostri boccioli.


Così dicono, i papaveri, mi par di sentirli, mentre lei li sfoglia, attenta.


Lo sai che i papaveri...

 

... son alti alti alti!





E tu sei piccolina.



E vide degli alti papaveri al sole brillar


e lì s'incantò.

mercoledì 5 giugno 2013

Incontri ravvicinati del V tipo*.

* Incontri bilaterali posti in essere tramite iniziative umane coscienti, volontarie ed attive, o tramite la comunicazione cooperativa con intelligenze extraterrestri.




La prima volta che ebbi modo di entrare in contatto con loro fu quando Mimi si approssimava a iniziare il suo primo anno di nido.
Allora ne isolai alcuni esemplari la cui osservazione ritenni di enorme interesse scientifico e antropologico, ma data la difficoltà di interazione che provavo nei loro riguardi, non riuscii a tirarne fuori un campionario strutturato, né a cogliere i nessi relazionali che correvano tra i diversi esemplari, il come e il perché si riunissero e si disunissero in gruppi più o meno omogenei di individui, il come il dove e il quando riuscissero a intessere relazioni più intense del semplice buon giorno e arrivederci dal quale io non mi schiodavo, e per finire non riuscivo nemmeno a giungere a una conclusione sull'opportunità o meno di approfondire in questo senso la mia conoscenza-dimestichezza col loro mondo.

E' andata avanti così per un annetto.
Io li guardavo a distanza, ritenendoli degli strani esseri che, pur vivendo la loro esistenza in parallelo alla mia, in qualche modo lo facessero per altre vie, degli esseri con i quali ogni forma di comunicazione "superiore" o intesa emotiva era destinata a rimanere interdetta.
Intrattenevo qualche sporadica conversazione che piano piano mi lasciò intravedere spiragli insperati di intesa, e, forse, di normalità.
E' che forse ero partita troppo prevenuta.
Forse non ero ancora entrata abbastanza nel ruolo e tra di loro mi sentivo più un'intrusa, un'infiltrata, una clandestina, che un membro effettivo del gruppo.
Io NON ero per davvero un genitore.
Ero un quasi-genitore che ancora non si dava ragione di esserlo, e mi chiedevo ancora se fosse il caso di autodefinirmi così.
Ero una che aveva una figlia piccola, ecco.
E per forza di cose era costretta a frequentare, pur se di striscio e alla chetichella, luoghi in cui si trovavano dei GENITORI.

Conoscevo però per nome tutti i loro figli, tutti i 23 compagnucci di Mimi della classe "medi" più qualcuno dei piccoli e quasi tutti i grandi. Li salutavo chiamandoli per nome e proseguivamo spesso discorsi lasciati a metà nella confusione del "arriva-svesti-cambia-metti e togli le scarpe-saluta-vai via" come per esempio: "Oh, Pietro, ma oggi dove l'hai lasciato il dinosauro?" "Matilde come sei elegante oggi!" e ne ricevevo a volte occhiate storte da "I genitori", altre volte espressioni sorprese o sorrisi inaspettati. Se per caso li incontravo per strada, loro, i bambini, mi riconoscevano e mi salutavano anche: "Ciao, mamma di Yasmin!", ma in quanto agli altri, "I genitori", non avrei saputo dire il nome di uno solo. Né mi era mai venuto in mente di chiederlo. Mi sembrava quasi un tabù. I genitori non devono avere un nome: basta che siano la mamma o il babbo di Federica/Emma/Lorenzo. Che importa? Cioè: che mi frega?

Poi la svolta, inattesa.
L'estate, e con l'arrivo di lei, l'arrivo anche di una nuova consapevolezza: l'arrivo di una nuova vita. Dentro di me.
La città deserta e un agosto che ce l'ha messa tutta per stenderci a tappeto, tutti quanti, agonizzanti, implorando pietà pietà!
Lei era una de "I genitori", aveva una bimba in classe con la mia e un'altra di pochi mesi.
Frequentavamo il giardino pubblico, per sopravvivere alla calura, nel tardo pomeriggio.
Ci incrociavamo, ci salutavamo, ci sorridevamo. La guardavo con la coda nell'occhio, lei alzava lo sguardo, risorridevo e distoglievo il mio. Avrei voluto, non osavo però.
Lei mi sembrava sulle sue. Forse anche io lo sono sempre sembrata.
Mi era simpatica però, a pelle, e ne cercavo la vicinanza. Mi sembrava di pedinarla, ma per un certo periodo, dovunque andassi, capitava di incontrarla.
Alla fine, conversando del più e dell'immancabile meno, le confido il mio "segreto". Lo sai che... anche io starei aspettando la seconda...
E dovevo avere una pessima cera, ero stanca e avevo le nausee. Avevo caldo, stavo male.
Mimi intanto raccoglieva fiori nelle aiuole. Lei la vedo piacevolmente sorpresa e lusingata della mia confidenza. E' scattato qualcosa, sì.
Poi l'inverno. Io col pancione crescente, lei in maternità. Il primo caffè insieme, ed ero titubante come un'adolescente a un primo appuntamento. Sarò inopportuna? Sarò una piattola? Avrà accettato per cortesia?
Un periodo per me un po' difficile, di scelte, cambiamenti: le mie confidenze, le mie paure, le mie disperate ricerche di casa (la starò ammorbando? Le sembrerò idiota?).
Invece suoi consigli, la sua partecipazione, la sua comprensione.

Una domenica di dicembre accogliamo l'invito ad andare a uno spettacolo di burattini a teatro, in centro,con le bimbe, e poi: perché non venite a cena da noi? Abitiamo qua dietro.
Ecco, era fatta. Due coppie con figli coetanei, a chiaccherare piacevolmente.
Ed eccoci a scambiarci ricette per il pane, salse piccanti, vestitini da neonato e sdraiette per il bagno, marsupi e sformati abiti pre-maman, a mandarci messaggini per incontrarci ai giardini con le bimbe, messaggini sulla riuscita del pane, ed ecco i nostri uomini contattarsi e mettersi d'accordo per andare a pesca insieme, ed eccomi inclusa nella lista di quelli che andranno alla festa di compleanno.
Era tutto vero?
Avevamo davvero fatto amicizia con dei "genitori"?
Eravamo dunque pure noi assurti al rango di "genitori"?

