martedì 14 febbraio 2012

Memorie libiche parte seconda. Vita in casa.


Non so quante persone sane di mente andrebbero ospiti in casa della suocera per un intero mese. Posso dire che le nostre intenzioni iniziali erano diverse, ma le contingenze del momento e l'assenza di alternative valide ci hanno portato a soggiornare e pernottare proprio dai suoceri per l'intera durata della nostra permanenza.
Trattasi della casa di campagna, nell'immediato interland di Misurata, originariamente destinata a soggiorni vacanzieri e scampagnate, per lo più nella stagione calda, ma i danni causati dalla guerra all'altra casa (quella cittadina) ha costretto la famiglia al cambio permanente di residenza.
Per spiegarvi la casa devo spiegarvi prima il fatto che vi convivano due donne, sposate ad un unico uomo (eh, sì: poligamia!), e relativi figli.
Al piano terra sta la seconda moglie, con i figli più piccoli. Al primo piano la mamma di Hasuna con i suoi, tutti bene o male già grandi, ma, per lor fortuna, nessuno in Libia ti darà del bamboccione se vivi in casa dei tuoi fino a quando non ti sposi a tua volta. E' più o meno la prassi.
Tanto per intenderci, in questa casa convivono 16 persone.

Ecco quanto scrivo in proposito:


Casa.
Un concetto difficile da definire univocamente.
E' vero: qui in fondo sono forestiera. Eppure non esiterei un attimo a definire "casa" questo posto, freddo, semidistrutto dall'incendio causato dai razzi che l'hanno colpita, maldistribuita negli spazi, almeno secondo i miei canoni di abitazione, praticamente priva di arredamento, impossibile da tenere pulita, malgrado il continuo impegno delle padrone di casa a tal fine, malgrado l'accortezza di togliersi le scarpe prima di entrare, perennemente disseminata di briciole e terra polverosa ovunque, calpestata da dozzine di piedi e piedini che salgono e scendono di continuo le scale.

I confini permeabili che avevo già notato riguardo i nuclei familiari, si fanno evidenti nell'edilizia. Una casa, due famiglie, una ai piani bassi, una ai piani alti, che però sono la stessa famiglia, distribuita in due unità abitative distinte ma comunicanti.
Le porte sempre aperte, spalancate, spifferi e correnti a non finire, bambini che entrano ed escono, voci che chiamano "Mama!", giocattoli ovunque, brutte bambole made in China giustamente decapitate e mutile, telefoni su ruote privi di cornetta o di altri pezzi, di quando in quando un sudicio peluches spunta fuori da chissà dove, echi di tamburi dai piani bassi misti a voci infantili cadenzate, che intonano canti patriottici, memoria recente delle vicende del Paese.

Due case, una casa.
Due famiglie, una famiglia.
Due donne, un unico, invisibile marito, che compare di rado, a fare la ronda sul territorio "come un gallo nel suo pollaio".

Liti di donne tra sopra e sotto, acuti in crescendo, suoni aspri di cui per fortuna non capisco il senso.
Mi chiedo come possano convivere due padrone di casa con due vite, due personalità, due storie distinte e un comune destino, lo stesso uomo accanto che non c'è mai.
Figli che crescono insieme rispettando l'autorità gerarchica del più grande.
Quelli di sopra, uomini che ormai portano avanti le redini della famiglia, passano la maggior parte del tempo fuori casa, come il padre. Tornano per i pasti, oppure no, per dormire tutt'al più.
Quelli di sotto, dai 14 anni a scendere, una continua festa di urla e strepiti, caos gioioso e spensierato.
Ma anche: che palle! Sarà mai possibile un po' di quiete? No, chiaro.

Dal mio canto trovo incredibile come tante persone possano riempire gli spazi di una casa tanto grande senza ostacolarsi alla fine più di tanto.
Qualcuno dorme sul divano, mentre intorno schiamazzano i bimbi e conversano ad alta voce i grandi; la tv emette di continuo sincopate melodie arabeggianti con sonorità elettroniche febbrili (non mi pronuncio sulla qualità dei videoclip!) nella generale noncuranza per il volume elevato, nessuno la sta guardando; qualcuno prega in corridoio, prostrandosi su un tappeto verso est, dimentico del mondo circostante; vado in cucina in cerca di qualcosa per la pupa e la cena è già sul fuoco, in enormi pentoloni di alluminio, qualcuno vi si affaccenda intorno, qualcun altro spunta dal frigo, intento a ravanare tra gli avanzi del pranzo, mi vede, sorride e saluta.
Qui si chiede di continuo "Come stai?", anche se ci siamo visti appena qualche ora fa. E si risponde: "Grazie a Dio".

