lunedì 23 febbraio 2015

Inverno e meditatio.

Inverno: è ora di piantare i bulbi, orsù!
Quale momento migliore di questo per riporre nel ventre della terra dormiente, la promessa di vita, il pretesto per l'attesa, la speranza di rinascita?
Ricordate solo, per l'occasione, di procurarvi un abbigliamento adeguato al lavoro pesante del floricoltore: ballerine di vernice rigorosamente bianche, calze di flanella rosse sotto una svolazzante gonna a balze a motivi da college britannico. Fatto? Ok: buon interramento!






Eccomi finalmente libera da figlie lamentose e malaticce, in questo nuovo inizio di settimana sfavillante di luce e sole. Il mio organismo è sul piede di guerra; debellata più o meno, con strascichi di tosse cavernosa, l'influenza della piccola, mi trovo a mia volta sotto assedio di invisibili nemici interni. I miei linfonodi si preparano alla cruenta battaglia, sentori in tutto il corpo di una carneficina inevitabile, che già si è fatta strada nei miei bronchi a suon di fanfare e tamburi.

Nel complesso mi piacerebbe ogni tanto cercare di inviare messaggi positivi, a chi mi legge, provare a trasmettere il senso della nostra "vita felice" per quanto imperfetta, perché talvolta ho la sensazione che da queste pagine esca un'immagine di me abbastanza derelitta e bisognosa solo di commiserazione e solidarietà; perché magari nell'economia del tempo che dedico a curare questo blog, indulgo un po' troppo sugli affanni del quotidiano vivere, o almeno, ho il sospetto che questo avvenga un po' troppo spesso, un po' più spesso di quanto non vorrei.

Nella fatica di districare parole e periodi dalle mie sinapsi provate dagli eccessi febbrili degli ultimi giorni, chiedo aiuto alle immagini, poiché uno dei (per il resto scarsi) risultati di questa settimana di malattia-convalescenza-reclusione casalinga con pupa è stato almeno il riuscire a riordinare e, un po', selezionare, le foto degli ultimi mesi, operazione in parte enormemente noiosa, perché porta via una quantità di tempo indescrivibile, ma che ti consente anche di rivivere momenti del tuo immediato trascorso e... come dire, riabbracciarli.


 


Mi capita spesso di fermarmi a considerare la mia vita e la mia "me" prima e dopo l'esperienza della maternità, e quello che vedo, francamente, è una persona arricchita sotto tutti i punti di vista.
Non riesco davvero a comprendere e tantomeno a condividere, quei discorsi triti di quante considerano questa esperienza un passo, in fondo quasi d'obbligo, ma necessariamente limitante, menomante della propria realizzazione come persone.
Immagino che, come tutte le cose, come tutti i passi fondamentali della vita, come tutti i rivolgimenti radicali del nostro modus vivendi, non sia facile, né immediato, né naturale come molti credono, o sostengono, andare a scovare questa nuova sé, andarla a stanare dietro le notti insonni, o sotto il nervosismo di quelle giornate  passate a tentar di consolare il pianto, peraltro inconsolabile, di un neonato; non diventa semplice nemmeno dopo, non illudiamoci, riconoscere e accogliere a braccia aperte quella nuova "sé" tra i capricci infiniti di una figlia quattrenne che sistematicamente si oppone e intralcia con ostinazione qualsiasi semplice operazione quotidiana, né nella noia di pomeriggi uggiosi a sedare litigi e riordinare disastri domestici; non lo è.

Ma quella sé, quella te, cresce man mano, si costruisce e si arricchisce ogni giorno, ti insegna a posare uno sguardo diverso su cose a cui prima prestavi davvero pochissima attenzione; ti mostra come fronteggiare piccole grandi crisi a prima vista di impossibile soluzione, imparando a considerarle parte della routine giornaliera, e tutto sommato a renderle gestibilissime, accettando che in parte alcuni conflitti rimangano insoluti, rimangano vivi, e si palesino periodicamente, perché è così che funziona, nell'infinito reiterarsi ed avvicendarsi delle generazioni presenti passate e future.
Ti dimostra anche, quella nuova te, come avevi torto ad avere paura di cose da cui a ben guardare non c'era nulla da temere; bastava aver la forza di scrutarle con calma e pazienza, di ascoltarle e comprenderle, senza volerle sempre fuggire, schivare, e chiudere gli occhi aspettando che finissero presto.
Come l'inverno.