Scoprii pian piano che quegli alieni che a lungo avevo guardato col telescopio da distanze siderali, non erano poi così inaccessibili.
Scoprii che a guardar meglio e avvicinandosi un tantino, ve n'erano di esemplari la cui compagnia trovavo addirittura piacevole, talvolta preferibile a quella dei miei "vecchi" amici senza prole, perché loro  finalmente "capivano".
Scoprii anche che avevano dei nomi propri, oltre al titolo di Mamma-di o Papà-di.
Scoprii che potevo parlare con loro per lunghe mezz'ore fuori dal nido, dopo aver scaricato la pupa, senza che ciò comportasse un dovere sociale, ma per puro piacere.
Scoprii che molti erano simpatici (sì, persino lei: l'avresti mai detto?).
Scoprii che non era vero, come mi ero figurata, che le loro vite fossero troppo dissimili dalle mie per poterci intendere.
Per esempio scoprii che anche buona parte di loro viveva in affitto, che avevano lavori precari, o non ne avevano, che molti possedevano una casa sì, ma che era un bilocale di 40 mq e che pur portando a casa due stipendi non si trovavano in questa condizione di benessere da me supposta tale da render loro incomprensibile una mia difficoltà economica per esempio nel dare i soldi per la gita di fine anno.
Scoprii che potevo parlare tranquillamente di questo senza dovermi sentire una mosca bianca, o, peggio, essere compianta come una pezzente.
Scoprii anche che loro pure avevano i loro dubbi, i loro complessi genitoriali, che anche molti di loro, forse, avevano difficoltà a riconoscersi in un gruppo che dal loro punto di vista vedevano come compatto ed estraneo.
Scoprii che proprio nessuno stava lì a giudicarmi quando la mattina arrivavo trafelata sgommando in bici sotto la pioggia o il vento battenti con lei intirizzita sul suo seggiolino, e faticavo a convincere una pupa recalcitrante e urlante dei suoi terrible two a lasciarsi infilare le scarpine del nido.
Scoprii che lì in mezzo, a mia insaputa, godevo di grande simpatia, e finanche di un certo credito.
Pure se mi pulivo gli occhiali con lo stesso fazzoletto con cui avevo appena pulito il naso a mia figlia, e distribuivo biscotti di straforo senza chiedere il permesso, e a volte mi è capitato pure di soffiare il naso a qualche figlio altrui.
E che era divertente gareggiare ogni mattina con i soliti noti per evitarsi il podio dell'ultimo arrivato del giorno.
Scoprii che qualcuno, come poi mi confessò, mi aveva guardato con ammirazione in più di un'occasione ("Ma come fai ad essere sempre così tranquilla?" Chi, io?).
E mi scoprii a dare informazioni e dritte su questo o quel prodotto, sul portare i bimbi al Museo di Storia Naturale o all'acquario, su complicate trafile burocratiche di cui avevo imparato i trucchi, sulle complesse procedure di iscrizione alla scuola dell'infanzia.
Insomma scoprii che in fondo, non ero mica male come "genitore"!

E mi sono sorpresa a dire: "Dai, speriamo che ce li mettono nella stessa sezione alla materna!"

Quando non l'avresti mai detto.

Oddio... ci ho messo ben due anni, ma alla fine ce l'ho fatta.
Proprio ora che tutto sta per finire...
E mo' mi tocca ricominciare da capo!




E a proposito di genitori... questo mio post cadeva a fagiolo per il tema del mese proposto da GenitoriCrescono per il Blogstorming.
E così, visto che oramai ci ho preso gusto:



martedì 4 giugno 2013

Il secondo secondo me. (Cit.)


Nella canzone non forse a tutti nota, Caparezza enuncia che "il secondo album è sempre più difficile nella carriera di un artista" solo per poter ivi smentire la supposta verità come tanti altri luoghi comuni duri a morire.

Nella carriera di una mamma invece dicono i più che il secondo figlio è sempre più facile.
A me però erano giunte voci contraddittorie e disparate in proposito, di gente che "ci era passata" prima di me e mi prospettava l'inferno in terra.
"Preparati, Sus, non dormirai davvero più".
"Guarda, è un incubo! Immaginati il primo figlio moltiplicato non per due, ma all'ennesima potenza!"
"Perchè poi la primogenita ti renderà la vita impossibile, eh: sappilo".
"Riposati ora che puoi perché poi è finita".

Oh, cazzarola!
La mia gestazione, già di per se non di semplice gestione, è stata non poco oberata dal peso di questi sinistri pronostici, e senza esagerare posso dire che ho pianto con vere lacrime di terrore e disperazione svariate volte nel letto aspettando e prospettandomi nella maniera più nera l'arrivo della mia prossima morte per sfinimento psicofisico.
A ben vedere potevo risparmiarmela e vivermela più serenamente, ma insomma: diamo la colpa ai soliti ormoni.

Conservo ricordi avvolti da un che di terrificante dei miei primi mesi di maternità con Mimi, alias "la pupa", perché allora era l'unica esistente, e poteva ben chiamarsi così senza comportare ambiguità di attribuzione.

Ora, lungi da me il volermi attribuire il merito o il plauso di come le cose sembra stiano funzionando con una relativa scorrevolezza fino ad oggi.

Lungi da me anche il voler seriamente confrontare e giudicare di conseguenza le mie due figlie (o dichiarare una preferenza verso l'una o l'altra) sul metro del maggior o minore impegno che ciascuna mi ha richiesto nei primi mesi della sua vita .

Lungissime da me anche il volermi bullare del fatto che, tzé, chissà che mi credevo, e invece guarda, io ne farei anche altri tre subito subito, di figli...

Però ci tengo a sottolineare il fatto che non è che alcune madri siano più impedite, pazze isteriche, o inclini alla drammatizzazione in chiave tragica della loro esperienza di maternità.

Perché accade che ti senti a lungo così, quando parlando e confrontandoti con le tue simili ti sembra che solo tu sei arrivata sull'orlo dell'infanticidio, esasperata da continui e incessanti pianti notturni e diurni, esausta e sfinita.
Che solo tu eri tanto ansiosa e paranoica dall'osservare con scrupolosa e finanche pignola precisione gli orari di poppate e sonnellini, onde evitare che lei si potesse innervosire e mandarti a schifìo l'intera giornata.
Che tu sola sei arrivata tanto impreparata alla maternità da non sapere che, "Oh, che credevi, i bambini piangono/i bambini comportano fatica/i bambini richiedono attenzioni. Mica pensavi che fosse facile!".
Che tu e solo tu infine ti sia relegata a vivere nella perenne dipendenza dai tempi e dalle esigenze di tua figlia almeno per l'intero primo anno della sua vita, privandoti della più innocente occasione di vita mondana, come andare a mangiare la pizza una sera con gli amici, solo perché, nella tua mente iperapprensiva ti eri immotivatamente convinta che quella serata si sarebbe trasformata per te in supplizio più che in occasione di svago, e già ti vedevi gironzolare tra i tavoli della pizzeria con lei isterica e insonne tra le braccia, mentre la pizza ti si freddava nel piatto e gli altri continuavano a conversare amenamente davanti ai resti di cibo nei loro ormai vuoti, loro che non potevano capire, o a cui non interessava poi troppo, il perché non te ne stessi seduta a mangiare, una buona volta.

