martedì 15 dicembre 2015

Ci scrivo un post

Immagine mentale di me in relax, presa in prestito da Yelena Bryksenkova
Allora, stavamo dicendo?
Dimenticavo di avere un blog.
No, non è vero, non lo dimentico manco per cazzo.
Mi correggo: non lo dimentico neanche per sogno (detesto la volgarità gratuita).
Infatti stavo pensando di scrivere altro pippone su famiglia, il Natale, il crescere...
No, meglio di no, sono nauseata di me stessa persino io.
E poi quel giorno dovevo sistemare la libreria Billy scomponibile di tre metri e mezzo che non ho idea di dove entrerà nei nostri 50 metri quadri di casa, ma, ehi! Era in regalo sul gruppo FB Te lo regalo se vieni a prenderlo, e io me la sono aggiudicata, poi ho mandato il beduino a prenderla, tanto meglio: eviterò di spendere quei circa 200 € da Ikea (che non ho) per sistemare l'ammasso di scatole impilate a fianco dell'armadio nella camera delle bimbe.

Insomma, poi è arrivato il periodo natalizio e i supermercati hanno messo le lucine fuori, il pomeriggio alle cinque è più o meno buio, le bimbe dicono: "Mamma! Guarda che bello! Tutte le luci di Natale!" E io mi sento sempre chiudere la bocca dello stomaco e non so perché, il Natale mi fa questo effetto. Il consumismo sfrenato e senza senso, le aspettative da corrispondere, magari solo mie, fare i conti col portafoglio e piangere un po' dentro, ma poi dirti che, porca puttana (e qui ci sta tutto) non sono queste le cose per cui affliggersi, non è che la felicità si misura sul metro dei regali di Natale e renne fluorescenti appese in terrazza, anche se le bimbe le vorrebbero e me lo chiedono di continuo. E poi però vado a fare la spesa e spendo 50 euro in cazzate, altre palline per il nostro albero che è già al limite del contenibile, e carte da regalo e, boh... come ho fatto a spendere così tanto?
Poi a fine anno arrivano sempre tutte le cose noiose da pagare tutte insieme e io dico: ho finito.
Invece poi arriva anche la retta del nido di ottobre, e la mensa della scuola di Mimi del primo bimestre, e IMU e Tasi, e polizza RCA che scade a fine mese, e , tho! E' già ora di pagare di nuovo l'affitto? Chi l'avrebbe mai detto? E, cazzo, Hasuna, ma quando l'hai presa questa multa? Ti tolgono 6 punti dalla patente, così impari. Porca miseria.
Quindi, niente, per questo mese lasciamo perdere la biciletta nuova.

Comunque il Natale non c'entra, eh.
Sono io che non ho ancora capito cosa voglio, e a volte penso che vorrei più tempo per me, ma poi mi sento in colpa perché, cosa dovrebbero dire le madri che lavorano?
Eh, ma loro lavorano, appunto: percepiscono una qualche forma di stipendio o remunerazione, quale che sia, e magari possono pagarsi qualcun altro perché pulisca loro casa, o perché stia con i loro figli.
Non che sia il massimo, certo c'è il senso di colpa e bla bla bla.
Ma insomma, non è che nessuno le costringa, no?
La verità è che vorrei essere una dannatissima madre che lavora.
Vorrei sentirmi gratificata dell'aver messo a frutto le mie giornate in qualcosa che mi permetta di condurre una vita più o meno serena sul piano economico.
Vorrei non dover più ascoltare i discorsi di "quelle" madri che si concludono sempre così: "Beh, certo, tu non lavori, per te è più facile". Vorrei non dover più incontrare quelle nonne ai giardini che: "Eh, signora, ma lei però non lavora! Mia nuora poveraccia, non so come farebbe se non l'aiutassi io col bambino!"
Perché per la verità a me nessuno mi ha mai aiutato con le mie, non nonne, non cognate, non fratelli, sorelle, suocere, madri, padri, baby sitter o tate madrelingua inglese, così i bambini si abituano a sentire più lingue.
E, certo, nessuno mi ha obbligata a metter su famiglia o a immolare ad essa la mia vita professionale pressoché inesistente, ma non giudico la vita altrui più facile della mia perché altri possono permettersi la ragazza alla pari o ilo nonno full-time. E non mi sento di commiserare le madri che lavorano più di quanto non ho voglia di commiserare me stessa.
Non invidio chi ha perseguito con determinazione obiettivi propri e li ha raggiunti, sacrificando magari anni di vita privata, e rimandando altri progetti, quali ad esempio quello di avere un figlio prima dei 38 anni.
Basta, mi dico, prima o poi ci scrivo un post. Magari stamattina riesco.
Invece no, ché devo andare alle poste, e poi... oh, guarda: è già ora di andare a prendere Mimi.
Bisogna comprare la pappa ai gatti, sono due giorni che rompono. No, i Friskies gli fanno schifo, te l'ho detto, mangiano solo i croccantini della COOP. Quelli sfusi. Sì, l'ho sentita la storia del mangime per animali che dà dipendenza.
Pazienza, ormai è così. Ci mancherebbe solo dover pensare ogni giorno a cucinare anche per i gatti.
A proposito, cucini te stasera?
No, io porto le bimbe a danza oggi pomeriggio.
Ma l'ahi più chiamato il tipo di quell'annuncio? L'hai portato il curriculum in quel posto dove cercano un pizzaiolo?