Ricordo lo sconforto degli interminabili pomeriggi invernali con Mimi di pochi mesi, il senso di claustrofobia del non poter uscire, perché fuori era freddo, perché era buio, e la bimba la sera era stanca e nervosa, perché io diventavo stanca e nervosa, e attendevo smaniosa le prime giornate tiepide per poter evadere da quella prigione di freddo e mura domestiche.
Ora questa nuova me cerca in quelle giornate un motivo d'essere nell'apprezzare quella domesticità protetta, quella intimità familiare che si prende il tempo per fare insieme, senza avere smania di riempirlo a tutti i costi, o fretta che si sbrighi a passare.
Questa me osserva e impara i ritmi di una natura che nel nostro mondo trova davvero pochissimo spazio di espressione, per insegnarci la bellezza di una luce obliqua, dei raggi di un sole declinante alle cinque del pomeriggio, di un cielo cristallino dai toni freddi che è così pulito come solo in un pomeriggio ventoso di gennaio può esserlo; questa me cerca di comprendere e far comprendere perché sia importante che la natura si prenda le sue pause, e perché sia importante che impariamo a prendercele anche noi, con lei; perché l'oscurità non è sempre sinonimo di noia e malinconia, perché la stagione delle lunghe notti ci inviti alla quiete e alla riflessione, all'osservazione e all'attesa.




Un tempo avevo paura delle domeniche, perché erano quelli i giorni in cui alla gente era dato il fare in libertà, senza routine da rispettare, senza obblighi lavorativi e sociali, e questo la trasformava a tutti gli effetti in un diktat del fare, del "metti a frutto il tuo tempo", presto, prima che arrivi un nuovo lunedì di noia e doveri da espletare, e torneremo tutti ad aspettare con rassegnazione il prossimo dì di festa per sentirci nuovamente, a torto o a ragione, padroni del nostro tempo e della nostra libertà.

La nuova me ha smesso da tempo di farsi grandi aspettative e infinite recriminazioni sul non fatto, sull'avremmo-potuto-invece, ed ha decisamente accantonato le nevrosi da "facciamo qualcosa, per carità, qualsiasi cosa, purché si faccia qualcosa". Sa invece godere dell'improvvisazione sul tema di un paesaggio screziato di nuvole e ondulato di colline, ed è grata dell'appagamento estetico che sa offrire all'occhio una fila di gabbiani appollaiati su una serie di pali affioranti sull'acqua. Con buona pace del fare, la mia nuova me, apprezza anche lo stare, il vedere, il condividere, il sostare.







E' facile scrivere un post ridondante vita e serenità quando lo tappezzi di fotografie delle tue bambine, di quattro e (quasi) due anni, quando sai che loro sono bambine felici e sane, e che non manca loro nessuno dei beni necessari affinché possano crescere nel migliore dei modi possibili, per quanto non perfettibili, e che ti è data la possibilità di star loro accanto e di vederle crescere, e che tutto sommato godi del privilegio di esser nata in quella porzione di mondo in cui un certo livello di benessere è grossomodo garantito ai più.
Sono ben conscia di questo gran privilegio e di questa mia ricchezza; ringrazio loro per aver portato alla luce questa me che forse non avrei mai conosciuto, che ha imparato che anche se arrivano giorni in cui è dura, di fatica, stanchezza, malinconia, nervosismo, e, sì, magari pure tristezza, sconforto, demotivazione, e insano vittimismo, sono più numerosi quei giorni in cui riesci tutto sommato a far girare l'ingranaggio liscio liscio, ficcando nel calderone affetti, esperienze, attività, condivisione, vita, bellezza, Peppa Pig, litigi e rappacificazioni, sfuriate, abbracci, favole lette e raccontate, un gelato in riva al lago, saluti e arrivederci, amici in visita, danze tribali e accenni di passi di balletto inventati di sana pianta, orgoglio materno senza pregiudizio, soddisfazione serale malgrado i bacilli.





Solo che questi giorni chissà perché ti scivolano alle spalle facendo meno rumore degli altri, e tu a volte non ti soffermi abbastanza a considerare che grande squadra siete, e come è fondamentale che tutte funzioniate per poter andare avanti tutte, e che invece se una si inceppa, ci si inceppa tutte, e che anche se la tua amica ti guarda un po' con l'occhio di chi compatisce quando le racconti dei tuoi serali svenimenti nel letto mentre addormenti le bimbe ad orari che farebbero ridere i polli, e di come la tua giornata sia pregna di loro, loro che dettano i ritmi, loro che influenzano la scelta delle mete e delle attività, loro che determinano, in base alla curva analogica dell'andamento umorale, l'opportunità o meno di intraprendere una qualsivoglia attività sociale, malgrado ciò, dicevo, riconoscendo quello sguardo a metà tra il compatimento e una sarcastica condiscendenza, quello sguardo che un tempo poteva riflettere quelli che erano i tuoi stessi sentimenti nei confronti di chi ci si trovava, e tu non capivi, ti senti in dovere di addrizzare il tiro e di precisare: "No, ma va bene così, eh. Io non tornerei mai indietro. Sono felice, con loro".




E poi ogni giornata, immancabilmente, si conclude così. Cambiano solo i pigiami, di volta in volta, ché non so come facciano a sporcarne così tanti così spesso, e la disposizione, e il numero e la qualità dei pupazzi coinvolti nell'operazione sonno.
Ma la sostanza è sempre quella: la notte, per fortuna, è fatta per dormire.