E vieni sommersa di esempi contrari, a dimostrazione del fatto che, no, vedrai, sei tu che esageri. Non è possibile che sia così difficile da gestire. Tizia e Caio vanno a mangiar fuori una sera sì e una no col piccolo Sempronio che dorme tranquillo nel passeggino. Giovanna il piccolo ce lo porta al mare tutto il giorno, che problema c'è? Antonio dorme nel marsupio mentre i genitori sono al cinema. Il piccolo Gianni l'altra sera era alla festa con la mamma: è stato bravissimo!
Sei tu che ti fai troppi problemi: guarda che lei lo sente, e diventa nervosa perché tu lo sei.
Sei troppo fissata con questa storia degli orari: lei deve abituarsi ad essere un po' scombussolata se no non fai più vita. Sì, sì: abituala a dormire anche se intorno c'è casino. Devi abituarla, capito? La chiave è lì. Se tu non l'abitui poi sono cazzi ,eh!

Miei adorati amici familiari e conoscenti del caso: io l'abituo pure, o almeno: ci posso provà.
Però nel frattempo che lei di abituarsi non ne vuol sapere e fa la matta, ché ce le passate voi le giornate a combattere?

E poi ti capita di metterti a fare terrorismo psicologico presso tutte le donne gravide che conosci, a far loro preamboli su come sarà difficile, quando loro figlio piangerà dalla mattina alla sera e non riusciranno neppure a trovare il tempo per bere un sorso d'acqua, "ma tu tieni duro, vedrai che poi piano piano le cose migliorano, anche quando vorresti solo piangere tu pure da quando ti svegli a quando vai a letto distrutta".
E dopo, quando  i pupi sono nati, e tu telefoni per sentire come va ti rispondono che "tutto bene, il pupo dorme e mangia, è abbastanza tranquillo... sì sì tutto bene, grazie, siamo felici".
E tu, ammettilo, sotto sotto, ci rosichi. E non poco.
Perché solo io?
Allora ti convinci che sì: sarà come dicono loro. Ero impreperata, ero incapace, ho esagerato, ero depressa, troppo incline a drammatizzare, troppo ansiosa, troppo poco adattabile. Mah!
Insomma: ti convinci di essere mammo-negata.

Eppure, non potrebbe anche darsi che forse forse fosse tua figlia ad essere una bimba un pochino più "difficile"?
In questo caso saresti stata solo un po' più sfigata delle altre, e non più impedita.
In questo caso vale la pena ritentar la sorte.
Vero è che sempre figlia del tuo stesso sangue è pure la seconda.
Che se tu, a sentir loro, eri così ansiosa da aver indotto nella tua primogenita un perenne stato di furia indomita, la cosa probabilmente si ripeterà.
E questo non ti tranquillizza affatto.
Così se al termine della prima gravidanza ci eri arrivata spensierata e intontita, nello stato d'animo svagato e ignaro di chi, appunto, ignora ciò che sta per accadergli, stavolta ci arrivi quasi rassegnata, all'erta e diffidente, e non ti arrischi a proferire la temibile frase "Però, questa bambina sembrerebbe tranquilla" nei primi giorni di vostra conoscenza, perché sai che potresti pagare caro un abbassamento della guardia.

Invece poi ti capitano cose strane.
Che la tua secondogenita si svegli nella carrozzina e invece di iniziare a urlare a pieni polmoni, come tu credevi fosse normale facessero tutti i neonati dal risveglio alla successiva nanna, con la sola interruzione della poppata, lei invece rimanga sveglia a  guardarsi intorno, emettendo ogni tanto un "Eh!" o un "Ghà!".
Accade che lei rimanga per lunghi intervalli di tempo sdraiata sul letto a osservare la giostrina con le pecorelle mentre tu sistemi camera, e ogni tanto la guardi incredula per accertarti che sia sempre viva.
Accade che lei, senza colpo ferire, ti si addormenti di botto sul braccio, e che tu la deponga nella suddetta carrozzina attonita come la Terra al nunzio sta, e un tantino confusa, perché non immaginavi questa cosa potesse accadere sul serio, nella realtà.
Accade allora che pensi: "tanto ora appena la metto giù si sveglia di sicuro", e che invece lei ti dorma secche tre o quattro ore di filato, così, senza avvertire, senza discutere.
Accade che lei ti guardi con quei suoi occhi grigio-azzurri fissamente, mentre tu in bagno effettui i tuoi lavacri mattutini con tutta la calma del mondo, come non ricordi di aver mai fatto da qualche anno a questa parte, e lei sempre lì, nel suo ovetto sopra al water, mentre tu ti strofini la faccia, ti spazzoli con cura le arcate dentali, valuti la possibilità di farti uno shampoo e depilarti, e tu la guardi, e lei ti guarda, non distoglie lo sguardo da te, e questo contatto visivo, questa aulica comunicazione muta, pur in ambiente così prosastico, la tranquillizza e  la rassicura, ché lei lo sa che tu sei lì, che sei la sua tett...ehm... la sua mamma e sei lì, e che non la lasci sola; e lei sa che tu prima o poi la prenderai in braccio anche se non sbraita, e questa immensa, insperata fiducia che lei ripone in te ti gratifica e ti lusinga, ma soprattutto, più di ogni altra cosa, vorresti gettarti ai suoi piedi e piangere come una scema, commossa e grata, e dirle mille volte: "Grazie! Ossignore grazie! Sia lode all'Altissimo! Mille e mille volte grazie! Grazie! Grazie! E ancora grazie!"

venerdì 31 maggio 2013

Quando la tetta fa anche da ciuccio (inorridisco al pensiero di chi potrebbe arrivare a questa pagina da Google)

Immagine presa dal web (ovvero: non è la mia tetta!)
 (...e nemmeno mia figlia.)
Non che io non ci abbia provato, a proporglielo, alla piccola fatina.
Ci ho provato, poi lasciato stare. Poi riprovato, dopo un po', tanto per vedere se nel frattempo non avesse cambiato idea.
Ma no. Lei non è interessata. Al ciuccio.
Ne ho provato uno interamente in caucciù vecchio di Mimi; uno anatomico della COOP con, mi pare, l'uccellino Ugo e il pratico tappo salva-ciuccio; uno che si chiama tipo Chupet e che ho scoperto luminescente (una genialata, dico io), "con tettina piatta mini", dicono loro.
Lei mi mima un conato di vomito. Direi: più chiara di così!