Grandi spazi comuni, praticamente totale assenza di stanze private.
Nessuno sente mai il bisogno di isolarsi. Sanno isolarsi, in caso di necessità, nella compagnia.
Io rappresento l'eccezione, con la mia smania di appartarmi appena si presenta l'occasione, e nove su dieci, mi vengono a cercare. Cosa fai da sola? Vieni di là con noi.
Non è che non si possa: sono davvero dispiaciuti all'idea che io me ne stia tutta sola soletta a leggere in terrazza (traduci: Oh, finalmente me ne sto un po' per i c... miei!), e il fatto che le persone ti cerchino, ti chiamino a partecipare della vita comune è un gesto di riguardo, attenzione e affetto.

Nessuno mai si lamenta della confusione. Niente mai "Silenzio! Sto studiando!" Come echeggia ancora nei miei ricordi d'infanzia.

Una casa che non è un luogo di raccoglimento individuale, dove si organizza e si utilizza il tempo, o dove al più si cerca di impiegarlo insieme in attività ricreative comuni... No: questo era il concetto di casa che avevo io fino ad ora.

Qui la casa è più un'area di stazionamento umano, punto di riferimento di esistenze intimamente legate tra loro, che vi orbitano intorno, alcuni con moto elettronico, senza sostarvi mai più di tanto (gli uomini), altri come massa nucleare, senza allontanarvisi mai che per brevi intervalli, e sempre e solo per aggregarsi ad altri nuclei (le donne).
Spazi comuni, dove si sta insieme senza necessariamente dover concordare un'attività comune.

Arrivano i vassoi all'ora dei pasti: ci si accovaccia a terra e si mangia, in tre, quattro, cinque, senza sporzionare, senza primi e secondi.
Non è che non ci sia un ordine, è solo diverso a quello cui sono abituata.

Conclusione per me: nel mangiare, come nell'abitare, non esiste un solo modo valido.









P.S.
Appunto importante sulla climatologia domestica libica: io ignoro se il fatto che non esista alcun impianto di riscaldamento più strutturato di quella ridicola stufetta elettrica di cui disponevamo in casa, sia condizione generale a tutte le abitazioni del Paese. Fatto sta che in casa faceva molto freddo, persino quando fuori il sole usciva a scaldare l'aria di un gennaio decisamente mite per i nostri canoni, dentro casa riuscivo a vedere la condensa del mio fiato.
bisogna dire però che al freddo domestico contribuivano i danni della guerra, che, da brava reporter, ho documentato, almeno in parte (perché alcune stanze sono state completamente carbonizzate).




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30 commenti:

  1. Che racconti fantastici, Suster. Ancora, please, please!!

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  2. Mi ha fatto sorridere il tuo incipit. In questo momento io ho mia suocera ospite in casa mia. Si fermerà poco meno di un mese
    (il suo record di permanenza è però 3 mesi).
    La tua frase mi conferma quello che già sospettavo: cioè di non essere affatto sana di mente ;)
    Ma tu vai oltre certe definizioni, visto che di suocere ne hai praticamente due! Orroooore!!! Sgomeeeento!!!!

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    1. Ah ah ah! In realtà la mia suocerina è uno zucchero di donna! L'altra invece... lasciamo stare! Si vede che troppa grazia con le suocere non è dato averne. Posso dirmi però fortunata del fatto che vivano in un altro continente? ;-)

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  3. Ah, dimenticavo: trovate faticosa la lettura di questo font?
    cercando di rendere il blog più "leggibile" secondo l'indicazione di un consulente...

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    1. Io preferisco questo carattere nuovo e pulitno, deformazione professionale :-)

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    2. E' che mi sembra microscopico...

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  4. Intendi il carattere? Si, è più scorrevole dell'altro arzigogolato!
    Torno!

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    1. A me piaceva l'arzigogolato, perchè mi ricordava il carattere della scrittura manuale, che non ero pronta ad abbandonare... sì lo so che era una cosa da pivelli scrivere con quel carattere lì!

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  5. Starei la giornata a leggere i tuoi racconti.

    p.s. come sempre cerco di capire come si sta sotto l'incubo della guerra. Cerco e so che non riesco. Mi fermo a guardare le immagini, qui da te, come a Cipro in diretta (lì era più lonatana nel tempo, ma ancora presenza ingombrante).
    Cerco cerco, ma so assolutamente che non riuscirò mai.

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    1. Anche io ho tentato famelicamente di indagare nella memoria di chi quest'incubo l'ha appena passato. SE avessi avuto almeno una minima padronanza della lingua forse sarebbe stato più facile, ma credo che anche allora avrei faticato, come tu dici bene, a "capire" davvero. Eppure ciò che mi è sembrato di intuire è questo: qualsiasi esperienza, fosse anche la peggiore che ti possa capitare, una volta che ci sei dentro ti costringe ad affrontarla, e in qualche modo ne esci, anche quando non avresti mai creduto che ne avresti avuta la forza. Molti di quei racconti di fronte ai quali rabbridivo, venivano narrati con toni pacati e sereni, di chi infatti ha vissuto il peggio,e ne è uscito.

