mercoledì 13 gennaio 2016

Giorni azzurri


E poi arrivano quei giorni azzurri, di cielo terso, dopo la sfuriata dei venti del nord, che tu pedali in bicicletta e i colori ti appaiono più vividi, e vorresti fermarti a fotografare tutto: i rami spogli degli alberi, le facciate delle case, le biciclette appoggiate ai muri, le strade e le persone che vi si aggirano, strette nelle loro sciarpe e piumini scuri, che contrastano con tutta questa luce. Sembrano tante formiche allo sbando.
Ho fatto un giro in centro, lasciate le bimbe (finalmente!) alle rispettive scuole, perché avevo faccende da sbrigare. Ho respirato l'aria fredda e mi sono riempita gli occhi di bellezza.
In quei giorni tutto diventa all'improvviso perfetto, splendente, cristallino, anche ciò che hai dentro.
Allora ami la città in cui vivi, i suoi scorci, i suoi vicoli, il suo essere sempre così vicina e familiare, la prevedibilità dei suoi abitanti, che hai imparato a conoscere e ad accettare, anche nei loro aspetti più ruvidi e spigolosi, anche nelle loro imperfezioni.


Allora abbracci le tue, di imperfezioni e sei indulgente con te stessa, con quella che sei diventata anche se non corrisponde a quella che ti aspettavi, con quella che eri, per le scelte che non ha fatto e gli obiettivi che ha mancato, con quella che sarai, che, sei sicura, se la caverà.
Allora dici a quella che sei: coraggio, sei brava; non ti dai mai per vinta e sai rialzarti sempre dai momenti di crisi.
Dici a quella che eri: hai fatto del tuo meglio, è stata dura, lo so, sei stata coraggiosa e avventata; vorrei avere adesso la metà del tuo coraggio e della tua avventatezza. Non sono in molti a saper scegliere la strada meno battuta, a volerlo fare consapevolmente, a decidere a un certo punto di voler fare da sé, e ad essere capaci di farlo malgrado la fatica, la solitudine a volte, l'incomprensione dei molti che ti dicono: ma chi te l'ha fatto fare?

Allora torni alla tua casa diroccata, sali le scale esterne e arrivi sulla terrazza inondata dalla luce del sole e pensi che non ti sentirai a casa in nessun altro posto come in quella casa che tanto spesso senti stretta, inadeguata, soffocante.
Ti affacci dal parapetto e godi dell'orizzonte, il solito, uguale orizzonte, con le montagne dietro i tetti delle case, i fili del bucato coi panni che sventolano all'aria aperta (tua atavica passione), quell'orizzonte che hai imparato ad amare e ti senti perfettamente al centro del tuo mondo, nel giro di orizzonte che ti sei scelta, che è quello tuo, della tua casetta scalcinata in mezzo alle villette bifamiliari del quartiere residenziale di una piccola cittadina di provincia. La riconosci tra le altre da tutte le angolazioni, lungo la strada che da scuola di Mimi ci riporta qui, ed è così strano, come vedere la propria vita dal di fuori, vedersi come ti vedono gli altri. Ti senti spoglia e insieme anche meno isolata, parte di un tutto più grande, che ti include.
E vicino, tue piantine grasse e i fiori della calanchoe, resilienti all'inverno, che quasi ti stupisci di trovare ancora in vita. Un tempo pensavi fosse quasi impossibile che le tue piante in vaso sopravvivessero a più di una stagione; lasciavi che la selezione naturale facesse la sua parte e che restassero solo i sopravvissuti. Pensavi di non avere pollice verde. poi hai scoperto, magicamente, che se te ne prendi cura, se scegli quelle giuste e le metti alla giusta esposizione, se prendi per loro il giusto terriccio e dai loro la giusta quantità di acqua, se perdi un poco del tuo tempo a ripulirle dei fiori e rametti secchi, e a liberarle dalle lumache e dagli altri parassiti, se concedi loro di ampliarsi in uno spazio adeguato, cambiando il vaso quando necessario, beh, miracolo: ti faranno dono della loro persistenza. Serviva averne cura, serviva dedicare loro tempo, e attenzione. Anche se sono solo piante.
Apri le finestre per fare uscire l'odore di chiuso e di muffa che questo inverno è ripartita più alla carica che mai e ci assedia da tutti i fronti e ti sembra che quell'azzurro entri anche dentro, spazzi via l'umido e la muffa, si insinui tra le pareti.