Poco male, vorrà dire: ce ne faremo una ragione. Mi arrendo all'evidenza e depongo le mie armi in lattice e caucciù.
Ma ne sfodero un'altra! Eh eh! Con quella state tranquilli che la vinco sulla più accanita resistenza neonatale.
A saperlo l'adottavo prima. Con l'altra, dico.
Ma si sa: ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro. Anche l'utilizzo della tetta a mo' di ciuccio.

PRO

  • La tetta è sempre a portata di mano: non cade (oddio, magari un tantinello sì, ma rimane pur sempre attaccata al luogo da cui si origina), non si perde nel letto, smarrendosi tra le pieghe delle lenzuola, non rischia di rotolare tra polvere e peli di gatto, non si smarrisce per strada.
  • La tetta non si deteriora. O almeno: non nell'immediato, necessita pochissima manutenzione e non richiede schiere di doppioni a scopo sostituzione indolore quando il pupo non potrà più disporre del suo modello preferito.
  • Ad ogni modo ce ne sono due, a scanso di equivoci.
  • La tetta è sempre, più o meno, pulita ( a diretta conseguenza del punto 1: non rotola tra polvere e peli di gatto, e nemmeno ristagna in borsa tra briciole di crecker e fiorellini di campo rinsecchiti).
  • La tetta è multifunzionale: funziona come erogatore di alimento, calmante, induttore di sonno, gingillo antistress, inibitore di singhiozzo, catalizzatore di peristalsi intestinale del neonato, e chissà per che altro (nel dubbio, uno prova).
  • La tetta non te la scordi a casa quando esci. Sfido chiunque.
CONTRO
  • La tetta non entra nella carrozzina (o nella culla, a seconda), a meno che non ti cimenti a entrarci tu tutta intera.
  • Analogamente, non ne puoi usufruire mentre stai spingendo tua figlia nell'ovetto per strada. A meno che voi non siate contorsioniste cinesi e riusciate a mantenere comunque la posizione camminando.
  • La tetta in alcuni contesti è soggetta a un certo grado di ostracismo sociale. Il ciuccio no.
  • A farne un uso intensivo e continuato può generare rigurgiti e overdose da latte, fame lupigna e dolori lombari nella genitrice, al limite anche una certa esasperazione e insofferenza verso l'atto di porgerla.
Fatene buon uso, donne.

giovedì 30 maggio 2013

Vi racconto una sedia...

Fuori misura

Un post da finire da un'infinità di tempo.
E allora perché oggi? Mah!
Sarà che faccio pulizia nella cartella "bozze".
Sarà che mi è tornata tra le mani questa foto qui sopra (la persona ritratta mi ha espressamente autorizzato alla pubblicazione della propria "effige". Securitalia invece no, ma...).
E per l'esattezza posso dire che rimuginavo su questa foto da circa un anno, da quando cioé, rimuginavo di recarmi a quest'appuntamento, proposito poi non mai esaudito.



Peccato: la stupida auto della sicurezza stradale notturna ha rovinato tutto l'effetto "Signora Minù" (ve la ricordate Minù Pepperpot?).
Comunque la foto rende abbastanza: qualcuno di noi due è fuori misura, cara la mia sedia!
Cosa accidenti ci fa una sedia di quelle dimensioni abbandonata in strada nel centro di Milano nel cuore della notte?
Cosa ci facevamo noi (io e la Signora Minù della foto, nel suo rosso cappottino) in centro Milano nel cuore della notte?
Chi ha lasciato quella sedia lì?
Cosa sta facendo la Signora Minù della foto? Si arrampica sulla gigantesca sedia o ne sta scendendo a fatica, dopo aver assistito a uno spettacolo di strada per giganti?
Mah!
Non son qui per dissipare i vostri dubbi.
Del resto potrebbe darsi benissimo che questa foto sia una messa in scena, sì, cioè, che la mia Signora Minù si sia messa in posa proprio per fare la foto, che la sedia in questione non fosse altro che una trovata pubblicitaria di Stokke o chessoìo (o una qualche forma di arte contemporanea di strada chessoìo) che l'auto di Securitalia abbia rallentato per capire cosa accidenti stessero tentando di fare alla Stokke quelle due girovaghe notturne per Milano...

Ma, per l'appunto, che ci facevamo?
Niente: vagavamo. Nell'attesa di poter prendere il treno per tornarcene a casa, dopo aver assistito a un concerto che era un regalo di compleanno. Quanto mi piaceva fare regali di compleanno a effetto, quando potevo permettermelo! Peccato che poi sceglievo le combinazioni data-location più infattibili e alla povera malcapitata di turno toccava fare i salti mortali per poterne usufruire...
E così siamo finite a vagare nottetempo per quelle strade, come uscite da un trip allucinogeno. Eppure ricordo pure che Vinicio lo disse, durante la presentazione di una delle ultime canzoni, che si scusava, ma oltre alle ombre cinesi non disponeva di pipe da oppio per ricreare il clima della fumeria di C'era una volta in America...
Niente oppio, dunque, ma quella nottata per strada a vagare e a fare incontri bizzarri la ricordo avvolta comunque da un'aura di delirio oppiaceo.
Tipo l'artista delle lampade che si trascinava dietro quel monoblocco di granito che era la sua ultima creazione artistica, creazione che voleva rifilarci alla modica cifra di qualche centinar d'euro... non che il prezzo fosse l'impedimento maggiore, quanto l'idea pazzesca di doverci a nostra volta incollare la granitica lampada artistica per le strade della città by night. Come se non fossimo già abbastanza derelitte così.
Tipo il venditore di fiori sordomuto che regalava rose alla mia amica Signora Minù, con la quale intavolava lunghissime conversazioni in una lingua dei segni improvvisata che io puntualmente fraintendevo.
E questa epifania improvvisa, della maxi-Stokke, o chessoìo, piantata nel bel mezzo del selciato, a emblema del generale clima di non-sense dell'intera nottata.

Ecco, se mi vien chiesto di raccontare una sedia, questa è la prima che mi viene in mente, anche se di lei, a dire il vero conosco assai poco, poiché ha finto col rappresentare in un'unica istantanea quella memorabile notte.

E per chi si stia chiedendo di che accidenti parla questo post rimando a Measachair, una delle idee più folli che mi sia capitato di trovare in rete:
Un blog, una pagina facebook, una raccolta iconografica: tutto ruota intorno ad un oggetto di uso comune – la sedia – oggetto fisico, simulacro, pretesto di dialogo. L’idea di fondo è l’espressione del valore individuale: ogni persona è speciale e ha qualcosa di interessante da raccontare.
Ecco riassunto il loro progetto nel blog di Stima.
Oppure su quello di Camilla, alias Ladoratrice.