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  6. appena hai scritto "Misurata" ho avuto un sobbalzo....uno dei luoghi piu colpiti dalla guerra...chissà che incubo.
    Il tuo racconto, parole e foto, rende molto l'idea che loro hanno della idea di famiglia...cosi distante forse da noi occidentali...

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    1. In realtà l'incubo della guerra io l'ho potuto solo annusare nell'aria. Ha lasciato assai meno tracce visibili di quel che immaginassi e in quanto alle persone... loro ricordano come chi ormai si è lasciato qualcosa dietro di sè. Ma ho intenzione di parlarne in un capitolo a parte... sempre che qualcuno abbia voglia di leggerne!
      (anche della famiglia, in ogni caso, parlerò ancora, sarò cavillosa ma ci tengo a fissare nello scritto le mie esperienze di laggiù!)

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  7. Bello, bello, bello. Ancora, per favore. Potresti scrivere un libro, con la sensibilità e l'intelligenza che metti nell'osservazione del mondo.
    Il font mi piace molto e, poichè ti leggo prevalentemente dal cellulare, posso chiederti di selezionare l'opzione "mostra modello per cellulari"? Così posso anche rileggerti con più calma.

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    1. Grazie per la segnalazione: non ne sapevo niente, ma provvederò. che dire, sono davvero lusingata dalle tue parole. In quanto al libro... io sono una grande osservatrice ma una pessima narratrice: prolissa e dispersiva. tremo all'idea di un libro partorito da me!

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    2. Anch'io. leggendo questo post, ho avuto l'impressione di essere tra le pagine di un libro! Quoto mafalda!

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    3. Ok, trovatemi l'editor! ;-D

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  8. Quante cose ci sarebbero da dire...
    La poligamia io non la tollererei personalmente, ma se nasci in certe zone non so quanto puoi fare e se hai gli strumenti emotivi per allevare figlie che non l'accetterebbero e mariti che ti appoggino.
    A me interesserebbe sapere che ne pensa Hasuna, se non sono indiscreta.
    Sul resto è bello leggerti, è bello imparare qualcosa su un Paese che non conosco affatto, è triste ma importante vedere le foto di quelle ferite nella casa, perfortuna solo lì (nel senso che mi pare nessuno di loro sia stato leso). ciao

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    1. Hai fatto un'importante osservazione. Difficile applicare il relativismo culturale alle situazioni che riteniamo contrarie e assolutamente in disaccordo con la nostra idea di dignità umana e di uguaglianza. Il discorso della poligamia è un argomento molto delicato da affrontare, e bisogna partire dal presupposto di un approccio radicalmente diverso all'idea del rapporto di coppia. Hasuna non approva nè disapprova, ma la sua esperienza personale lo ha portato a scontrarsi con i lati negativi immediatamente percepibili di una realtà che genera immancabilmente situazioni di forte conflitto familiare (andò via dal suo paese per questo, a soli 19 anni). Nel discuterne con me ha sempre cercato di farmi capire piuttosto che sarebbe controproducente parlare di questo aspetto sociale senza contestualizzarlo in un ambiente e ina rete di rapporti profondamente diversi dai nostri.
      Va be', cercherò di chiarire in futuro le cose di cui sto parlando, se no pare che discorro di aria fritta.
      I familiari di lui sono tutti salvi per fortuna, e a giudicare da quanto vicina a loro sia giunta la guerra, sono stati sì davvero fortunati. grazie per il tuo intervento che mi fa capire che forse dovrei approfondire meglio alcune questioni. a presto!

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  9. Eccomi, sono tornata ... questa volta per non aggiungere nulla a quanto già commentato.
    O forse solo una cosa; sono rimasta piacevolmente stupita da questa casa, così simile, nell'aspetto esteriore, alle "nostre villette" di qualche paese di mare. Probabilmente sono abituata alle immagini dei tg, che immancabilmente mostrano case squadrate e grigie.
    Alla domanda se le due suocere andassero d'accordo, hai in parte già risposto.

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  10. SuSter, bentornata!!!
    Questi post me li leggo con calma ben benino quanod ho tempo, non voglio divorarli in fretta.. A proposito di cibo, anche in UK non sembrano fare differenza tra primi e secondi e spesso servono tutto su un piatto unico: riso, carne e verdure. Non e' una cattiva idea.
    Che bello, chissa' quante avventure avrai da raccontarci :-))

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    1. Un'infinità in effetti, se di avventure vogliam parlare... dovrei riuscire a sfrondare i miei appunti in maniera che risultino leggibili anche per una persona normale, non cervellotica quanto me... fai pure con calma: immagino che ora avrai altro da fare che stare appresso ai miei racconti!