La verità è che non ne posso più di avere il beduino tra i cabasisi, in casa a spippettare davanti al computer (il mio! Sì, cazzo, appena ho i soldi me ne compro uno nuovo, di quelli piccoli, così me lo posso portare dietro e scappare di casa e isolarmi nel mio modno virtuale).
Aveva ragione Virgina Woolf: quanto vorrei una stanza tutta per me. Ma non una stanza, non credo basterebbe per isolarmi dai ripetuti "Mamma! Mimi ha detto che quetto malittepponi è suo!" "Non è vero! Questo è mio! Questo è tuo, tu sei brulen!" "Mamma! Mimi dice che shono brulen!"
Brulen per le mie figlie è l'insulto massimo.
Brulen sarebbe il contrario di "scicchen", laddove scicchen è il massimo dell'aspirazione femminile.
Hanno un loro gergo, le mie figlie, che mi fa scompisciare, se ogni volta non dovessi intervenire coltello tra i denti a sedare liti per cazzate. Alla faccia di quando mi dicevo: "Vedrai, il secondo figlio è un investimento a lungo termine. Poi si intratterranno a vicenda e io potrò farmi di più i cazzi miei".
Sì, col cavolo. E ci volevo scrivere un post.
Ma poi... ecco, lo vedi, le mie figlie si sono infiltrate anche tra le righe di questa lunga lamentela autoreferenziale. Non è più dato nemmeno lamentarsi in santa pace, sognare una stanza tutta per sé, ma una stanza insonorizzata e inaccessibile, con codice di blocco alle porte blindate e il divieto assoluto di reclamare la mia presenza entro la fine del timer.