E per finire, un invito al gioco per chi volesse dare il suo contributo e raccontare a sua volta, una sedia.

Per quanto mi riguarda, datosi che inauguro così l'etichetta (o "la letichetta" come direbbe Mimi) "sedie", immagino che potrei pubblicarne altre ancora... chissà.

Buone sedute a tutti!

mercoledì 29 maggio 2013

Ho messo via.

Disclaimer (trad. "mettiamo le mani avanti"): la citazione di Ligabue non era intenzionale a ricevere un maggior numero di visualizzazioni. Peraltro immagino lo stato d'animo rancoroso e le "Madonne" che mi lanceranno i fan del Liga quando, googolando la celebre canzone si ritroveranno sul mio blog. Ci ho pensato pure, a cambiare il titolo onde evitare equivoci e false aspettative, ma poi mi son detta: "Oh, be'! Fatti loro. Perchè complicarmi la vita".

Admission (mea culpa): attenzione,questo è uno di quei post in cui si ripete continuamente l'enunciato di cui al titolo, fino al punto da sfinire il lettore. Trattasi di espediente retorico* abbastanza sputtanato, cui ricorrono volentieri e sovente scrittori dilettanti allo scopo di rendere più accattivanti scritti altrimenti di modesto interesse pubblico. Fa sempre figo ed è di facile utilizzo. Basta non esagerare.

Detto questo cominciamo pure.
Ahem...


Ho messo via un mezzo quintale di vestitini taglia 0 mesi. E fin qui, tutto bene.
Temo che tra poco mi accingerò a metterne via un altro pacco taglia 1-3 mesi rigorosamente estivi, senza aver neppure avuto l'opportunità di usarne neppure uno. Questa stagione è stata sufficientemente stronza da impedirmi di vestire mia figlia con pagliaccetti smanicati e completini canottiera-culotte fino alle soglie di giugno, e tuttavia la bimba in questione ha ricevuto una caterva di doni vestiari sul genere "bellezze-in-spiaggia" relative proprio a questi mesi di vento burrascoso, piogge itineranti e grandine repentina. Potevo almeno evitare di togliere le etichette e rivendermeli per nuovi. Invece ho avuto l'alzata d'ingegno di buttarli tutti in un primo ciclo di lavatrice. E vabbé.
Ne ho messo via un altro pacco esclusivamente di tutine pesanti in ciniglia, mini-piumini imbottiti e scafandri da palombaro di taglia 3-6 mesi, visto che mi auguro almeno che tra giugno e agosto (quando le dovrebbero calzare) possiamo farne tranquillamente a meno.
Non che non mi siano girate un po' la palle eh!
Vorrà dire che mi toccherà programmare una terza pupa che venga alla luce intorno a giugno, onde poter riutilizzare il tutto.

Ho messo via anche una buona quantità di miei vestiti vecchi, che avevano tutti, chi più chi meno, un'età pari a tre-quattro volte quella di Mimi. Li ho messi via nel senso che ne ho fatto due bustone e li ho infilato nel cassone della Caritas...
E' stato faticoso separarmi dai miei abiti decennali, ma ho dovuto fare i conti col fatto che da anni ormai giacevano lì inutilizzati, vuoi per un personale cambio di stile e gusti (non ho detto che sia stato in meglio), vuoi per una mutata conformazione fisica della sottoscritta (non ho detto ch'io sia più magra ora o più grassa, ma ho avuto due figlie, e vuoi non vuoi sono cambiata), vuoi per lo stato pietoso in cui li avevo ridotti in anni di utilizzo, centrifughe selvagge e unghie di gatto. Sì, anche quel fantastico maglione turchese comprato durante il mio Erasmus a Madrid in saldo da Zara (e non ricordo neppure di esser mai riuscita a metterlo); sì, anche quello bordeaux comprato alla bancarella cinese il mio primo anno di università a 2000 lire (che detto così sembra tanto, ma vallo a trovare ora un maglione a un euro!); la gonna di lino giallo-senape che non so chi mi aveva rifilato... Stavano lì a occupare spazio: tzè! Ne ho fatto un gran fagotto e via.
Ci ho guadagnato due scatole da guardaroba libere.
Che soddisfazione.
E mo' mi voglio vedere a novembre, quando imprecherò contro un armadio semi-deserto!

Ho messo via un bel po' di capelli.
Sognavo di farlo da un po'. Ora l'ho fatto.
Certo: ho dovuto scassare i cabasisi al beduino per un buon mesetto, intensificare lo scassamento degli stessi nel corso dell'ultima giornata di domenica, in cui miracolosamente ci siamo ritrovati a casa in una relativa tranquillità domestica.
Alla fine ha ceduto: mi ha rapata... oddio: rapata è una parolona. Lui si è limitato a eliminare le "lunghezze", lasciandomi in testa un panettone degno della più cotonata delle sessantenni.
Ho dovuto provvedere da me misma, concludendo il lavoro a colpi di sforbiciate davanti allo specchio del bagno.
Alla fine Mimi ha detto: "Mamma, mi sembri un pulcino spennacchiato". Sempre gentile, lei.

Ho messo via anche un discreto numero di libri. Ohibò.
Confesso che è stato un po' straziante separarmene. Ne ho fatta una cernita e li ho spediti via corriere espresso all'amica-di-sempre come regalo di compleanno... si dice che la crisi porti a rivalutare l'abitudine al riuso. Ecco: mi chiedo cosa ci stiano a fare una montagna di libri letti a prendere polvere su uno scaffale quando potrebbero viaggiare, e far viaggiare altre menti, visto che alla mia raramente piace percorrere sentieri già battuti. Ovvero: non rileggo quasi mai un libro già letto. Figuriamoci ora che strappo alla lettura clandestina attimi di pausa tra un mamma-vieni-a vedele-che-bel-fiole-ho-tlovato e un uè-uè. Tanto vale farli circolare, far girare immagini, parole, emozioni. Che vivano in altre teste. Anzi: ci sto pensando, quasi quasi, di disfarmi di tutti i miei volumi cartacei, magari aprendo una pagina del blog o altrove che si chiami "lo scambialibro" o algo asì (oggi non lo so perché ma mi sale il castigliano).
Certo la mia collezione di Montalbano...
I miei amati Saramago...
I miei gratificanti mattonazzi storici (del resto l'amica-di-sempre mi ha espressamente dichiarato di non esservi interessata)...
I conturbanti McEwan...
Espiazione poi... ah! Espiazione! No: Espiazione non ce l'ho fatta. Troppe emozioni mi ha fatto rivivere aprendolo e leggendo la data di quel lontano 2010 in cui lo lessi con Mimi nella panza.
Ho sovente l'abitudine di apporre la data in cui finisco di leggere alcuni libri. E questo è un deterrente al darli via. Ma, orsù: questa era solo la prima tranche. Una prima ondata della mia eredità letteraria.
Mi riprometto di svacantare quello scaffale. E poi, magari un giorno, di riempirlo con altri nuovi.
Che le pagine lette rimangano dentro di me, come in Farenheit 451 di Bradbury e quelle scritte vadano ad imprimersi altrove...