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  11. Grazie per i tuoi commenti chez moi, e per avermi fatto conoscere i Radiodervish. Non sono niente male, anche se ho evidenti problemi di comprensione (tu come sei messa con l'arabo?).
    Penso che neanche il mio adorato consorte conosca questo gruppo, del resto lui ha gusti musicali mooooolto antichi: si è fermato agli anni sessanta e settanta. Per dire, i suoi cantanti preferiti sono Joe Dassin e Fairuz! (immagino ti stia chiedendo chi diamine sono...)

    Mi piace questo scambio di esperienze...
    A presto!

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    1. Ah ah ah! ma non c'è mica niente di male. Se ti piacerà la loro musica ne sarò felice e lusingata!

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  12. Che esperienze intense avete vissuto! io non so se tu riesca a leggere i miei aggiornamenti sul blog perchè qualcuno mi ha detto che non compaiono da un pò e non so come risolvere il problema. L'ultimo post è di ieri, lo vedi negli aggiornamenti? stiamo traslocando..una faticaccia...

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    1. L'ultimo post che vedo è di un mese fa, cioè prima che noi partissimo. Accidenti! Devi risolvere questa cosa!

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  13. Cavoli, che brava che sei stata ad adattarti a vivere in quella casa per un mese! Immagino che non sia stato uno scherzo... Io avrei fatto una fatica titanica, data la mia scarsa adattabilità ^^'
    Adesso mi leggo le altre puntate...

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    1. Oh, beh... col tempo ci si adatta a tutto! é stata più dura i primi giorni, e poi gli ultimi perchè non ne potevo più. essere ospite tanto a lungo, in ogni caso, è sempre una situazione stressante!

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  14. Ahhhh! La casa! Asssomiglia alla mia! Non per forma, ma i colori le finiture. Sono tutte così le nuove "case di campagna" diciamo... Se riesco pubblico una foto, sennò te la invio per posta. Ecco perchè avea la cucina anche al piano superiore, che sia stato in vista di famiglia poligamica? Ma le scale per portare al piano superiore erano interne? Cioè bisognava passare dalla seconda moglie per salire? Se è così: gulp...
    Bello il fatto del bamboccione, anche qui: termini mutuati dalla cultura oltralpina e anglossassone dove la famiglia... boh cos'è? La cultura mediterranea ha i suoi pro e contro ma non mi sembra questo gran delitto abitare vicino ai parenti se questo è reciprocamente senza danni...
    La sabbia ovunque, ho imparato a farmene una ragione, anche perchè c'era qualcuno che la toglieva al posto mio, ma mica dappertutto eh... anche il concetto di pulizie in Libia è approssimativo: si passa lo straccio "dove passa il gatto".
    Apprezzatissima l'usanza di togliersi le scarpe, trovo che sia un'abitudine sana non portare in casa e in camera le schifezze del mondo e poi il piacere di avere i piedi liberi quando c'è caldo.
    Comunque mi hai tolto un po' di curiosità, da straniera mi sono fatta tante domande vedendo le donne, le famiglie e spesso osservavo delle finestre accese chiedendomi: come sarà lì dentro?
    Guardando le foto e avendo apprreso che i razzi non hanno ferito nessuno (vero?) mi viene da ridere perchè noto i particolari costruttivi identici che si ripetono ovunque: le colonne (un tormentone, se fossi in Libia farei tante foto per descriverne la fantasia...); le finestre ad archetto, piiiiccole, va bene ripararsi dal sole ma io morivo, tanto più che erano fumè e inferriate; poi stessi colori, stesso intonaco. Vogliamo parlare degli agguati, tipo pavimento a livelli diversi invisibili, scale senza protezioni o l'impianto elettrico, un mondo a se. Uno spasso finchè ti va dritta.
    Questo le case nuove, post anni '90 credo, quelle vecchie sono molto belle e ben fatte e infatti son tornata a una di quelle...
    Ah sì l'impianto di riscaldamento è fatto di stufette elettriche o di condizionatori e split versione "inverno". Il freddo me lo ricordo, maglioncini di lana e giacca, che immaancabilmente avevo o troppo pesante o troppo leggera.

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    1. Non so, del caldo, poichè l'ho sperimentata solo in inverno, e il riscontro è stato pessimo... l'ultima volta che andai in Libia era agosto, ma non rimasi che un paio di giorni in casa, però mi pare che fosse fresca.
      Questa cosa delle finestre minuscole non l'ho notata, ma, accidenti, questa smania di nascondersi agli sguardi esterni che hanno! Il parapetto del balcone era così alto che per guardare giù mi dovevo alzare in punta di piedi!!!
      Io perennemente col cappotto, anche in casa... :(

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