La verità è che io non ci so stare tanto senza di loro, e senza di loro niente avrebbe più senso.
Anche ora, che si avvicina Natale e io mi sento perennemente fuori luogo, in questa società che è inadeguata alle mie esigenze, che è la consapevolezza raggiunta in età matura che non sono io ad essere inadeguata a questa società, come sempre ho creduto. E' lei che non va, che ha perso il senso di tutto il suo andare, che non sa dove, e che non ha il coraggio di fermarsi a chiederselo, e allora va sempre avanti, pur di non doverci fare i conti.
Come me quando antepongo sempre il fare allo stare, al pensare, al riflettere, allo scrivere, fermandomi e concentrandomi nello sforzo di strutturare i pensieri, ché mi ci vuole la calma, la solitudine e il tempo che spesso non mi concedo.
Non ora: ora devo pulire casa, guarda che schifo il pavimento, e devo ritirare i panni prima che piova, e poi cosa metto su per stasera?
Guarda, devo ancora rifare i letti.
Insomma, anche ora che il Natale tritura nei suoi rituali dovuti tutto il sacro della festa, tutta la bellezza del tempo ritrovato nello stare insieme, se non ti massacri a sgomitare per strade zeppe di passanti in delirio a buttare soldi in cazzate che non servono a nessuno, anche ora io vedo loro gioire di fronte alle decorazioni natalizie nelle vetrine dei negozi in centro città e, "Guadda, mamma! Che bello! Natale!", e niente, faccio pace anche con questo aspetto della festa, cerco dentro di me la meraviglia per la luminaria serale, per l'andirivieni di passanti, nel freddo delle strade, per l'attesa della festa che promette sempre qualcosa di speciale, anche se ormai lo sai che non sarà niente di diverso da quello che tu hai già vissuto, almeno 34 volte nella tua vita.
Ci scriverò un post.
Ma ora devo andare a prendere le bimbe; esco prima ché oggi devo prendere anche Emma.
A proposito, fammi riordinare un poco casa, prima di uscire, se no che figura ci faccio con la mamma.
Che poi io per la verità starei anche continuando a lavorare.
Faccio children-sharing, chè le mie non mi bastavano, di figlie, dicono ridendo le mamme che incontro all'uscita di scuola.
No, amiche, le mie mi riempiono la vita. Non è questo il motivo per cui uno accetta di fare un lavoro senza nessunissima considerazione sociale.
Ma succede che quel lavoro, umile, privo di ambizioni professionali, ti insegni ancora molto, e molto ti regali, sul lato umano, e che ti accorgi che davvero quei bambini sono un po' anche i tuoi, adesso che te ne prendi cura anche tu.
La mattina sto con Stefano,che ha sei mesi e ne dimostra già una dozzina. E' grande e tondo, e ha due lunghissime ciglia nere che mi fanno impazzire.
Il pomeriggio c'è Emma, e poi ogni tanto anche Francesco, che va al nido con Rania, ma è più piccolo.
Uh, come si incazza, lei, i giorni in cui me lo porto a casa. Allora sì che sono cazzi amari.
La capisco: quest'anno è assediata dai poppanti già a scuola. Ci manca solo che ce li portiamo anche a casa, a metter scompiglio tra i suoi giochi, a mangiare il suo didò, a pretendere di guidare il suo carrello... (il suo carrello! Vogliamo scherzare?)

E insomma, in questa diatriba infinita del "fare vs scrivere", ultimamente ha vinto il fare.
Non me ne faccio un cruccio, ma a volte ho bisogno di sedermi a riordinare le idee, a tirare le fila, sentire il rumore dei tastini che battono sotto le mie dita. Mi rilassa, mi carica, mi rassicura.
Perché davvero, dopo mi sembra che ogni cosa torni al suo posto, che la mia vita sia splendida, che glie l'ho fatta, a quella società che mi va stretta, creando un mio mondo su misura, dove non ce ne frega nulla se non mi posso permettere la cucina su misura, tanto prima o poi qualcuno ne regalerà una e io me l'andrò a prendere gratis, anche se magari non ci starà alla perfezione come la libreria Billy che al momento è ancora tutta in mezzo ai cabasisi, uno scaffale addossato alla finestra, uno davanti all'armadio, uno in corridoio che per passare ti devi mettere come gli antichi egizi disegnati sulle pergamene, in due dimensioni.
La scrittura mi fa vedere tutto con distacco e un po' più facile di quello che è, un po' più poetico, persino le buste dell'Agenzia del Entrate che trovi nella buca del lettere che ti fanno tremare, come un'era leggendaria nei racconti dei vecchi, ché si stava meglio quando si stava peggio.
Potrebbe non andare mai meglio, e di questa cosa sto prendendo atto finalmente.
Sto iniziando a dirmi che non è necessario aspettarsi l'ascesa sociale, la climax economica, la sicurezza lavorativa, la gratifica professionale.
Sto cercando di impegnarmi affinché la gratifica arrivi prima, da altro, da cose che già sono in mio potere, che posso fare, che posso cambiare.
Non voglio corrispondere allo stereotipo cretino della mamma casalinga che fa le torte con le figlie nei pomeriggi invernali, anche se effettivamente le faccio,e  me le mangio pure, e non ho mai indossato una taglia 42, anzi, entro a fatica in una 44.
E giro su una bicicletta scassata che ogni mese dico: appena ho i soldi ne prendo una nuova, e poi non li ho mai.
Ma vado in bicicletta in Piazza dei Miracoli per andare a fare delle analisi all'ospedale e mi diverto a passare davanti ai turisti in posa per fotografarsi con la torre, e indugio apposta nell'ingombrar loro l'obiettivo e mi chiedo: chissà in quante foto di sconosciuti con la torre sono finora entrata?
Magari sono in una cornice sopra una mensola in Giappone a rappresentare l'altra faccia dell'Italia, quella con le bicicletta scassate, e i guanti di lana fricchettoni tutti distrutti, e il cappello, pure di lana, con tutti i pallini della lana, e il cappotto vecchio di dieci anni con le maniche consumate.
Pedalo e mi dico: guarda in che bella città ho scelto di vivere, in quale splendida città sto facendo crescere le mie figlie. Da tempo voglio scriverci un post. Chissà se poi ce la faccio.