Panorama

Poltrona con vista

Le sopravvissute

Montagne e panni stesi. What else?
L'anno scorso, eravamo intorno a novembre, ho incontrato un'amica al supermercato.
Eravamo colleghe di lavoro, anni fa, facevamo le cameriere in un ristornate del centro.
Una ragazza che rivedo sempre con piacere, una persona molto bella.
Mi chiese: come va? Ed io allora scoppiai a piangere sulla sua spalla, lì, tra gli scaffali del supermercato, già traboccanti articoli natalizi, con le cipolle nel cestino della spesa e il salvatempo in stand-by, ché avevo i soldi contati e cercavo di scegliere se rinunciare alla carta igienica o al parmigiano (penso vincesse il parmigiano).
Le sciorinai tutto quello che non andava, le dissi quanto mi sentivo infelice e come tutto nella mia vita fosse sbagliato.
Il beduino era via da mesi, io sola con le bimbe in frangenti economici piuttosto critici.
Lei mi ascoltò con calma e pazienza, mi lasciò sfogare senza aggiungere una parola di troppo.
Alla fine le chiesi scusa e mi sentii meglio, ma capii che dovevo tirarmi fuori da quella crisi, in qualche modo.
Fu allora che presi contatto con l'associazione, iniziai a lavorare come tata, in qualche modo mi risollevai.
Ho conosciuto molte persone valide, da allora, ho preso coscienza dei miei punti di forza, ho ricevuto apprezzamenti e riconoscimenti, ho fatto progetti che non sempre ho avuto la possibilità di realizzare, ma intanto ho provato.
Mi sono mossa, ho iniziato anche il mio volontariato bibliotecario, ho conosciuto altre persone, da cui ho imparato nuovi modi di vedere il mondo, mi sono messa in discussione, ho capito che la vita era anche altrove.

Spesso ho bisogno di toccare davvero il fondo per poi trovarmi costretta alla risalita. Una bella spinta a piedi uniti sul fondale limaccioso di melma, per quanto schifo possa fare, è l'unico modo per tornare a galla, a riveder le stelle.
Però a me quel fondo lì fa davvero paura, e non voglio tornarci.
Mi fa paura pensare che potrei non essere in grado di districarmi da quella melma, e restarne invischiata.
Mi fa paura l'idea di non trovare la forza per la spinta.
Mi fa paura il fondo, in sé, perché è buio, e viscido, torbido, e ti intasa i pensieri, e non ti fa vedere niente sopra di te.
Quando ci sei non vedi le tue figlie. Le vedi, ma non ti bastano (è terribile dirlo, lo so), le vedi in tutta la loro meravigliosa bellezza, ma questo non ti fa sentire meglio, le vedi e tutto continua a sembrarti inutile. Le vedi come un patetico tentativo biologico di perpetuare la speranza in un domani migliore, che invece si risolverà solo in un continuo perpetrarsi dell'infelicità, di generazione in generazione.
Le vedi attraverso il senso di colpa di chi ha dato la vita egoisticamente per trovare un motivo per se stessa, raccontandosi la bugia di un gesto di suprema generosità, del supremo darsi.