23 commenti:

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    1. Ne sono convinta e consapevole! ;-)

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  2. Bellissime queste foto e le tue bimbe un po' di più...

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    1. Grazie grazie! ( per bimbe e foto!)

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  3. Bello leggere anche tra le tue righe. Grazie.

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    1. Non badare alla sintassi, sono un po' stanca :)

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    2. Sintassi impeccabile, cara. Sono purtroppo incappata in sconci maltrattamenti della lingua italiana di recente, con cui questa tua sintassi sibillina non ha nulla a che spartire.. Per fortuna! ;-)

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  4. Comunque a me non sembri bisognosa do lamentarti e commiserarti. Oggi meno che mai, che sprizza serenità e bellezza, ma neanche negli altri post. .hai sempre comunque una consapevolezza e una visione articolata delle cose. Belle voi!

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  5. Meno male, meglio così allora!
    Sempre meglio mettere le mani avanti...

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  6. avevo giusto in mente un post sui bulbi.
    io amo moltissimo i bulbi, anche come metafora.

    Susibita

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    1. Una cosa bitorzoluta e informe da cui nasceranno delicatissimi coloratissimi elegantissimi e profumatissimi boccioli primaverili?

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    2. Non solo: una cosa che sta nascosta epr un sacco di tempo, in quiescenza, tutto concentrata su di sè, e poi ciclicamente viene fuori, dà il meglio di sè ma non per sempre, si concede solo per un po', per ritornare a rintanarsi e riconcentrarsi solo sul proprio interno. Una forza che viene da dentro, che non ha bisogno di manifestarsi sempre, che conosce e rispetta i propri tempi. E non muore mai, tra l'altro.

      Susibita

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    3. E allora aspetto il tuo post. Sai estrapolare la vera anima del bulbo!

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  7. Condivido tutto ciò che hai detto!
    Anche se, a volte, mi viene il dubbio che me la sto raccontando ... ma solo raramente ;)
    ps: bimbe e foto stupende !! (loro quasi non le riconoscevo... ma è così tanto che non passo di qua? Causa lo scivolar di vita tra le dita :/ )

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    1. Ogni tanto è bene darsi il privilegio di raccontarcela, e di crederci, pure!
      Meglio illudersi di essere felici così che vivere convinti di non esserlo mai (continuo a stupire me stessa per la mia profondissima vena filosofica).

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    2. Non fraintendere ... non che io non sia felice così, anzi, come dice mia mamma, farei peccato a lamentarmi!
      Mi riferivo piuttosto alla nevrosi del fare qualcosa rispetto alla neo capacità acquisita di godere delle piccole gioie che a volte, però, quando qualsiasi progetto va all'aria, ha il sapore della rassegnazione. Rendo? (perdonami! arrivo da un periodo uno dei tre a casa da scuola!) :*

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    3. Capisco molto bene e anche a me a volte costa moltissimo tenermi a bada e smettere di smaniare per il poco tempo messo a frutto. ma ho fatto comunque passi enOOOrmi da qualche anno a questa parte, e non mi riferisco all'accontentarsi del poco che si riesce a fare o alla rassegnazione del "lasciarsi vivere", ma proprio a una capacità di saper cogliere il valore dell'ordinario, senza dover andare a cercare a tutti i costi la qualità del tempo nell'evento straordinario.
      Qualcuno una volta meglio di me parlò di "dare rilievo al rapporto più che alla performance".
      Ne ho fatto un po' il mio mantra.
      In effetti ho potuto constatare come spesso l'accanirsi a voler portare il fare all'eccesso dia risultati pessimi in termini di rapporto: ti massacri a portare loro in un posto figo, stancandoti e stancando loro, trotti dietro le loro escandescenze da sovraccarico di stimoli e torni a casa sfatta sbraitando contro capricci serali di due bambine esauste.
      Capisci che intendo?

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    4. Capisco, approvo e sottoscrivo :)

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    1. Molte grazie per il tuo passaggio qui. Ne sono davvero lusingata!

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    2. Ma figurati! questa è una cosa bella della rete: conoscere persone interessanti ;)

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  9. condivido appieno. Ai bimbi delle nostre " performance" non gliene frega un tubo! Siamo noi adulti che tante volte, oltre ad inventarci i nostri, inventiamo i loro bisogni. I sorrisi delle tue meravigliose bimbe che mangiano il gelato, camminano per mano, preparano una torta......questa è la meraviglia del quotidiano.
    E crollare a letto in orari in cui anche le galline sono ancora a prendere l'aperitivo....va bene anche questo, dopo giornate ricche e piene, del bello e del brutto, certo, ma vive.
    Non l'ho mai chiamato " accontentarsi", specie quando di questa parola sento dare una connotazione negativa: ho sempre parlato di " godere delle cose". un abbraccio Emanuela

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