E lo so che è dura, quando la famiglia cresce e non crescono di pari passo anche le risorse, e stai lì a chiederti se loro magari, un giorno, non te lo rinfacceranno, di aver negato loro opportunità e risorse, se è giusto o no imporre il tuo punto di vista, ché no è il benessere la cosa più importante da garantire a un figlio, se in fin dei conti sia giusto, quando diventi famiglia, diventare un po' più borghesi di quanto non ti sarebbe piaciuto, di quanto non ti senti effettivamente, accettando abitudini e contesti sociali in cui non ti senti a tuo agio, perché le tue figlie non si sentano "diverse".
Ci scrivo un post, mi son detta. Ma poi..

Poi penso a Rania che ieri mattina mi ha svegliato alle 7 e la prima cosa che mi ha detto è stata: "Mamma, lo shai che Andea ha una ruppa bellisshima? Me la compi, mamma, anche a me una ruppa come quella di Andea?" Quindi ora sto cercando una ruspa. Una con un gancio magnetico per sollevare i carichi, in legno. Sappiatelo: è il dono che mia figlia di due anni e mezzo mi ha chiesto alle sette del mattino, il suo primo pensiero del risveglio.
E penso anche a Mimi, quando mi chiede di farle ascoltare ancora la canzone "di quel ragazzo che è morto, poverino", e che si commuove di fronte al video di Bohemian Rapsody.

E allora mi dico che sono due bambine ricchissime e belle, non certo perché siano "scicchen" o "brulen", o perché vivono in quella parte di mondo in cui è loro permesso di desiderare un giocattolo e poi di averlo, o di accendere un computer e guardare un video, ma perché sono ancora libere, di pensare vasto e sconfinato, di non rimanere ingabbiate in un'immagine stereotipata di sé, e forse, mi dico, un pochino è anche merito mio. Forse.
Ci scrivo un post (e ci metto dentro un po' di tutto, va. Se no, chissà quando mi ricapita l'occasione).

9 commenti:

  1. Sono due bambine ricchissime, belle, e felici.
    Questo è SENZ'ALTRO merito tuo (vostro).
    Hai un lavoro che è uno dei più belli credo, a volte invidio le maestre del nido/materna: non fraintendermi. E' un gran casino lo so. I bimbi non sono solo paciosi, i genitori illuminati sono ben pochi. Ma.
    Come per le maestre o le professoresse, o in generale chi si trova a lavorare su una "materia prima" umana ancora in parte intatta, trovo che l'insegnamento, l'accudimento, l'accompagnamento dei bimbi nella loro crescita siano nonostante tutto ancora una delle cose più belle che esistano al mondo.

    Susibita

    p.s. Ma alla fine il corso di tagesmutter?

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    1. Sono d'accordo con te, e fosre, tornassi indietro, investirei su un percorso del genere.
      ma non è detto che non si sia ancora in tempo. chissà.

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  2. Non ci sono parole per descriverti. l'aggettivo STUPENDA è molto limitato. Un abbraccio grande, di cuore!
    Tua Nadia

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    1. Eh, addirittura? Ti ringrazio, molto. E ricambio l'abbraccio affettuoso. A presto!

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  3. Perché lo consideri un lavoro umile e privo di ambizioni professionali? Se per ambizioni professionali intendi alte remunerazioni e avanzamenti di carriera d'accordo, purtroppo è vero non gli sarà mai riconosciuto tutto il valore che invece ha e meriterebbe. Ma io lo trovo uno dei lavori più alti, e niente affatto facile o "improvvisabile" che esista. (Susibita poco sopra lo dice molto meglio di quanto riuscire a fare io.) Io l'ho fatto per una decina di anni, sia come educatrice di nido che come baby sitter, e l'ho sempre ritenuto un privilegio poter condividere i primi anni di vita di questi bambini con le loro famiglie, partecipare alle loro vite, entrare a far parte del loro album di ricordi. Ed è un privilegio faticosissimo e carico di responsabilità, cosa che ad esempio io in questo momento, per ora, non mi sento più in grado di sostenere, sono sincera. (Oltre al fatto che sono entrata in conflitto con l'istituzione nido per come è spesso intesa e gestita da comuni e cooperative, ma questo è un altro discorso). Non so, mi dispiace sentirne parlare in questo modo, sarò onesta, specialmente da chi questo lavoro lo fa. Anche perché sono certa che invece ci sai mettere grande passione e consapevolezza.