E' un periodo che, dopo anni di accumulo, miro allo svacantare.
Che senso possa avere tutto ciò non saprei, ma se, dopo questa carrellata di ho messo via, avete avuto la pazienza di arrivare a leggere fin qui, forse ci posso provare.
Avere l'urgenza di riempire e poi sentire l'esigenza di fare spazio. Tutto ciò ha davvero assai poco senso, è chiaro. E' un circolo vizioso dell'esistenza, che tende a cercare un'autodefinizione attraverso il possesso di oggetti.
E poi ti ritrovi casa piena zeppa di stronzate cianfrusaglie, ma non sai dove tenere l'essenziale.

La mia urgenza di preparare il guardaroba per la nascitura, per esempio: un guardaroba resosi superfluo nel giro di un paio di mesi. O quel formicolio che provai quando finalmente ebbi montati in camera i tanto agognati scaffali su ci allineare il mio patrimonio librario.
Per far cosa poi? Per rimirarmeli?
Questa smania che abbiamo noi esseri umani di collezionare, mettere insieme, allineare oggetti come rappresentanti di tappe del nostro vissuto. Ma non è così.
Il nostro vissuto è altrove: non in quegli oggetti.
Con tutto il rispetto che ancora non riesco a smettere di provare verso l'oggetto-libro, per esempio (ok, bruciarli come in Bradbury no), mi rendo conto che il valore di tale oggetto permane solo se gli viene data la possibilità di circolare.
E i pantaloni che portavo in-quel-favoloso-inverno-in-cui, per quanto rappresentino un'immagine concreta di molti episodi in cui essi figurarono indosso a me in quella o quell'altra circostanza, rimangono pur sempre dei pantaloni vecchi.
E poi finisci a guardare sconsolata un armadio stracolmo e a dire: "Minchia mi metto?".

Ok. E i capelli?
I capelli non avevo più il tempo per lavarli, lo confesso.
L'ultima volta li tenni zozzi per ben tre settimane. Quando finalmente arrivai a farmi lo shampoo, si era creato in cima alla testa un mega nodo indistricabile, e mentre combattevo con la spazzola sotto la doccia, dietro la porta del bagno si affollava gente che reclamava il mio intervento perché "La piccola piange", "Vieni a vedele che bel castello ho fatto", o "Miao-miao".
In un raptus ho tagliato di netto il nodo gordiano... ecco perché la rapatura si era resa necessaria già da un po'...
Ma volendo potrei dire che avevo voglia di dar aria alle mie idee, o di alleggerirmi la testa, fate un po' voi.

Insomma: sto facendo un po' di posto. Che mi aspetto? Chi lo sa... ops! Ci sono ricascata...

(Avete qualche Ho messo via da aggiungere? Non capita anche a voi di avere questo bisogno di svacantare? O è solo una cosa mia e di Luciano?)


 





 

*Anàfora (dal greco ἀναφορά, «ripresa») è una figura retorica che consiste nel riprendere, ripetendola, una parola o un'espressione all'inizio di frasi o di versi successivi, per sottolineare un'immagine o un concetto. L'effetto è tanto maggiore quanto più numerose sono le ripetizioni.
(wikipedia)

Disposofobia (o accumulo patologico o accaparramento compulsivo) è un disturbo mentale caratterizzato da un bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi, o insalubri.
(sempre wikipedia)

(Che razza di post... mah!)

lunedì 27 maggio 2013

Il nostro didò parte seconda.

Allora siccome fuori tira sempre vento e la primavera volge un po' all'inverno, siccome a noi piace investire sempre nel nostro tempo di qualità e siccome che la piccola fatina si è gentilmente concessa una lunga pausa di sonno, decido di accontentare la richiesta che Mimi mi rinnova da giorni, di rifarle il didò, perché, così mi dice, doveva fare il gelato.

Ritengo quindi doveroso aggiornare queste pagine circa la riuscita del nostro secondo ufficiale cimento nell'impresa ( vi ricordo il primo esperimento).

Dunque stavolta decido di provare con il colorante in polvere portatomi dal beduino (pare che nella cucina araba lo si usi molto per "colorire" i piatti... mah! Comunque in negozio da lui va alla grande!)




Quindi con Mimi misceliamo farina, sale, cremor tartaro, e aggiungiamo una di queste bustine.
Due bustine: non si vede alcun pigmento, forse una era troppo poco per tutta questa farina... tre bustine, quattro... Mimi, tieni: aiutami anche tu. Svuota questa bustina. Anche questa.

Insomma: per farla breve ci mettiamo una cifra non ben identificata di queste bustine in polvere, e il colore... ancora niente.


Decido per il sì e per il no di infilarci dentro anche un po' di aroma all'acqua di rose (questi arabi aromatizzano persino l'acqua che bevono): male non farà di certo.

Ma ecco... miracolo! A contatto con un qualsivoglia liquido il colore esce fuori!

Un bel giallo che più giallo non si può (Azz', stai a vedere che di bustina ne bastava alla fine pure una...)

In pratica giallo-evidenziatore...


- Mimi, non mangiare il didò liquido. Mimi, non mangiare il didò liquido. Mimi, non mangiare il didò liquido, ché fa schifo. Mimi non... e vabbé, e allora mangialo!



- Buono?
- No, mamma: è un pochino cchifodo.
- Ah, ecco.

E poi la cottura.
Attenzione: a vederlo così parrebbe che non è venuto un beneamato ciufolo. NO?
E invece: mai disperare. Sì invece impastare.
Impastare è la chiave di tutto.
Impastare all'acqua di rose.
Impastare all'evidenziatore giallo, anche se vi diventano le dita fluorescenti...



E alla fine, si potranno ben inaugurare i timbrini regalo dell'amica Rosetta...


- Mamma, guadda: ho fatto me!
- Mh. E io chi sono?
- Tu sei la ttrega Grimilde.
- Ah. Beh, grazie.
(E pensare che ho immolato la mia domenica a farti il didò...)