Quando sei sul fondo non vedi le persone che ti circondano, quelle che ti vogliono bene, quelle che ti stimano, quelle che ti aiuterebbero, se potessero. Vedi solo la tua solitudine, e vedi le assenze di quanti dovrebbero starti accanto ma non lo fanno. Non vedi la tua assenza accanto a loro, non vedi la tua incapacità a chiedere aiuto.
Quando sei sul fondo non vuoi che gli altri ti vedano così.Vuoi mostrarti a loro solo in condizione ottimali. Nascondiamo il brutto, il debole, il difforme, l'incomprensibile, l'oscuro.
Non vedi la tua famiglia, che sempre c'è, come rifugio sicuro, non accetti di chiedere ancora aiuto, dopo le molteplici rivendicazioni di indipendenza del passato, quella stessa indipendenza e quell'orgoglio che ti impediscono di ammettere i tuoi fallimenti, che è un po' anche ammettere te stessa come un fallimento

Non vedi il bello, il buono, lo splendore della natura, il mistero della vita, la meraviglia dell'arte, lo stupore di fronte alle dimostrazioni delle umane capacità, che altre volte ti hanno commosso fino alle lacrime. O meglio, le vedi, ma tutto ciò non è sufficiente, non ti basta, senti anzi il dolore bruciante di una bellezza che ti esclude, di una meraviglia che non ti riesce a salvare, a coinvolgere, che ti lascia indifferente.

Quando sei sul fondo non vedi un senso in niente, cerchi una ragione e non la trovi.
Quando sei sul fondo ti guardi e non ti riconosci, cerchi la solitudine e detesti la tua stessa compagnia.
Io su quel fondo non ci voglio tornare e non voglio dover arrivare a metterci i piedi sopra prima di poter risalire.

Stamattina mi sono svegliata e il cielo all'orizzonte era infiocchettato di banchi di nuvole orlate di rosa e oro. Ho chiamato le bimbe perché vedessero; Mimi mi ha detto di vederle marroni, e che le aveva viste già un sacco di volte; Rania mi ha detto che non le interessava, che preferiva finire la colazione.
Ho pensato che, per fortuna, sono ancora in salvo dai miei sentimentalismi meteorologici.
Ho pensato che quel dono del cielo, forse, era per me.

Un giorno in una strada del centro ho incontrato una giovane donna che mi ha apostrofato dicendo di conoscermi: mi legge sempre e le piace molto come scrivo, complimenti.
Stavo montando le bimbe in bicicletta dopo aver comparto a una un pezzo di pizza al pomodoro, all'altra un cornetto di sfoglia alla marmellata che poi è toccato mangiare a me; lottavo con l'appiccicume e l'unto e sono rimasta così, istupidita dall'imbarazzo, senza saper che dire.
Cosa si dice in queste situazioni? Io in genere faccio la figura da fessa, e mi dileguo, o aspetto facendo la vaga che sia l'altra persona a dileguarsi, come infatti accadde anche quella volta.
Però questo episodio ha illuminato di senso per un attimo tutto questo mio arrovellarmi in solitaria.
Ché da soli davvero non siamo niente. La canticchiante merda danzante dell'universo, per fare una citazione colta.
Ognuno è davvero solo, nel cuore della terra, trafitto da un raggio di luce?
Forse sì, ma possiamo comunicare, possiamo sempre dare ciò che siamo, come siamo, nel modo in cui sappiamo farlo.
E ciò, io credo, salva dal fondo.
Quel fondo in cui non auguro a nessuno di finire.

Tornando a casa con Mimi da scuola
Casa nostra sullo sfondo, nascosta dall'alloro

Come ci vedono dal basso.

2 commenti:

  1. È tanto che non passo da te e mi dispiace perché ogni volta che ci riesco mi piace e tantissimo quello che scrivi e mi commuovo. ...conosco quel fondo di cui parli, mio marito ci ricade ogni tanto, tu lo hai descritto perfettamente, è duro risalire ma se ce la fai ti senti pieno di gratitudine alla vita e a te stesso. ..e ricominci a vedere la bellezza delle cose. Casa vostra, per esempio, è bellissima. ..

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie. IO penso di essere piuttosto meteoropatica.
      Comunque nessuno ha mai definito casa mia come "bellissima". La cosa mi fa sorridere...

      Elimina

Che tu sia un lettore assiduo o un passante occasionale del web, ricevere un commento mi fa sempre piacere, purché inerente e garbato.
Grazie a chi avrà la pazienza e la gentilezza di lasciarmi un segno del suo passaggio.