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    1. MI dispiace che tu l'abbia presa come una svalutazione da parte mia del lavorare coi bambini.
      Non intendevo screditare questo lavoro, ma, anzi, rivendicarne il valore di fonte ad un'opinione pubblicamente diffusa che io sento, forse a torto, come un giudizio di sufficienza.
      sarà poi che ho il difetto di screditare inspiegabilmente tutto ciò che faccio (è una strana forma di difesa, un po' di skizofrenia, pardon)
      Lo faccio e mi piace. Certo,non ho alcuna preparazione professionale, e non lavoro in nessuna istituzione, mi appoggio solo ad un'associazione che gestisce i rapporti con le famiglie. Nel senso che non sono un'educatrice qualificata, ma un'"umile" baby sitter.
      Non considero l'aggettivo "umile" un attributo negativo. Per stare coi bambini l'umiltà è la prima cosa, secondo me.
      E' un lavoro che non mi permette certo di campare e che comunque non potrei fare a tempo pieno, visto che non avrebbe molto senso pagare qualcuno per stare con le mie figlie mentre io lavoro coi figli degli altri.
      E ammetto che non è ciò che ho sempre sognato di fare, ma pure ne traggo grande gratificazione a livello umano e imparo molto, cosa che ho cercato di esprimere, ma forse male. E' da tempo che vorrei scriverci su in maniera un po' più organica ma non riesco. Pazienza.

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  4. leggerti mi fa sempre tornare a me con tre bambini, alla mia separazione che, per quanto il loro babbo fosse ed è stato ed è sempre presente, ha complicato la vita di tutti, emotivamente, sentimentalmente, economicamente.
    mi ci fai tornare per i tuoi " discorsi economici" e so molto bene di che si tratta.
    mi ci fai tornare per le paure, per le insicurezze che vivevo .
    ma mi ci fai tornare per la forza che ho sentito dentro di me e cresceva, giorno dopo giorno, sempre di più.
    Ed in te vedo questa forza . Ce l'hai.
    Certo, non fai il lavoro che forse sognavi di fare, come io non faccio quello che desideravo: ma ci campi e ci campo, per fortuna.
    hai una straordinaria ricchezza dentro, enorme e non lo devi scordare mai.hai due bambine meravigliose e non sono così per caso.
    Sai, ho avuto momenti difficili, in cui il non poter dare loro certe cose ( materiali) che il loro babbo si poteva permettere mi ha fatto andare davvero in crisi.
    Poi un giorno Silvia, ormai adulta, in un contesto in cui questo discorso non ci azzeccava per niente, quasi saltando di palo in frasca, mi ha detto " Sai mamma, tu ci hai insegnato quello che davvero conta nella vita, l'accoglienza ( sta casa era definita centro di prima accoglienza), il rispetto, la solidarietà, il dare valore a ciò che è essenziale".
    E' ciò che ti diranno le tue meravigliose creature.
    con affetto
    Emanuela

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    1. Le tue figlie hanno avuto una grande madre. Spero di riuscire a fare altrettanto, come tutte d'altronde.
      Io sono stata assai meno clemente coi miei e ho rinfacciato alla grande.
      Molte cose non le capisci e non le accetti se le vivi come ingiustizie.
      Comunque io invece detesto il fatto che le mie beghe finanziarie finiscano sempre inevitabilmente nei miei post, così come detesto il fatto che riescano a rovinarmi gran parte della serenità che lotto per raggiungere.
      E immagino che forse sembrerà triviale duchiarare che un lavoro sia umile perché rende provo in termini di denaro, quando uno non deve farsi i conti in tasca al supermercato...

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    2. Rileggendo ora, mi rendo conto che non si capisce niente di quel che ho commentato.
      Quando rispondo dal telefono la sintassi ne risente un po'...

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