L'unica pecca: abbiamo messo il colorante nell'impasto di base. Quindi ci siamo ritrovate con tipo un chilo di didò giallo-fosforescente.
Però: aggiungendo in post-produzione il caro vecchio colorante liquido rosso abbiamo ottenuto un bellissimo arancione brillante.
Aggiungendo il caro vecchio azzullo abbiamo ottenuto un bellissimo verdino-pisello-brillante che la mia reflex mezza sbroccata si è rifiutata di fotografare. Pazienza: credetemi sulla parola.
Impossibile invece ottenere qualsivoglia rosso o verdi più scuri di quel verdino-pisello lì, immagino a causa delle proporzioni spropositate di colorante giallo per cous-cous utilizzato.

Devo dire che questa esagerazione di colorante ha dato risultati di una brillantezza che non avrei mai potuto sperare con i soli colori liquidi usati la volta scorsa, che ci avevano limitato a una gamma di colori molto acquarellati, sbiaditi.
Pollice in su dunque al colorante beduino.

Poi, per chi volesse al volo imitarci senza stare a cercare due ore nel web e confrontare ricette più o meno simili ma pur sempre dissimili, ecco a voi la nostra, pratica e veloce (ricordo che il cremor tartaro io l'ho ordinato in farmacia, non avendolo reperito in nessuno dei 119 supermercati in cui l'ho cercato -scherzo: erano solo 2!-)

RICETTA (semplificata e corretta):

  • 2 tazze di farina
  • 1 tazza di sale fino
  • 2 tazze di acqua calda (non bollente!)
  • cremor tartaro: 20g.
  • 1 cucchiaio di olio di semi (o altro olio)
  • colorante alimentare in polvere (noi abbiamo messo tipo 6-7 bustine, ma suppongo che ne basterebbero anche molte meno)
  • aroma di acqua di rose (mah! suppongo vada bene qualsiasi altro aroma a piacimento)

Ora sorge spontanea una domanda: ma 'sto cremor tarataro, nell'economia del didò, a che accidenti serve? Quale sarà la sua funzione? Mistero.
(Se ci fosse qualche chimico in ascolto che volesse illuminarmi...)

giovedì 23 maggio 2013

Tempo di qualità? Sempre.

La prima volta che ne sentii parlare, fu all'interno di un programma televisivo del pomeriggio, di quelli che si chiamano, mi pare "contenitori", nel senso che contengono un mucchio di stonzate, tipo, che ne so, Pomeriggio 5 o La vita in diretta... (Ora tutti crederanno che io sia un'esperta sull'argomento: sob!).

Comunque. Non ricordo quale fosse il tema del giorno, ma ricordo questa tipa, una rampante mamma in carriera o sedicente tale (erano i rombanti anni '90, wow! Oggi madri solo precarie e contratti freelance), e insomma questa tipa andava millantando di aver messo a punto un sistema eccellente per ottimizzare il tempo che trascorreva con i suoi figli, favorendone la qualità.
In pratica questo piccolo genio ordinava tutto il cibo che acquistava per casa a una ditta di fornitura di cibi surgelati a domicilio, in questo modo evitando l'incombenza di doversi recare al supermercato 2-3 volte a settimana, inficiando il prezioso tempo di qualità da riservare ai suoi adorati pargoli, già fin troppo penalizzati dalle assenze lavorative materne.
E insomma, anche allora, malgrado non fossi mamma neppure nell'anticamera del mio lobo frontale, ricordo che pensai: "Ma vaffanculo!" che in pratica riassume ottimamente le mie riflessione che da qui in avanti vi esporrò.


Perché va bene, rampante mamma in carriera o sedicente tale che ami trascorrere coi tuoi figli solo attimi splendidamente memorabili, ci posso pure stare che girare mezz'ora nel parcheggio del supermercato in cerca di un posto auto libero non sia il massimo dell'investimento del tuo tempo coi tuoi figli, ché le file alla cassa metterebbero a dura prova la più amorosa delle genitrici, con le migliori intenzioni del mondo e il più ferreo self-control, soprattutto se i pargoli in questione attaccano la solfa del "mamma-me-lo-compri-quello" e la vecchietta dietro di voi vi spintona facendo la vaga, e quell'altra passa avanti con la scusa del "Che-signora-mi-fa passare-c'ho-solo-queste-quattro-cose" e poi s'infila a tradimento il marito col carrello stracolmo... ve bene: tu preferisci intavolare con i tuoi bimbi giochi di società e spingerli amenamente sulle altalene al parco, costruisci plastici in scala del quartiere e raccogli pezzetti di corteccia con cui realizzare collage artistici con materiali naturali, e però... ti fai recapitare a casa la spesa surgelata.
Non so perché ma tutto ciò mi suona molto "finto".
Perché mai la casalinga sfigata, che si barcamena tra i 1300 euro mensili e le quote per la gita scolastica, fa i salti mortali per far quadrare i conti a fine mese con un solo stipendio e due figli, la prole da recuperare a scuola e la lavatrice da stendere, la caldaia da riparare e la lettiera del gatto da pulire, dovrebbe sentirsi una madre meno presente se passa due ore al supermercato coi suoi bambini a fare la spesa invece di allestire set di giochi montessoriani pagati un discreto fottìo e portare i bambini a La città della scienza?

Cos'è fondamentalmente che vogliamo insegnare, trasmettere, ai nostri figli? Cosa vogliamo che imparino da noi? Cosa vogliamo che diventino? Ma soprattutto: cosa vogliamo che rimanga loro del tempo della loro infanzia trascorso in nostra compagnia?
Forse dovremmo rispondere ad alcune di queste domande per capire cosa significa passare del tempo "di qualità" coi nostri figli.
Ché così pare che questo tempo di qualità sia appannaggio dei ricconi, di quelli che si possono permettere di preservarsene una buona fetta a esclusivo orientamento ludico-ricreativo, ma per carità, anche educativo svolgendo con loro attività altamente stimolanti e andando ad incrementare il loro album mentale dei ricordi lieti d'infanzia, tanto ti puoi permettere di pagarti qualcun altro che ti pulisce casa/ti stira i calzini/ti fa la spesa.
Giustissimo, io dico, voler vivere dei momenti speciali coi nostri figli, ma forse non è il caso di sputare sopra ai momenti "normali" della vita di tutti i giorni.

Io ho dei ricordi lieti e caotici, tragicomico-parossistici dei pomeriggi al supermercato con mia madre, e di quelli, più eccezionali e forse proprio per questo più succulenti, con mio padre, il sabato pomeriggio alla GS, che era come dire il luna park dei supermarket, perché se no noi si andava alla SIR a piedi, e si tornava con le buste a mano, che se per disgrazia l'ascensore era rotto, toccava caricarsele fino all'ottavo piano, rampa dopo rampa, e pure il passeggino di mio fratello piccolo, il quale passeggino, se malauguratamente il passeggero se ne levava all'improvviso per venire dietro a uno di noi grandi nelle nostre scorribande tra gli scaffali dei dolciumi, si rovesciava all'indietro per il peso delle buste attaccate al manubrio, e il più delle volte era un disastro, cui seguiva un'immancabile "Oddio-le-uova!" della genitrice...
Insomma, immagino che per la genitrice in questione quelle giornate fossero un incubo, e posso solo inorridire pensando a me stessa in analoga situazione.
Ma il fatto è che nella mia visione bambina, quelle missioni comperereccie erano epiche, e ora nella memoria mi rimangono ammantate di una qualche romantica aura di leggenda, come tutto ciò che riguarda la nostra infanzia.
Non sono pure quelli momenti di aggregazione familiare?
O vogliamo fingere che lo stare in famiglia sia solo e sempre impeccabile e metodica messa in atto dei più evoluti precetti pedagogici?
Tempo di qualità dal mio punto di vista è anche questo: imparare insieme la vita, semplicemente vivendola. Mostrare con la pratica della propria vita come affontare le difficoltà e gli inconvenienti di ogni giorno, insegnare a gestire le situazioni, anche le più faticose, aiutandoci reciprocamente, collaborando, ripartendo le responsabilità anche tra i più piccoli.
Non è farsi recapitare a casa il merluzzo congelato da passare dieci minuti in microonde e nel frattempo starsene in poltrona a leggere filastrocche.
Io credo che nell'accezione di "tempo di qualità" rientri uno spettro di situazioni più vasto e articolato.

I bambini non hanno il nostro stesso senso del tempo: non hanno il senso del tempo "perso" per far qualcosa per cui potreste impiegarne assai meno delegando ad altri. Hanno il senso del tempo "impiegato" a far quel qualcosa insieme a loro.
I bambini non hanno il senso del tardi o del presto (merda, sono già le sette e ancora non ho messo su nulla per cena!). Hanno il senso della pienezza di un tempo utilizzato per portare a termine un lavoro assieme alla mamma, un lavoro che li riguarda, un lavoro che rappresenta una delle milleuna faccende da sbrigare per portare avanti la vita domestica di una famiglia.

I bambini vivono l'ora e sono immuni da ansie e rimpianti. E' importante imparare a vivere questo "ora" insieme a loro, senza cadere nell'errore del dover loro fabbricare un "ora" fatto su misura, tanto ideale quanto fittizio.

Che poi, voglio dire, mia madre non era questa casalinga con ore e ore da sperperare: era una professionista con un lavoro full time e cinque figli sparpagliati su un arco temporale di quindici anni da gestire. Eppure nel mio ripensare al mio tempo con lei, o con mio padre, non ho mai la sensazione che entrambi non ne mettessero a frutto ogni secondo rendendoci partecipi della loro vita, e partecipando alle nostre, anche semplicemente da spettatori o ascoltatori, anche a loro modo arrivando tardi ai saggi di fine anno o disertando gli incontri con gli insegnanti...
Insomma: tempo di qualità è sempre.
Rendere partecipi i nostri bambini alle attività di tutti i giorni è il modo migliore per "ottimizzare" il nostro tempo insieme a loro, a patto di non sfinirli.

E forse questo conflitto che tutti noi, chi più chi meno, genitori o no, viviamo nei confronti del nostro tempo, questo affannarsi a voler sempre fare tutto e "ottimizzare" che ci fa arrivare a sera sfiniti e con la fastidiosa sensazione di aver corso tutto il tempo, di avere sempre l'acqua alla gola, è più una questione di "testa" che di ritmi di vita. Del resto siamo noi ad impostare i nostri ritmi, frenetici o ben scanditi che siano: non ci farebbe male tentare di prendere a modello il rapporto che col loro tempo hanno i nostri bambini, valutandolo non in relazione al numero di attività (o a quanto fighe esse siano) che riusciamo a infilare in una data unità dello stesso, ma in base alla capacità che abbiamo avuto di metterlo a frutto in positivo, accettando che sia quello e non di più di quanto ce ne venga concesso ogni giorno, godendecelo, anche a discapito delle tabelle di marcia che ci autoimponiamo.

Un poco, lo ammetto, queste mie riflessioni si ispirano alla sensazione che ho avuto, di "non corrispondenza" tra la nostra maniera "occidentale" di "sentire" il nostro tempo (e scusate lo sproloquio di virgolette) e quella che ho osservato, direi quasi "respirato" durante la nostra permanenza in Libia (ne parlavo qui).
Se mi è permesso autocitarmi:
Scandita dalle cinque preghiere prescritte dall'Islam, ogni giornata fila liscia come una ruota ben oliata e non si ha mai l'impressione che il tempo non basti.
Ma ti basterebbe scorrere l'occhio su questi paesaggi sonnolenti, rallentati, sempre uguali a se stessi, per capire davvero il reale valore di quell'affermazione. Il tempo è in quello spazio che non può certo dirsi a misura d'uomo: è l'uomo che vi si adegua, che vi si adagia pigramente, senza affannarsi a coprirne le distanze, o a riempirne gli spazi vuoti, a metterlo tutto a frutto, proprio come la campagna chiazzata di terra polverosa, da cui prendi quel che si può. E ciò che non si può far oggi, si farà domani.
E anche qui:
Il punto è che loro lì non si pongono mai in conflitto con l'idea del tempo. Il tempo che si impiega a fare una data cosa è quello, e quello rimane, tutto il resto può aspettare, per quanto futile possa apparire lo scopo ultimo di tanto impegno.
In effetti vivere anche per poco tempo coi ritmi di laggiù, mi ha dato la sensazione di essere catapultata in un'altra epoca. Vi assicuro che il ritorno a quella attuale (di epoca), coi suoi tempi e le sue scadenze, le sue incombenze improrogabili, malgrado la gioia di ritrovarmi finalmente nel mio mondo, non è stato facile.

Non è per fare sempre la secchiona, che questo mese partecipo addirittura con due post... è che queste riflessioni mi sono venute a catena ragionando sul tema del mese di Genitoricrescono: Il tempo.
Le volevo aggiungere in calce al primo post scritto, ma mi sono resa conto che non c'azzecavano nulla.
Poi mi hanno dato il consenso ufficiale che si può fare, quindi: